Orlando innamorato

Part 31

Chapter 314,261 wordsPublic domain

E tanto era superbo ed arrogante, Che delle gente occise e da lui prese L'arme che avea spogliate tutte quante A sé d'intorno le tenea suspese; Ma a tutte l'altre se vedea davante, Sopra a un cipresso bene alto e palese, La sopravesta e l'arme de Ranaldo, Che avea spogliato il saracin ribaldo.

Or, come io dissi, in su questa riviera Ne gionge il conte caminando a piede, E Falerina sempre a canto gli era; Ma quando quella dama il ponte vede, Tutta se turba e cangia ne la ciera, Biastemando Macone e chi li crede; Poi dice: - Cavallier, con duol amaro Tutti siam morti, e più non c'è riparo.

Questo voluto ha il perfido Apollino (Così poss'el cader dal celo al basso!) Che ce ha guidato per questo camino, Per roïnarce a quel dolente passo. Or, perché intendi, quivi è un malandrino Che già robbava ogniomo a gran fraccasso, Crudele, omicidiale ed inumano, E fu il suo nome, ed è ancora, Aridano.

Ma non avea possanza e non ardire, Ché è de rio sangue e de gesta villana; Or tanto è forte, e il perché ti vo' dire, Ché cosa non fu mai cotanto strana. Dentro a quel lago che vedi apparire, Stavi una fata, che ha nome Morgana, Qual per mala arte fabricò già un corno, Che avria disfatto il mondo tutto intorno.

Perché qualunche il bel corno suonava, Era condutto alla morte palese. Sì lunga istoria dirti ora mi grava, Come le gente fusser morte, o prese. In poco tempo un barone arivava (Il nome suo non so, né il suo paese): Lui vinse e tori, il drago e la gran guerra Di quella gente uscita della terra.

Quel cavallier, persona valorosa, Così disfece il tenebroso incanto, Onde la fata vien sì desdignosa Che mai potesse alcun darsi tal vanto; E fie' questa opra sì meravigliosa, Che, ricercando il mondo tutto quanto, Non serà cavallier di tanto ardire, Qual non convenga a quel ponte perire.

Ella si pensa che quel campïone Che suonò il corno, quindi abbia a passare, O ver che per ardir, come è ragione, Venga questa aventura a ritrovare; Così l'averà morto, o ver pregione, Ché omo del mondo non potria durare. Per far perir quel cavallier Morgana Fatto ha quel lago, il ponte e la fiumana.

E ricercando tutte le contrate De uno om crudel, malvaggio e traditore, Trovò Arridano senza pïetate Che già la terra non avea peggiore, E ben guarnito l'ha de arme affatate E d'una maraviglia ancor maggiore, Che qualunche baron seco s'affronta, Sei tanta forza a lui vien sempre agionta.

Onde io mi stimo il vero, anci son certa Che a tale impresa non potria durare; Ed io con teco, misera, diserta Dentro a quella acqua me vedo affogare, Ché noi siam gionti troppo a la scoperta, E non c'è tempo o modo di campare. Non è rimedio ormai: noi siam perduti, Come Aridano il fier ce abbia veduti. -

Il conte, sorridendo a tal parole, Disse alla dama ragionando basso: - Tutta la gente dove scalda il sole, Non mi faria tornare adietro un passo. Sasselo Idio di te quanto mi dole, Poi che soletta in tal loco te lasso; Ma sta pur salda e non aver temanza: Il ferro è il mezo a l'om che ha gran possanza. -

La dama ancor piangendo pur dicia: - Fuggi per Dio, baron, campa la morte! Ché il conte Orlando qua non valeria, Né Carlo Mano e tutta la sua corte. Lasciar m'incresce assai la vita mia, Ma de la morte tua mi dôl più forte, Ché io son da poco e son femmina vile, Tu prodo, ardito e cavallier gentile. -

Il franco conte a quel dolce parlare A poco a poco si venìa piegando, E destinava dietro ritornare. Oltra quel ponte d'intorno guardando L'arme cognobbe che suolea portare Il suo cugin Ranaldo, e lacrimando: - Chi mi ha fatto - dicea - cotanto torto? O fior d'ogni baron, chi te me ha morto?

A tradimento qua sei stato occiso Dal falso malandrin sopra quel ponte, Ché tutto il mondo non te avria conquiso, Se teco avesse combattuto a fronte. Ascoltami, baron; dal paradiso, Ove or tu dimori, odi il tuo conte, Qual tanto amavi già, benché uno errore Commesse a torto per soperchio amore.

Io te chiedo mercè, damme perdono, Se io te offesi mai, dolce germano, Ch'io fui pur sempre tuo, come ora sono, Benché falso suspetto ed amor vano A battaglia ce trasse in abandono, E l'arme zelosia ce pose in mano. Ma sempre io te amai ed ancor amo; Torto ebbi io teco, ed or tutto me 'l chiamo.

Che fu quel traditor, lupo rapace, Qual ce ha vetato insieme a ritornare Alla dolce concordia e dolce pace, A i dolci baci, al dolce lacrimare? Questo è l'aspro dolor che mi disface, Ch'io non posso con teco ragionare E chiederti perdon prima ch'io mora; Questo è l'affanno e doglia che me accora. -

Così dicendo Orlando con gran pianto Tra' for la spada, e il forte scudo imbraccia: La spada a cui non vale arme né incanto, Ma sempre dove gionge il camin spaccia. Il fatto già vi contai tutto quanto, Sì che non credo che mistier vi faccia Tornarvi a mente con quale arte e quando Da Falerina fusse fatto il brando.

Il conte, de ira e de doglia avampato, Salta nel ponte con quel brando in mano; Spezza il serraglio e via passa nel prato, Ove iaceva il perfido Aridano. Sotto al cipresso stava il renegato, Quelle arme del segnor de Montealbano, Che erano al tronco de intorno, mirando, Quando li gionse sopra 'l conte Orlando.

Smarrisse alquanto il malandrino in viso, Quando a sé vide sopra quel barone, Però che adosso gli gionse improviso; Pur saltò in piede e prese il suo bastone, E poi dicea: - Se tutto il paradiso Te volesse aiutare e idio Macone, E' non avrian possanza e non ardire, Ché in ogni modo ti convien morire. -

Al fin delle parole un colpo lassa Con quel baston di ferro il can fellone; Gionse nel scudo e tutto lo fraccassa, E cadde Orlando in terra ingenocchione. A braccia aperte il saracin se abassa, Credendolo portar sotto al gallone, Come portar quelli altri era sempre uso E poi nel lago profondarli giuso.

Ma il conte così presto non si rese, Benché cadesse, e non fu spaventato; Per il traverso un gran colpo distese, E gionse a mezo del scudo afatato. A terra ne menò quanto ne prese, E cadde il brando nel gallone armato, Rompendo piastre e il sbergo tutto quanto, Ché a quella spada non vi vale incanto.

E se non era il saracin chinato, Ché ben non gionse quella spata a pieno, Tutto l'avrebbe per mezo tagliato, Come un pezzo di latte, più né meno; Pur fu Aridano alquanto vulnerato, Onde li crebbe al cor alto veleno, E mena del bastone in molta fretta; Ma il conte l'ha assaggiato, e non l'aspetta.

Gettosse Orlando in salto de traverso E menò il brando per le gambe al basso, Ed a quel tempo il saracin perverso Callava il suo bastone a gran fraccasso. Tirando l'uno e l'altro di roverso Ben se gionsero insieme al contrapasso, Ma il brando, che non cura fatasone, Duo palmi e più tagliò di quel bastone.

Mosse Aridano un crido bestïale, E salta adosso al conte, d'ira acceso. Nulla diffesa al franco Orlando vale, Con tanta furia l'ha quel pagan preso, E vien correndo, come avesse l'ale. Alla riviera nel portò di peso, E così seco, come era abracciato, Giù nel gran lago se profonda armato.

Da l'alta ripa con molta roina Caderno insieme per quella acqua scura. Quivi più non aspetta Falerina, Ma via fuggendo su per la pianura Giva tremando come una tapina, Guardando spesso adietro con paura, E ciò che sente e vede di lontano, Sempre alle spalle aver crede Aridano.

Ma lui bon tempo stette a ritornare, Ché gionse con Orlando insino al fondo. Più nel presente non voglio cantare, Ché al tanto dir parole me confondo: Piacciavi a l'altro canto ritornare, Che la più strana cosa che abbia il mondo E la più dilettosa e più verace Vi contarò, se Dio ce dona pace.

Canto ottavo

Quando la terra più verde è fiorita, E più sereno il cielo e grazïoso, Alor cantando il rosignol se aita La notte e il giorno a l'arboscello ombroso; Così lieta stagione ora me invita A seguitare il canto dilettoso, E racontare il pregio e 'l grand'onore Che donan l'arme gionte con amore.

Dame legiadre e cavallier pregiati, Che onorati la corte e gentilezza, Tiratevi davanti ed ascoltati Delli antiqui baron l'alta prodezza, Che seran sempre in terra nominati: Tristano e Isotta dalla bionda trezza, Genevra e Lancilotto del re Bando; Ma sopra tutti il franco conte Orlando,

Qual per amor de Angelica la bella Fece prodezze e meraviglie tante, Che 'l mondo sol di lui canta e favella. E pur mo vi narrai poco davante Come abracciato alla battaglia fella Con Aridano, il perfido gigante, Cadde in quel lago nel profondo seno; Ora ascoltati il fatto tutto a pieno.

Cadendo della ripa a gran fraccasso Callarno entrambi per quella acqua scura, Dico Aridano e lui tutti in un fasso. Già giuso erano un miglio per misura, E, roïnando tutta fiata a basso, Cominciò l'acqua a farsi chiara e pura, E cominciarno di vedersi intorno: Un altro sol trovarno e un altro giorno.

Come nasciuto fosse un novo mondo, Se ritrovarno al sciutto in mezo a un prato, E sopra sé vedean del lago il fondo, Il qual, dal sol di suso aluminato, Facea parere il luogo più iocondo; Ed era poi d'intorno circondato Quel loco d'una grotta marmorina Tutta di pietra relucente e fina.

Era la bella grotta a piede al monte: Tre miglia circondava questo spaccio. Ora torniamo a ragionar del conte, Ch'è qui caduto col gigante in braccio, Seco sempre ristretto a fronte a fronte, E ben se aiuta per uscir de impaccio, Ma pur se sbatte e se dimena invano: Sei tanto è più de lui forte Aridano.

Né l'un da l'altro si potean spiccare, Sin che fur gionti in sul campo fiorito. Quivi Aridano il volse disarmare, Credendo averlo tanto sbigotito, Che più diffesa non dovesse fare; A benché tal pensier li andò fallito, Però che non l'avea lasciato a pena, Che 'l conte imbraccia il scudo e il brando mena.

Alor se incominciò l'aspra tencione E l'assalto crudele e dispietato. Il saracino adopra quel bastone Che avrebbe a un colpo un monte dissipato. Da l'altra parte il fio di Melone Avea quel brando ad arte fabricato, Che cosa non fu mai cotanto fina, E ciò che trova taglia con roina.

Orlando a lui ferì primeramente, Come li uscitte a ponto delle braccia, E roppe avanti l'elmo relucente, Benché non gionse il colpo nella faccia. Diceva il saracin tra dente e dente: - A questo modo la mosca se caccia, A questo modo al naso si fa vento; Ma ben ti pagarò, s'io non mi pento. -

Tra le parole un gran colpo disserra, Ma già non gionse il conte a suo talento, Ché ben lo avria disteso morto a terra, E tutto rotto con grave tormento. Or se rinforza la stupenda guerra: Quello ha possa maggior, questo ardimento, E ciascadun de vincer se procura: Battaglia non fu mai più orrenda e scura.

Benché gran colpi menasse Aridano, Non avea ponto Orlando danneggiato, E giva sempre il suo bastone invano. Ma il conte, che è di guerra amaestrato, Menava bene il gioco d'altra mano, E già l'aveva in tre parte impiagato, Nel ventre, nella testa, nel gallone: Fuora uscia il sangue a grande effusïone.

E, per non vi tenire a notte scura, L'ultimo colpo che Orlando li dona, Tutto lo parte, insino alla centura, Onde la vita e il spirto lo abandona, E cadde morto sopra a la pianura. Quivi d'intorno non era persona; Altro che il monte e il sasso non appare, Pur guarda il conte e non sa che si fare.

La bianca ripa che girava intorno, Non lasciava salire al monticello, Quale era verde e de arboscelli adorno, Tutto fiorito a meraviglia e bello. E dalla parte ove apparisce il giorno, Era tagliata a punta di scarpello Una porta patente, alta e reale: Più mai ne vidde il mondo un'altra tale.

Guardando, come ho detto, intorno Orlando Scorse nel sasso la porta tagliata, E verso quella a piede caminando Vien prestamente e gionse su l'intrata; E de ogni lato quella remirando, Vide una istoria in quella lavorata Tutta di pietre precïose e d'oro, Con perle e smalti di sotil lavoro.

Vedeasi un loco cento volte cinto De una muraglia smisurata e forte; Chiamavasi quel cerchio il Labirinto, Che avea cento serraglie e cento porte; Così scritto era in quel smalto e depinto. E tutto parea pieno a gente morte, Ché ogni persona che è d'intrare ardita, Vi more errando e non trova la uscita.

Mai non tornava alcuno ove era entrato, E, come è detto, errando si moria; O ver, dalla fortuna al fin guidato, Dopo l'affanno della mala via, Era nel fondo occiso e divorato Dal Minotauro, bestia orrenda e ria, Che avea sembianza d'un bove cornuto: Più crudel mostro mai non fu veduto.

Ritratta era in disparte una donzella, Che era ferita nel petto de amore De un giovanetto, e l'arte gli rivella Come potesse uscir di tanto errore. Tutta depinta vi è questa novella, Ma il conte, che a tal cosa non ha il core, Alle sue spalle quella porta lassa, E per la tomba caminando passa.

Via per la grotta va senza paura, Ed era gito avante da tre miglia Senza alcun lume per la strata oscura, Alor che gl'incontrò gran meraviglia; Perché una pietra relucente e pura, Che drittamente a foco se assimiglia, Gli fece luce mostrandoli intorno, Come un sol fosse in cielo a mezo giorno.

Questa davanti gli scoperse un fiume Largo da vinte braccia, o poco meno; Di là da lui rendea la pietra il lume, In mezo a un campo sì de zoie pieno, Che solo a dir di lor serìa un volume; E non ha tante stelle il cel sereno, Né primavera tanti fiori e rose, Quante ivi ha perle e pietre precïose.

Avea quel fiume ch'è sopra contato, Di sopra un ponte di poca largura, Che non è mezo palmo misurato. Da ciascun lato stava una figura Tutta di ferro, a guisa d'omo armato. Di là dal fiume aponto è la pianura, Ove posto il tesoro è di Morgana; Ora ascoltati questa cosa strana.

Non avea posto il piede su la intrata Del ponticello il figlio di Melone, Che la figura ad arte fabricata Levò da l'alto capo un gran bastone. Bene avea il conte sua spata fatata Per incontrare il colpo di ragione; Ma non bisogna che a questo risponda, Che dà nel ponte e tutto lo profonda.

A questa cosa riguardava il conte Meravigliando assai nel suo pensiero, Ed ecco a poco a poco uno altro ponte Nasce nel loco dove era il primiero. Su vi entra Orlando con ardita fronte, Ma de quindi varcar non è mistiero, Ché la figura mai passar non lassa Qual dà nel ponte, e sempre lo fraccassa.

Il conte avea de ciò gran meraviglia, Fra sé dicendo: "Or che voglio aspettare? Se il fiume fusse largo diece miglia, In ogni modo voglio oltra passare." Al fin delle parole un salto piglia: Vero è che indietro alquanto ebbe a tornare A prender corso; e, come avesse piume, D'un salto armato andò di là dal fiume.

Come fu gionto alla ripa nel prato Ove Morgana ha posto il gran tesoro, A sé davante vidde edificato Un re con molta gente a concistoro. Ciascun sta in piede, ed esso era assettato; Tutte le membre avean formato d'oro, Ma sopra eran coperti tutti quanti Di perle, de robini e de diamanti.

Parea quel re da tutti riverito; Avanti avea la mensa apparecchiata Con più vivande, a mostra di convito, Ma ciascadun di smalto è fabricata. Sopra al suo capo avea un brando forbito, Che morte li minaccia tutta fiata; Ed al sinistro fianco, a men d'un varco, Un che avea posto la saetta a l'arco.

Avea da lato un altro suo germano, Che lo rasomigliava di figura, E tenea un breve scritto nella mano. Così diceva a ponto la scrittura: ' Stato e ricchezza e tutto il mondo è vano Qual se possede con tanta paura; Né la possanza giova, né il diletto, Quando se tiene o prende con sospetto.'

Però stava quel re con trista ciera, Guardando intorno per suspizïone. A lui davanti, ne la mensa altiera, Sopra de un ziglio d'oro era il carbone, Che dava luce a guisa de lumiera, Facendo lume per ogni cantone; Ed era il quadro di quella gran piaccia Per ciascun lato cinquecento braccia.

Tutta coperta de una pietra viva Era la piazza e d'intorno serrata; Per quattro porte di quella se usciva, Ciascuna riccamente lavorata. Non vi ha fenestra e d'ogni luce è priva, Se non che è dal carbone aluminata, Qual rendeva là giù tanto splendore, Che a pena il sole al giorno l'ha maggiore.

Il conte, che di questo non ha cura, Verso una porta prese il suo camino, Ma quella nella entrata è tanto scura, Che non sa dove andare il paladino. Ritorna adietro e d'intorno procura De l'altre uscite per ogni confino; Tutte le cerca senza alcuna posa: Ciascuna è più dolente e tenebrosa.

Mentre che pensa e sta tutto suspeso, Andogli il core a quella pietra eletta, Che nella mente parea foco acceso, Onde a pigliarla corse con gran fretta; Ma la figura che avea l'arco teso, Subitamente scocca la saetta, E gionse drittamente nel carbone, Spargendo il lume a gran confusïone.

Cominciò incontinente un terremoto, Scotendo intorno con molto rumore. Mugiava in ogni lato il sasso voto: Odita non fu mai voce maggiore. Fermosse il conte stabile ed immoto, Come colui che fu senza terrore: Ecco il carbone al ziglio torna in cima, E rende il lume adorno come in prima.

Orlando per pigliarlo torna ancora, Ma, come a ponto con la mano il tocca, Lo arcier che è a lato al re, senza dimora Una saetta d'oro a l'arco scocca; E durò il terremoto più d'un'ora, Squassando con rumor tutta la rocca; Poi cessò al tutto, e il bel lume vermiglio Tornò come era avanti in cima al ziglio.

Or fa pensiero il bon conte de Anglante Avere al tutto quella pietra fina. Trasse a sé il scudo e quel pose davante Ove l'arciero il suo colpo destina; Poi prese il bel carbone, e 'n quello istante Gionse la frizza al scudo con roina, Ma non puote passarlo il colpo vano: Via ne va Orlando col carbone in mano.

E come lo guidava la fortuna, Non prese a destra mano il suo vïaggio, Che serìa uscito de la grotta bruna Salendo sempre suso, il baron saggio. Là gioso ove non splende sol né luna, Né se può ritornar senza dannaggio, Callava il conte, verso la pregione Ove Ranaldo stava con Dudone.

Fôr questi presi sopra la rivera, Sì come già davanti io vi contai, E Brandimarte ancora con questi era, Ed altri cavallieri e dame assai, Ch'eran più de settanta in una schiera, Che non avean speranza uscir giamai Di quello incanto orribile e diverso, Ma ciascadun si tiene al tutto perso.

E sappiati che il franco Brandimarte Non fu per forza, come gli altri, preso; Ma Morgana la fata con mala arte L'avea d'amor con falsa vista acceso; E seguendola lui per molte parte, Non fu da alcun giamai con arme offeso, Ma con carezze e con viso iocondo Fu trabuccato a quel dolente fondo.

Or, come io dissi, il bon conte di Brava Giù nella tomba alla sinistra mano Per una scala di marmo callava Più de un gran miglio, e poi gionse nel piano; E col carbone avanti alluminava, Perché altramente serìa gito invano, Ché quel camino è sì malvaggio e torto, Che mille fiate errando serìa morto.

Poi che fu gionto in su la terra piana Il conte, che a quel lume si governa, Parbe vedere a lui molto lontana Una fissura in capo alla caverna; E, caminando per la strata strana, A poco a poco pur par che discerna, Che quella era una porta al fin del sasso, Qual dava uscita al tenebroso passo.

L'aspra cornice di quel sasso altiero Con tal parole a lettre era tagliata: ' Tu che sei gionto, o dama, o cavalliero, Sappi che quivi facile è la entrata, Ma il risalir da poi non è legiero A cui non prende quella bona fata, Qual sempre fugge intorno e mai non resta, E dietro ha il calvo alla crinuta testa.'

Il conte le parole non intese, Ma passa dentro quella anima ardita, E, come a ponto nel prato discese, Voltando gli occhi per l'erba fiorita Alto diletto riguardando prese; Perché mai non se intese per odita, Né pNr veduta in tutto quanto il mondo Più vago loco, nobile e iocondo.

Splendeva quivi il ciel tanto sereno, Che nul zaffiro a quel termino ariva, Ed era d'arboscelli il prato pieno, Che ciascun avea frutti e ancor fioriva. Longe alla porta un miglio, o poco meno, Uno alto muro il campo dipartiva, De pietre trasparente e tanto chiare, Che oltra di quello il bel giardino appare.

Orlando dalla porta se alontana, E mentre che per l'erba via camina, Vidde da lato adorna una fontana D'oro e di perle e de ogni pietra fina. Quivi distesa stavasi Morgana Col viso al cielo e dormiva supina, Tanto suave e con sì bella vista Che rallegrata avrebbe ogni alma trista.

Le sue fattezze riguardava il conte Per non svegliarla, e sta tacitamente. Lei tutti etcrini avea sopra la fronte, E faccia lieta, mobile e ridente; Atte a fuggire avea le membre pronte, Poca trezza di dietro, anzi nïente; Il vestimento candido e vermiglio, Che sempre scappa a cui li dà de piglio.

- Se tu non prendi chi te giace avante, Prima che la se sveglia, o paladino, Frustarai a' tuoi piedi ambe le piante Seguendola da poi per mal camino; E portarai fatiche e pene tante, Prima che tu la tenghi per il crino, Che serai reputato un santo in terra Se in pace soffrirai cotanta guerra. -

Queste parole fur dette ad Orlando, Mentre che attento alla fata mirava, Onde se volse adietro, ed ascoltando Verso la voce tacito ne andava; E forse trenta passi caminando A piè de l'alto mur presto arivava, Qual tutto di cristallo è tanto chiaro, Che oltra si vede senza alcun divaro.

Così cognobbe lo ardito barone Come colui che avanti avea parlato, Di là da quel cristallo era pregione, E prestamente l'ha rafigurato, Perché quello era il suo franco Dudone; Ed ora l'un da l'altro è separato Forse tre piedi, o poco meno, o tanto: Pensati che ciascun facea gran pianto.

Ben distendevan l'una e l'altra mano Per abracciarse insieme ad ogni parte. Dice a Dudone: - Io me affatico invano, Ché in nulla forma mai potria toccarte. - In quello giunse il sir de Montealbano, Che a braccio ne venìa con Brandimarte, E non sapevan del conte nïente; Ciascun di lor piangendo fu dolente.

Disse Ranaldo: - Egli ha pur l'armi in dosso, E tiene al fianco ancor la spata cinta: Ciascun de noi, per Dio! verrà riscosso, Ché sua prodezza non serà mai vinta; Abenché rallegrar pur non mi posso, Perché io non so se l'ira ancora è estinta, Quando per colpa mia quasi fui morto, Alor che seco combatteva a torto.

Ch'io non doveva per nulla cagione Prender con seco alcuna differenza; Egli è di me maggiore, e di ragione Lo debbo sempre avere in riverenza. - Diceva Brandimarte al fio d'Amone: - Di questo ditto non aver temenza; Così quindi te tragga Dio verace, Come tra voi farò presto la pace. -

E così l'un con l'altro ragionando, Come vi dico, assai pietosamente, Per caso allor se volse il conte Orlando, Ed ambi li cognobbe incontinente; E piangendo di doglia e sospirando, Con parlar basso e con voce dolente Li adimandava con qual modo e quanto Fusser già stati presi a quello incanto.

E poi che intese la fortuna loro, Che ciascadun piangendo la dicia, Prese dentro dal core alto martoro, Perché forza né ingegno non valìa A romper quel castello e il gran lavoro, Qual chiudea intorno quella pregionia; E tanto più se turba il conte arguto, Che gli ha davanti e non può darli aiuto.

Avanti a gli occhi suoi vedea Ranaldo E gli altri tutti che cotanto amava, Onde di doglia e di grande ira caldo Per dar nel mur col brando il braccio alzava; Ma cridarno e prigion tutti: - Sta saldo! Sta, per Dio! queto, - ciascadun cridava, - Ché, come ponto si spezzasse il muro, Giù nella grotta caderemo al scuro. -

Seguiva poi parlando una donzella, La qual di doglia in viso parea morta, E così scolorita era ancor bella; Costei parlava al conte in voce scorta: - Se trar ce vuoi di questa pregion fella, Conviente gir, baron, a quella porta Che de smiraldi e de diamanti pare; Per altro loco non potresti entrare.

Ma non per senno, forza, o per ardire, Non per minaccie, o per parlar soave Potresti quella pietra fare aprire, Se non te dona Morgana la chiave; Ma prima se farà tanto seguire, Che ti parrebbe ogni pena men grave Che seguir quella fata nel deserto Con speranza fallace e dolor certo.

Ogni cosa virtute vince al fine: Chi segue vince, pur che abbia virtute; Vedi qua tante gente peregrine, Che speran per te solo aver salute. Tutte noi altre misere, tapine, Prese per forza al fondo siàn cadute: Tu sol, sopra ad ogni altro appregïato, In questo loco sei venuto armato.