Part 37
Quello African, che ha tutto il mondo a zanza, Ranaldo dimandò di quella gente, E quando intese ch'egli è il re di Franza, Divenne allegro in faccia e nella mente, Come colui che avea tanta arroganza, Che tutti gli stimava per nïente; E senz'altro parlar né altro combiato, Verso questi altri subito è dricciato.
Di corso andava il saracin gagliardo, E già Ranaldo non puotea seguire, Ché facea salti assai maggior de un pardo. Gionto è tra nostri, e comincia a ferire; E se non era il giorno tanto tardo, Facea de' fatti suoi molto più dire; Ma la luce, che sparve a notte scura, Impose fine alla battaglia dura.
Pur vi rimase ferito il Danese Nel braccio manco e sopra del gallone; Ed Olivieri assai ben se diffese, Benché perdesse il scudo dal grifone E fossegli spezzato ogni suo arnese. Grande tra gli altri fu la occisïone: Coperti erano a morti tutti e piani De nostra gente ed anco de pagani.
La oscura notte, come io vi contai, Partitte al fin la zuffa cominciata. Or ben mi fa meravigliare assai; Quel fier pagan, che tutta la giornata Ha combattuto e non se posò mai, E, poi che la battaglia è raquietata, Va roïnando tutto il monte e 'l piano Per ritrovar il sir de Montealbano.
Avanti fa condurse ogni pregione, Ché molti ne avea presi alla catena, E lor dimanda del figliol de Amone, E qual spaventa, e qual forte dimena; Un per paura, o per altra cagione, Disse che era ito nel bosco de Ardena, E già non eran sue parole vere: Né lo sapea, né lo potea sapere.
Però che il bon Ranaldo era tornato A rimontar Baiardo, il suo destriero. Ma poi che al saracin fu ciò contato, Lascia sua gente e più non gli ha pensiero. Il caval de Dudone ebbe pigliato, Quale era grande a maraviglia e fiero; Sopra vi salta il forte saracino, E verso Ardena prende il suo camino.
Una grossa asta e troppo sterminata Fuor de la nave sua fece arrecare, E non aspetta luce né giornata, Ma quella notte prese a caminare; Onde sua gente, che era abandonata, Senza il suo aiuto non sa che si fare; Tutti smariti e pien de alto spavento Entrarno in nave e dier le vele al vento.
Ogni pregione e tutto il loro arnese Portavan alle nave con gran fretta; Dudon tra' primi, il giovane cortese, Menava via la gente maledetta. Ma chi fu tardo a distaccar le prese, Sopra di lor discese la vendetta, Perché Ranaldo, a destrier risalito, Con gran ruina gionse in su quel lito.
De Rodamonte va il baron cercando Per ogni loco a lume della luna; A nome lo dimanda e va cridando Ad alta voce per la notte bruna; E sopra alla marina riguardando Vede la gente che l'arnese aduna: A più poter ciascun forte se tràffica Per porlo in nave e via passare in Africa.
Ranaldo dà tra lor senza pensare, Ché ben cognobbe che eran Saracini; Quivi de intorno fo il bel sbarattare, Fuggendo tutti in rotta quei meschini. Chi ne la nave, e chi saltava in mare, L'un non aspetta che l'altro se chini A prender cosa che gli sia caduta; Ma sol fuggendo ciascadun se aiuta.
Gli altri che a terra avean volto il timone, Via se ne andarno, abandonando il lito, E seco ne menâr preso Dudone, Che, se Ranaldo l'avesse sentito, Avria menata gran destruzïone, E forse entro a quel mar l'avria seguito; Ma lui non si pensava di tale onte, Sol dimandando ove era Rodamonte.
Un saracin ben forte spaventato, Che anti a Ranaldo inginocchion si pose, Di Rodamonte essendo dimandato, La pura verità presto rispose: Come al bosco de Ardena era invïato, Tutto soletto per le piaggie ombrose, Essendo detto a lui che a quel camino Giva Ranaldo, al Fonte de Merlino.
Il Fonte de Merlino era in quel bosco, Sì come un'altra volta vi contai, Che era a gli amanti un velenoso tosco, Ché, ivi bevendo, non amavan mai; Benché lì presso a quel loco fosco Passava una acqua che è megliore assai: Meglior de vista e de effetto peggiore; Chiunche ne gusta, in tutto arde d'amore.
Quando Ranaldo intese che a quel loco Andava Rodamonte a ricercarlo, Di questa gente si curava poco, E più presto partì che io non vi parlo. Il cuor gli fiammeggiava come un foco Del gran desio che avea di ritrovarlo, E via trottando a gran fretta camina Verso ponente, a canto alla marina.
E Rodamonte simigliantemente De giongere ad Ardena ben se spaccia; E parlava tra sé nella sua mente, Dicendo: "Questo dono il ciel mi faccia, Pur che ritrovi quel baron valente, O ch'io l'occida, o torni seco in graccia; Ché, essendo morto, in terra non ho pare, E se egli è meco, il cel voglio acquistare.
Né creder potrò mai che 'l conte Orlando Abbia di questo la mera bontate. Io l'ho provato, e di lancia e di brando Non è il più forte al mondo in veritate. O re Agramante, a Dio ti racomando, Se tu discendi per queste contrate! Essendote io, come serò, lontano, Tutta tua gente fia sconfitta al piano.
Come diceva il vero il re Sobrino! Sempre creder si debbe a chi ha provato. Or, s'egli è tale Orlando paladino Come costui che meco a fronte è stato, Tristo Agramante ed ogni saracino Che fia di qua dal mar con lui portato! Io, che tutti pigliarli avea arroganza, Assai ne ho de uno, e più che di bastanza."
Così parlando andava il re pagano, E non sapendo a ponto quel vïaggio, Nel far del giorno gionse in un bel piano Là dove un cavallier veniva adaggio; E Rodamonte con parlare umano Dimandò al cavalliero in suo lenguaggio Quanto indi fusse alla selva de Ardena, Se lo sapesse, e qual strata vi mena.
Rispose prestamente il cavalliero: - Nulla te so contar di quel camino, Perché io, sì come tu, son forastiero, E vo piangendo, misero e tapino, Non riguardando strata né sentiero, Ma dove mi conduce il mio destino, A strugimento, a morte, a ogni dolore, Poi che se piace al deslïale amore. -
Perché sappiati il fatto ben compiuto, Quel cavallier che fa tal lamentanza Dolendosi de amore, è Feraguto, Che fu al suo tempo un raggio di possanza; Ed ora travestito era venuto Nascosamente nel regno di Franza, Sol per saper, quella anima affocata, Se giamai fusse Angelica tornata.
Egli anco amava quella damigella, Come potesti odir primeramente, E non potendo aver di lei novella, Benché ne dimandasse ad ogni gente, Or per questa ventura ed or per quella Se consumava dolorosamente, E giorno e notte non avia mai bene, Sempre languendo e sospirando in pene.
Or, come aveti inteso, il giovanetto Trovò quel re pagano alla campagna, E sterno insieme alquanto a lor diletto, E ciascadun de Amor si dole e lagna. Pur, così ragionando, venne detto A Feraguto come era di Spagna, E che pur mo tornava di Granata, Ove una dama avea gran tempo amata;
E come era chiamata Doralice Quella, figliola del re Stordilano. - Non più parole, - Rodamonte dice - Ma prendi la battaglia a mano a mano. Chi te ha condotto, misero, infelice, A morire oggi sopra a questo piano? Ché comportar non voglio e non potrei Che altri che me nel mondo ami colei. -
Rispose Feraguto: - Essendo grande, Lo esser cucioso assai ti disconviene; Ma poi che la battaglia me domande, Tra noi la partiremo, o male o bene, E l'alterezza tua che sì se spande, Potria tornarti in dolorose pene. Amai colei; lo amore ebbe a passare: Per tuo dispetto voglio ancora amare. -
Con tal parole e con de l'altre assai Se furno insieme e duo baron sfidati. Ambi avean lancie, come io vi contai: Con esse a resta se fôr rivoltati. Più crudel scontro non se udì giamai; E due destrier, di petto insieme urtati, Andarno a terra, e i cavallieri adosso, Con tal fraccasso che contar non posso.
E le lor lancie grosse oltra a misura Se fragellarno insin presso alla resta; Ciascun de svilupparsi se procura Per rimenar col brando un'altra festa. Or si comincia la battaglia dura De' colpi sterminati e la tempesta De l'arme rotte e piastre con ruina, Come battesse un fabro alla fucina.
Non avea indugia o sosta il lor ferire, Ma quando l'un promette, e l'altro dona; E ben da longe se potrebbe odire, Perché ogni colpo de intorno risuona. E certamente io non saprei ben dire Qual sia più ardita e più franca persona; Tanto son de alto core e di gran lena, Che un altro par non trovo al mondo apena.
Ciascuno è de ira e di superbia caldo, E però combattean con molto orgoglio, L'un più che l'altro alla battaglia saldo. Ma quella nel presente dir non voglio, Perché convien contarvi di Ranaldo; Dapoi ritornarò, sì come io soglio, A dirvi questa zuffa alla distesa, Sì che vi fia diletto averla intesa.
Giva Ranaldo, come aveti odito, In verso Ardenna, alla ripa del mare, Credendo Rodamonte aver seguito, Ma lui giamai non puote ritrovare, Perché il dritto vïaggio avea smarito, E poi con Feraguto ebbe che fare; Onde lui caminando avanti passa, Ed a sé drieto Rodamonte lassa.
Quando fu gionto alla selva fronzuta, Dritto ne andava al Fonte di Merlino: Al Fonte che de amore il petto muta, Là dritto se n'andava il paladino. Ma nova cosa che egli ebbe veduta, Lo fece dimorare in quel camino: Nel bosco un praticello è pien de fiori Vermigli e bianchi e de mille colori.
In mezo il prato un giovanetto ignudo Cantando sollacciava con gran festa. Tre dame intorno a lui, come a suo drudo, Danzavan, nude anch'esse e senza vesta. Lui sembianza non ha da spada o scudo, Ne gli occhi è bruno, e biondo nella testa; Le piume della barba a ponto ha messe: Chi sì, chi no direbbe che le avesse.
Di rose e de vïole e de ogni fiore Costor che io dico, avean canestri in mano, E standosi con zoia e con amore, Gionse tra loro il sir de Montealbano. Tutti cridarno: - Ora ecco il traditore, - Come l'ebber veduto - ecco il villano! Ecco il disprezator de ogni diletto, Che pur gionto è nel laccio al suo dispetto! -
Con quei canestri al fin de le parole Tutti a Ranaldo se aventarno adosso: Chi getta rose, chi getta vïole, Chi zigli e chi iacinti a più non posso. Ogni percossa insino al cor li duole E trova le medolle in ciascuno osso, Accendendo uno ardore in ogni loco Come le foglie e i fior fosser di foco.
Quel giovanetto che nudo è venuto, Poi che ebbe vòto tutto il canestrino, Con un fusto di ziglio alto e fronzuto Ferì Ranaldo a l'elmo de Mambrino. Non ebbe quel barone alcuno aiuto, Ma cadde a terra come un fanciullino; E non era caduto al prato a pena, Che ai piedi il prende e strasinando il mena.
De le tre dame ogniuna avea ghirlanda Chi de rosa vermiglia e chi de bianca; Ciascuna se la trasse in quella banda, Poi che altra cosa da ferir li manca; E benché il cavallier mercè dimanda, Tanto il batterno, che ciascuna è stanca, Però che al prato lo girarno intorno, Sempre battendo, insino a mezo giorno.
Né il grosso usbergo né piastra ferrata Poteano a tal ferire aver diffesa; Ma la persona avea tutta piagata Sotto a quelle arme, e di tal foco accesa, Che ne lo inferno ogni anima dannata Ha ben doglia minor senza contesa, Là dove quel baron de disconforto, Di tema e di martìr quasi era morto.
Né sa se omini o dei fosser costoro: Nulla diffesa o preghera vi vale; E, standosi così, senza dimoro Crescerno in su le spalle a tutti l'ale, Quale erano vermiglie e bianche e d'oro, E in ogni penna è un occhio naturale, Non come di pavone, o de altro occello, Ma di una dama grazïosa, e bello.
E, poco stando, se levarno a volo, L'un dopo l'altro verso il cel saliva. Ranaldo a l'erba si rimase solo; Amaramente quel baron piangiva, Perché sentia nel cor sì grande il dôlo, Che a poco a poco l'anima gli usciva, E tanta angoscia nella fine il prese, Che come morto al prato se distese.
Mentre che tra quei fior così iacea, E de morire al tutto quivi estima, Gionse una dama in forma de una dea, Sì bella che contar nol posso in rima, E disse: - Io son nomata Pasitea, De le tre l'una che te offese in prima: Compagna dello Amore e sua servente, Come vedesti e provi di presente.
E fu quel giovanetto il dio d'Amore, Qual te gettò de arcion come nemico; Se contrastar ti credi, hai preso errore, Ché nel tempo moderno o ne l'antico Non si trova contrasto a quel segnore. Ora attendi al consiglio che io te dico, Se vôi fuggir la dolorosa morte; Né sperar vita o pace in altra sorte.
Amore ha questa legge e tal statuto, Che ciascun che non ama, essendo amato, Ama po' lui, né gli è l'amor creduto, Acciò che 'l provi il mal ch'egli ha donato. Né questo oltraggio che te è intravenuto, Né tutto il mal che puote esser pensato, Se può pesar con questo alla bilancia, Ché quel cordoglio ogni martìre avancia.
Il non essere amato ed altri amare Avanza ogni martìr, come io te ho detto, E questa legge converrai provare, Se vôi fuggir de Amore ogni dispetto. Or, perché intenda, a te conviene andare Per questo bosco ombroso a tuo diletto, Sin che ritrovarai sopra a una riva Uno alto pino ed una verde oliva.
La rivera zoiosa indi dechina Per li fioretti e per l'erba novella; Ne l'acqua trovarai la medicina A quel dolor che al petto ti martella. - Così parlò la dama peregrina, Poi ne l'aria volò come una occella; Salendo sempre in su, del celo acquista, Onde a Ranaldo uscì presto di vista.
Lui doloroso non sa che si fare, Poi che incontrata ha sì forte ventura, Né tra se stesso puote imaginare Come tal cosa sia fuor de natura, Che veda gente per l'aria volare, Né contra a lor val forza né armatura. Da gente ignuda è vento il suo valore Con zigli e rose e con foglie di fiore.
A gran fatica il suo corpo tapino Levò dove languendo l'avea messo, E con più pena si puose in camino, Cercando intorno il bosco ombroso e spesso; E trovò verso il fiume l'alto pino E l'arbor de l'oliva a quello apresso. Da le radice stilla una acqua chiara, Dolce nel gusto e dentro al core amara;
Perché de amore amaro il core accende A chi la gusta l'acqua delicata; E però già Merlin per fare amende La fonte avea qua presso edificata, Che fa lasciar ciò che a questa se prende, Come io vi racontai quella giornata Quando Ranaldo bevette alla fonte, Ove Angelica poi n'ebbe tante onte.
Or nel presente non se racordava Più il cavallier di quel tempo passato, Ma come aponto in su 'l fiume arivava, Essendo doloroso ed affannato, Ché ogni percossa gran pena li dava, Sopra alla ripa fu presto chinato, E per gran sete il principe gagliardo Assai bevette e non vi ebbe riguardo.
Bevuto avendo ed alciando la facia, Da lui se parte ogni passata doglia, Benché la sete perciò non se sacia, Ma, più bevendo, più di bere ha voglia. Lui di questa ventura Idio ringracia, E standosi contento e con gran zoglia Li torna nella mente a poco a poco Che un'altra fiata è stato in questo loco;
Quando, dormendo ne l'erba fiorita, Con zigli e rose Angelica il svegliò, E ricordosse che l'avea fuggita, Dil che acramente se ripente mo. De amor avendo l'anima ferita, Vorebbe adesso quel che aver non pô, La bella dama, dico, in quel verziero, Ché nel presente non serìa sì fiero.
E biasmando la sua crudelitate E le grande onte fatte a quella dama, Tutte le amenta quante ne ha già usate, E sé crudele e dispietato chiama. Già la odïava poche ore passate, Più che se stesso nel presente l'ama; E tanta voglia ha dentro al core accolta, Che vôl tornare in India un'altra volta.
Sol per vedere Angelica la bella Un'altra volta in India vôl tornare. Venne a Baiardo per salire in sella, Che poco longi il stava ad aspettare: E così andando vidde una donzella, Ma non la potea ben rafigurare, Perché era dentro al bosco ancor lontana, Oltra a quel fiume, a lato a la fontana.
Le chiome avea rivolte al lato manco, E la cima increspata e sparta al vento; Sopra de un palafren crinuto e bianco, Che ha tutto ad ôr brunito il guarnimento, Un cavallier gli stava armato al fianco, Ne la sembianza pien de alto ardimento, Che ha per cimero un Mongibello in testa, Ritratto al scudo e nella sopravesta.
Dico che quel barone ha per cimero Una montagna che gettava foco; E 'l scudo e la coperta del destriero Avean pur quella insegna nel suo loco. Ora, cari segnori, egli è mestiero Questa ragione abbandonare un poco, Per accordar la istoria ch'è divisa: Torno a Brunel, che ancor dietro ha Marfisa.
Non lo abandona la donzella altiera, Ma giorno e notte senza fine il caccia, Né monte alpestro, né grossa riviera, Né selva, né palude mai lo impaccia. Ma Frontalate, la bestia legiera, Li facea indarno seguitar tal traccia: Quel bon destrier, che fu di Sacripante, Come un uccello a lei fugge davante.
Quindeci giorni già l'avea seguito, Né d'altro che di fronde era pasciuta. Il falso ladro, che è forte scaltrito, Ben de altro pasto il suo fuggire aiuta; Perché era tanto presto e tanto ardito, Che ogni taverna che avesse veduta, Dentro ve intrava e mangiava di botto, Poi via fuggiva e non pagava il scotto.
E benché i teverneri e' lor sergenti Dietro li sian con orci e con pignate, Lui se ne andava stropezando e denti, E faceva a ciascun mille ghignate. A le qual fare avea tanti argomenti, Che donne spoletane o folignate, Qual porton l'ovo da matina a cena, Se avrian guardate da' suoi tratti apena.
E pur Marfisa sempre il seguitava, Quando più longi, e quando più dapresso. - Al ladro! al ladro! - sempre mai cridava, E ciascun rispondeva: - Egli è ben desso. - Ogniom di quel giotton se lamentava, Perché e miglior boccon pigliava spesso, E loro il menacciavan pur col dito. Ora non più, ché il canto è qui finito.
Canto decimosesto
La bella istoria che cantando io conto, Serà più dilettosa ad ascoltare, Come sia il conte Orlando in Franza gionto Ed Agramante, che è di là dal mare; Ma non posso contarla in questo ponto, Perché Brunello assai me dà che fare; Brunello, il piccolin di mala raccia, Qual fugge ancora, e pur Marfisa il caccia.
Ed avea tolto il corno al conte Orlando, Sì come io vi contai, quella matina, E Balisarda, lo incantato brando Che fabricato fu da Falerina; E nel canto passato io dicea quando Intrava quel giottone a ogni cucina, Non aspettando a' figatelli inviti, Pigliando e grossi sempre e rivestiti.
Come ha bevuto, sen porta la taccia, E parli a ponto aver pagato l'oste Con dir, quando sen va: - Bon pro vi faccia! - Ma pur Marfisa gli è sempre alle coste, E de impiccarlo ogniora lo minaccia. Quel mal strepon le fa ben mille poste: Lasciandola appressar va lento lento, Da poi la lascia e fugge come un vento.
Quindeci giorni sempre era seguita, Com'io vi dissi, la donzella acerba; Ed era estremamente indebilita, Perché de fronde si pasceva e de erba, Ma pur volea pigliarlo alla finita. Tanto ha sdegnoso il cor quella superba, Che il segue in vano, e pur non se ne avede, Essendo egli a destriero ed essa a piede,
Perché al ronzon di lei mancò la lena, E cadde morto alla sesta giornata. Dapoi le gambe per tal modo mena Così come era del suo sbergo armata, Che mai non uscì veltra di catena, Né mai saetta de arco fu mandata, Né falcon mai dal cel discese a valle, Che non restasse a lei dietro alle spalle.
Ma per lunga fatica e debilezza L'armatura che ha in dosso, assai gli pesa, Onde se la spogliò con molta frezza, Né teme che Brunel faccia diffesa. Poi che ebbe posto giù quella gravezza, Sì ratta se ne andava e sì distesa, Che più volte a Brunel fece spavento, Benché ha il destrier che fugge come vento.
Perché assai volte fo tanto vicina, Che la credette in su la croppa avere; Alor ne andava lui con gran roina, Spronando il buon destriero a più potere. Dietro lo segue la forte regina; Ma nova cosa che ebbe ad apparere, Sturbò Marfisa, che lo seguia forte, E seguìto l'avria sino alla morte.
Però che riscontrarno una donzella, Che adagio ne venìa sopra a quel piano, Vestita a bianco e a meraviglia bella, E seco un cavalliero a mano a mano. Di lor vi contarò poi la novella, Ché io vo' seguire adesso l'Affricano, Qual via fuggendo per monte e per valle Sempre Marfisa aver crede alle spalle.
Essa rimase ed ebbe gran travaglia, Come a bell'agio vi vorò contare, Benché tal briga fo senza battaglia. Ma già Brunel non ebbe ad aspettare, E sopra al bon destrier coperto a maglia In pochi giorni fu gionto in su il mare; E, trovato un naviglio a suo convegno, In Africa passò senza ritegno.
Dentro a Biserta gionse ad Agramante, Quale adirato stava in gran pensiero, Ché de le gente che ha adunate tante Non vôl passare alcun senza Rugiero; E lui guardato è da quel negromante, Che mai de averlo non serìa mestiero, Né pur se può vedere il damigello, Chi non ha pria de Angelica lo annello.
Or gionse il ladro e menando gran festa Avanti al re zoioso se appresenta; E poi la bretta si trasse di testa, E di contare il fatto se argumenta. Ogni re grande e principe di gesta Per ascoltare intorno se appresenta, E lui dice ridendo a qual partito Tolse a la dama quello annel di dito;
Come di sotto al re de Circasia, Non se accorgendo lui, tolse il destriero; E di Marfisa, che fu tanto ria Che il fece uscir più fiate del sentiero; E de quel brando e del corno che avia Tolto con tal prestezza a un cavalliero; E l'altre cose ancor di ponto in ponto Sin che davanti al re quivi era gionto.
Avendo il suo parlar poscia compiuto, Ad Agramante il bel corno donava, Il qual fu incontinente cognosciuto, Però che Almonte in Africa il portava; Poi se sapea che Orlando l'avea avuto, Onde forte ciascun meravigliava, E l'un con l'altro assai di ciò contende. Perciò Brunello a questo non attende,
Ma pose al re quello annelletto in mano, Qual fo con tal virtute fabricato, Che a sua presenzia ogn'incanto era vano. Il re Agramante in piede fo levato, E in presenzia di tutti a mano a mano Ebbe Brunello il ladro incoronato, Donando a lui de Tingitana il regno, Populi e terre ed ogni suo contegno.
Questo reame allo estremo ponente Da gente negra se vede abitare. Or non se pose indugio di nïente, Ma de Rugiero ogni om prese a cercare, Il re Agramante e tutte le sue gente, Né il re Brunello il volse abandonare; E passando il deserto de l'arena Gionsero un giorno al monte di Carena.
Quella montagna è grande oltra misura E quasi con la cima al celo ascende, Al summo de essa ha una bella pianura, Che cento miglia o quasi se distende, De arbori ombrosa e di bella verdura; Per mezo a quella un gran fiume discende, Qual giù di monte in monte cade al piano, E fa un bel porto al mar de l'oceano.
A lato di quel fiume era un gran sasso, Nel mezo di quel pian ch'io vi ho contato Quasi alto un miglio dalla cima al basso, De un mur di vetro intorno circondato; Né da salirvi su si vedde il passo, Perché tutto de intorno è dirupato, Ma, per quel vetro riguardando un poco, Vedeasi un bel giardino entro a quel loco.
Era il vago giardino in su la cima De verdi cedri e di palme fronzuto. Mulabuferso, ch'ivi è stato in prima E non aveva il gran sasso veduto, Incontinente prese per estima Che per incanto ciò fosse avenuto, E che lo incantator detto Atalante L'avesse ascoso a gli occhi suoi davante.
Ora per lo annelletto era scoperto, Che a sua presenzia ogni incanto guastava, Onde ciascun di lor tenne per certo Che là Rugier di sopra dimorava. Quando Atalante, quel vecchione esperto, Vidde la gente che là su mirava, Dolente for di modo entra in pensiero De aver già perso il paladin Rugiero.
E va de intorno e non sa che si fare A ritenere il giovene soprano; Sempre piangendo lo attende a pregare Che non discenda in modo alcuno al piano. Ma il re Agramante pur stava a mirare, E tutti gli altri, quel gran sasso in vano; Non sa che fare alcun, né che se dire: Lì su senza ale non si può salire.
Brunello, il novo re de Tingitana, Poi che salire assai se fo provato, E che sua forza e sua destrezza è vana, Tanto era lisso quel vetro incantato, Posesi alquanto in su la terra piana, Ed avendo fra sé molto pensato, Levossi in piedi e disse: - Iddio ne lodo, Ché aver Rugiero ho pur trovato il modo.
Ma bisogna che tutti me aiutati, E che il mio dir sia fatto a compimento. Cento di voi, sì come seti armati, Cominciareti insieme un torniamento, E quanto più potete, vi provati Mostrar alto valore ed ardimento, Urtandovi l'un l'altro alla travaglia Con trombe e corni, a guisa di battaglia. -
Dicea ciascun: - Questa è cosa legiera! - Ma non sapean comprender la cagione, Onde, partiti a canto alla rivera, Ciascun sotto sua insegna e suo penone, Prima Agramante fece la sua schiera, Che ciascuno era re, duca, o barone: Cinquanta campïoni usati a guerra Sopra a destrier coperti insino a terra.