Part 38
Ma il re del Garbo e di Bellamarina, E il franco re de Arzila e quel de Orano, E il giovanetto re de Constantina, Il re di Bolga con quel di Fizano, Urtarno e lor destrieri a gran ruina Contra Agramante con le spade in mano. Cinquanta eran costor, né più né meno, Ciascun de ardire e di prodezza pieno.
E l'una e l'altra schiera a gran furore Scontrarno insieme con molto fracasso, Con cridi e trombe, e con tanto romore Quanto caduto fosse il celo al basso. La schiera de Agramante ebbe il peggiore, Perché atterrati furno al primo passo Da venti cavallier de la sua gente, E de questi altri sette solamente.
E quasi fu pigliata la bandiera, Ch'era portata avanti al re di poco, E sì stretta era la sembraglia e fiera, Che non mostrava, sì come era, un gioco. Sobrin di Garbo, la persona altiera, Che ha per insegna e per cimero un foco, Benché canuto sia forte il vecchione, In quel tornero assembra un fier leone.
Ma il re Agramante, che porta il quartero Nel scudo e sopravesta azuro e d'oro, Sopra di Sisifalto, il gran destriero, Se muove furïoso e dà tra loro. Mulabuferso, quel forte guerrero, Che regge de Fizano il tenitoro, Fu da Agramante de uno urto percosso, E cadde a terra col destrier adosso.
Ed Agramante per questo non resta, Ma per la schiera volta il gran ronzone, E gionse Mirabaldo in su la testa, E tramortito lo trasse de arcione. Questo era re di Borga e di gran gesta: La insegna di sua casa era un montone Ritratto in campo bianco a bel lavoro; Negro è il montone ed ha le corne d'oro.
Lui cadde a terra, e il re non si rafina Ferendo intorno e di furore acceso; Il re Gualcioto di Bellamarina De un colpo abatte alla terra disteso. Questo nel scudo avea la colombina, Con un ramo de oliva in bocca preso; Bianca è la colombina e il scudo nero, Ed a tal guisa ancor fatto il cimero.
Facea Agramante prove a meraviglia, E benché sia da molti accompagnato, Alcun già di prodezza nol simiglia. Il re di Tremison gli era da lato, Che al scudo d'oro ha la rosa vermiglia: Alzirdo il campïone è nominato; E Folvo era con seco, il re di Fersa, Che ha il scudo azuro e de oro una traversa;
Molti altri ancora che io non vo' contare, Che aspetto a dirli poi più per bell'agio: E nomi e l'arme lor vo' divisare, Quando faranno in Francia il gran passagio. Ma voglio nel presente seguitare Del torniamento fatto al bel rivagio Tra que' re saracini a gran furore, Ove mostra Agramante il suo valore.
Alla sinistra e alla destra si volta, E questo abatte e quello urta per terra, Facendo col destriero aprir la folta, E l'uno al braccio e l'altro a l'elmo afferra. Tutta sua compagnia stava ricolta, E lui soletto fa cotanta guerra: Per dimostrar la sua fortezza ed arte Gli altri suoi tutti avea tratti da parte.
E prese il re de Arzila nel cimiero, Al suo dispetto lo trasse d'arcione; E non ritrova re né cavalliero Qual seco durar possa al parangone. Stava nel sasso a riguardar Rugiero Questa sembraglia, a lato a quel vecchione; A lato a quel vecchion che l'ha nutrito, Stava mirando il giovanetto ardito.
Ma per l'altezza lontano era un poco Ove quelle arme son meschiate al piano, E per gran doglia non trovava loco, Battendo e piedi e stringendo ogni mano; Ed avea il viso rosso come un foco, Pregando pure il negromante in vano Che giù lo ponga, e ripregando spesso, Sì che quel gioco più vegga di presso.
- Deh, - diceva Atalante - filiol mio, Egli è un mal gioco quel che vôi vedere! Stati pur queto e non aver disio Tra quella gente armata de apparere; Però che il tuo ascendente è troppo rio, E, se de astrologia l'arte son vere, Tutto il cel te minaccia, ed io l'assento, Che in guerra serai morto a tradimento. -
Rispose il giovanetto: - Io credo bene Che 'l celo abbia gran forza alle persone; Ma se per ogni modo esser conviene, Ad aiutarlo non trovo ragione. E se al presente qua forza mi tiene, Per altro tempo o per altra stagione Io converrò fornire il mio ascendente, Se tue parole e l'arte tua non mente.
Onde io ti prego che calar mi lassi, Sì ch'io veda la zuffa più vicina, O che io mi gettarò de questi sassi, Trabuccandomi giù con gran roina; Ché ognior ch'io vedo per que' lochi bassi Sì ben ferir la gente peregrina, Serebbe la mia gioia e il mio conforto Star seco un'ora, ed esser dapoi morto. -
Veggendo il vecchio quella opinïone, Che gire ad ogni modo è destinato, Andò di quel giardino ad un cantone, Ove un picciol uscietto ha disserrato; E menando per mano il bel garzone Per una tomba discese nel prato, A piè del sasso, a lato alla fiumana, Ove si stava il re de Tingitana.
Dico che il re Brunello alla riviera Stava soletto ove il vecchio discese, E come vidde il giovanetto in ciera, Che sia Rugiero subito comprese. Mirando il suo bel viso e la maniera, La atta persona e l'abito cortese, Cognobbe il re Brunel, che è tanto esperto, Che era Rugiero il giovane di certo.
E, preso Frontalate, il suo destriero, Accorda il speronar bene alla briglia; Onde quel, ch'era sì destro e legiero, Facea bei salti e grandi a meraviglia. A ciò mirando il giovane Rugiero, Tanto piacere e tanta voglia il piglia De aver quel bel destrier incopertato, Che del suo sangue avria fatto mercato.
E pregava Atalante, il suo maestro, Che gli facesse aver quel bon ronzone; Or, per non vi tener troppo a sinestro, E racontarvi la conclusïone, Benché Atalante avesse il core alpestro, E dimostrasse con molta ragione La sua misera sorte al giovanetto, Perché e destrieri e l'arme abbia in dispetto,
Lui tal parole più non ascoltava Che ascolti il prato che ha sotto le piante, Anci di doglia ognior si consumava, Mostrando di morirse nel sembiante. Onde a sua voglia il vecchio se piegava, E come il re Brunel fu loro avante, Dimandarno il destriero e guarnimento, Per cambio di tesoro a suo talento.
Il re, che fuor di modo era scaltrito, Veggendo andare il fatto a suo disegno, - Se l'ôr - dicea - del mondo fosse unito, Non vi darebbi il mio destrier per pegno, Però che un gran passaggio è stabilito, Ove ogni cavallier d'animo degno, Che desidri acquistar fama ed onore, Potrà mostrare aperto il suo valore.
Ora è venuta pur quella stagione Che desidrava ciascun valoroso; Or vederasse a ponto il parangone Di chi vôl loda, e chi vôl stare ascoso. Or si vedranno e cor de le persone, Qual serà vile, e qual sia glorïoso; Chi restarà di qua, come schernito Da' fanciulletti fia mostrato a dito;
Però che 'l re Agramante vôl passare Contra al re Carlo ed alla sua corona, Tutto di velle è già coperto il mare, La Africa tutta a furia se abandona. Gionto è quel tempo che può dimostrare Ciascun suo ardire e sua franca persona; Ogni bon cavalliero a tondo a tondo Farà di sé parlar per tutto il mondo. -
Mentre che sì parlava il re Brunello, Rugier, che attentamente l'ascoltava, Più volte avea cangiato il viso bello, E tutto come un foco lampeggiava, Battendo dentro al cor come un martello: E 'l re pur ragionando seguitava: - Non se vidde giamai, né in mar né in terra, Cotanta gente andare insieme a guerra.
E già trentaduo re sono adunati: Ciascun gran gente di sua terra mena; Già sono e vecchi e' fanciulletti armati, Retien vergogna le femine apena. Però, segnor, non vi meravigliati Se il mio ronzon, che è di cotanta lena, Non voglio darvi a cambio di tesoro, Perché io nol venderebbi a peso d'oro.
Ma se io stimassi che tu, giovanetto, Restassi per destrier di non venire, Insino adesso ti giuro e prometto Che de queste armi ti voglio guarnire, E donerotti il mio destriero eletto; E so che certamente potrai dire, Che 'l principe Ranaldo o il conte Orlando Non ha meglior ronzon né meglior brando. -
Non stette il giovanetto ad aspettare Che Atalante facesse la risposta, Come colui che mille anni gli pare Di esser sopra lo arcion senz'altra sosta, E disse: - Se il destrier mi vôi donare, Nel foco voglio intrare a ogni tua posta; Ma sopra a tutto te adimando in graccia Che quel che far si die', presto si faccia;
Ché là giù vedo quella gente armata, Qual tanto ben si prova in su quel piano, Che ogni atimo mi pare una giornata Di trovarmi tra lor col brando in mano; Onde io ti prego, se hai mia vita grata, Damme l'armi e il destriero a mano a mano Ché, se io vi giongo presto, e' mi dà il core O di morire, o de acquistare onore. -
Il re rispose sorridendo un poco: - Non si vôl far là giù destruzïone, Perché la gente che vedi in quel loco, De Africa è tutta ed adora Macone. Quello armeggiare è fatto per un gioco, E sol si mena il brando di piattone; Di taglio, né di ponta non si mena: Ciò comandato è sotto grave pena. -
- Damme pur il destriero e l'armatura, - Dicea Rugiero - ed altro non curare, Però che io ti prometto alla sicura Che io saprò come loro il gioco fare. Ma tu me indugiarai a notte oscura, Prima che io possa a quel campo arivare. Male intende colui che in tempo tiene, Ché mezo è perso il don che tardi viene. -
Odendo questo il vecchione Atalante, Però che era presente a le parole, Biastemava le stelle tutte quante, Dicendo: - Il celo e la fortuna vôle Che la fè di Macone e Trivigante Perda costui, che è tra' baroni un sole, Che a tradimento fia occiso con pene; Or sia così, dapoi che esser conviene. -
Così parlava forte lacrimando Quel negromante, e con voce meschine Dicea: - Filiolo, a Dio ti racomando! - Poi se ascose lì presso tra le spine. Ma il giovanetto avea già cento il brando, E guarnito era a maglie e piastre fine, E preso al ciuffo il bon destriero ardito Sopra lo arcion de un salto era salito.
Il mondo non avea più bel destriero, Sì come in altro loco io vi contai. Poi che ebbe adosso il giovane Rugiero, Più vaga cosa non se vidde mai. E, mirando il cavallo e il cavalliero, Se penarebbe a iudicare assai Se fosser vivi, o tratti dal pennello, Tanto ciascuno è grazïoso e bello.
Era il destrier ch'io dico, granatino: Altra volta descrissi sua fazone. Frontalate il nomava il saracino, Qual lo perdette ad Albraca al girone; Ma Rugier possa l'appellò Frontino, Sin che seco fu morto il bon ronzone; Balzan, fazuto, e biondo a coda e chiome, Avendo altro segnore ebbe altro nome.
Quel che facesse il giovanetto fiero Sopra questo ronzon di che vi conto, E come sparpagliasse il gran torniero, Quando nel prato subito fu gionto, Più largo tempo vi farà mestiero, Onde al canto presente faccio ponto; E nel seguente conterovi a pieno Come il fatto passò, né più né meno.
Canto decimosettimo
Come colui che con la prima nave Trovò del navicar l'arte e l'ingegno, Prima alla ripa e ne l'onda suave Andò spengendo senza vella il legno; A poco a poco temenza non have De intrare a l'alto, e poi, senza ritegno Seguendo al corso il lume de le stelle, Vidde gran cose e glorïose e belle;
Così ancora io fin qui nel mio cantare Non ho la ripa troppo abandonata; Or mi conviene al gran pelago intrare, Volendo aprir la guerra sterminata. Africa tutta vien di qua dal mare, Sfavilla tutto il mondo a gente armata; Per ogni loco, in ogni regïone È ferro e foco e gran destruzïone.
Assembrava in Levante il re Gradasso, In Ponente Marsilio, il re di Spagna, Che ad Agramante ha conceduto il passo, Ed esso è in mezo giorno alla campagna. Tutta Cristianitate anco è in fraccasso, La Francia, l'Inghilterra e la Allemagna; Né Tramontana in pace se rimane: Vien Mandricardo, il figlio de Agricane.
Tutti vengono adosso a Carlo Mano Da ogni parte del mondo, a gran furore; Allor fia pien di sangue il monte e il piano, E se odirà nel cel l'alto romore; Ma nel presente io me affatico in vano, Ché a questo fatto io non son gionto ancore, E, volendol chiarire, egli è mestiero Prima che io conti il tutto di Rugiero.
Il qual lasciai in su il destriero armato, Con Balisarda il bon brando al gallone, Qua già fu con tale arte fabricato, Che taglia incanto ed ogni fatasone; Or, perché il fatto ben vi sia contato, Che l'intendiati a ponto per ragione, Quel torniamento de che vi contai, Era nel prato più caldo che mai.
Ché Pinadoro, il re de Constantina, E il re di Nasamona, Pulïano, Veggendo de Agramante la ruina, Qual solo abatte la sua schiera al piano (Ché il re di Bolga e di Bellamarina, E quel d'Arzila con quel di Fizano, Qual d'urto avea atterrato e qual di spada, E ben tra gli altri se facea far strada;
E la schiera di lui stava da lato, Come tal fatto non toccasse a loro): Onde e due franchi re ch'io v'ho contato, Io dico Pulïano e Pinadoro, Avendo il campo alquanto circondato, Ferirno a tutta briglia tra costoro, E ferno aprir per forza quella schiera, Gettando a terra la real bandiera.
Alla guardia di quella era Grifaldo Re di Getula, e 'l re de la Alganzera: Bardulasto avea nome quel ribaldo, Di cor malvaggio e di persona fiera. Né l'un né l'altro al gioco stette saldo: Fo lor squarciata in braccio la bandiera, E fo Grifaldo tratto de l'arcione Da Pulïano a gran confusïone.
E Bardulasto quasi tramortito Fu per cadere anch'esso alla foresta; Ché Pinadoro, il giovanetto ardito, A gran roina il gionse in su la testa; Onde, al colpo diverso imbalordito, Via ne 'l porta il destriero a gran tempesta; E Pinadoro a gli altri se disserra, E questo abatte e quello urta per terra.
Gionse alla fronte il forte re di Fersa, Fiaccando sopra a l'elmo la corona, Che ne andò a terra in più parte dispersa; Poi verso Alzirdo tutto se abandona, E tramortito al campo lo riversa. Questo Alzirdo era re di Tremisona; Gettollo a terra il re di Constantina, Che sopra al campo mena tal roina.
Fo costui figlio a l'alto re Balante, Che da Rugier Vassallo ebbe la morte, Vago di faccia e di core arrogante, Maggior del patre e più destro e più forte. Ora la gente a lui fugge davante, Né se ritrova alcun che se conforte Di star con seco voluntieri a faccia, Ma come capre avante ogniom se caccia.
Il re Agramante non era vicino, Ed intendea di tal fatto nïente, Però che avea afrontato il re Sobrino, E quel se diffendeva arditamente; Ma vidde di lontano il gran polvino Che menava fuggendo la sua gente. Fuggia sua gente a Pinadoro avante: Forte turbosse in faccia il re Agramante,
E rivoltato con la spada in mano Ne l'elmo a Pinadoro un colpo lassa, E tramortito lo distese al piano; Ma, mentre che turbato avanti passa, Gionse a lui nella coppa Pulïano, E la coperta a l'elmo li fraccassa, Scendendo sì gran colpo in su le spalle, Che quasi il pose del destriero a valle.
Pur, come quel che avea soperchia lena, Se tenne per sua forza nello arcione, E verso Pulïano il brando mena, E qui se cominciò l'aspra tenzone. Or, mentre che ciascun più se dimena, Vi gionse il re di Garbo, quel vecchione, El re de Arzila, ch'era rimontato, Quel de Fizano e quel di Bolga a lato.
Adosso ad Agramante ogniom si serra, E quando l'un promette, e l'altro dona, Come fosse mortal l'odio e la guerra; Pur che si possa, alcun non se perdona. Tutto il cimiero avean gettato a terra Ad Agramante e rotta la corona Quei cinque re ch'io dissi; ogniom martella, Cercando trarlo al fin for della sella.
E certo l'avrian preso al suo dispetto, A benché fosse sì franco guerrero, Ché avere a far con uno egli è un diletto, Ma cinque son pur troppo, a dire il vero. Ora vi gionse il forte giovanetto, Qual giù callava, io dico il bon Rugiero, Che l'arme avea del re de Tingitana; Callò la costa e gionse in su la piana.
Come fo gionto, tutto se abandona Ove stava Agramante a mal partito; Frontino, il bon destrier, forte sperona E dà tra loro il giovanetto ardito; Gionse alla testa il re di Nasamona, E fuor d'arcione il trasse tramortito, E toccò dopo lui quel re Fizano; Sì come al primo, lo distese al piano.
Alto da terra volta il suo Frontino, Che proprio un cervo a' gran salti somiglia; Alcun già non cognosce il paladino: Che sia Brunello ogniom si meraviglia. Ora ecco gionto ha d'urto il re Sobrino, Correndo l'uno e l'altro a tutta briglia; Ed andò il re Sobrino, a gran fraccasso, Il suo destriero e lui tutto in un fasso.
Dopo lui pose a terra Prusïone, Quale era re de l'Isole Alvaracchie. Come da l'aria giù scende il falcone, E dà nel mezo a un groppo di cornacchie: Lor, sparpagnate a gran confusïone, Cridando van per arbori e per macchie; Così tutta la gente in quel torniero Fuggia davanti al paladin Rugiero.
Il re de Arzila, io dico Bambirago, Fu da Rugier colpito in su la testa; Costui portava per cimiero un drago: Con quel percosse il capo alla foresta. Sempre più viene il giovanetto vago Di ben ferire, e menando tempesta Pose Tardoco e Marbalusto al piano, L'un re de Alzerbe e l'altro re d'Orano.
E Baliverzo, il re di Normandia, Fo tratto dello arcione al suo dispetto. Quando Agramante e gran colpi vedia, Per meraviglia usciva de intelletto, Ché 'l re de Tingitana esser credia, Per l'arme che avea indosso il giovanetto; Ma prima nol tenea gagliardo tanto, Or ben li dava di prodezza il vanto.
Perché sappiati il fatto ben compito, Ordinato è il torniero a tal ragione, Che non poteva alcuno esser ferito, Menando tutti e brandi de piatone, Ed altrimente a morte era punito Chiunque facesse al gioco fallisone. Di taglio né di ponta alcun non mena: Sapea Rugiero e l'ordine e la pena.
Però menava sol di piatto il brando, E gionse il fio d'Almonte, Dardinello, Che portava il quarter sì come Orlando, E for de arcion lo trasse a gran flagello. Dicea Agamante: - A Dio mi racomando, Ch'io non credetti mai che quel Brunello Un regno meritasse per valore: Ma ben serebbe degno imperatore. -
Queste parole diceva Agramante, E stavasi da parte a riguardare E colpi orrendi e le prodezze tante, Quanto potesse alcuno imaginare. Ecco Rugiero abatte a lui davante Argosto, che armiraglio era del mare, Argosto de Marmonda, il pagan fiero, Che avea il timone a l'elmo per cimiero.
Gionse Arigalte, il re de l'Amonia, E 'l re de Libicana, Dudrinasso, E seco Manilardo in compagnia, Re di Norizia, e mena gran fraccasso. Eran costoro il fior de Pagania, Che non curavan tutto il mondo uno asso; Veggendo che colui fa tanta guerra, Se destinâr di porlo al tutto in terra.
Ciascun percosse il giovanetto franco, Ma lui trasse Arigalte de la sella, Qual porta senza insegna il scudo bianco, E per cimero un capo di donzella. Al primo colpo non parbe già stanco, Ché Dudrinasso sì forte martella, Che gli roppe 'l cimero e la corona, E tramortito a terra lo abandona;
Ed avantosse contra a Manilardo, Né più de' primi fu questo diffeso; Benché tra gli altri assai fusse gagliardo, Rimase allora in su il prato disteso. Quando Agramante a ciò fece riguardo, Fu ben de invidia grande al core acceso, Che un altro avesse più di lui valore, Stimando assai per questo esser minore.
E destinato veder se Brunello Potesse il campo contra a lui durare, Mossese ratto, che parbe uno uccello. Sopra a Rugiero un colpo lascia andare, E gionse di traverso il damigello, E quasi il fece a terra trabuccare; Ma pur se tenne nello arcion apena, Presto se volta ad Agramante e mena.
Era il cimero e la insegna reale Tre fusi da filare e una gran rocca; Rugier, che gionse il re sopra al frontale, Roppe le fuse e a terra lo trabocca. A' soi sequaci ciò parbe gran male, Onde ciascuno il giovanetto tocca: Alzirdo, Bardulasto e Sorridano, Ciascun quanto più pô, mena a due mano.
Quel Sorridano è re della Esperia, Ove il gran fiume Balcana discende, Qual crede alcun che il Nil d'Egitto sia, Ma chi ciò crede, poco se n'intende. Or questi tre che io dissi, tuttavia Ciascun quanto più pô Rugiero offende; Chi di qua chi di là mena tempesta, L'un per le braccie e l'altro per la testa.
Voltosse verso Alzirdo il pro' Rugiero, E quel ferì de un colpo sì diverso, Che a gambe aperte il trasse del destriero; Poi mena a Sorridano un gran roverso, E lui distese sì come il primiero. Allor fu Bardulasto tutto perso, Né gli bastando d'affrontarsi il core Venne alle spalle il falso traditore;
E ferì de una ponta nel costato Quel franco giovanetto a tradimento. Quando Rugier si sente innaverato, Forte adirosse e non prese spavento; E verso Bardulasto rivoltato, Lo vidde ritornar di mal talento Per donarli la morte a l'altro tratto; Ma non andò come credette il fatto.
Ché, rivoltato essendo a lui Rugiero, Non lo sofferse di guardare in faccia, Che era in sembianza sì turbato e fiero, Che par che al mondo e 'l cel tutto minaccia; Onde esso, rivoltato il suo destriero, Fuggendo avante a lui si pose in caccia. Rugiero il segue, e sembra una saetta, Cridando: - Volta! volta! Aspetta! aspetta! -
Ma quel, che non volea ponto aspettare, Giva ad un bosco assai quindi vicino, Credendo di nascondersi e campare; Ma troppo corridore era Frontino. Non valse a Bardulasto il speronare, Ché presso al bosco il gionse il paladino, Là dove al suo dispetto essendo gionto, Venne animoso a quello estremo ponto;
E rivoltato con molto furore Menò più colpi in vano al giovanetto, Ma durò la battaglia poco d'ore, Ché presto fu partito insino al petto. Così il re de Algazera traditore Rimase morto a canto a quel boschetto; Rugier, spargendo il sangue for del fianco, A poco a poco quasi venìa manco.
Ma per pigliare a ciò rimedio e cura Tornava al sasso dove era Atalante, Il qual sapea de l'erbe la natura E le virtute e l'opre tutte quante; Onde di cavalcar ben se procura Per ritrovarsi presto a lui davante, Ché tanto la ferita lo adolora, Che non bisogna far lunga dimora.
Così ne andò Rugier, che era ferito; E gli altri che restarno al torniamento, Non se accorgevan che fosse partito, Tanto gli avea percossi alto spavento. Ma il re Agramante tutto sbigotito A destrier rimontò con gran tormento, Perché avea di vergogna un tal sconforto, Che avria pena minore ad esser morto.
Or lasciamo costor tutti da parte, Ché nel presente ne è detto a bastanza, Però che il conte Orlando e Brandimarte Mi fa bisogno di condurli in Franza, Accioché queste istorie che son sparte, Siano raccolte insieme a una sustanza; Poi seguiremo un fatto tanto degno Quanto abbia libro alcuno in suo contegno.
Andava Brandimarte e il conte Orlando Per ritrovare Angelica al girone, Sì come io vi contava alora quando Lasciò Ranaldo Astolfo con Dudone; Or là ritorno e dico, seguitando, Che in diversi paesi e regïone Per aventure strane ebber che fare, Come io vi voglio a ponto racontare.
Insieme cavalcando una matina; In India, se trovarno ad un gran sasso, Ove presso a una fonte una regina Tenea piangendo forte il viso basso; Sopra ad un ponte che quivi confina, Guardava un cavalliero armato il passo. Fermârsi e duo baron, pur con pensiero Di aver battaglia con quel cavalliero.
Ma ciascun d'essi, io dico il paladino E Brandimarte, in prima volea gire; E, standosi in contesa, un peregrino Col suo bordone in man vedon venire. Quel mostrava aver fatto un gran camino, E passandosi via senz'altro dire, Più non pensando, al ponte se ne entrava, Ma il cavallier di là forte cridava:
- Tòrnati adietro, se non vôi morire, Tòrnati adietro, - cridava - poltrone, Ché non è cavallier di tanto ardire, Qual commettesse questa fallisone! Se tu non torni, io te farò partire Con sì fatto combiato, vil giottone, Che mai non vederai ponte né sasso Qual non te torni a mente questo passo. -
Il peregrin, mostrandosi tapino, Dicea: - Baron, per Dio! lasciami andare, Ch'io aggio un voto al tempio de Apollino, Il quale è in Sericana a lato al mare. Se un altro ponte qua fosse vicino, Ove questa acqua si possa vargare, E me lo mostri, io te ringrazio e lodo; Se non, qua passar voglio ad ogni modo. -
- Come "a ogni modo", schiuma di cucina! - Rispose il cavallier forte adirato, E verso lui se mosse con ruina, Per averlo del ponte trabuccato; Ma il peregrin, gettando la schiavina, Di sotto si scoperse tutto armato; Lasciando andare a terra il suo bordone, Trasse con furia un brando dal gallone.
E' non se vidde mai livrer né pardo, Il qual levasse sì legiero il salto, Come faceva il peregrin gagliardo, E quanto il cavallier sempre è tanto alto. Né questo a quello avea ponto riguardo, Ma con feroce e dispietato assalto L'un l'altro avea ferito in parte assai, E pur van drieto e non s'arrestan mai.