Orlando innamorato

Part 24

Chapter 244,277 wordsPublic domain

O Dio del celo, o Vergine regina, Diffendete Ranaldo a questo tratto, Ché 'l colpo è fiero e di tanta ruina, Che un monte de diamanti avria disfatto. Taglia ogni cosa Durindana fina, Né seco ha l'armatura tregua o patto; Ma Dio, che campar volse il fio d'Amone, Fece che 'l brando colse di piatone.

Se gionto avesse la spada di taglio, Tutto il fendeva insino in su l'arcione; Sbergo ni maglia non giovava uno aglio, Ed era occiso al tutto quel barone. Ma fu di morte ancora a gran sbaraglio, Ché il colpo gli donò tal stordigione, Che da l'orecchie uscia il sangue e di bocca; Con tanta furia sopra l'elmo il tocca.

Tutta la gente che intorno guardava Levò gran crido a quel colpo diverso; E Marfisa tacendo lacrimava, Perché pose Ranaldo al tutto perso. Il conte ad ambe mano anco menava Per tagliar quel baron tutto a traverso; E ben puoteva usar di cotal prove: Ranaldo è come morto e non se move.

Quel colpo sopra lui già non discese, Ché Angelica alla zuffa era presente. Lei tenne il conte, e per il braccio il prese, Ed a lui volta con faccia ridente, Disse: - Barone, egli è chiaro e palese Che tra gentile e generosa gente Solo a parole se osserva la fede: Senza giurare l'uno a l'altro crede.

Questa matina promisi e giurai Per una volta di farti contento, E come e quando tu comandarai; Ma prima tu dèi trare a compimento Una impresa per me, come tu sai, La qual comandar posso a mio talento; Sì che io te dico, franco paladino, Incontinente pòneti a camino.

Prendi la strata per questa campagna, Né te curar de indugia né de posa, Sin che sei gionto nel regno de Orgagna, Là dove trovarai mirabil cosa; Ché una regina piena di magagna (Così Dio ne la faccia dolorosa!) Ha fabricato un giardin per incanto, Per cui destrutto è il regno tutto quanto.

Perché alla guarda del falso giardino Dimora un gran dragone in su la porta, Qual ha deserto intorno a quel confino Tutta la gente del paese, e morta; Né passa per quel regno peregino, Né dama o cavalliero alla sua scorta, Che non sian presi per quelle contrate, E dati al drago con gran crudeltate.

Onde te prego, se me porti amore, Come ho veduto per esperïenza, Che questa doglia me levi del core, De la qual più non posso aver soffrenza; E so ben che cotanto è il tuo valore E 'l grande ardire e l'alta tua potenza, Che, abenché il fatto sia pericoloso, Pur nella fin serai vittorïoso. -

Orlando alla donzella presto inchina, Né se fece pregar più per nïente, E con tanto furor ratto camina, Che uscito è già di vista a quella gente. Or, menando fraccasso e gran roina, Il fio d'Amon turbato se risente; Strenge a due mano il furïoso brando Credendo vendicarse al conte Orlando.

Ma quello è già lontan più de una lega: Ranaldo se 'l destina di seguire, Ché mai non vôl con lui pace né trega, Sin che l'un l'altro non farà morire. Marfisa, Astolfo e ciascuno altro il prega, E tanto ogniom di lor seppe ben dire, Che Ranaldo, che avea la mente accesa, Pur fu acquetato e lasciò quella impresa.

Questo fin ebbe la battaglia fella. Tornò Ranaldo a farse medicare; Parlar li volse Angelica la bella, Lui per nïente la volse ascoltare, Ché tanto odio portava a la donzella, Che apena la puoteva riguardare. Or lei si parte e vien sopra al girone; Ranaldo in campo torna al paviglione.

Su nella rocca ritornò la dama, E de amor si lamenta e di fortuna; Piange dirottamente e morte chiama, Dicendo: "Or fo giamai sotto la luna Per l'universo una donzella grama, O nello inferno passò anima alcuna, Che avesse tanta pena e tale ardore, Quale io sostengo a l'affannato core?

Quel gentil cavallier l'alma m'ha tolta, Né vôl ch'io campa, e non mi fa morire, Ed è tanto crudel, che non m'ascolta. Che al manco gli potessi io fare odire Li affanni che sostengo, una sol volta, E di poi presto mia vita finire! Ché dopo morte ancor sarei contenta, Se egli ascoltasse il dôl che mi tormenta.

Ma ciascuna alma disdegnosa e dura Amando e lacrimando al fin se piega, Sì che speranza ancor pur mi assicura Che a un tempo mi darà quel che or mi niega; E sol di quello è la bona ventura, Che pacïenzia segue e piange e priega; E, s'io son fuor di tal condizïone, Pur stato non serà per mia cagione.

Io vincerò la sua discortesia; Ancor se placherà, se ben fia tardo, Faràgli ancor pietà la pena mia, E 'l fuoco smisurato ove io dentro ardo. Poi che seguir conviensi questa via, Io vo' mandarli adesso il suo Baiardo, Ché, come intendo e per ciascun se nara, Cosa del mondo a lui non è più cara.

Orlando più non tornarà giamai, Ché non giovarà forza né sapere, Allo estremo periglio ove il mandai: Far posso del destriero il mio parere. Ahi re del cel! come forte fallai A far perir colui che ha tal potere! Ma Dio lo sa ch'io non puote' soffrire Quel che tanto amo vederlo morire.

Ora fia morto il bon conte di Brava, Sol per campar la vita al fio d'Amone. Quel molto più che sua vita me amava, Questo non ha di me compassïone; E certo conscïenza assai me grava, E vedo ch'io fo pur contra ragione: Ma la colpa è d'Amor, che senza legge E soi subietti a suo modo corregge."

Così dicendo chiede una donzella, Che fu con lei creata piccolina, Di aria gentile e di dolce favella; Alla sua dama davanti se inchina. Disse Angelica a lei: - Va, monta in sella Calla nel campo di quella regina, Qual per suo orgoglio, contra ogni ragione, Sta nello assedio di questo girone.

Tu montarai sopra il tuo palafreno: Baiardo, quel destrier, menalo a mano. Di tende e paviglioni il campo è pieno: Cerca tu quel del sir de Montealbano. A lui del bon destrier dà in mano il freno, E digli, poi ch'egli è tanto inumano Che comporta ch'io pèra in tante brame, Non vo' che il suo ronzon mora di fame.

Io non potrebbi mai già comportare, Che 'l suo destrier patisse alcun disaggio, A benché lui mi venne assedïare, E femmi oltra al dover cotanto oltraggio. Sol d'una cosa me può biasimare: Ch'io l'amo oltra misura; ed ameraggio Sin che avrò spirto in core e sangue adosso, O voglio o non, però che altro non posso.

A lui ragionarai in cotal guisa, Ed a trarne risposta abbi lo ingegno; Ché tanto è la pietà da quel divisa, Che forse di parlarti avria disdegno. Partendoti da lui, vanne a Marfisa, Né far de onore o reverenzia un segno; Senza smontar d'arcione a lei te accosta, E da mia parte fa questa proposta.

Diragli ch'io credetti che Agricane Dovesse per suo esempio spaventare E le genti vicine e le lontane Dal non dover con me guerra pigliare; Ma da poi ch'essa ancor non se rimane, Che gli altri se potranno ammaestrare Per lo esempio di lei, che tanto è paccia, Che bisogno ha d'aiuto e pur minaccia. -

La damisella uscì di quel girone, E giù nel campo subito discese; La sua ambasciata fece al fio d'Amone Con bassa voce e ragionar cortese: Sempre parlando stette ingenocchione. Io non so dir se ben Ranaldo intese, Ché, come prima odì chi la mandava, Voltò le spalle e più non l'ascoltava.

Era con lui Astolfo al paviglione, Il qual, veggendo la dama partire, Che seco ne menava il bon ronzone, Subitamente la prese a seguire, Dicendo a lei che per dritta ragione Questo destrier potrebbe ritenire Come sua cosa, poi che era palese Che esso l'avea condutto in quel paese.

A concluder, la dama puotea meno, E il modo non avea da contrastare, Onde se lasciò tuor di mano il freno: Adietro l'ebbe Astolfo a remenare. Or per quel campo d'arme tutto pieno La messagiera se pone a cercare: Cerca per tutto, e mai non se rafina, Sin che fu gionta avanti alla regina.

E non se sbigotì di sua presenzia, Ma fece sua proposta alteramente, Con ardire mestiato di prudenzia. Quella regina, che ha l'animo ardente, La odìa parlar con poca pacïenzia, E sol rispose: - Bene è tostamente Il minacciar d'altrui; ma il fin del gioco È di cui fa de' fatti e parla poco. -

Lasciamo il ragionar della donzella, La qual, nel modo che aviti sentito, Tornò davanti ad Angelica bella; E ragionamo di quel conte ardito, Che per li fiori e per l'erba novella Via caminando è de una selva uscito; Fuor della selva, a ponto in su quel piano, Armato è un cavallier con l'asta in mano.

Sopra d'una acqua un ponte marmorino Tenìa quel cavallier in sua diffesa; Alla ripa del fiume, ad un bel pino Stava una dama per le chiome impesa, La qual facea lamento sì tapino, Che avrebbe di dolor quella acqua accesa; Sempre soccorso e mercede domanda, Di pianto empiendo intorno in ogni banda.

Di lei molta pietà si venne al conte, E per ella sligare al pino andava. Ma il campïon, che armato era sul ponte, - Non andar, cavallier! - forte cridava - Ché fai a tutto il mondo oltraggio ed onte, Dando soccorso a quella anima prava; Perché l'antiqua etade e la novella Non ebbe mai più falsa damigella.

Per sua malizia sette cavallieri Sono perduti e per sua fellonia. Ma ciò contarti non mi fa mestieri, Che troppo è lungo: vanne alla tua via; Lasciala stare e prendi altri pensieri. - Cari segnori e bella baronia, Stati contenti a quel che aveti odito: Per questa fiata il canto è qui finito.

Canto ventesimonono

Ne l'altro canto io ve contai che Orlando Vide il bel pino a lato alla riviera, Dove la dama impesa lacrimando Avria mosso a pietate un cor di fiera; E mentre che lui stava riguardando, Quello altro campïon con voce altiera Gli disse: - Cavallier, va alla tua via, Né dare aiuto a quella dama ria.

La quale adesso ha ben tutta sua voglia, Poi che sta impesa con le chiome al vento, E voltasi leggier come una foglia; E ben fo questo sempre il suo talento: Or con vana speranza, or certa doglia Tenir li amanti in estremo tormento. Come al vento si volge per se stessa, Così sempre rivolse ogni promessa. -

Rispose il franco conte: - In veritate, Nella mia mente non posso pensare, Non che aprir gli occhi a tanta crudeltate; In ogni modo la voglio campare, Né credo che abbi in te tanta viltate, Che a questa cosa debbi contrastare. Se offeso sei e di vendetta hai brama, Ciò non conviene oprar sopra a una dama. -

- Questa donzella - disse il cavalliero - Fo sempre sì crudele e dispietata, E tanto vana e d'animo leggiero, Che drittamente è quivi condennata. Ma tu forse, baron, tu forastiero Non sai la istoria di questa contrata, Però pietà te muove a dar soccorso A quella che è crudel più che alcuno orso.

Ascolta, ch'io te prego, in qual mainera Ben iustamente e per dritta ragione Fosse nel pino impesa quella fiera. Lei nacque meco in una regïone, E fo per sua beltade tanto altiera, Che mai non fo mirato alcun pavone Che avesse più superbia nella coda, Quando la sparge al sole ed ha chi 'l loda.

Origille è il suo nome, e la citade Dove nascemmo Batria è nominata. Io l'amai sempre dalla prima etade, Come piacque a mia sorte isventurata; Lei or con sdegni, or con finta pietade, Promettendo e negando alcuna fiata, Me incese di tal fiamma a poco a poco, Che tutto ardevo, anzi ero io tutto un foco.

Un altro giovanetto ancor l'amava; Non più di me, ché più non se può dire, Ma giorni e notti sempre lacrimava, Quasi condutto a l'ultimo morire. Locrino il cavallier si nominava, Qual soffrea per amor tanto martìre, Che giorno e notte, lacrimando forte, Chiedea per suo ristor sempre la morte.

Lei l'uno e l'altro con bone parole E tristi fatti al laccio tenìa preso, Mostrandoci nel verno le vïole, E il giaccio nella state al sole acceso; E benché spesso, come far si suole, Fosse l'inganno suo da noi compreso, Non fo l'amor d'alcuno abandonato, Credendo più ciascuno essere amato.

Più volte avante a lei mi presentai, Formando le parole nel mio petto, Ma poi redirle non puote' giamai, Ché, come io fu' condutto al suo cospetto, Quel che pensato avea, domenticai, E sì perdei la voce e l'intelletto E tutti e sentimenti per vergogna, Ch'era il mio ragionar d'un om che sogna.

Pur mi diè amore al fin tanta baldanza, Che un tal parlare a lei da me fu mosso: "Se voi credesti, dolce mia speranza, Ch'io potessi soffrir quel che io non posso, E che la vita mia fosse a bastanza Del foco che m'ha roso insino a l'osso, Lasciati tal pensiero in abandono, Ché se aiuto non ho, morto già sono.

Ciò vi giuro, ed è vero, e non ve inganno; E pensar ben doveti in vostro core Che l'uom die' sostener l'estremo danno Prima che 'l provi il suo amico maggiore; Perché essendo ingannato, ogni altro affanno, Anci la morte, è ben pena minore, Perché alla fine ogni martìre avanza Trovarsi vana l'ultima speranza.

Ben lo sa Dio che in altri non ho spene, E che voi seti quella che più amo; Soffrir non posso ormai cotante pene: A l'estremo dolor mercè vi chiamo. Camparme al vostro onor ben si conviene, Ché sol per voi servir la vita bramo, E, se aiuto non dati al mio gran male, Io moro, e voi perdeti un cor leale."

Non fuor queste parole simulate, Anci tratte al mio cor della radice; Lei, che femina è ben in veritate, (Che tutte son peggior che non se dice), Fece risposta con gran falsitate, Per farme più dolente ed infelice, Dicendo: "Uldarno - (ché così mi chiamo) - Più che 'l mio spirto e più che gli occhi v'amo.

E se io potessi mostrarne la prova, Come io posso in voce proferire, Cosa non ho nel cor che sì me mova, Quanto al vostro desio poter servire; E se alcun modo o forma se ritrova, Ch'io possa contentar questo disire, Io sono apparecchiata a tutte l'ore, Pur che si servi insieme il nostro onore.

Ma certamente io vedo una sol via (Volendo, come io dico, riservare Nel vostro onor la nominanza mia) Che ce possiamo insieme ritrovare. Come sapete, la fortuna ria Fece a la morte insieme disfidare Oringo, il cavallier tanto inumano, Contra a Corbino, mio franco germano.

E fo quel damigello al campo morto, Dico Corbino, e contra alla ragione, Ché ancor non era ben ne l'arme scorto, E l'altro fo più volte al parangone. Ora per vendicar cotanto torto Mio patre va cercando un campïone, Proferendo a ciascuno estremo merto, Ed hal trovato, o trovaral di certo.

Voi, che portate adunque l'arme indosso D'Oringo e la sua insegna e il suo cimero, Fuor de la terra vi serete mosso, Là dove scontrarete un cavalliero. Poi che l'un l'altro ve areti percosso, Pigliar vi lasciareti di legiero, E questo è solo il modo e la maniera A far contenta vostra voglia intiera.

Però che quivi sereti menato Da l'altro cavallier, che ve avrà preso; Sotto mia guarda stareti legato, E non temeti già de essere offeso, Ché a vostra posta vi darò combiato. E benché 'l patre mio sia d'ira acceso, Ed abbia molta voluntate e fretta Di far del suo figliolo aspra vendetta,

Nulla di manco ho già preso il partito Di poter vosco alquanto dimorare, Poi mostrarò che via siati fuggito." Così la falsa m'ebbe a ragionare, Ed io ben presto presi questo invito, Né a periglio o fatica ebbi a pensare, Ché, per trovarme seco ad un sol loco, Passato avria per mezo un mar di foco.

Addobbato mi fu' subitamente L'arme de Oringo ed ogni sua divisa; Ma, come io fu' partito, incontinente Costei, che del mio mal facea gran risa, Come quella che è troppo fraudolente E perfida e crudel for d'ogni guisa, Partito, come io dico, a lei davante, Fece chiamare a sé quell'altro amante.

Ciò fu Locrino, de chi ragionai, Che a un tempo meco questa falsa amava, E con promesse e con parole assai, Come sapea ben far, lo alosingava, Dicendo, se sperar dovea giamai Guidardon de l'amor che gli mostrava, Che per un giorno sia suo campïone: Dïagli Oringo morto, o ver pregione.

Il loco li raconta, ove mandato M'avea lei stessa fuor de la citate, E tanto fece al fin, che l'ebbe armato De insegne contrafatte e divisate, E fuora venne per trovarmi al prato. Nel scudo verde ha due corne dorate E nella sopravesta e nel cimiero, Come portava un altro cavalliero.

Quel cavallier avea nome Arïante, Che per insegna le corne portava, Tanto animoso e di membre aiutante Che forse un altro par non attrovava. Questo era d'Origille anco esso amante, Ed averla per moglie procacciava; E già col patre de essa stabilito Avea per patto d'esser suo marito.

Ma prima Oringo dovea conquistare, Ed a lui presentarlo, o morto o preso. Or, per far breve il nostro ragionare, Questo ne venne a quel prato, disteso, Là dove io stava armato ad aspettare: Dopo lieve battaglia io mi fui reso. Credendo a questa falsa esser menato, Feci poca diffesa e fui pigliato.

Locrino, in questo tempo, il giovanetto, Nel vero Oringo a caso fu inscontrato, Né menarno la zuffa da diletto, Questo d'amore e quel ch'era infiammato. Fu ferito Locrino a mezo il petto, Oringo nella testa e nel costato; E fu l'assalto lor sì crudo e forte, Che ciascun d'essi quasi ebbe la morte;

Abench'al fine Oringo fu pregione, Ché uno amoroso cor vince ogni cosa. Ora intervenne che 'l crudo vecchione, Il quale è patre a questa dolorosa, Avea di far vendetta il cor fellone, E notte e giorno mai non stava in posa. Sempre guardando, cerca con gran pena Se 'l suo campione Oringo ancor li mena.

Ed ecco avanti lo vide venire, Con la man disarmata e senza brando, Come colui ch'è preso, a non mentire. Andogli incontra pallido e tremando, E apena se ritenne de ferire; Ma poi, dapresso con lor ragionando, Cognobbe nella voce e nel sembiante Che Locrino era quel, non Arïante.

Ben sapea il vecchio che quel giovanetto La sua figliola avea molto ad amare, E però gli diceva: "Io ti prometto, Se questo tuo pregion me vôi donare, Contento ti farò di quel diletto Qual più nel mondo mostri desïare. Se vero è che mia figlia cotanto ami, Io te contentarò di quel che brami."

Locrino paccio fu presto accordato, Benché darli il pregion non gli era onore; Tanto già lui d'amore era spronato, Che gli avria dato parte del suo core. Essendo già tra lor fatto il mercato, La nostra gionta gli pose in errore, Perché Arïante ed io, che ero pregione, Giongemmo avanti a quel crudo vecchione.

Quivi la cosa fu tutta palese E la cagion de l'arme tramutate. Alora Oringo molto me riprese, Che in dosso le sue insegne avea portate; E tra noi quattro fur molte contese, E quasi ne venemmo a trar le spate, Perché Arïante ancor se lamentava Pur de Locrin, che sua insegna portava.

Nel regno nostro è legge manifesta Che chiunque porta scudo o ver cimero D'un altro campïone o d'altra gesta, È disfamato con gran vitupero, E se non ha perdon, perde la testa. Benché 'l statuto sia crudele e fero, Ché la pena è maggior che la fallanza, Pur è servata per antiqua usanza.

Avanti al re fu tratta la querella; Il qual, veggendo tutta la cagione Essere uscita da questa donzella, Qual li avea indotto a quella guarnisone, E con le insegne altrui montare in sella, Prese consiglio, con molta ragione, Che, avendo ogniom di noi fatto gran male, Tutti dian voce a pena capitale:

Oringo, perché morto avea Corbino, Ch'era garzone, e lui già di gran fama; Ed Arïante, sì come assassino, Qual per avere il prezo d'una dama Avea promesso a quel vecchio mastino La morte di colui che tanto brama. Così meco Locrino ad una guisa, Ché avevamo portata altrui divisa.

Sì iudicati tutti quattro a morte, Fummo obligati sotto a sacramento Non uscir for de Batria delle porte, Sin che non è il iudicio a compimento; E fece il re da poi ponere a sorte Chi menar debba la dama al tormento, Perché lei, che è cagion di tanto errore, Non aggia morte, ma pena maggiore.

Come tu vedi, per le chiome impesa Sopra a quel pino al vento se trastulla, E per farla campare è bene attesa D'ogni vivanda, e non gli manca nulla. La prima sorte a me dette la impresa De stare in guardia alla falsa fanciulla, E così già tre giorni ho combattuto Contra a ciascun che gli vuol dare aiuto.

E sette cavallieri ho tratto a fine: E nomi tutti non te vo' contare; Mira quei scudi e l'armi peregrine, Qual ciascadun di lor suolea portare. Tutti han perduto l'anime tapine Per voler questa dama liberare; Il scudo de ciascuno e l'elmo e 'l corno Sono attaccati a quel troncon d'intorno.

E se caso averrà ch'io pur sia morto, Oringo e poi Locrino ed Arïante Verran l'un dopo l'altro a questo porto, Ciascun di me più fiero ed aiutante; E però, cavalliero, io te conforto Che non te curi di passare avante, Perché qualunche al ponte non se attiene, Aver battaglia meco li conviene. -

Orlando stava attento al cavalliero Che avea contata lunga diceria; Ma la donzella da quel pino altiero Forte piangendo il cavallier mentia, Dicendo che malvaggio era e sì fiero, Che la tormenta sol per fellonia, E perché è dama e non può far diffesa, La tien per crudeltate al pino appesa.

E che sette baroni a tradimento Aveva occiso, e non per sua virtute, E per dar tema agli altri e gran spavento Tenea quei scudi in mostra e le barbute. Così dicea la dama, e con lamento Parlava al conte per la sua salute, Per Dio pregando e sempre per pietate, Che non la lasci in tanta crudeltate.

Non stette Orlando già molto a pensare, Perché pietà lo mosse incontinente, Dicendo a Uldarno o che l'abbia a spiccare, O che prenda battaglia di presente. Così l'un l'altro s'ebbe a disfidare; Ciascadun volta il suo destrier corrente, E vengonsi a ferir con cruda guerra: Al primo incontro Orlando il pose in terra.

Poi che fu il cavallier caduto al piano, Il conte prestamente al pino andava. Sopra una torre a quel ponte era un nano, Che incontinente un gran corno suonava; Dopo quel suono apparve a mano a mano Un cavalliero armato, che cridava, E morte al conte e gran pena minaccia, Se s'avicina al pino a vinte braccia.

Il conte aveva integra ancor sua lanza; Presto se volta, e quella al fianco arresta, E ferisce al baron con tal possanza, Che sopra al prato il fie' batter la testa. Ma far nova battaglia ancor gli avanza, Ché 'l nano suona il corno a gran tempesta, E gionge il terzo cavalliero armato: Sì come gli altri andò disteso al prato.

Sopra la torre il nano il corno suona: Il quarto cavallier ne vien palese. Orlando contra lui forte sperona, E con fraccasso a terra lo distese. Poi tutti come morti li abandona, E passa il ponte senza altre contese, E gionge al pino e smonta della sella: Salisce al tronco e spicca la donzella.

Giù per le rame la portava in braccio, E quella dama lo prese a pregare, Poiché tratta l'avea di tale impaccio, Che via con seco la voglia portare, Perché di lei serìa fatto gran straccio, Se quivi se lasciasse ritrovare. Orlando la assicura e la conforta, In croppa se la pone, e via la porta.

Era la dama di estrema beltate, Malicïosa e di losinghe piena; Le lacrime teneva apparecchiate Sempre a sua posta, com'acqua di vena. Promessa non fie' mai con veritate, Mostrando a ciascadun faccia serena; E se in un giorno avesse mille amanti, Tutti li beffa con dolci sembianti.

Come io dissi, la porta il conte Orlando; E già partito essendo di quel loco, Lei con dolci parole ragionando Lo incese del suo amore a poco a poco. Esso non se ne avide e, rivoltando Pur spesso il viso a lei, prende più foco, E sì novo piacer gli entra nel core, Che non ramenta più l'antiquo amore.

La dama ben s'accorse incontinente, Come colei che è scorta oltra misura, Che quel baron d'amore è tutto ardente, Onde a infiamarlo più pone ogni cura; E con bei motti e con faccia ridente A ragionar con seco lo assicura; Però che 'l conte, ch'era mal usato, D'amor parlava come insonnïato.

Mille anni pare a lui che asconda il sole, Per non avere al scur tanta vergogna; Perché, benché non sappia dir parole, Pur spera de far fatti alla bisogna; Ma sol quel tempo d'aspettar gli dole, E fra se stesso quel giorno rampogna, Qual più de gli altri gli par longo assai, Né a quella sera crede gionger mai.

E così cavalcando a passo a passo, Ragionando più cose intra di loro, A mezo il prato ritrovarno un sasso, Che è scritto tutto intorno a littre d'oro, E trenta gradi, dalla cima al basso, Avea tagliato con netto lavoro; Per questi gradi in cima se saliva A quel petron, che asembra fiamma viva.

Disse la dama al conte: - Or te assicura, Se hai, come io credo, la virtù soprana, Che in questo sasso è la maggior ventura Che sia nel mondo tutto, e la più strana. Monta quei gradi e sopra quella altura: La pietra è aperta a guisa di fontana; Ivi te appoggia, e giù callando il viso Vedrai l'inferno e tutto il paradiso. -