Part 41
Or cominciano a entrare e cavallieri: Ben vi so dir che ciascuno è forbito, Con ricche sopraveste e con cimieri; Ogniom se mostra nel sembiante ardito, Di qua de là spronando e gran destrieri, Perché il torniero in due schiere è partito: Costanzo de una parte è capitano, De l'altra Norandino il Sorïano.
Gnacare e corni e tamburini e trombe Suonorno a un tratto intorno della piaccia; Trema la terra e par che il cel rimbombe, E che lo abisso e il mondo se disfaccia. Tutte, le dame, a guisa de colombe, Per l'alto crido se smarirno in faccia; Ma i cavallier con furia e con tempesta A tutta briglia urtâr testa per testa.
Né si vedean l'un l'altro e campïoni, Benché ciascuno avesse a l'urto accolto; Ma il fremir delle nare de' ronzoni Avea sì grande il fumo a l'aria involto, E sì la polve alciata in que' sabbioni, Che avea il vedere a tutti avanti tolto, Né se guardava l'ordine o la schiera, Ciascun menando a chi più presso gli era.
Ma poi che il fatto fu atutato un poco E cominciò l'un l'altro a discernire, Apparve in quella piazza il crudo gioco, E colpi dispietati, il gran ferire; Avanti, a mezo, a dietro, in ogni loco, Si vedea gente de gli arcioni uscire; Per tutto è gran travaglia e grave affanno, Ma chi è di sotto è quel che porta il danno.
Orlando per vedere il fatto aperto Non volse ne la folta troppo intrare; Ma quel Morbeco turco, che era esperto In tal mestiero e ben lo sapea fare, Se trasse avante in su un destrier coperto, E sopra gli altri si facea mirare; Qualunche giongie o de urto, o de la spada, Sempre è mestier che al tutto a terra vada.
E già da sei de quei di Norandino Avea posti roverso in su il sabbione, Né ancor s'arresta, ma per quel confino Più furia mena e più destruzïone; Onde turbato quel re saracino A tutta briglia sprona il suo ronzone, E sopra di Morbeco andar si lassa, E di quello urto a terra lo fraccassa.
Dapoi Basaldo, che più presso gli era, Percosse ad ambe mano in su la testa; Né lo diffese piastra ni lamiera, Ché a terra lo mandò con gran tempesta. Tutta a roina pone quella schiera, A lui davante alcun più non s'arresta. Oh quanto è lieta Lucina la dama Vedendo far sì bene a chi tanto ama!
Costanzo il greco, che vede sua gente Sì mal condutta da quel Sorïano, Turbato for di modo nella mente, Gli sprona adosso con la spada in mano. L'uno e l'altro di loro era valente, Onde alcun tratto non andava in vano; Al fin menò Costanzo un colpo fiero E ruppe il monte e il foco del cimiero.
Sino alla croppa lo fece piegare Al colpo smisurato che io vi conto, Ni stette già per questo a indugïare, Ma mena l'altro e in fronte l'ebbe gionto; Ed era Norandin per trabuccare, Se non che Orlando allor se mosse a ponto, E tanto fece, che il trasse de impaccio Sin che il rivenne, e lo sostenne in braccio.
Onde Costanzo per questo adirato Adosso al conte gran colpi menava; Ma lui, come in arcion fosse murato, Di cotal cosa poco se curava. Ma sendo Norandino in sé tornato, Che a sostenirlo più non lo impacciava, Verso Costanzo se rivolse il conte, E lui percosse in mezo della fronte.
Qualunche ha un cotal colpo, non vôl più, Ché bene è paccio chi il secondo aspetta. Ora Costanzo al primo andò pur giù, Di lui rimase la sua sella netta. Diceva ad esso il conte: - Or va là tu, Che menavi a ferirme tanta fretta, Quando io stavo occupato ad altra posta; Or vien adesso e con meco te accosta. -
Lui già non se accostò, ma cadde a terra, Come io vi dico, col capo davante; Ma 'l conte adosso a un altro se disserra, Sì che lo fece al cel voltar le piante. Grifone in altra parte facea guerra Da l'un de' lati, e da l'altro Aquilante; Né se avedean de tal destruzïone, Né de Costanzo che ha tratto de arzone.
Ma il crido della gente che era intorno Voltar fece Grifone in primamente, E combattendo là fece ritorno, Benché sapesse del fatto nïente; E quando lui fu gionto, ebbe gran scorno, Poi che abattuto è il capo di sua gente, Onde adirato il suo destrier sperona; A Norandino adosso se abandona.
Da l'altra parte ancor gionse Aquilante, E quando il suo Costanzo vidde a terra, Turbato fieramente nel sembiante Con ambi e sproni il suo destriero afferra, E riscontrosse col conte de Anglante; E qui se cominciò la orrenda guerra, Benché lui non cognosce il paladino, Perché la insegna avea di Norandino.
Né lui fu cognosciuto anco da Orlando, Ché di Costanzo la insegna portava. Ora, segnori, a voi non ve domando Se ciascun de essi ben se adoperava, Cotal ruina e tal colpi menando Che l'aria per de intorno sibillava, Come la cosa andasse a tutto oltraggio, Né se vi scorge ponto di vantaggio.
Vero è, perché Aquilante era turbato, Mostrò maggior prodezza allo affrontare; Ma poi che l'uno e l'altro è riscaldato, Ben vi so dir che assai vi fu che fare, Di qua di là menando ad ogni lato, Che par che il mondo debba ruïnare, Con dritti e con roversi aspri e robesti; E pur gli ultimi colpi alfin fur questi.
Gionse Aquilante a Orlando nella fronte, Sopra la croppa lo mandò roverso; Ma ben rispose a quella posta il conte, E lui ferì de un colpo sì diverso, Che sua baldanza e quelle forze pronte E l'animo e l'ardir tutto ebbe perso; Di qua di là piegando ad ogni mano, Le gambe aperse per cadere al piano.
E certamente ben serìa caduto, Ché più non se reggea che un fanciullino, Se non che Grifon gionse a darli aiuto, Il quale avea lasciato Norandino. Lasciato l'avea quasi per perduto, Ché ormai non potea più quel saracino; Ma per donare aiuto al suo germano Lasciò Grifone andar quel sorïano.
E de giongere al conte se procura Spronando a tutta briglia il suo ronzone. Or qui si fece la battaglia dura Più ch'altra mai de Orlando e de Grifone, Qual durò sempre insino a notte oscura, Né se potea partir la questïone, Sin che gli araldi con trombe d'intorno Bandirno il campo insino a l'altro giorno.
Ciascun tornò la sera a sua masone, E de' fatti del giorno si favella. Ora a Costanzo parlava Grifone Dicendo: - Io so contarti una novella, Che là su tra le dame, a quel verone, Veder mi parve Angelica la bella; E se ella è quella, io te dico di certo Che Orlando è quel che quasi te ha deserto.
Ed anco io l'ho compreso a quel ferire, Che cresce nella fine a maggior lena, E però ti consiglio a dipartire, Prima che ne abbi più tormento e pena; Omo non è che possa sostenire A la battaglia e colpi che lui mena; Onde lasciar la impresa ce bisogna, Non ne volendo il danno e la vergogna. -
Diceva a lui Costanzo: - Or datti il core, S'io faccio che colui ne vada via, Poi de acquistare a nostra parte onore E in campo mantenir l'insegna mia? - Grifon rispose a lui, che per suo amore Quel che potesse far, tutto faria; E che egli aveva fermamente ardire Contra ad ogni altro il campo mantenire.
Il Greco, che era di malizia pieno (Come son tutti de arte e di natura), Quando la luce al giorno venne meno, Uscì de casa per la notte scura, E via soletto sopra a un palafreno Ove era Orlando di trovar procura, E trovato che l'ebbe, queto queto Lo trasse in parte e a lui parlò secreto;
E dimostrògli che il re Tibïano Secretamente facea gente armare, Perché era gionto un messaggio di Gano, Il qual cercava Orlando far pigliare; Però, se egli era desso, a mano a mano Vedesse quel paese disgombrare; E perciò a ritrovarlo era venuto, Per palesarli questo e dargli aiuto;
E ch'egli aveva una sua fusta armata Nascosta ad una spiaggia indi vicina, Qual via lo portarebbe alla spiegata In Franza a qualche terra di marina. Fu questa cosa sì ben colorata Dal Greco, che sapea cotal dottrina, Che il conte a ponto ogni cosa li crede, Ringraziandolo assai con pura fede.
E, fatta presto Angelica svegliare, Con essa alla marina se ne gìa, Ove Costanzo il volse accompagnare, E là il condusse ove la fusta avia. Facendosi il parone a dimandare, Gli impose che il baron portasse via Ove più gli piacesse al suo talento; E lor ne andarno avendo in poppa il vento.
Quel che si fusse poi di Norandino Né di Costanzo, non saprebbi io dire, Perché di lor non parla più Turpino; Ma ben del conte vi saprò seguire, Il qual sopra alla fusta al suo camino, Fu per fortuna a risco di morire, E stette sette giorni a l'aria bruna, Che mai non vidde il sole, e men la luna.
E questo sopportò con pazïenza, Poscia che altra diffesa non può fare; Ma poi che ebbe di terra cognoscenza, Ed avendo in fastidio tutto il mare, Posar se fece al lito de Provenza, Ché de esser fuora mille anni gli pare, Per trovarsi a Parigi a mano a mano, E dar di sua amistate al conte Gano.
Ché ben l'avria trattato, vi prometto, Come dovea trattarlo il can fellone, Ma non piacque al demonio maledetto, Che lo avea tolto in sua protezïone; Al manco male il facea stare in letto Cinque o sei mesi rotto dal bastone; Ma Lucifer che lo ha preso a guardare, Al conte Orlando dette altro che fare.
Però che cavalcando il paladino, Come fortuna o sua ventura il mena, Arivò un giorno al Fonte di Merlino, Che è posto in mezo del bosco di Ardena. Del Fonte vi ho già detto il suo destino, Sì che a ridirlo non torrò più pena, Se non che quel Merlin, qual fu lo autore, Lo fece al tutto per cacciar l'amore.
Essendo gionti qua quella giornata, Come io vi dico, Orlando e la donzella, Essa, che più del conte era affannata, Smontò il suo palafren giù della sella; E poi, bevendo quell'acqua fatata, Sua mente in altra voglia rinovella, E, dove prima ardea tutta de amore, Ora ad amar non può dricciare il core.
Or se amenta lo orgoglio e la durezza, Qual gli ha Ranaldo sì gran tempo usata, Né gli par tanta più quella bellezza Che soprana da lei fu già stimata; Ed ove il suo valore e gentilezza Lodar suoleva essendo inamorata, Ora al presente il sir de Montealbano Fellone estima sopra a ogni villano.
Ma, parendo già tempo de partire, Però che era passato alquanto il caldo, Volendo aponto della selva uscire, Viddero un cavalliero ardito e baldo. Or tutto il fatto me vi convien dire: Quel cavalliero armato era Ranaldo, Qual, come io dissi, dietro a Rodamonte Era venuto presso a questa fonte.
Ma non vi gionse, perché il fiume in prima Che raccende lo amore, avea trovato. Ora io non vi saprei contare in rima Come se tenne alora aventurato, Quando vidde la dama, perché estima Sì come egli ama lei, de essere amato. Visto ha per prova ed inteso per fama Ciò che per esso ha già fatto la dama.
Non cognosceva il conte, che era armato Con quella insegna dal monte di foco; Ché sì palese non se avria mostrato, Serbando il suo parlare in altro loco. Perché, essendo ad Angelica accostato, Cortesemente e sorridendo un poco Disse: - Madama, io non posso soffrire Che io non vi parli, s'io non vo' morire,
Abench'io sappia a qual modo e partito Mi sia portato e con tal villania, Ch'io non meritarei de essere odito. Ma so che seti sì benigna e pia, Che, a benché estremamente aggia fallito, Perdonarete a quel che per folìa Contro de lo amor vostro adoperai, Del che contento non credo esser mai.
Or non se può distor quel che è già fatto, Come sapeti, dolce anima bella, Ma pur a voi mi rendo ad ogni patto; E ben cognosce l'alma meschinella Che io non serebbi degno in alcun atto Di essere amato da cotal donzella, Ma de esser dal mio lato vostro amante Sol vi dimando, e più non cheggio avante. -
Orlando stava attento alle parole, Le quale odì con poca pazïenza, Né più soffrendo disse: - Assai mi dole Che a questo modo ne la mia presenza Abbi mostrato il tuo pensier sì fole, Ché ad altri non avria dato credenza, Però che volentier stimar voria Che ciò non fosse vero, in fede mia!
Io voria amarti e poterti onorare, Sì come di ragione ora non posso; Tu per sturbarme già passasti il mare, E per altra cagion non fusti mosso, Benché a me zanze volesti mostrare, Stimandomi in amor semplice e grosso. Or che animo me porti io vedo aperto, Ma sallo Iddio che già teco nol merto. -
Quando Ranaldo vidde che costui, Qual seco ragionava, è il conte Orlando, De uno ed altro pensier stette entra dui, O de partirse o de seguir parlando. Ma pur rispose al fine: - Io mai non fui Se non quel che ora sono, al tuo comando; Né credo de aver teco minor pace Se ciò che piace a te non mi dispiace.
Non creder che più vaga a gli occhi tuoi Paia che a gli altri questa bella dama; Ed estimar ne la tua mente puoi Che ogni om, sì come tu, de amarla brama. Quanto sei paccio adunque, se tu vuoi Aver battaglia con ciascun che l'ama, Perché con tutto 'l mondo farai guerra; Chi non la amasse, ben serìa di terra.
Ma se tu mostri che sia tua per carta, O per ragion che non gli abbia altri a fare, Comandar mi potrai poi che io mi parta E che io non debba seco ragionare; Ma prima soffrirei de avere isparta L'anima al foco e il corpo per il mare, Che io mi restassi mai de amar costei, E se restar volessi io non potrei. -
Rispose alora il conte: - E' non è mia. Così fosse ella, come io son de lei! Ma non voglio adamarla in compagnia E in ciò disfido il mondo, e boni e rei. Stata è la tua ben gran discortesia Che, avendoti scoperti e pensier mei, Fidandomi di te come parente, Poi me hai tradito sì villanamente. -
Disse Ranaldo: - Questo è pur assai, Che sempre vogli altrui villaneggiare; Da me non fu tradito alcun giamai, E ciascun mente che il vôle affirmare. Sì che comincia pur, se voglia ne hai, E pigliati a quel capo che ti pare: Se ben se' tra baron tenuto il primo, Più d'uno altro uomo non ti temo o stimo. -
Orlando per costume e per natura Molte parole non sapeva usare, Onde, turbato ne la ciera oscura, Trasse la spada senza dimorare, E sospirando disse: - La sciagura Pur ce ha saputi in tal loco menare, Che l'un per man de l'altro serà morto; Vedalo Iddio e iudichi chi ha il torto! -
Come Ranaldo vidde il conte Orlando Mostrarsi alla battaglia discoperta, Poi che avea tratto Durindana il brando, Lui prestamente ancor trasse Fusberta. Ne l'altro canto vi verrò contando Questa battaglia orribile e diserta, Ed altre cose degne e belle assai; Dio vi conservi in gioia sempre mai.
Canto ventesimoprimo
O soprana Virtù, che e' sotto al sole, Movendo il terzo celo a gire intorno, Dammi il canto soave e le parole Dolci e ligiadre e un proferire adorno, Sì che la gente che ascoltar mi vôle, Prenda diletto odendo di quel giorno Nel qual duo cavallier con tanto ardore Fierno battaglia insieme per amore.
Tra gli arbori fronzuti alla fontana Insieme gli afrontai nel dir davanti; L'uno ha Fusberta, e l'altro Durindana: Chi sian costor, sapeti tutti quanti. Per tutto il mondo ne la gente umana Al par di lor non trovo che se vanti De ardire e di possanza e di valore, Ché veramente son de gli altri il fiore.
Lor comenciarno la battaglia scura Con tal destruzïone e tanto foco, Che ardisco a dir che l'aria avea paura, E tremava la terra di quel loco. Ogni piastra ferrata, ogni armatura Va con roina al campo a poco a poco, E nel ferir l'un l'altro con tempesta Par che profondi il celo e la foresta.
Ranaldo lasciò un colpo in abandono E gionse a mezo il scudo con Fusberta: Parve che a quello avesse accolto un trono, Con tal fraccasso lo spezza e diserta. Tutti gli uccelli a quello orribil suono Cadderno a terra, e ciò Turpino acerta; E le fiere del bosco, come io sento, Fuggian cridando e piene di spavento.
Orlando tocca lui con Durindana Spezzando usbergo e piastre tutte quante, E la selva vicina e la lontana Per quel furor crollò tutte le piante; E tremò il marmo intorno alla fontana E l'acqua, che sì chiara era davante, Se fece a quel ferir torbida e scura, Né a sì gran colpi alcun di loro ha cura;
Anci più grandi gli ha sempre a menare. Cotal ruina mai non fu sentita; Onde la dama, che stava a mirare, Pallida in faccia venne e sbigotita, Né gli soffrendo lo animo di stare In tanta tema, se ne era fuggita; Né de ciò sono accorti e cavallieri, Sì son turbati alla battaglia e fieri.
Ma la donzella, che indi era partita, Toccava a più potere il palafreno, E de alongarsi presto ben se aita, Come avesse la caccia, più né meno. Essendo alquanto de la selva uscita, Vidde là presso un prato, che era pieno De una gran gente a piede e con ronzoni, Che ponean tende al campo e paviglioni.
La dama di sapere entrò in pensiero Perché qua stesse e chi sia quella gente, E trovando in discosto un cavalliero, Del tutto il dimandò cortesemente. Esso rispose: - Il mio nome è Oliviero, E sono agionto pur mo di presente Con Carlo imperatore e re di Franza, Che ivi adunata ha tutta sua possanza.
Però che un saracin passato ha il mare E rotto in campo il duca di Bavera; Ora è sparuto, e non si può trovare, Né comparisce uno omo di sua schiera; Ma quel che ancor ci fa maravigliare, Che il sir di Montealbano, qual gionse ersera, Venendo de Ongheria con gente nuova, Morto né vivo in terra se ritrova.
Tutta la corte ne è disconsolata, Perché ci manca il conte Orlando ancora, Qual la tenea gradita e nominata Con sua virtù che tutto il mondo onora; E giuro a Dio, se solo una fiata Vedessi Orlando, e poi senza dimora Io fossi morto, e' non me incresceria, Ché io l'amo assai più che la vita mia. -
Quando la dama a tal parlare intese De il cavallier la voglia e il gran talento, A lui rispose: - Tanto sei cortese, Che il mio tacer serebbe un mancamento; Onde io destino de aprirte palese Quel che tu brami, e di farti contento: Ranaldo e Orlando insieme con gran pena Sono in battaglia alla selva de Ardena. -
Quando Oliviero intese quel parlare Ne la sua vita mai fu così lieto, E presto il corse in campo a divulgare. Or vi so dir che alcun non stava queto. Re Carlo in fretta prese a cavalcare; Chi gli passa davante e chi vien drieto. Ma lui tien seco la dama soprana, Che lo conduca a ponto alla fontana.
E così andando intese la cagione Che avea condutti entrambi a tal furore. Molto se meraviglia il re Carlone, Che il conte Orlando sia preso de amore, Perché il teneva in altra opinïone; Ma ben Ranaldo stima anco peggiore Che non dice la dama, in ciascuno atto, Perché più volte l'ha provato in fatto.
Così parlando intrarno alla foresta, Dico de Ardena, che è d'arbori ombrosa; Chi cerca quella parte e chi per questa De la fontana che è al bosco nascosa. Ma così andando odirno la tempesta De la crudel battaglia e furïosa; Suonano intorno i colpi e l'arme isparte, Come profondi il celo in quella parte.
Ciascun verso il romore a correr prese, Chi qua chi là, non già per un camino; Primo che ogni altro vi gionse il Danese, Dopo lui Salamone, e poi Turpino; Ma non però spartirno le contese, Ché non ardisce il grande o il piccolino De entrar tra i duo baroni alla sicura: Di que' gran colpi ha ciascadun paura.
Ma come gionse Carlo imperatore, Ciascun se trasse adietro di presente; E benché egli abbian sì focoso il core, Che de altrui poco curano o nïente, Pur portavano a lui cotanto onore, Che se trassero adietro incontinente. Il bon re Carlo con benigna faccia, Quasi piangendo, or questo or quello abraccia.
Intorno a loro in cerchio è ogni barone, E tutti gli confortano a far pace, Trovando a ciò diverse e più ragione, Secondo che a ciascuno a parlar piace. E similmente ancora il re Carlone Or con losinghe or con parole audace Tal volta prega e tal volta comanda, Che quella pace sia fatta di banda.
La pace serìa fatta incontinente, Ma ciascadun vôl la dama per sé, E senza questo vi giova nïente Pregar de amici e comandar del re. Or de qua si partia nascosamente La damisella, e non so dir perché, Se forse l'odio che a Ranaldo porta A star presente a lui la disconforta.
Il conte Orlando la prese a seguire, Come la vidde quindi dipartita; Né il pro' Ranaldo si stette a dormire, Ma tenne dietro ad essa alla polita. Gli altri, temendo quel che può avenire, Con Carlo insieme ogniom l'ebbe seguita Per trovarsi mezani alla baruffa, Se ancor la questïon tra lor se azuffa.
E poco apresso li ebber ritrovati Con brandi nudi a fronte in una valle, A benché ancor non fussero attaccati, Ché troppo presto gli fôrno alle spalle; Ed altri che più avanti erano andati, Trovâr la dama, che per stretto calle Fuggia per aguatarsi in un vallone, E lei menarno avanti al re Carlone.
Il re da poscia la fece guardare Al duca Namo con molto rispetto, Deliberando pur de raconciare Ranaldo e Orlando insieme in bono assetto, Promettendo a ciascun di terminare La cosa con tal fine e tal effetto, Che ogniom iudicherebbe per certanza Lui esser iusto e dritto a la bilanza.
Poi, ritornati in campo quella sera, Fece gran festa tutto il baronaggio, Però che prima Orlando perduto era, Né avean di lui novella né messaggio. Or la matina la real bandera Verso Parigi prese il bon vïaggio. Io più con questi non voglio ire avante, Perché oltra al mare io passo ad Agramante.
Il qual lasciai nel monte di Carena Con tanti re meschiati a quel torniero, E forte sospirando se dimena, Perché abattuto al campo l'ha Rugiero; Ed esso ancora stava in maggior pena, Ché era ferito il giovanetto fiero: La cosa già narrai tutta per ponto, Sì che ora taccio e più non la riconto.
E sol ritorno che, essendo ferito, Come io vi dissi, il giovenetto a torto Da Bardulasto, qual l'avea tradito, Benché da lui fu poi nel bosco morto, Nascosamente si fu dipartito, Né alcun vi fu di quel torniero accorto, E gionse al sasso, sopra alla gran tana, Ove è Atalante e 'l re de Tingitana.
Quando Atalante vidde il damigello Sì crudelmente al fianco innaverato, Parve esso al cor passato di coltello, Cridando: - Ahimè! che nulla me è giovato Lo antivedere il tuo caso sì fello, Benché sì presto non l'avea stimato. - Ma il pro' Rugier facendo lieto viso Quasi il rivolse da quel pianto in riso.
- Non pianger, non, - dicea - né dubitare, Che, essendo medicato con ragione, Sì come io so che tu saprai ben fare, Non avrò morte, e poca passïone; E peggio assai mi parve alor di stare Quando occise nel monte quel leone, E quando prese ancora l'elefante Che tutto il petto mi squarciò davante. -
Il vecchio poi, veggendo la ferita, Che non era mortal, per quel che io sento, Poi che la pelle insieme ebbe cusita, La medica con erbe e con unguento. Ora Brunello avea la cosa udita, Sì come era passato il torniamento, E prestamente immaginò nel core De aver di quello il trïonfale onore.
Subitamente prese la armatura Che avea portata il giovane Rugiero. Benché sia sanguinosa, non se cura, Salta sopra Frontino, il bon destriero, E via correndo giù per la pianura Gionse che ancor ogniom era al torniero; Ma, come gli altri il viddero arivare, Fugge ciascuno e nol vôle aspettare.
Ed Agramante, il quale era turbato Per la caduta, come io vi contai, Avendo il brando suo riposto a lato, Dicea: - Per questo giorno è fatto assai, Se pur Rugier se fosse ritrovato; Ma ben credo io che non si trovi mai. - E fatto ritrovare il re Brunello, A sé lo dimandò con tale appello:
- Io credo per mostrar tua vigoria Che oggi dicesti colui ritrovare, Il qual non credo ormai che al mondo sia, Se non è sopra al celo o sotto al mare; E ben te giuro per la fede mia, Che io te ho veduto in tal modo provare Che, avendo gli altri tutti il mio pensiero, Non se andrebbe cercando altro Rugiero. -
Rispose a lui Brunello: - Al vostro onore Sia fatto quel ch'io feci o bene o male; E tutta mia prodezza o mio valore Tanto me è grata, quanto per voi vale; Ma più voglio alegrarvi, alto segnore, Perché trovato è il giovane reale, Dico Rugiero. È disceso dal sasso; Prima lo avriti che sia il sole al basso. -
Quando Agramante intese così dire, Nella sua vita mai fu più contento; Con gli altri verso il sasso prese a gire, Né se ricorda più de torniamento; A benché molti non potean soffrire, Mirando il piccolin che pare un stento, Aver contra di lui quel campo perso, Onde ciascun lo guarda de traverso.
Or, così andando, gionsero al boschetto, Ove era Bardulasto de Alganzera, Partito da la fronte insino al petto. Sopra al suo corpo se fermò la schiera, Però che il re, turbato ne lo aspetto, A' circonstanti dimandò chi egli era; E benché avesse il viso fesso e guasto, Pur cognosciuto fu per Bardulasto.