Part 42
Non se mostrò già il re di questo lieto, Anzi turbato cominciava a dire: - Chi fu colui che contra al mio deveto Villanamente ardito ha di ferire? - A tal parlar ciascun si stava queto, Né alcuno ardiva ponto de cetire; Veggendo il re che in tal modo minaccia, Tutti guardavan l'uno l'altro in faccia.
E come far se suole in cotal caso, Mirando ognuno or quella cosa or questa, Fu visto il sangue il quale era rimaso Ne l'arme de Brunello e sopravesta. Per questo fu cridato: - Ecco il malvaso Che occise Bardulasto alla foresta! - Né avendo ciò Brunello apena inteso, Da quei de intorno subito fu preso.
Esso cianzava, e ben gli fa mestiero, E sol la lingua gli può dare aiuto, Dicendo a ponto sì come Rugiero Con quelle arme nel campo era venuto; Ma sì rado era usato a dire il vero, Che nel presente non gli era creduto. Ciascun cridando intorno a quella banda, Sopra alle forche al re l'aricomanda.
Onde esso, che se trova in mal pensero, Del re e de gli altri se doleva forte, Narrando come era ito messaggero Per quello annello a risco de la morte. Gli altri ridendo il chiamano grossero, Poi che servigi ramentava in corte; Però che ogni servire in cortesano La sera è grato e la matina è vano.
Proprio è bene un om dal tempo antico Chi racordando va quel ch'è passato; Ché sempre la risposta è: "Bello amico, Stu m'hai servito, ed io te ho ben trattato"; E per questo Brunel, come io vi dico, Era da tutti intorno caleffato, E ciascadun di lui dice più male, Come intraviene a l'om che troppo sale.
Ora fu comandato al re Grifaldo Ch'incontinente lo faccia impiccare; Onde esso, che a tal cosa era ben caldo, Diceva: - S'altri non potrò trovare, Con le mie mani lo farò di saldo. - E prestamente lo fece menare Di là dal bosco, a quel sasso davante Ove Rugier si stava ed Atalante.
Il giovanetto, che il vide venire, Ben prestamente l'ebbe cognosciuto; Lui non era di quelli, a non mentire, Che scordasse il servigio recevuto, Dicendo: - Ancor ch'io dovessi morire, In ogni modo io gli vo' dare aiuto. Costui mi prestò l'arme e il bon ronzone: Non lo aiutando, ben serìa fellone. -
Ed Atalante ben cridava assai Per distorlo da ciò che avea pensato, Dicendo: - Ahimè, filiol, dove ne vai? Or non cognosci che sei disarmato? Se ben giongi tra loro, e che farai? Lor pur lo impicaranno a tuo mal grato. Tu non hai lancia né brando né scudo: Credi tu aver vittoria, essendo ignudo? -
Il giovanetto a ciò non attendia, Ma via correndo fu gionto nel piano, E, perché alcun sospetto non avia, Tolse una lancia a un cavallier di mano. Avea Grifaldo molti in compagnia, Ma non gli stima il giovane soprano, L'uno occidendo e l'altro trabuccando; E da quei morti tolse un scudo e un brando.
Come ebbe il brando in mano, ora pensati Se egli mena da ballo il giovanetto; Non fôrno altri giamai sì dissipati: Chi fesso ha il capo, e chi le spalle e il petto. Grifaldo e' duo compagni eran campati, Ma treman come foglia, vi prometto, Veggendo far tal colpi al damigello, Il qual ben presto desligò Brunello.
Ora Grifaldo ritornò piangendo Al re Agramante e non sapea che dire, Ma per vergogna, sì come io comprendo, Non se curava ponto de morire. Ma maravigliosse il re questo intendendo Ed in persona volse al campo gire, Ché a lui par cosa troppo istrana e nova Avendo fatto un giovane tal prova.
Ma quando vidde e colpi smisurati, Per meraviglia se sbigotì quasi, Perché tutti in duo pezzi eran tagliati Quei cavallier che al campo eran rimasi; Poi sorridendo disse: - Ora restati Ne la malora qua, giotton malvasi, Ché, se Macon me aiuti, io do nïente De aver perduta così fatta gente. -
Come Brunello ha visto il re Agramante, In ogni modo via volea scampare; Ma Rugier l'avea preso in quello istante, Dicendo: - Converrai mia voglia fare, Ch'io vo' condurti a quel segnore avante. E ad esso e agli altri aperto dimostrare, Che fan contra a ragione e loro avisi, Perché io fui quel che Bardulasto occisi. -
E, questo ditto, se ne venne al re Pur con Brunello, e fosse ingenocchiato - Segnor, - dicendo - io non so già perché Fosse costui alla forca mandato; Ma ben vi dico che sopra di me La colpa toglio e tutto quel peccato, Se peccato se appella alla contesa Occidere il nemico in sua diffesa.
Da Bardulasto fui prima ferito A tradimento, ché io non mi guardava, Ed essendo da poscia lui fuggito, Io qua lo occisi, e ben lo meritava; E se egli è quivi alcun cotanto ardito (Eccetto il re, o se altri lui ne cava) Qual voglia ciò con l'arme sostenere, Io vo' provar ch'io feci il mio dovere. -
Parlando in tal maniera il damigello, Ciascun lo riguardava con stupore, Dicendo l'uno a l'altro: - È costui quello, Che acquistar debbe al mondo tale onore? E veramente ad un cotanto bello Convien meritamente alto valore, Perché lo ardir, la forza e gentilezza Più grata è assai ne l'om che ha tal bellezza. -
Ma sopra a gli altri re Agramante il fiero Di riguardarlo in viso non se sacia, Fra sé dicendo: "Questo è pur Rugiero!" E di ciò tutto il celo assai ringracia. Or più parole qua non è mestiero; Subitamente lo bacia ed abracia. Di Bardulasto non se prende affanno: Se quello è morto, lui se n'abbi il danno.
Il giovanetto, di valore acceso, Di novo incominciò con voce pia - Parmi - dicendo - aver più volte inteso Che il primo officio di cavalleria Sia la ragione e il dritto aver diffeso: Onde, avendo io ciò fatto tuttavia, Ché di campar costui presi pensiero, Famme, segnor, ti prego, cavalliero.
E l'arme e il suo destrier me sian donate, Ché altra volta da lui me fu promesso, Ed anco l'ho dapoi ben meritate, Ché per camparlo a risco mi son messo. - Disse Agramante: - Egli è la veritate, E così sarà fatto adesso adesso. - Prendendo da Brunel l'arme e 'l destriero, Con molta festa il fece cavalliero.
Era Atalante a quel fatto presente, E ciò veggendo prese a lacrimare, Dicendo: - O re Agramante, poni mente, E de ascoltarmi non te desdignare; Perché di certo al tempo che è presente Quel che esser debbe voglio indovinare; Non mente il celo, e mai non ha mentito, Né mancarà di quanto io dico, un dito.
Tu vôi condurre il giovane soprano Di là dal mare ad ogni modo in Francia; Per lui serà sconfitto Carlo Mano, E cresceratti orgoglio e gran baldancia; Ma il giovanetto fia poi cristïano. Ahi traditrice casa di Magancia! Ben te sostiene il celo in terra a torto; Al fin serà Rugier poi per te morto.
Or fusse questo lo ultimo dolore! Ma restarà la sua genologia Tra Cristïani, e fia de tanto onore, Quanto alcun'altra che oggi al mondo sia. Da quella fia servato ogni valore, Ogni bontate ed ogni cortesia, Amore e legiadria e stato giocondo, Tra quella gente fiorita nel mondo.
Io vedo di Sansogna uno Ugo Alberto, Che giù discende al campo paduano, De arme e di senno e de ogni gloria esperto, Largo, gentile e sopramodo umano. Odeti, Italïani, io ve ne acerto: Costui, che vien con quel stendardo in mano, Porta con seco ogni vostra salute; Per lui fia piena Italia di virtute.
Vedo Azzo primo e il terzo Aldrovandino, Né vi so iudicar qual sia maggiore, Ché l'uno ha morto il perfido Anzolino, E l'altro ha rotto Enrico imperatore. Ecco uno altro Ranaldo paladino: Non dico quel di mo, dico il segnore Di Vicenzia e Trivisi e di Verona, Che a Federico abatte la corona.
Natura mostra fuor il suo tesoro: Ecco il marchese a cui virtù non manca. Mondo beato e felici coloro Che seran vivi a quella età sì franca! Al tempo di costui gli zigli d'oro Seran congionti a quella acquila bianca Che sta nel celo, e seran sue confine Il fior de Italia a due belle marine.
E se l'altro filiol de Amfitrïone, Qual là si mostra in abito ducale, Avesse a prender stato opinïone, Come egli ha a seguir bene e fuggir male, Tutti li occei, non dico le persone, Per obedirlo avriano aperte l'ale. Ma che voglio io guardar più oltra avante? Tu la Africa destruggi, o re Agramante,
Poi che oltra mar tu porti la semente De ogni virtù che nosco dimorava; De qui nascerà il fior de l'altra gente, E quel, qual sopra a tutto il cor mi grava, Che esser conviene, e non serà altramente! - Così piangendo il vecchio ragionava; Il re Agramante al suo dir bene attende, Ma di tal cosa poco o nulla intende.
Anci rispose, come ebbe finito, Quasi ridendo: - Io credo che lo amore, Il qual tu porti a quel viso fiorito, Te faccia indovinar sol per dolore. Ma a questa cosa pigliarem partito, Ché tu potrai venir con seco ancore, Anci verrai: or lascia questo pianto. - Addio, segnor, ché qua finito è il canto.
Canto ventesimosecondo
Se a quei che trïonfarno il mondo in gloria, Come Alessandro e Cesare romano, Che l'uno e l'altro corse con vittoria Dal mar di mezo a l'ultimo oceàno, Non avesse soccorso la memoria, Serìa fiorito il suo valore invano; Lo ardire e senno e le inclite virtute Serian tolte dal tempo e al fin venute.
Fama, seguace de gli imperatori, Ninfa, che e gesti e' dolci versi canti, Che dopo morte ancor gli uomini onori E fai coloro eterni che tu vanti, Ove sei giunta? A dir gli antichi amori Ed a narrar battaglie de' giganti, Mercè del mondo che al tuo tempo è tale, Che più di fama o di virtù non cale.
Lascia a Parnaso quella verde pianta, Ché de salirvi ormai perso è il camino, E meco al basso questa istoria canta Del re Agramante, il forte saracino, Qual per suo orgoglio e suo valor si vanta Pigliar re Carlo ed ogni paladino. D'arme ha già il mare e la terra coperta: Trentaduo re son dentro da Biserta.
E poi che ritrovato è quel Rugiero, Qual di franchezza e di beltate è il fiore, L'un più che l'altro a quel passaggio è fiero: Non fu veduto mai tanto furore. Or ben se guardi Carlo lo imperiero, Ché adosso se gli scarca un gran romore; Contar vi voglio il nome e la possanza Di ciascadun che vôl passar in Franza.
Venuto è il primo insin de Libicana, Re Dudrinaso, che è quasi un gigante: Tutta senz'arme è sua gente villana, Ricciuta e negra dal capo alle piante; Ma lui cavalca sopra ad una alfana, Armato bene è di dietro e davante, E porta al paramento e sopra al scudo In campo rosso un fanciulletto nudo.
E Sorridano è gionto per secondo, Qual signoreggia tutta la Esperia; Cotanto è in là, che quasi è fuor del mondo, Ed è pur negra ancor la sua zinia. Rossi ambi gli occhi e il viso furibondo Costui che io dico e i labri grossi avia; Sotto ha una alfana, sì come il primiero. Or viene il terzo, che è spietato e fiero:
Tanfirïone, il re de l'Almasilla, Anci nomar si può re del diserto, Ché non ha quel paese o casa o villa, Ma tutta sta la gente al discoperto. Chi me donasse l'arte de Sibilla, Indovinando io non sarrìa di certo Della sua gente scegliere il megliore, Ché senza ardir son tutti e senza core.
Non vi meravigliati poi se Orlando Caccia costor tal fiata alla disciolta, E se cotanti ne taglia col brando, Ché nuda è quasi questa gente istolta; E sempre è bon cacciare alora quando Fugge la torma e mai non se rivolta. Ma dal proposto mio troppo mi parto: Dett'ho del terzo, odeti per il quarto,
Ch'è Manilardo, il re de la Norizia, La qual di là da Setta è mille miglia; De pecore e di capre ha gran divizia, E la sua gente a ciò se rassomiglia. Non han moneta e non hanno avarizia De oro e de argento; e non è maraviglia, Che tra noi anco il bove né il montone Ciò non desia, perché è senza ragione.
Il re di Bolga, il quinto, è Mirabaldo, Che è longi al mare ed abita fra terra. Grande è il paese, tutto ardente e caldo, Sempre sua gente con le serpe han guerra. Il giorno va ciascun sicuro e baldo, La notte ne le tane poi si serra; D'erba se pasce, e non so che altro guste: Scrive Turpin che vive de locuste.
Re Folvo è il sesto, il qual venne di Fersa: Non trovo gente di questa peggiore; Come il sol se alcia al mezo giorno, è persa, Biastemando chi 'l fece e 'l suo splendore. La feccia qua del mondo se roversa, Per dar travaglia a Carlo imperadore. Or vengano pur via, gente balorda, Che ogni cristian ne avrà cento per corda.
E se nulla vi manca, per aiuto Già Pulïano, il re di Nasamona, Con gente di sua terra è qua venuto. Non trovaresti armata una persona; Chi porta mazza e chi bastone acuto, Trombe ni corni a sua guerra si suona; Avengaché il suo re sia bene armato, Di molto ardire e gran forza dotato.
Il re de le Alvaracchie è Prusïone, Che le Isole Felice son chiamate, E tra gli antiqui ne è larga tenzone, E ne le istorie molto nominate. Ma lui condusse alla terra persone Ignude quasi, non che disarmate; Ciascun portava in mano un tronco grosso, E sol di pelle avean coperto il dosso.
Venne Agrigalte, il re de la Amonia, Qual ha il suo regno in mezo de la arena. Una gran gente detro a lui seguia, Ma tutta quanta de pedocchi è piena. Apresso di questo altro ne vien via Re Martasino, e la sua gente mena, Qual più de altre de arme non se vanta: Il giovanetto è re di Garamanta.
Perché, dopo che morto fu il vecchione, Quale era negromante e incantatore, Il re concesse questa regïone A Martasino, a cui portava amore. Apresso a questo venne Dorilone; Aveva pur costui gente megliore, Ché è re di Septa ed ha porto su il mare; La gente sua selvatica non pare.
Vennevi ancora Argosto di Marmonda, Che stimato è guerrer molto soprano. Il suo paese di gran pesci abonda, Perché è disteso sopra allo oceàno, Tornando dietro al mare, alla seconda. Bambirago d'Arzila, a destra mano. La gente di costor è de una scorza Nera, come è il carbon quando se smorza.
Ma tra' Getuli avea perso Grifaldo, Che, via passando, non me venne a mente. Lontano è al mare il suo paese caldo, Populo ignudo, tristo e da nïente. Bardulasto era morto, quel ribaldo, Ma novo re fu posto alla sua gente, La qual condotta venne da Alghezera; Questa tra l'altre è ben gagliarda e fiera.
Vero è che non han ferro in sua provenza, Ma tutti portano ossa de dragoni Tagliente e acute, e non vedresti un senza; Per elmi in capo han teste de leoni, Sì che a mirarli è strana appariscenza. In Francia periran questi poltroni; Tutti han scoperte le gambe e le braccia; Un sol non vi è, che assembri uno omo in faccia.
Bucifaro il suo re fu nominato, Qual di prodezza è tra' baroni il terzo. Il re di Normandia gli viene a lato, Forte ed ardito, e nome ha Baliverzo; Ma il popol che ha condotto è sciagurato, Qual sordo, quale è zoppo e quale è guerzo: Gente non fu giamai cotanto istrana; Poi vien Brunello, il re de Tingitana.
Più sozza fronte mai non fie' natura, E ben li ha posti del mondo in confino, Ché a l'altra gente potria far paura, Che se scontrasse avante al matutino. Né già il suo re gli avanza di figura, Negretto come loro e piccolino; Più volte vi narrai come era fatto, Però lo lascio e più de lui non tratto.
E torno ver ponente alla marina, Ove è il paese più domesticato, Benché la gente è negra e piccolina, Né trovaresti tra mille uno armato. Di là vien Farurante di Maurina; Feroce è lui, ma male accompagnato. Ora nel nostro mar mi volto adesso: Il re di Tremison gli viene apresso
(Alzirdo ha nome, e la sua schiera è armata Di lancie e scudi, e de archi e de saette), E Marbalusto, la anima dannata, Che seco ha tante gente maledette, E per menarle meglio alla spiegata La Francia tutta in preda gli promette, Onde quei pacci volentier vi vano; Costui de cui ragiono, è re d'Orano.
Un altro, che al suo regno gli confina, Venne con gente armata con vantaggio: Ciò fu Gualciotto di Bellamarina, Forte ne l'armi e di consiglio saggio. Poi Pinadoro, il re di Costantina; Questo dal mare è longi in quel vïaggio: Quando già fece con gli Arabi guerra, Fie' Costantino al monte quella terra.
Non par, segnor, che io ne abbia detto assai Che lasso son cercando ogni confino? E parmi ben ch'io non finirò mai; Pur mo se me apresenta il re Sobrino, Che è re di Garbo, come io vi contai. Non è di lui più savio saracino; Tardocco, re di Alzerbe, venne apresso. Tre vi ne sono ancora, io ve 'l confesso.
Quel Rodamonte che è passato in Francia, È re di Sarza, ed è tanto gagliardo, Che non è pare al mondo di possancia. Ora vi venne ancora il re Branzardo Con belle gente armate a scudo e lancia; Re di Bugia se appella quel vecchiardo. Lo ultimo venne, perch'è più lontano, Mulabuferso, che è re di Fizano.
Era già prima in corte Dardinello, Nato di sangue e di casa reale, Che fu figlio de Almonte il damigello, Destro ne l'arme, come avesse l'ale, Molto cortese, costumato e bello, Né se potrebbe apponervi alcun male. Il re Agramante, che gli porta amore, Re de Azumara l'ha fatto e segnore.
Io credo ben che serà notte bruna Prima che tutti possa nominare, Perché giamai non fu sotto la luna Tal gente insieme, per terra o per mare. Re Cardorano a gli altri anco se aduna: Chi gli potrebbe tutti ramentare? E vien con seco il nero Balifronte: Quasi il lor regno è fuor de l'orizonte.
Il primo ha in Cosca la sua regïone, Mulga se appella poi l'altro paese. Africa tutta e le sue nazïone Intorno de Biserta son distese, Varii di lingue e strani di fazone, Diversi de le veste e de lo arnese; Né se numerarebbe a minor pena Le stelle in celo o nel litto l'arena.
Fece Agramante e re tutti alloggiare Dentro a Biserta, che è di zoie piena; Là con baldanza stanno ad armeggiare Con balli e canti e con festa serena; Altro che trombe non se ode suonare, L'un più che l'altro gran tempesta mena; Chi a destrier corre, e chi l'arme si prova, Cresce nel campo ognior più gente nova.
Da Tripoli e Bernica e Tolometta Vien copia de pedoni e cavallieri; Questa è ben tutta quanta gente eletta Con arme luminose e bon destrieri. Quivi il re di Canara anco se aspetta, Ma già non son cotali e suoi guerrieri, Ché alle lor lancie non bisogna lima; Corne di capre gli han per ferri in cima.
Era il suo re nomato Bardarico, Terribil di persona e bene armato; Or quando fu giamai nel tempo antico Per tale impresa un popolo adunato, Tanto diverso quanto è quel che io dico, La terra e il mar coperto in ogni lato? Oh quanto era superbo il re Agramante, Che a suo comando avea gente cotante!
Benché gli Arabi e il suo re Gordanetto Ad obedirlo ancor non sian ben pratichi; Questi non hanno né casa né tetto, Ma ne le selve stan come selvatichi; Ragione e legge fanno a suo diletto, Né son tra loro astrologi o gramatichi. Non è de questi alcun paese certo, Robbano ogniuno e fuggono al diserto.
E chi volesse dietro a lor seguire, Serìa perdere il tempo con affanno; Essi de frutti se sanno nutrire E vivere al scoperto senza panno; Però fan gli altri di fame morire, Né se acquista a seguirli se non danno; Onde Agramante per questa paura De subiugarli mai non prese cura.
E standosi in Biserta a sollacciare, Come io vi dissi, con molto conforto, Un messo li aportò come nel mare Son più nave apparite sopra al porto, Le qual già Rodamonte ebbe a menare, Ma de lui non se sa se è vivo o morto; E che seco avean loro un gran pregione, Che è cristiano ed ha nome Dudone.
Il re turbato incominciò gran pianto, Stimando che sia morto Rodamonte; Ma io il vo' piangendo abandonare alquanto, Per tornare a que' duo che a fronte a fronte De ardire e de fortezza se dàn vanto. Forse stimati che io parli del conte, Qual con Ranaldo a guerra era venuto; Ma io dico Rodamonte e Ferraguto,
Che non ha tutto il mondo duo pagani Di cotal forza e tanta vigoria. Crudel battaglia quei baron soprani Menata han sempre e menan tuttavia. De arme spezzate avean coperti i piani, Né alcun de lor sa già chi l'altro sia; Ma ciascun giuraria senza riguardo Non aver mai trovato un più gagliardo.
De l'altro è Feraguto assai minore, Ma non gli lasciaria del campo un dito, Ché a lui non cede ponto di valore, Perché ogni piccoletto è sempre ardito; Ed èvi la ragion, però che il core Più presso a l'altre membra è meglio unito; Ma ben vorebbe aver la pelle grossa Il cane ardito, quando non ha possa.
Durando anco tra lor lo assalto fiero, Per l'aspri colpi orribile a guardare, Passava per quel campo un messaggiero, Qual, fermo un poco, gli prese a parlare: - Se alcun di voi de corte è cavalliero, Male novelle vi sazo contare, Ché 'l re Marsilio, il perfido pagano, Posto ha lo assedio intorno a Montealbano.
E dissipato in campo ha il duca Amone, E con soi figli l'ha dentro cacciato, Seco Anzoliero e il suo parente Ivone: Alardo è preso, e non so se è campato; E quel paese è in gran destruzïone, Ché tutto intorno l'hanno arso e robbato. Questo vidi io, che son de là venuto Per dimandare a Carlo Mano aiuto. -
Non fece alcuna indugia quel corriero, Che dopo le parole è caminato. Assai turbosse Feraguto il fiero, Poi che a quel fatto non se era trovato; E stato essendo alquanto in tal pensiero Da Rodamonte al fin fu domandato Se di tal guerra avea ponto che fare, Ché non vi avendo, è da lasciarla andare.
E Feraguto a ponto gli contava Come era il re Marsilio suo cïano, E poi cortesemente lo pregava Che seco voglia pace a mano a mano; Né mai più de impicciarsi gli giurava Per la figliola del re Stordilano. Non lasciò già per tema cotal prova, Ma sol per gire a quella guerra nova.
Re Rodamonte, che l'avea provato Di tal franchezza e di tanto ardimento, Assai nel suo parlar l'ebbe onorato, Facendo il suo volere a compimento; E poi se furno l'un l'altro abracciato, E fratellanza ferno in giuramento, Con sì grande amistate e tanto amore Che tra duo altri mai non fu maggiore.
E destinati non se abandonare L'un l'altro mai sin che in vita serano, Insieme cominciarno a caminare, Per ritrovarse entrambi a Montealbano; E, via passando senza altro pensare, Scontrarno Malagise e Vivïano: Venian que' duo fratei, de' qual vi parlo, Per impetrar soccorso dal re Carlo
Per Montealbano, il quale è assedïato, Come di sopra potesti sentire. Or Malagise se trasse da lato, Come e due cavallier vidde venire, Dicendo a Vivïan: - Per Dio beato! Chi sian costoro io vo' saperti dire -; Ed intrato lì presso in un boschetto, Fece il suo cerchio ed aperse il libretto.
Come il libro fu aperto, più né meno, Ben fu servito di quel che avea voglia, Ché fu a demonii il bosco tutto pieno: Più de ducento ne è per ogni foglia. E Malagise, che gli tiene a freno, Comanda a ciascadun che via se toglia, Largo aspettando insin che altro comanda; Poi di costoro a Scarapin dimanda.
Era un demonio questo Scarapino, Che dello inferno è proprio la tristizia: Minuto il giottarello e piccolino, Ma bene è grosso e grande di malizia; Alla taverna, dove è miglior vino, O del gioco e bagascie la divizia, Nel fumo dello arosto fa dimora, E qua tentando ciascadun lavora.
Costui, da Malagise adimandato, Gli disse il nome e lo esser de' baroni; Là dove il negromante ebbe pensato Pigliarli entrambi ed averli pregioni. Tutti e demonii richiamò nel prato In forma de guerreri e de ronzoni, Mostrando in vista più de mille schiere, Con cimeri alti e lancie e con bandiere.
Lui da una parte, da l'altra Viviano Uscirno di quel bosco a gran furore. Diceva Feraguto: - Odi, germano, Ch'io non sentitte mai tanto rumore! Questo è veramente Carlo Mano. Or bisogna mostrar nostro valore; Abench'io voglia te sempre obedire, Per tutto il mondo non voria fuggire. -
- Come fuggir? - rispose Rodamonte - Hai tu di me cotale opinïone? Senza te solo io vo' bastare a fronte A tutti e cristïani e al re Carlone, E alle gente di Spagna seco aggionte. Se sopra il campo vi fosse Macone E tutto il paradiso con lo inferno, Non me farian fuggire in sempiterno. -
Mentre che e duo baron stavano in questa, Ragionando tra lor con cotal detti, E Malagise uscì de la foresta, Già non stimando mai che alcun lo aspetti, Però che seco avea cotal tempesta De urli e de cridi da quei maledetti, Che sotto gli tremava il campo duro: Dal lor fiatare è fatto il celo oscuro.
Venìa davanti agli altri Draginazza, Che avea le corne a l'elmo per insegna; Questo di rado a vil gente se abbrazza: Tra gli superbi alle gran corte regna. La lancia ha col pennone e spada e mazza, Ma di portare il scudo se disdegna. Questo si serra adosso a Rodamonte, E con la lancia il gionse ne la fronte.