Orlando innamorato

Part 30

Chapter 304,277 wordsPublic domain

Ed Amerigo, duca di Savoglia, E Guido il Borgognon vada in persona, E la sua gesta seco si raccoglia Roberto de Asti e Bovo de Dozona. Chi non obedirà, sia chi si voglia, Serà posto ribello alla corona. Ora, Naimo mio caro, intendi bene: Tenire aperti gli occhi ti conviene.

In molte parte te convien guardare Per non essere accolto allo improviso, Ché, stu li lasci a terra dismontare, Non andarà la cosa più da riso. Tien la vedetta per terra e per mare, E fa che de ogni cosa io n'abbia aviso, Ch'io starò sempre in campo proveduto A dare, ove bisogni, presto aiuto. -

Fu in cotal forma il consiglio fermato, Sì come avea disposto Carlo Mano, E ciascadun da lui tolse combiato, Ed andò il duca Amone a Montealbano, Da molti bon guerreri accompagnato; E il duca Naimo per monte e per piano, Con pedoni e cavalli in quantitade, Gionse in Marsiglia dentro alla citade.

Trenta migliara avea de cavallieri, Ed ha vinti migliara de pedoni; E tra lor cominciarno a far pensieri Qual terra ciascadun de quei baroni Tenesse al suo governo volentieri; Né già vi fôr tra lor contenzïoni, Ma ciascun, come a Naimo fu in talento, Prese la guarda e rimase contento.

Torniamo a Rodamonte, che nel mare Ha gran travaglia contra alla fortuna; La notte è scura e lume non appare De alcuna stella, e manco della luna. Altro non se ode che legni spezzare L'un contra a l'altro per quella onda bruna, Con gran spaventi e con alto romore: Grandine e pioggia cade con furore.

Il mar se rompe insieme a gran ruina, E 'l vento più terribile e diverso Cresce d'ognor e mai non se raffina, Come volesse il mondo aver somerso. Non sa che farsi la gente tapina, Ogni parone e marinaro è perso; Ciascuno è morto e non sa che si faccia: Sol Rodamonte è quel che al cel minaccia.

Gli altri fan voti con molte preghiere, Ma lui minaccia al mondo e la natura, E dice contra Dio parole altiere Da spaventare ogni anima sicura. Tre giorni con le notte tutte intiere Sterno abattuti in tal disaventura, Che non videro al cielo aria serena, Ma instabil vento e pioggia con gran pena.

Al quarto giorno fu maggior periglio, Ché stato tal fortuna ancor non era, Perché una parte di quel gran naviglio Condotta è sotto Monaco in rivera. Quivi non vale aiuto né consiglio; Il vento e la tempesta ognior più fiera Ne l'aspra rocca e nel cavato sasso Batte a traverso e legni a gran fracasso.

Oltra di questo tutti e paesani, Che cognobber l'armata saracina, Cridando: - Adosso! adosso a questi cani! - Callarno tutti quanti alla marina, E ne' navigli non molto lontani Foco e gran pietre gettan con roina, Dardi e sagette con pegola accesa; Ma Rodamonte fa molta diffesa.

Nella sua nave alla prora davante Sta quel superbo, e indosso ha l'armatura, E sopra a lui piovean saette tante E dardi e pietre grosse oltra a misura, Che sol dal peso avrian morto un gigante; Ma quel feroce, che è senza paura, Vôl che 'l naviglio vada, o male o bene, A dare in terra con le vele piene.

Aveano e suoi di lui tanto spavento, Che ciascaduno a gran furia se mosse, Ed ogni nave al suo comandamento Sopra alla spiagia alla prora percosse. Traeva Mezodì terribil vento Con spessa pioggia e con grandine grosse; Altro non se ode che nave strusire Ed alti cridi e pianti da morire.

Di qua di là per l'acqua quei pagani Con l'arme indosso son per anegare, E gettan frezze e dardi in colpi vani; Mai non li lascia quella unda fermare. In terra stanno armati e paesani, Né li concedon ponto a vicinare, E di Monico uscì, che più non tarda, Conte Arcimbaldo e la gente lombarda.

Questo Arcimbaldo è conte di Cremona, E del re Desiderio egli era figlio; Gagliardo a meraviglia di persona, Scaltrito, e della guerra ha bon consiglio. Costui la rocca a Monico abandona Sopra un destrier coperto di vermiglio, E con gran gente calla alla riviera, Ove apizzata è la battaglia fiera.

A Monico il suo patre l'ha mandato, Ch'è sopra alle confine di Provenza, Perché intenda le cose in ogni lato, E dàlli avviso in ciascuna occorrenza. Il re dentro a Savona era fermato, Dov'ha condutta tutta sua potenza Con bella gente per terra e per mare, Ché ad Agramante il passo vôl vetare.

Ora Arcimbaldo con molti guerrieri, Come io vi dico, sopra al mar discese, E fie' tre schiere de' suoi cavallieri, E sopra al litto aperto le distese. Esso con soi pedoni e ballestrieri Andò in soccorso a questi del paese, Dove è battaglia orribile e diversa, Benché l'armata sia rotta e somersa.

Ché Rodamonte, orrenda creatura, Fa più lui sol che tutta l'altra gente; Egli è ne l'acqua fino alla centura, Adosso ha dardi e sassi e foco ardente. Ciascaduno ha di lui tanta paura, Che non se gli avicina per nïente, Ma da largo cridando con gran voce Con lancie e frizze quanto può li nôce.

Esso rassembra in mezo al mar un scoglio, E con gran passo alla terra ne viene, E per molta superbia e per orgoglio Dove è più dirupato il camin tiene. Or, bei Segnori, io già non vi distoglio Ch'e Cristïan non se adoprassen bene; Ma non vi fo remedio a quella guerra: Al lor dispetto lui discese in terra.

Dietro vi viene di sua gente molta, Che da le nave e da i legni spezzati Mezo somersa insieme era ricolta, A benché molti ne erano affondati, Ché non ne campò il terzo a questa volta; E questi che alla terra eno arivati, Son sbalorditi sì dalla fortuna, Che non san s'egli è giorno o notte bruna.

Ma tanto è forte il figlio de Ulïeno, Che tutta la sua gente tien diffesa, Come fu gionto asciutto nel terreno, E comincia dapresso la contesa; Tra' Cristïan facea né più né meno Che faccia il foco nella paglia accesa, Con colpi sì terribili e diversi Che in poco d'ora quei pedon dispersi.

In quel tempo Arcimbaldo era tornato, Per condur sopra al litto e cavallieri, E giù callava in ordine avisato, Come colui che sa questi mestieri. Ogni penone al vento è dispiegato, Di qua di là se alciarno e cridi fieri; Il conte di Cremona avanti passa, Ver Rodamonte la sua lancia abassa.

Fermo in due piedi aspetta lo Africante; Arcimbaldo lo giunse a mezo il scudo, E non lo mosse ove tenìa le piante, Benché fu il colpo smisurato e crudo; Ma il Saracin, che ha forza de gigante, E teneva a due mane il brando nudo, Ferisce lui d'un colpo sì diverso, Che tagliò tutto il scudo per traverso.

Né ancor per questo il brando se arrestava, Benché abbia quel gran scudo dissipato, Ma piastra e maglia alla terra menava, E fecegli gran piaga nel costato. Certo Arcimbaldo alla terra n'andava, Se non che da sua gente fu aiutato, E fu portato a Monico alla rocca, Come se dice con la morte in bocca.

Tutti quei paesani e ogni pedone Fôr da' barbari occisi in su l'arena, Che eran sei miglia e seicento persone: Non ne campâr quarantacinque apena. Li cavallier fuggîr tutti al girone: Non dimandar s'ogniom le gambe mena; Ma se quei saracini avean destrieri, Perian con gli altri insieme e cavallieri.

Sino al castel fu a lor data la caccia, Poi giù callarno quei pagani al mare, Il quale era tornato ora a bonaccia: Qua Rodamonte li fece aloggiare. Ciascun de aver la robba se procaccia Che somersa da l'onde al litto appare; Tavole e casse ed ogni guarnimento Sopra a quella acqua va gettando il vento.

Fôr le sue nave intra grosse e minute Che se partîr de Algier cento novanta; Meglio guarnite mai non fôr vedute Di bella gente e vittuaglia tanta; Ma più che le due parte eran perdute, Né se atrovarno a Monico sessanta; E queste più non son da pace o guerra, Ché 'l più de loro avean percosso in terra.

Morti eran tutti quanti e lor destrieri, E perduta ogni robba e vittuaglia; Rodamonte al tornar non fa pensieri, Né stima tutto il danno una vil paglia. Va confortando intorno e suoi guerreri Dicendo: - Compagnoni, or non vi incaglia Di quel che tolto ce ha fortuna o mare, Ché per un perso, mille io vi vuo' dare.

E quivi non farem lungo dimoro, Ché povra gente son questi villani. Io vo' condurvi dove è il gran tesoro, Giù nella ricca Francia a i grassi piani. Tutti portano al collo un cerchio d'oro, Come vedreti, questi fraudi cani, Sì che del perso non vi dati lagno, Ché noi siam gionti al loco del guadagno. -

Così la gente sua va confortando Re Rodamonte con parlare ardito; Questo e quello altro per nome chiamando, Gli invita a riposar sopra a quel lito. Or de Arcimbaldo vi verrò contando, Che nel castel di Monico è fuggito, Rotto e sconfitto ed a morte piagato, Come di sopra a ponto io ve ho contato.

Come alla rocca fu dentro alle mura, Al patre un messaggiero ebbe mandato, Che gli contasse di questa sciagura El fatto tutto, come era passato. De avvisar Naimo ancora ha preso cura, Qual già dentro a Marsilia era arivato, E mandò ad esso un altro messaggiero, Che gli raconta il fatto tutto intero.

Re Desiderio fu molto dolente, Quando egli intese la novella fiera; Uscitte de Savona incontinente, Spiegando al vento sua real bandiera; A Monico ne vien con la sua gente. Da l'altra parte il duca di Bavera Si mosse di Marsilia con gran fretta, Per far de' Saracini aspra vendetta.

Ciascuna schiera a gran furia camina, Dico Francesi e gente italïana, E l'una vidde l'altra una matina Da due vallette non molto lontana. In mezo è Rodamonte alla marina, Dove accampata ha sua gente africana. Quel forte saracin dal crudo guardo Vidde nel monte gionto il re lombardo,

Con tante lancie e con tante bandiere Che una selva de abeti se mostrava; Tutta coperta di piastre e lamiere La bella gente il poggio alluminava. Cridando Rodamonte in voce altiere Chiama sua gente e l'armi dimandava, E in un momento fu tutto guarnito Di piastra e maglia il giovanetto ardito.

Fuor salta a piedi, e non avea destriero, Ché per fortuna l'ha perso nel mare. Or se leva a sue spalle il crido fiero Per l'altra gente che nel poggio appare, Io dico Naimo, Ottone e Belengiero, Che d'altra parte vengono arivare, Roberto de Asti e 'l conte di Lorena Con Bradamante, che la schiera mena.

Avanti a gli altri vien quella donzella, E bene al suo german tutta assomiglia; Proprio assembra Ranaldo in su la sella, E di bellezza è piena a meraviglia. Costei mena la schiera a gran flagella; Ma Rodamonte, levando le ciglia, Gionta la gente vede in ogni lato, Che quasi intorno l'ha chiuso e serrato.

A' suoi rivolto con la faccia oscura, Disse: - Prendeti qual schiera vi piace, O questa o quella, ch'io non ne do cura; L'altra soletto, per lo Dio verace, Voglio mandare in pezzi alla pianura. - Così parlava quel giovane audace, Ma la sua gente, che ha per lui gran core, Verso e Lombardi è mossa con furore.

Trombe e tamburi a un tratto e cridi altieri Oditi fôrno intorno ad ogni lato; Re Desiderio e' soi bon cavallieri Mena a roina il popol rinegato; A benché e Saracin eran sì fieri Per la prodezza del suo re appregiato, Che, ancor che fusser de' Lombardi meno, Perdiano a palmo a palmo il suo terreno.

Ma in questo loco è la battaglia zanza, Dico a rispetto de l'altra vicina, Dove contra ai baron che eran di Franza Combatte Rodamonte a gran roina. Costui ben certo di prodezza avanza Quanta fôr mai di gente saracina; In guerra non fu mai tanto fraccasso, Però contar lo voglio a passo a passo.

Il duca Naimo, che è saggio e prudente, Come vede e nemici alla pianura, Fermò sopra del monte la sua gente, E divisela in terzo per misura. La schiera che venìa primeramente, Fu Bradiamante, ch'è senza paura; La figliola de Amon, quella rubesta, Venìa spronando con la lancia a resta.

E seco al paro il conte de Lorena, Ciò fu Ansuardo, de battaglia esperto, Che giù callando gran tempesta mena, E 'l conte de Asti, quel franco Roberto. Questa è la prima schiera, che è ben piena: Sedeci millia e più son per il certo. Poi mosse la seconda con gran crido, Sotto il duca Americo e il duca Guido.

L'un di Savoia e l'altro è di Bergogna, Ciascadun d'essi ha più franca persona. Contarvi e capitani mi bisogna: Con loro è gionto Bovo di Dozona; Per fare a' Saracini onta e vergogna, Questa schiera seconda s'abandona; La terza guida Naimo il bon vecchione, E Avorio e Avino e Belengiero e Ottone.

Il padre e' quatro figli a questa schiera Son posti di quel campo al retroguardo, Con tutta la sua gente di Baviera. Ora tornamo al saracin gagliardo, Che non avea stendardo né bandiera, Ma tutto solo a mover non fu tardo Contra alla gente che il monte discende; Solo ed a piede la battaglia prende.

Piacciavi, bei segnor, di ritornare Ad ascoltar la zuffa che io vo' dire, Ché se mai prove odesti racontare E colpi orrendi e diverso ferire, E gente rotte a terra trabuccare, Tutto è nïente a quel ch'io vo' seguire. Nel fin del canto tornerò ad Orlando: Adio, segnori; a voi mi racomando.

Canto settimo

Non fu, signor, contato più giamai Battaglia sì diversa e tanto orribile, Perché, come di sopra io vi contai, Rodamonte di Sarza, quel terribile, Contra de Naimo, che avea gente assai, Solo è afrontato, che è cosa incredibile; Ma Turpin, che dal ver non se diparte, Per fatto certo il scrisse alle sue carte.

Né so se 'l fu piacer del celo eterno Donar tanta prodezza ad un Pagano, O se 'l demonio, uscito dell'inferno, Combattesse per lui quel giorno al piano; E' pose nostra gente in tal squaderno, Che non fu data, al ricordare umano, Cotal sconfitta a nostra gente santa, Quale in quel giorno che il mio dir vi canta.

Tutte le schiere, come io ve ho contato, Giù della costa son callate al basso; Da l'altra parte Rodamonte armato Ha fesa la battaglia a gran fraccasso. La nostra gente come erba di prato Taglia a traverso e manda morta al basso; Pedoni e cavallier, debili e forti L'un sopra a l'altro van spezzati e morti.

Sempre ferendo va quello africante Dritti e roversi, e cridando minaccia; Egli ha i nemici di dietro e davante, Ma lui col brando se fa ben far piaccia. Ecco gionta alla zuffa Bradamante, Quella donzella ch'è di bona raccia; Come fùlgor del cielo, o ver saetta, Ver Rodamonte la sua lancia assetta.

Dal lato manco il gionse nel traverso E passò il scudo questa dama ardita, E quasi a terra lo mandò riverso, Benché non fece a quel colpo ferita; Ché 'l saracin, che fu tanto diverso, Ed avea forza incredibile e infinita, Portava sempre alla battaglia indosso Un cor di serpe, mezo palmo grosso.

Ma non di manco pur fo per cadere, Come io ve dissi, per quella incontrata, Quando la dama che ha tanto potere Lo ferì al fianco con lancia arrestata; Tutta la gente che l'ebbe a vedere, Levò gran crido e voce smisurata; Né già per questo al pagan se avicina, Ma sol cridando aiuta la fantina.

Lei già rivolto ha il suo destrier coperto, E torna adosso a quel saracin crudo. Or fuor de schiera uscì il conte Roberto E ferì Rodamonte sopra il scudo, Ed Ansuardo de battaglia esperto, Egli sprona anco adosso a brando nudo; Onde la gente, che ha ripreso core, Tutta se mosse insieme a gran furore,

- Adosso! adosso! - ciascadun cridando, Con sassi e lancie e dardi oltra misura. Rideva il saracin questo mirando, Come colui che fu senza paura; Mena a traverso il furïoso brando, E gionse proprio a loco di cintura Quello Ansuardo, conte di Lorena, E morto a terra il pose con gran pena.

Mezo alla terra e mezo nell'arcione Rimase il busto di quel paladino: Non fu mai vista tal destruzïone. A Brandimante mena il saracino; Lei non accolse, ma gionse il ronzone, Che era coperto de usbergo acciarino; Non giova usbergo né piastra né maglia, Ché col e spalle a quel colpo li taglia.

Onde rimase a terra la donzella, Ché 'l suo destriero è in duo pezi partito. Adosso a gli altri il saracin martella; Roberto, il conte de Asti, ebbe cernito: De un colpo il fende insino in su la sella. Alor fu ciascaduno sbigotito, Mirando il colpo di tanta tempesta: Chi può fuggire, in quel campo non resta.

Rimase, com'io dico, Brandimante Col destrier morto adosso in su l'arena Tra quelle genti occise, che eran tante, Che più morta che viva era con pena. E Rodamonte, busto de gigante, Col brando tutto il resto a morte mena; Sempre alla folta in mezzo è il gran pagano, E manda pezzi da ogni banda al piano.

Pezzi de omini armati e de destrieri Da ciascun canto in su la terra manda: Contarvi e colpi non vi fa mestieri, Né quanto sangue per terra si spanda. Vanno a fraccasso e nostri cavallieri, Ciascun fuggendo a Dio si racomanda; Ed a dir presto e ben la cosa intera, Tutta a roina è già la prima schiera.

E gionto è quel pagano alla seconda, E rinovata è qui l'aspra battaglia, Ché gente sopra a gente più ve abonda, E fatto ha intorno al saracin serraglia; Ma lui col brando tutti li profonda, E men gli stima che un covon de paglia. Il duca Naimo, che ogni cosa vede, Per la gran doglia di morir se crede.

- Segnor del cel, - dicea - se alcun peccato Contra de noi la tua iustizia inchina, Non dar l'onore a questo rinegato, Che così strazia tua gente meschina! - Questo dicendo, un messo ebbe mandato, Che racontasse a Carlo la roina Che era incontrata, e dimandasse aiuto, Benché se tenga ormai morto e perduto,

Poi che 'l pagano ha sì franca persona, Che non trova riparo a sua possanza. Ecco scontrato ha Bovo de Dozona, E tutto feso l'ha fin nella panza. Sua gente morto in terra lo abandona, E ciascadun che avea prima baldanza, Veggendo il colpo orrendo oltra al dovere, Volta le spalle e fugge a più potere.

Ma sempre a loro è in mezo il pagan fiero: Tutti li occide senza alcun riguardo. Chi fugge a piede, e chi fugge a destriero, Ma nanti al saracin ciascuno è tardo, Ché Rodamonte è sì presto e legiero, Che al corso avea più volte gionto un pardo. Non vi giova fuggire e non diffesa: Tutti li manda morti alla distesa.

Come al decembre il vento che s'invoglia, Quando comincia prima la freddura: L'arbor se sfronda e non vi riman foglia; Così van spessi e morti a la pianura. Ecco Americo, il duca di Savoglia, Ch'è rivoltato in sua mala ventura, E gionse a mezo il petto lo Africano, Roppe sua lancia, e fu quel colpo vano;

Ché a lui ferì il pagan sopra la testa, E tutto il parte insin sotto al gallone. Or fugge ciascaduno e non se arresta; Mai non se vidde tal confusïone. Il duca Naimo una grossa asta arresta, E move la sua schiera il bon vecchione, E seco ha quattro figli, ogniom più fiero, Avino, Avorio, Ottone e Belengiero.

Cresce la zuffa e il crido se rinova, E levasi il rumore e 'l gran polvino. Primeramente Avorio il pagan trova, E ben rompe sua lancia il paladino; Ma Rodamonte sta fermo alla prova, E non se piega il forte saracino; E similmente nel colpir de Ottone Stette in duo piedi saldo al parangone.

L'un dopo l'altro Avino e Belengero A lui feriano adosso arditamente, E scontrò Naimo ancora, il buon guerriero; Ma, come gli altri, pur fece nïente. Al quinto colpo quel saracin fiero Alciò la faccia a guisa de serpente; Crollando il capo disse: - Via, canaglia! Ché tutti non valeti un fil di paglia. -

Né più parole; ma del brando mena, E gionse nella testa al franco Ottone. Come a Dio piacque e sua Matre serena, Voltosse il brando e colse de piattone, E fo quel colpo di cotanta pena, Che tramortito lo trasse d'arzone; Né sopra a questo il saracin se arresta, Ma dà tra gli altri e mena gran tempesta.

E misse a terra duo de quei gagliardi, Avorio e Belengier, feriti a morte; E gli altri tutti, e nobili e codardi, Seriano occisi da quel pagan forte, Se Desiderio e' suoi franchi Lombardi Non avesser turbata quella sorte, Perché a quel tempo con sua gente scorta La ria canaglia avea sconfitta e morta;

E gionto era alle spalle al saracino, Che roïnando gli altri avanti caccia E già per terra avea disteso Avino, Ferito crudelmente nella faccia. Come un gran vento nel litto marino Leva l'arena e il campo avanti spaccia, Così quel crudo con la spada in mano Tutta la gente manda morta al piano.

Per l'aria van balzando maglie e scudi, Ed elmi pien di teste, e braccie armate, Ma benché taglia come corpi nudi Sbergi e lameri e le piastre ferrate, Pur rivoltava spesso gli occhi crudi Alle sue gente rotte e dissipate, E tutta via mirando alla sua schiera, Facea battaglia avanti orrenda e fiera.

Quale il forte leone alla foresta, Che sente alle sue spalle il cacciatore, Squassando e crini e torzendo la testa Mostra le zanne e rugge con terrore; Tal Rodamonte, odendo la tempesta Che faceano e Lombardi, e 'l gran furore Della sua gente rotta e posta in caccia, Rivolta a dietro la superba faccia.

Sua gente fugge, e chi più può sperona: Beato se tenìa chi era il primiero. Re Desiderio mai non li abandona, Anci li caccia per stretto sentiero. A lui davanti è il conte di Cremona, Qual fu suo figlio e fu bon cavalliero, Dico Arcimbaldo, e seco a mano a mano Vien Rigonzone, il forte parmesano.

Era costui feroce oltra a misura, Ma legier di cervel come una paglia; O ver guarnito, o senza l'armatura, Battendo gli occhi intrava alla battaglia; Né della vita né de onor si cura, Ché sua ballestra non avea serraglia, Dico, perché scoccava al primo tratto: A dire in summa, el fu gagliardo e matto.

Or questi duo la gente saracina, Dico Arcimbaldo insieme e Rigonzone, Cacciano in rotta con molta roina. Del re di Sarza in terra è 'l confalone, Ch'era vermiglio, e dentro una regina, Quale avea posto il freno ad un leone: Questa era Doralice de Granata, Da Rodamonte più che il core amata.

Però ritratta nella sua bandiera La portava quel re cotanto atroce, Sì naturale e proprio come ella era, Che altro non li manca che la voce. E lei mirando, alla battaglia fiera Più ritornava ardito e più feroce, Ché per tal guardo sua virtù fioriva, Come l'avesse avante a gli occhi viva.

Quando la vidde alla terra caduta, Mai fu nella sua vita più dolente; La fiera faccia di color si muta, Or bianca ne vien tutta, or foco ardente. Se Dio per sua pietate non ce aiuta, Perduto è Desiderio e la sua gente, Perché il pagano ha furia sì diversa, Che nostra gente fia sconfitta e persa.

Questa battaglia tanto sterminata Tutta per ponto vi verrò contando, Ma più non ne vo' dire in questa fiata, Perché tornar conviene al conte Orlando, Quale era gionto al fiume della fata, Sì come io vi lasciai alora quando Con Falerina se pose a camino, Poi che disfatto fu quel bel giardino:

Quel bel giardino ove era guardïano Il drago, il toro e l'asinello armato, E quel gigante, che era ucciso in vano Come di sopra vi fu racontato. Tutto il disfece il senator romano, Benché per arte fosse fabricato, Ed alla dama poi dette perdono, Per trar dal ponte quei che presi sono:

Quei cavallier, che presi erano al ponte Dal vecchio ingannator, come io contai. Quivi n'andava drittamente il conte, Per trar cotanta gente di tal guai, Via caminando per piani e per monte; Con seco è Falerina sempre mai, A piede, come lui, né più né meno, Ché non avean destrier né palafreno.

Perduto aveva il conte Brigliadoro, Come sapiti, e insieme Durindana; Or, così andando a piè ciascun de loro, Gionsero un giorno sopra alla fiumana, Ove la falsa Fata del Tesoro Avea ordinata quella cosa strana, Più strana e più crudel che avesse il mondo, Perché il fior de' baroni andasse al fondo.

Fu profondato quivi il fio de Amone, Come di sopra odesti raccontare, E seco Iroldo e l'altro compagnone, Che ancor mi fa pietate a ricordare; Né dopo molto vi gionse Dudone, Il qual venìa questi altri a ricercare, Ché comandato li avea Carlo Mano Che trovi Orlando e il sir de Montealbano.

Caminando il baron senza paura, Cercato ha quasi il mondo tutto quanto; E, come volse la mala ventura, Gionse a quel lago fatto per incanto, Ove Aridano, orrenda creatura, Cotanta gente avea condutta in pianto, Perché ogni cavalliero e damigella Getta nel lago la persona fella.

Così fu preso e nel lago gettato Dudone il franco, e non vi ebbe diffesa, Perché Aridano in tal modo è fatato, Che ciascadun che avea seco contesa, Sei volte era di forza superchiato, Onde veniva ogni persona presa; Perché, se alcun baron ha ben possanza, E lui sei tanta di poter lo avanza.

Tanta fortezza avea quel disperato Che, come spesso se potea vedere, Natava per quel lago tutto armato, E tornava dal fondo a suo piacere; E quando alcuno avesse profondato, Giù se callava senz'altro temere, E poi, notando per quella acqua scura, Di lor portava a soma l'armatura.