Orlando innamorato

Part 45

Chapter 454,329 wordsPublic domain

Barbute e scudi e usberghi e maglie fine Ne porta seco a ogni colpo di spada, Come lo inferno e il cel tutto ruine, E mare e terra con fraccasso cada; E la piastra percossa a polverine Vola de intorno e non so dove vada, Ché ogni pezzo è sì minuto e poco Che non se trovarebbe in alcun loco.

E se non fosse per gli elmi affatati Che aveano in capo, e la bona armatura, Non vi seriano a quest'ora durati, Per la battaglia tenebrosa e scura; Ché tanto sono e colpi smisurati, Che pure a racontarli è una paura; Quando giongon e brandi in abandono, Par che 'l cel s'apre e gionga trono a trono.

Re Rodamonte, il quale ardea de andare Ove era il re Marsilio e Feraguto, Temendo forse che per dimorare Giongesse dapoi tardo a dargli aiuto, Ad ambe mano un colpo lascia andare, E tocca nel cantone in cima al scuto; Per lungo il fende a l'altra ponta bassa, Gionge a l'arcion e tutto lo fraccassa.

Quando se avidde di quel colpo Orlando, Turbato d'altro, forte disdegnoso, Ira sopra ira più multiplicando, Lascia a due mano un colpo tenebroso; Gionse nel scudo il furïoso brando, E più di mezo il manda al prato erboso, Né pone indugia e tira un gran roverso, E nel guanciale il gionse di traverso.

Fo il colpo orrendo tanto e smisurato, Che trasse di se stesso quel pagano, E fo per trabuccar da l'altro lato, E da la briglia abandona la mano. Il brando che nel braccio avea legato, Tirando drieto trasinava al piano, E sì gli avea ogni lena il colpo tolta, Che per cader fo assai più che una volta.

Poi che fu il spirto e l'anima venuta, Ne la sua vita mai fu tanto orribile; Di presto vendicarse ben se aiuta: Mena ad Orlando un gran colpo e terribile, Qual dileguò in tal modo la barbuta, Che via per l'aria ne volò invisibile, Più trita e più minuta che l'arena; Che ormai sia al mondo, non mi credo apena.

Lo elmo de Almonte, che tanto fu fino, Ben campò alora Orlando dalla morte, Avenga che a quel colpo il paladino Del morir corse fino in su le porte; Di man gli cadde il bon brando acciarino, Ma la catena al braccio il tiene forte: Fuor delle staffe ha i piedi, e ad ogni mano Spesso se piega per cadere al piano.

La gente che de intorno era a guardare, Ed avea de tal colpi assai che dire, Subitamente cominciò a cridare: - Aiuto! aiuto! - e poi prese a fuggire; Perché, avendosi indietro a riguardare, Gran schiere sopra a lor vidder venire, E questo era Gualtier da Monlïone E Bradamante, la figlia de Amone.

Eran costor fuor dello aguaito usciti, Sì come avea commesso Carlo Mano: Ben diece millia cavallieri arditi, Che avuto impaccio quel giorno non hano. Per questo i Saracin son sbigotiti, Ciascuno a più poter spazza quel piano; E ben presto spaciarsi gli bisogna, Sì Bradamante a lor gratta la rogna.

Avanti a gli altri la donzella fiera Più de un'arcata va per la pianura, Tanto robesta e sì superba in ciera Che solo a riguardarla era paura; Là quel stendardo e qua questa bandiera Getta per terra, e de altro non ha cura Che di trovare al campo Rodamonte, Ché del passato se ramenta l'onte,

Quando in Provencia gli occise il destriero E fece di sua gente tal ruina. Ora di vendicarse ha nel pensiero, E di cercarlo mai non se rafina. Sprezando sempre ogni altro cavalliero, Via passa per la gente saracina, Né par pur che di lor se accorga apena, Benché de intorno sempre il brando mena.

Pur Archidante, il conte de Sanguinto, Ed Olivalto, il sir de Cartagena, L'un pose morto a terra, e l'altro vinto, Perché de intorno gli donavan pena; Ad Olivalto nel scudo depinto Una aspra ponta la donzella mena, E spezzò quello usbergo come un vetro; Ben più de un palmo gli passò di dietro.

Questo abandona e mena ad Archidante Ad ambe man, sì come era adirata, E ne la fronte li gionse davante: Per sua ventura se voltò la spata; E lui cadendo a su voltò le piante E rimase stordito ne la strata. La dama non ne cura e in terra il lassa, E ruïnando via tra gli altri passa.

E mena in volta le schiere pagane, Facendo deleguare or quelle or queste; Ove ella corre, il segno vi rimane E fa le strate a tutti manifeste, Che restan piene di piedi e di mane, Di gambe e busti e di braccie e di teste; E la sua gente, che alle spalle mena, È di gran sangue caricata e piena.

Veggendo tal ruina Narbinale, Conte de Algira, quel saracin fiero (Ben che abbia altro mestier, ché fu corsale, Era ancor destro e forte in su il destriero): Costui veggendo il gran dalmaggio e il male Che fea la dama per ogni sentiero, Con una lancia noderuta e grossa A lei se afronta e dàgli alta percossa.

Ma lei de arcion non se crolla nïente, E mena sopra a l'elmo a quel pagano, E calla il brando giù tra dente e dente; Quel cadde morto del destriero al piano. Quando ciò vidde la pagana gente, Ben vi so dir che a folta se ne vano, Chi qua chi là fuggendo a più non posso; Ma sempre e Cristïan lor sono adosso.

Tenne la dama diverso camino, Lasciando a man sinestra gli altri andare, E gionse dove Orlando il paladino Stava for dello arcion per trabuccare. Vero è che Rodamonte il saracino Non lo toccava e stavalo a mirare; La dama ben cognobbe il pagan crudo Al suo cimiero e alle insegne del scudo.

Onde se mosse, e verso lui se afronta. Or se rinova qui l'aspra battaglia E' crudel colpi de taglio e di ponta, Spezzando al guarnimento piastra e maglia; Ma nel presente qua non se raconta, Perché Turpin ritorna alla travaglia Di Brandimarte e sua forte aventura, Sin che il conduca in Francia alla sicura.

Avendo occiso al campo Barigaccio, Come io contai, quel perfido ladrone, Con la sua dama in zoia ed in sollaccio Venìa sopra a Batoldo, il bon ronzone; E caminando gionse ad un palaccio, Che avea verso a un giardino un bel verone, E sopra a quel verone una donzella Vestita de oro, e a maraviglia bella.

Quando ella vidde il cavallier venire, Cignava a lui col viso e con la mano Che in altra parte ne dovesse gire, E che al palazzo passasse lontano; Ora, Segnori, io non vi saprei dire Se Brandimarte intese, o non, certano; Ma cavalcando mai non se ritiene Sin che a la porta del palazzo viene.

Come fu gionto alla porta davante, Dentro mirando vidde una gran piazza Con loggie istorïate tutte quante: Di quadro avea la corte cento brazza. Quasi a mezo di questa era un gigante, Qual non avea né spada né mazza, Né piastra o maglia, od altre arme nïente, Ma per la coda avea preso un serpente.

Il cavallier de ciò ben si conforta, Poi che ha trovata sì strana aventura; Ma in su quel dritto aperta è un'altra porta, Che del giardin mostrava la verdura, E un cavallier, sì come alla sua scorta, Si stava armato ad una sepoltura; La sepoltura è in su la soglia aponto Di questa porta, sì come io vi conto.

Ora il gigante stava in gran travaglia Con quel serpente, come io vi contai, Ma sempre a un modo dura la battaglia: Quel per la coda nol lascia giamai. Benché il serpente, che de oro ha la scaglia, Piegasse a lui la testa volte assai, Mai nol puote azaffare o darli pena, Ché per la coda sempre intorno il mena.

Mentre il gigante quel serpente agira Brandimarte alla porta ebbe veduto, Onde, soffiando di disdegno e de ira, Correndo verso lui ne fo venuto, E detro a sé il dragon per terra tira. Or doni il celo a Brandimarte aiuto, Ché questo è il più stupendo e grande incanto Che abbia la terra e il mondo tutto quanto.

Come è gionto, il gigante alcia il serpente, Con quello a Brandimarte mena adosso. Non ebbe mai tal doglia al suo vivente, Perché quel drago è lunghissimo e grosso; Pur non se sbigotisce de nïente, Ma quel gigante ha del brando percosso Sopra a una spalla, e giù calla nel fianco: Lunga è la piaga un braccio, o poco manco.

Crida il gigante e pur alcia il dragone, E gionse Brandimarte ne la testa, E tramortito lo trasse de arcione, E, il serpente menando, non se arresta; Anci gionse a Batoldo, il bon ronzone, E disteselo a terra con tempesta. Rivene il cavalliero, e in molta fretta È destinato a far la sua vendetta.

Col brando in mano il gran gigante affronta, E se accomanda alla virtù soprana; Ma quel mena del drago a prima gionta, E di novo il distese a terra piana. Già Brandimarte avea tratto una ponta, E passato l'avea più de una spana; Avendo l'uno e l'altro il colpo fatto, Quasi alla terra se ne andarno a un tratto.

Ma quel serpente fece capo umano, Sì come proprio avea prima il gigante, E collo e petto e busto e braccie e mano E insieme l'altre membre tutte quante; E quel gigante venne un drago istrano, Proprio come questo altro era davante, E, sì come era per terra disteso, Fo dal gigante per la coda preso.

E verso Brandimarte torna ancora Menando, come il primo fatto avia; Lui, che levato fu senza dimora, Già di tal cosa non se sbigotia, Anci menando del brando lavora, Dando e cogliendo colpi tuttavia; Tanto animoso e fiero è Brandimarte! Ferito ha già il gigante in quattro parte.

A benché anco esso pisto e percosso era, Tanto il feriva spesso il maledetto; E la battaglia assai fo lunga e fiera; Ma, per venire in ultimo allo effetto, Brandimarte lo agionse de Tranchera, E tutto lo divise insino al petto, Onde se fece drago incontinente, E fo gigante quel che era serpente.

Sì come in prima, per la coda il prese, E verso il cavalliero anco se calla, Tornando pur di novo alle contese; Ma Brandimarte il gionse in una spalla Ed a terra mandò quanto ne prese, Né già per questo il brando se aristalla, Ma giù callando a gran destruzïone Tutto lo fende insin sotto al gallone.

Come davanti se fôr tramutati, Questo è gigante e quello era dragone, E ben sei volte a ciò fôrno incontrati, Crescendo sempre più la questïone. Sei volte Brandimarte gli ha atterrati, Né trova più rimedio quel barone, Onde dolente e con gran disconforto Senza alcun dubbio estima de esser morto.

Pur, come quel che molto era valente, Non avea al tutto ancor l'animo perso, Anci con gran ruina arditamente Mena un gran colpo orribile e diverso, E gionse a mezo il busto del serpente Dietro da l'ale, e tagliollo a traverso. Quando il gigante vide quel ferire, Trasse via il resto e posese a fuggire.

Verso la porta, ove è la sepoltura, Fugge il gigante forte lamentando, Ché di quel che gli avenne avea paura. Il cavallier gli pose in testa il brando, E partil tutto insino alla cintura, Onde lui cadde alla terra tremando; Poi che in tal forma del compagno è privo, Moritte al tutto e non tornò più vivo.

Non era a terra quel gigante apena, Che il campïon che a l'altra porta stava, Ver Brandimarte venne di gran lena, Onde la zuffa qua se cominciava, E de gran colpi l'uno a l'altro mena, Ma sempre Brandimarte lo avanzava; E per conclusïone in uno istante Morto il distese apresso a quel gigante.

E Fiordelisa, quale era seguita Dentro alla loggia il cavallier soprano, Veggendo la battaglia esser finita Dio ne ringrazïava a gionte mano. Or la porta ove entrarno, era sparita, E per vederla se riguarda in vano; Ben per trovarla se affannarno assai, Ma non se vede ove fusse pur mai.

Onde si stanno, e non san che si fare, E solo una speranza li assicura: Che quella dama che gli ebbe a cennare, Gli mostri a trarre a fin questa ventura. Ma, stando quivi in ocio ad aspettare, Cominciarno a mirar la depintura Che avea la loggia istorïata intorno Vaga per oro e per color adorno.

La loggia istorïata è in quattro canti, Ed ha per tutto intorno cavallieri Grandi e robusti a guisa de giganti, E con lor soprainsegne e lor cimieri. Sopra allo arcione e armati tutti quanti Sì nella vista se mostravan fieri, Che ciascadun che intrava de improviso, Facean cambiar per meraviglia il viso.

Chi fu il maestro, non saprebbi io dire, Il quale avea quel muro istorïato De le gran cose che dovean venire, Né so chi a lui l'avesse dimostrato. Il primo era un segnor di molto ardire, Benché ha lo aspetto umano e delicato, Qual per la Santa Chiesa e per suo onore Avea sconfitto Rigo imperatore.

Apresso alla Ada ne' prati Bressani Se vedea la battaglia a gran ruina, E sopra al campo morti li Alemani, E dissipata parte gibillina. L'acquila nera per monti e per piani Era cacciata misera tapina Dal volo e da gli artigli de la bianca, A cui ventura né virtù non manca.

Era il suo nome sopra alla sua testa, Descritto in campo azurro a lettre d'oro; Benché la istoria assai la manifesta, Nomar se debbe di virtù tesoro. Molti altri ivi eran poi de la sua gesta; E de' gran fatti e de le guerre loro Tutta era istorïata quella faccia, Che è da man destra a lato alla gran piaccia.

Ne la seconda vi era un giovanetto, Che natura mostrò ma presto il tolse; Per non lasciar qua giù tanto diletto, Il cel, che ne ebbe invidia, a sé lo volse; Ma ciò che puote avere un om perfetto De ogni bontate, in lui tutto se accolse: Valor, beltate e forza e cortesia, Ardire e senno in sé coniunti avia.

Contra di lui, di là dal Po nel piano, Eran Boemi ed ogni gibillino, Con quel crudel che il nome ha di Romano, Ma da Trivisi il perfido Azolino, Che non se crede che de patre umano, Ma de lo inferno sia quello assassino; Ben chiariva la istoria il suo gran storno, Ché ha dame occise e fanciullini intorno.

Undeci millia Padovani al foco Posti avea insieme il maledetto cane, Che non se odì più dire in alcun loco Tra barbariche gente o italïane; Poi se vedeva là nel muro un poco Con le sue insegne e con bandiere istrane Di Federico imperator secondo, Che la Chiesa de Dio vôl tor del mondo.

Di là le sante chiave, e in sue diffese L'acquila bianca nel campo cilestro, E quivi eran depente le contese E la battaglia di quel passo alpestro; Ed Azolin se vedia là palese, Passato di saetta il piè sinestro E ferito di mazza nella testa, E' soi sconfitti e rotti alla foresta.

E la faccia seconda era finita De la gran loggia con lavor cotale. Ma ne la terza è lunga istoria ordita De una persona sopranaturale, Sì vaga nello aspetto e sì polita, Che non ebbe quel tempo un'altra tale; Tra zigli e rose e fioretti d'aprile Stava coperta la anima gentile.

Essendo in prima etate piccolino, In mezo a fiere istrane era abattuto, E non avea parente né vicino Qual gli porgesse per pietate aiuto. Duo leoni avea in cerco il fanciullino, E un drago, che di novo era venuto; E l'acquila sua stessa e la pantera Travaglia gli donâr più d'altra fiera.

Il drago occise ed acquetò e leoni, E l'acquila cacciò con ardimento; A la pantera sì scurtò li ungioni, Che se ne avede ancor, per quel ch'io sento. Poi se vedea, da conti e da baroni Accompagnato, con le velle al vento Andar cercando con devozïone La Santa Terra ed altre regïone.

Indi se volse e, come avesse l'ale, Tutta la Spagna vidde e lo occeàno; È recevuto in Francia alla reale, Forse come parente e prossimano. Error prese il maestro, e fece male, Ché non dipense come egli era umano, Come era liberale e d'amor pieno; Non vi capia, ché 'l campo venne meno.

La terza istoria in quel modo se spaccia; La quarta somigliava a questo figlio, Che, essendo fanciullin, fortuna il caccia, Vago e dipento e bianco come un ziglio, Di pel rossetto ed acquillino in faccia; Ma lui sol a virtute diè di piglio, E quella ne portò fuor di sua casa; Ogni altra cosa in preda era rimasa.

Là se vedea, cresciuto a poco a poco Di nome, de sapere e di valore, Or con arme turbate ed or da gioco Mostrar palese il generoso core; E quindi apresso poi parea di foco In gran battaglia e trïonfale onore. In diverse regioni e terre tante Sempre e nemici a lui fuggon davante.

Sopra del capo aveva una scrittura Che tutta è de oro, e tale era il tenore: ' Se io vi potessi in questa dipentura Mostrare espressa la virtù del core, Non avria il mondo più bella figura, Né più reale e più degna de onore; A dessignarla non posi io la mano, Però che avanza lo intelletto umano.'

Or Brandimarte ciò stava a mirare, Tanto che quella dama venne giù, La dama che al veron gli ebbe a cennare. Come fo gionta, disse: - Che fai tu, Perdendo il tempo a tal cosa guardare, E non attende a quel che monta più? A te bisogna quel sepolcro aprire, O qua rinchiuso di fame morire.

Ma, poi che quel sepolcro serà aperto, Ben ti bisogna avere il core ardito, Perché altrimenti seresti deserto, E te con noi porresti a mal partito. - Or, bei segnori, io mi credo di certo Che abbiate a male il canto che è finito, Ché non aveti al fine il tutto inteso; Ma a l'altra stanza lo dirò disteso.

Canto ventesimosesto

Il vago amor che a sue dame soprane Portarno al tempo antico e cavallieri, E le battaglie e le venture istrane, E l'armeggiar per giostre e per tornieri, Fa che il suo nome al mondo anco rimane, E ciascadun lo ascolti volentieri; E chi più l'uno, e chi più l'altro onora, Come vivi tra noi fossero ancora.

E qual fia quel che, odendo de Tristano E de sua dama ciò che se ne dice, Che non mova ad amarli il cor umano, Reputando il suo fin dolce e felice, Che, viso a viso essendo e mano a mano E il cor col cor più stretto alla radice, Ne le braccia l'un l'altro a tal conforto Ciascun di lor rimase a un ponto morto?

E Lancilotto e sua regina bella Mostrarno l'un per l'altro un tal valore, Che dove de' soi gesti se favella, Par che de intorno il celo arda de amore. Traggase avanti adunque ogni donzella, Ogni baron che vôl portare onore, Ed oda nel mio canto quel ch'io dico De dame e cavallier del tempo antico.

Ma dove io vi lasciai, voglio seguire, Di Brandimarte e sua forte aventura, Qual quella dama di cui vi ebbi a dire, Avea condotto a quella sepoltura, Dicendo: - Questa converrai aprire, Ma poi non ti bisogna aver paura. Conviente essere ardito in questo caso: A ciò che indi uscirà, darai un baso. -

- Come! Un baso? - rispose il cavalliero. - È questo il tutto? Ora èvvi altro che fare? Non ha lo inferno un demonio sì fiero, Che io non gli ardisca il viso de accostare. Di queste cose non aver pensiero, Che dece volte lo averò a basare, Non che una sola, e sia quello che voglia; Orsù! Che quella pietra indi si toglia. -

Così dicendo prende uno annel d'oro, Che avea il coperchio de la sepoltura, E, riguardando quel gentil lavoro, Vide intagliata al marmo una scrittura, La qual dicea: ' Fortezza, né tesoro, Né la beltate, che sì poco dura, Né senno, né lo ardir può far riparo, Ch'io non sia gionta a questo caso amaro.'

Poi che ebbe Brandimarte questo letto, La sepoltura a forza disserrava, Ed uscinne una serpe insino al petto, La qual forte stridendo zuffelava; Ne gli occhi accesa e d'orribil aspetto, Aprendo il muso gran denti mostrava. Il cavalliero, a tal cosa mirando, Se trasse adietro e pose mano al brando.

Ma quella dama cridava: - Non fare! Non facesti, per Dio, baron giocondo! Ché tutti ci farai pericolare, E caderemo a un tratto in quel profondo. Or quella serpe ti convien baciare, O far pensier de non essere al mondo: Accostar la tua bocca a quella un poco, O morir ti conviene in questo loco. -

- Come? Non vedi che e denti digrigna? - Disse il barone - e tu vôi che io la basi? Ed ha una guardatura sì maligna, Che de la vista io mi spavento quasi. - - Anci - disse la dama - ella t'insigna Come dèi fare; e molti altri rimasi Son per viltate in quella sepoltura: Or via te accosta e non aver paura. -

Il cavallier se accosta, e pur di passo, Ché molto non gli andava volentiera; Chinandosi alla serpe tutto basso, Gli parve tanto terribile e fiera, Che venne in viso morto come un sasso, E disse: - Se fortuna vôl ch'io pèra, Tanto fia un'altra fiata come adesso, Ma dar cagion non voglio per me stesso.

Così certo fossi io del paradiso, Come io son certo, chinandomi un poco, Che quella serpe me trarà nel viso, O pigliarami a' denti in altro loco. Egli è proprio così come io diviso! Altri che me fia gionto a questo gioco, E dàmmi quella falsa tal conforto Per vendicare il suo baron che è morto. -

Dicendo questo indietro se retira, E destinato è più non se accostare. Or ben forte la dama se martira, E dice: - Ahi vil baron! che credi fare? Tanta tristezza entro il tuo cor se agira, Che in grave stento te farà mancare. Del suo scampo lo aviso, e non mi crede! Così fa ciascadun che ha poca fede. -

Or Brandimarte per queste parole Pur tornò ancora a quella sepoltura, Benché è pallido in faccia, come suole, E vergognosse de la sua paura. L'un pensier gli disdice, e l'altro vôle, Quello il spaventa, e questo lo assicura; Infin tra l'animoso e il disperato A lei se accosta, e un baso gli ebbe dato.

Sì come l'ebbe alla bocca baciata, Proprio gli parve de toccare un giaccio; La serpe, a poco a poco tramutata, Divenne una donzella in breve spaccio. Questa era Febosilla, quella fata Che edificato avea l'alto palaccio E il bel giardino e quella sepoltura Ove un gran tempo è stata in pena dura.

Perché una fata non può morir mai, Sin che non gionge il giorno del iudicio, Ma ben nella sua forma dura assai, Mille anni, o più, sì come io aggio indicio Poi (sì come di questa io ve contai, Qual fabricata avea il bello edificio) In serpe si tramuta e stavi tanto Che di basarla alcun se doni il vanto.

Questa, tornata in forma de donzella, Tutta de bianco se mostra vestita, Coi capei d'oro, a meraviglia bella: Gli occhi avea neri e faccia colorita. Con Brandimarte più cose favella, E proferendo a dimandar lo invita Quel che ella possa de incantazïone, De affatar l'arme o vero il suo ronzone.

E molto il prega che quell'altra dama Che quivi era presente tuttavia, Qual Doristella per nome se chiama, Voglia condur su il mar de la Soria, Perché il suo vecchio patre altro non brama, Che più filiol né figlia non avia. Re de la Liza è quel gran barbasoro, Ricco de stato e de arme e de tesoro.

Brandimarte accettò la prima offerta De aver l'arme e il destrier con fatasone, Poi Doristella, sì come ella merta, Condurre al patre con salvazïone. La porta del palagio ora era aperta, Batoldo avanti a quello era, il ronzone: Quando del drago il gigante il percosse, Cadde alla terra, e più mai non se mosse.

E morto là serìa veracemente, Se Febosilla, quella bella fata, Soccorso non l'avesse incontinente Con succi de erbe ed acqua lavorata. Poscia l'usbergo e la maglia lucente Ed ogni piastra ancora ebbe incantata. Da poi ch'ebbe fornita ogni dimanda, Da lei se parte e a Dio la ricomanda.

In mezo alle due dame il cavalliero Via tacito cavalca e non favella, Però che forse aveva altro pensiero; Onde, ridendo alquanto, Doristella Disse: - Io me avedo ben che egli è mestiero Che io sia colei che con qualche novella Faccia trovar lo albergo più vicino, Perché parlando se ascurta il camino.

E più ancor tanto volentier lo faccio, Che io vi dimostrarò per qual maniera Fosse condotta dentro a quel palaccio, Ove son stata un tempo pregioniera; Ed a voi credo che serà solaccio, Ed odireti molto volentiera Come a un zeloso mai scrimir non vale, E ben gli sta, ché è degno d'ogni male.

Due figlie ebbe mio patre Dolistone. La prima, essendo ancora fanciullina, Fu rapita per forza da un ladrone, Nel litto de la Liza alla marina. Per sposa era promessa ad un barone, Filiol del re d'Armenia, la tapina, Né novella di lei se seppe mai, Benché cercata sia nel mondo assai. -

Or Fiordelisa, interrompendo il dire, Il nome de la matre adimandava: Ma Brandimarte, che ha voglia de odire, Un poco sorridendo se voltava, - Per Dio! - dicendo - lasciala seguire, Ché voglia ho de ascoltar, se non ti grava. - E Fiordelisa, che lo amava assai, Queta si stette e non parlò più mai.

E Doristella segue: - Il damigello Nel quale era promessa mia germana, Dapoi crescette, fatto molto bello; Né sendo una sua terra assai lontana Ove stava il mio patre ad un castello, Spesso veniva la persona umana A visitarlo, sì come parente, Ben che non sia per quello inconveniente.

Andando e ritornando a tutte l'ore Di quanto dimorammo in quel paese, Mi piacque sì, ch'io fui presa d'amore, Veggendol sì ligiadro e sì cortese. Lui de altra parte ancor me avea nel core; Forse perché io l'amava se raccese, Ché quello è ben di ferro ed ostinato Il qual non ama essendo ponto amato.