Orlando innamorato

Part 23

Chapter 234,280 wordsPublic domain

Gionse a traverso del manco gallone, E misse a terra gran parte del scudo, E usbergo e piastra e grosso pancirone Fraccassa con roina il brando crudo; Portò seco la giuppa e il camisone, Sì che mostrar li fece il fianco nudo. Ciascun de ira se accende e di mal fele, E la battaglia ognior vien più crudele.

Ranaldo prese un cruccio sì diverso, Che alla sua vita mai n'ebbe cotanto; E menò ad ambe mano un gran roverso, Tal che, se l'elmo non fosse de incanto, Tutto l'avrebbe spezzato e disperso; E per quel colpo orribile e tamanto Orlando se stordì per tal maniera, Che non sapea quel loco dove egli era.

Il suo destrier correndo andava intorno, Portandol stramortito in su la sella. Dicea Ranaldo: - Io so che al terzo giorno Non durarà fra noi questa novella. - E per darli di morte ultimo scorno Un altro colpo adosso li martella; Io non saprebbi ben dir la cagione, Ma il conte alora uscì de stordigione.

E risentito, cognobbe Ranaldo, Qual gli era sopra per farlo morire. Turbato lo scridò: - Giotton ribaldo, Mala ventura te ha fatto venire, Però che morto sei se tu stai saldo, E vergognato se prendi a fuggire. Or te diffendi, s'hai cotanto orgoglio, Ché averti alcun riguardo più non voglio. -

Così dicendo il conte a due man prese, Forte turbato, Durindana dura, E percosse ne l'elmo, e quel se accese A foco e fiamma con molta paura. Ranaldo su le croppe se distese Per quel gran colpo fuor d'ogni misura: Pendon le braccia ed ha aperta ogni mano; Via ne l'arcione il porta Rabicano.

Ma non fu giamai drago ni serpente, Che racogliesse in sé tanto veleno, Quanto Ranaldo alor che si risente: Il cor avea di foco e il viso pieno. Verso de Orlando iniquitosamente Prende a due mano il brando e lascia il freno; E similmente il senator romano Contra lui vene, e mena ad ambe mano.

Ferîr l'un l'altro con alto romore, Ciascun più furïoso e disperato; E sempre cresce la zuffa maggiore, E l'arme a pezzi a pezzi vanno al prato; Né scorger ben se può chi aggia il megliore, Ché in poco tempo cangiasi il mercato; Or se veggion ferir de animo accesi, Or su le croppe andar morti e distesi.

E si feriano con tanta nequizia Che a vendetta crudel serìa bastante, E con aspro parlar l'un l'altro astizia. Diceva al fio d'Amone il sir d'Anglante: - Oggi hai trovato il brando di iustizia! Confessa le tue amende tutte quante; Che sei per fama publico ladrone, Io vo' che tu 'l confessi, e far ragione. -

- Tu te credi tuttora essere in Franza, - Disse Ranaldo - e gli altri minacciare. Chi cambia terra, die' cambiare usanza; Re Carlo quivi non può comandare. Tu me di' villania con arroganza, E credi ch'io te 'l voglia comportare? Ed a farne la prova in ogni loco, Io son meglior di te molto, e non poco.

Di che hai superbia, dimme, bastardone? Perché occidesti Almonte alla fontana, Che era legato in braccio al re Carlone, Ora te vanti, e porti Durindana Come acquistata per dritta ragione. Ben sei proprio figliol d'una puttana, Qual, perso che ha l'onor, più non lo stima E più sfacciata è dopo il fal che in prima.

Datte forse arroganza il re Troiano? Né ti vergogni di quella novella, Che, ancor ferito a morte e senza mano, Te trasse a tuo dispetto de la sella? Tu insieme lo occidesti in su quel piano: Va, ti nascondi, va, vil feminella! Tra gli omini apparere hai ardimento, E sei condutto a tanto tradimento? -

Diceva Orlando a lui: - Non fa mestiero De la nostra bontade disputare; Ché tu sei ladro, ed io son cavalliero, E tutto il mondo lo sa iudicare; E bene aggio ragion s'io sono altiero De Almonte e de Troian, che hai a contare, Che fur di tanto pregio e di tal raccia, Che non gli avresti tu guardati in faccia.

Fovi meco Rugiero e quel don Chiaro Che era corona d'ogni paladino, Quai stati non serian con un tuo paro, Ché alcun di lor non era malandrino. Or tu te vanti, e pôi bene aver caro, De avere occiso il forte re Mambrino; Ma non sa dir alcun come andò il fatto, Perché tu pur fuggisti al primo tratto.

Quella battaglia fu molto nascosa Là dopo il monte, e senza testimonio; Chi giurarà come andasse la cosa, E se il tuo Malagise col demonio Te dette la vittoria sì pomposa? Ed odito aggio ancora, o ch'io me insonio, Che il fratel Constantin pur fu ferito Dopo le spalle, e fu da te tradito. -

Così l'un l'altro con grave rampogna Se oltraggiavano insieme e cavallieri; Ora altro che parole ivi bisogna, Perché dal ragionare a i colpi fieri Eran venuti, e l'ira e la vergogna Gli avea spronati e fatti tropp'altieri; E se ferian con tanta crudeltade, Che ad ogni colpo fan foco le spade.

Ferì con ira Orlando ad ambe mano, Sopra Ranaldo gran colpo martella; Poco mancò che non andasse al piano E stramortito uscisse de la sella. Come rivenne il sir de Montealbano, Non se accese mai lampa né facella, Che non sembrasse del suo lume priva, Tant'ha di foco lui la faccia viva.

Ad Orlando ferì con gran furore Sopra di l'elmo, a forza sì diversa, Che 'l paladin, che avea tanto vigore, Ha il sentimento e la memoria persa; E per la passïone e gran dolore Sopra le croppe tutto si riversa; E for de l'arcion tanto se disserra, Che ogniom credette che l'andasse a terra.

E non fu più giamai leon ferito, Né drago acceso tanto velenoso Come divenne Orlando risentito; E ben mostrava in viso furïoso, Ché non era a quel colpo sbigotito, Ma più fier divenuto ed animoso; Verso Ranaldo lasciò un colpo crudo, E più del terzo gli tagliò del scudo.

Rotto a traverso il scudo andò nel prato, Né in questo resta la tagliente spada, Ma la maglia gli strazia dal costato, E convien che ogni piastra a terra vada. La zuppa e il camison tutto è straziato, Par che ogni cosa Durindana rada, Sì spezza usbergo ed ogni guarnisone; E feritte nel fianco il fio de Amone.

Ma non se avide alor de la ferita, Tanto era riscaldato alla battaglia; Ferisce al conte quella anima ardita, De cima al fondo il scudo gli sbaraglia. Ogni piastra de usbergo ebbe partita, E tutto il panciron fraccassa e smaglia; E se non fusse che il conte è fatato, Gran piaga gli avria fatto nel costato.

S'io conto tutti i colpi ad uno ad uno, Che facean sempre foco e le faville, Verrà la sera e il cel si farà bruno, Perché furon i colpi più di mille; Sì ch'io nol dico, e può pensar ciascuno Che non Ettor di Troia e non Achille, Né Ercole il grande, né il forte Sansone Potrian con questi star al parangone.

E qual misèr Tristano e qual Gallasso, Qual altro cavallier de la ventura D'un tanto travagliar non serìa lasso, Per l'estrema battaglia orrenda e dura? Ché sempre combattero a gran fraccasso Da sol nascente insino a notte oscura, Né mai chiesen riposo a quel furore, Ché l'un de l'altro crede esser megliore.

Ed era il ciel de stelle tutto pieno Prima che alcun parlasse del partire, Però che aveano al cor tanto veleno, Che se credean l'un l'altro far morire. Poi che la luce venne al tutto meno, Restarno, per vergogna, di ferire, Perché in quel tempo combattere al scuro Opra non era di baron sicuro.

Diceva Orlando: - Pôi ringrazïare Il giorno che è partito, e il vivo sole, Che alquanto t'ha la morte a indugïare, E certamente me ne incresce e dole. - Dice Ranaldo: - Ciò lasciamo andare: Io vo' che meco vinci di parole; Ma già di fatto vantaggio non hai, Né creder, fin ch'io viva, averlo mai.

E fino ad ora io sono apparecchiato (Per mostrar ch'io non ho di te paura) Di trare al fin lo assalto cominciato, Ch'io non te stimo, o giorno, o notte oscura. - Rispose il conte: - Ladro, scelerato, Che pur convien mostrar la tua natura, Come sei uso, tristo, doloroso, Far guerra al scuro, nel bosco nascoso.

Io vo' teco azzuffarme al giorno chiaro, Perché tu vedi il tuo dolor palese, E che prender non possi alcun riparo, Né fuggirti da me, né far diffese. - Disse Ranaldo: - Adunque e' m'è ben caro Esser tanto lontano al mio paese, Per non dar quel dolore al duca Amone, Poi che morir convengo a ogni rasone.

Io so combatter nel bosco nascoso, E nel monte alto e all'aperta pianura, E fo battaglia al giorno luminoso, Matina e sera e ne la notte scura. Or tu sei solo al mondo glorïoso, Ed hai de l'onor tuo cotanta cura, Che non combatti se no' al sole altiero, Credendo altrui smarir col tuo quartiero. -

Stavan gli altri baroni a lor d'intorno, Quei de la rocca e quei de la regina, Che avean lasciata sua battaglia il giorno Per mirar de costor l'alta ruina. Tra questi fo ordinato far ritorno Sopra quel campo ne l'altra matina, E diffinir la ultima battaglia, Chi più de ardire e di possanza vaglia.

Così tornorno questi nel girone, Orlando, dico, e la sua compagnia; E gli altri ciascadun al pavaglione. Or suonar trombe e gran corni se odìa, Diversi cridi de istrane persone; Ed alti fuochi al campo se vedia, E per le mura d'intorno alla rocca Spesse lumere; e la campana ciocca.

Angelica, di dame accompagnata, Venne a trovare Orlando paladino Dentro alla zambra ricca ed apparata: Quivi ha frutti, confetti e bon vino. La sopravesta il conte avea stracciata, E rotto il scudo d'ôr da l'armelino, E perduto il cimier del dio d'amore, Unde di doglia gli crepava il core.

Ed aveva tal doglia nel pensiero, Che non sa dir se egli è morto né vivo, Se quella dama chiedesse il cimiero, O domandasse come ne fo privo. Ma de ciò dubitar non fo mestiero, Ché lei, ad antiveder troppo cativo, Ciò che vedeva che al conte gradava, Quel gli chiedeva, e sol di ciò parlava.

Ma, così ragionando con diletto De la battaglia che era stata al piano, Non so come, ad Orlando venne detto, Che là giuso era il sir de Montealbano. La dama se commosse nello aspetto, Odendol nominare a mano a mano; Ma come quella che era saggia e trista, Coperse il suo pensier con falsa vista.

E disse al conte: - Io ho malenconia, Ché oggi stetti a le mura tutto 'l giorno, E mai tra gli altri io non te cognoscia, Cotanta gente ti stava d'intorno. Ma se volesse la ventura mia Che una sol fiata, de tutte arme adorno, Io te vedessi bene adoperare, Dio d'altra cosa non voria pregare.

Benché spietata sia Marfisa e dura, Io certamente pur voglio provare Se per un giorno mi farà sicura, Tanto ch'io possa una zuffa mirare; E solo or penso a cui doni la cura Che vada la salvezza ad impetrare. Qual serà quel che a lei ne vada avante? Io mandarò lo ardito Sacripante. -

Così fu dimandato incontinente Re Sacripante ad Angelica bella. Questo avea il core e le medolle ardente D'amor soperchio per quella donzella, Come odireti nel libro sequente. Or, seguitando la nostra novella, La dama, ragionando a lui, divisa Quel che impetrar desidri da Marfisa.

E lui se parte, ed al campo se accosta, Benché sia oscuro il cel, come io vi conto; E fece alla regina la proposta, Come davante a lei fo prima gionto. Ebbe subito grata e tal risposta, Qual seppe dimandare a ponto a ponto; La littra è suggillata, e con bel dire Fu ogniom securo al ritornare e al gire.

Ogni stella del celo era partita, Fuor quella che va sempre al sol davante; E la rugiada per l'aria fiorita Se vedea cristallina e lustrigiante; Il celo, a la bell'alba ora apparita, D'oro e di rose avea preso sembiante; E, per dir questo in simplice parole, La notte è gita e non è gionto il sole,

Quando la dama, mossa di quel caldo Che agiaccia l'intelletto ed arde il core, De Angelica dico io, che per Ranaldo Se consumava nel foco d'amore, Fuora del letto se levò di saldo; E non aspetta il giorno o il suo splendore, Ché ogni altro tempo li par speso invano Fuor che a vedere il sir de Montealbano.

E poi che seppe, come io ve contai, Che esso nel campo al basso dimorava, Tutta la notte non dormì giamai, Né prese possa, e sol di lui pensava. Sperando in zoia e sospirando in guai L'alba serena e il bel giorno aspettava, Però che ogni sua voglia e suo desire È di veder Ranaldo, e poi morire.

Ma il conte Orlando, senza altro pensiero, Era dormendo nel letto colcato, E sempre, in sogno, quello animo fiero Stava alla zuffa del giorno passato; Né credo che sia al mondo cavalliero Che non si fosse alquanto spaventato Mirando il conte in quel sonno dissolto, Tanto feroce e orribile è nel volto.

La damigella venne a lui soletta, E ponto non l'ardiva risvegliare; Ma come fa qualunche il tempo aspetta, Che l'ora un giorno, e il giorno un mese pare, Così la dama, che avea maggior fretta Che 'l conte Orlando assai de cavalcare, Or col viso suave, or con la mano, Svegliò, toccando, il cavallier soprano.

- Su, - disse ella - baron! Non più dormire, Ché da ogni parte già se scopre il giorno; Io me levai, ché me parve de odire Là giù nel campo al basso uno alto corno; E perché io voglio con teco venire E, se a Dio piace, far teco ritorno, Son venuta a svegliarti per me stessa; E da te voglio un dono in tua promessa. -

Il conte al suo bel viso remirando Tutto se accese de amoroso foco, E la dama abracciò tutto tremando, Benché soletti fussero in quel loco. Dicea la dama: - Io son al tuo comando; Ma se me ami, barone, aspetta un poco, Ché quel ch'io dico per farti sicuro, Su la mia fede ti prometto e giuro.

Io ti prometto che a ogni tuo volere Soletta in questo loco, come io sono, Ti lasciarò di me prender piacere, Se me prometti ed attendi un sol dono, Perch'io voglio comprendere e vedere Stu me ami come mostri in abandono; E quel ch'io voglio e quel ch'io ti dimando, È una battaglia sola al mio comando.

Ma se tu forse sei tanto inumano, Che prenda il tuo piacere al mio dispetto, Tenuto ne sarai sempre villano, E tornarate in pianto quel diletto, Perch'io me occiderò con la mia mano, E passaromme in tua presenza il petto; Sì ch'in te solo e in tuo arbitrio dimora Se vôi ch'io mora, o vôi che viva ancora. -

Al fin delle parole lacrimando Abassò il viso con molta pietate; Non puotè più soffrire il conte Orlando, Ma più di lei piangeva in veritate; E con somessa voce ragionando, Sempre chiedea perdon con umiltate, Dando la colpa del passato errore Al core ardente ed al superchio amore.

Poi l'un promesse a l'altro in sacramento Di servar le dimande tutte a pieno. Il lume della luna era già spento, E il sole uscia del mare al ciel sereno, Quando quel cavallier pien de ardimento, Che mai di sua bontà non venne meno, Per provvederse alla cruda battaglia Tutto di piastra si copre e di maglia.

E benché fusse d'animo virile E non temesse il mondo tutto quanto, Pur tutte l'arme guarda per sotile, Ambedue le scarpette e ciascun guanto, Ché ben cognosce il cavallier gentile Che 'l suo inimico si donava il vanto D'alta prodezza in ogni baronaggio; Però non vôl ch'egli abbia alcun vantaggio.

Poi che di piastra fu tutto coperto Ed ebbe il suo bon brando al fianco cinto, Angelica la bella gli ebbe offerto Un cimiero alto e un scudo d'ôr destinto. Era il cimiero uno arboscello inserto, E il scudo a tale insegna ancor dipinto. L'elmo s'allaccia quel baron soprano, Monta a destriero e prende l'asta in mano.

Li altri, per fare ad esso compagnia, Senza arme in dosso giù calarno al piano; Quivi Aquilante e Grifon se vedìa, Brandimarte vien presso e il re Ballano; Il conte dopo questi ne venìa, Ed Angelica seco a mano a mano Sopra d'un palafren bianco ed amblante; Il re Adrïan vien dietro e Sacripante.

Rimase nella rocca Galafrone, E seco Chiarïon, che era ferito. Or diciamo de Orlando campïone: Come fo gionto nel prato fiorito, Sonando il corno sfida il fio d'Amone, Qual già nella campagna era apparito Tutto coperto a piastra e maglia fina; E seco al par Marfisa la regina.

Lei senza l'elmo el viso non nasconde: Non fu veduta mai cosa più bella. Rivolto al capo avea le chiome bionde, E gli occhi vivi assai più ch'una stella; A sua beltate ogni cosa risponde: Destra ne gli atti, ed ardita favella, Brunetta alquanto e grande di persona: Turpin la vide, e ciò di lei ragiona.

Angelica a costei già non somiglia, Che era assai più gentile e delicata: Candido ha il viso e la bocca vermiglia, Suave guardatura ed affatata, Tal che a ciascun mirando il cor gli empiglia: La chioma bionda al capo rivoltata, Un parlar tanto dolce e mansueto, Ch'ogni tristo pensier tornava lieto.

Questa ne andava con Orlando a mano, Come poco di sopra io ve ho contato; E quella col segnor de Montealbano, Che incontra gli venìa da l'altro lato, Con l'arme in dosso sopra Rabicano. Torindo e il duca Astolfo disarmato, Prasildo e Iroldo pien di vigoria, Fanno a Ranaldo onore e compagnia.

Ma poi che fôrno gionti a i verdi prati, Ciascun si stette dal suo lato alquanto; Suonando il corno si fôrno sfidati Quei duo che han di prodezza al mondo il vanto. Pregovi, bei segnor, che ritornati Ad ascoltarme nel seguente canto, Perché de l'altre zuffe ch'io contai Questa è più fiera ed è maggior assai.

Canto ventesimottavo

Chi provato non ha che cosa è amore, Biasmar potrebbe e due baron pregiati, Che insieme a guerra con tanto furore E con tanta ira se erano afrontati, Dovendosi portar l'un l'altro onore, Ch'eran d'un sangue e d'una gesta nati: Massimamente il figlio di Melone, Che più della battaglia era cagione.

Ma chi cognosce amore e sua possanza, Farà la scusa di quel cavalliero; Ché amore il senno e lo intelletto avanza, Né giova al provedere arte o pensiero. Giovani e vecchi vanno alla sua danza, La bassa plebe col segnore altiero; Non ha remedio amore, e non la morte; Ciascun prende, ogni gente ed ogni sorte.

E ciò se vide alora manifesto, Ché Orlando, qual di senno era compito, Di sua natura si cangiò sì presto, E venne impazïente allo appetito; Ed a Ranaldo se fece molesto, Col qual fu de amistà già tanto unito. Ora nel campo a morte lo desfida, Suonando il corno ad alta voce crida:

- Non hai vicino il forte Montealbano, Che possa con sue mure ora camparte; Non è teco il fratel de Vivïano, Qual ti possa giovar con sua mala arte. Chi te potrà levar dalla mia mano? Come andarai fuggendo ed in qual parte? Non è citade al mondo o tenimento, Ove non abbi fatto un tradimento.

Belisandra robbasti in Barbaria, Quando gli andasti come mercadante. Vôi tu forse tornar per quella via, O fuggir per il regno de Levante Dove sette fratei per tua folìa E per le fraude tue, che son cotante, A tradimento son condutti a morte? Forse in Tesaglia andar te riconforte?

Re Pantasilicor da te fo preso, Né usata fu più mai tanta viltate, Perché, essendo pregion, da te fu impeso, Sì che non passarai per sue contrate. E già non posso a pieno aver inteso Tutte le tue magagne e crudeltate; Ma so che a Montalbano a notte scura Né al chiaro giorno è la strata sicura.

So che robbasti il tesoro indïano, Che a me toccava per dritta ragione, Perché il re de India, Durastante, al piano Fu da me morto, e non da te, ladrone. Sotto la tregua del re Carlo Mano Robbasti al re Marsilio il suo Macone. Ora te penti, e fa che ben m'intenda: Oggi di tanto mal farai l'amenda. -

Ranaldo fece al conte aspra risposta, Forte suonando il suo corno bondino, Dicendo dopo il suon: - Vieni a tua posta, Ché or sei vasso ed eri paladino, E poi che la tua mente è pur disposta Far la vendetta d'ogni Saracino, Di qualunque sia morto in ogni lato, Preso o disfatto, o sia da me robbato.

Ma a te ramento che aggio a vendicare La morte iniqua d'ogni cristïano. Don Chiaro il paladin vo' ricordare, Che l'occidesti in campo di tua mano; Perciò se ebbe Girardo a disperare, E per tua colpa divenne pagano. Ascolta, renegato e maledetto: Chi dà cagione al mal, lui n'ha il diffetto.

Il padre de Olivier, malvaggio cane, Venne per tua cagion da Carlo occiso; Ranaldo di Bilanda per tue mane Avanti al vecchio patre fo diviso. E tu quando ti levi la dimane, Credi acquistar zanzando il paradiso Con croce e patrinostri? Altro ci vôle Che per rei fatti dar bone parole.

Ricordate, crudel, che a Monteforte, Per prender quel castello a tradimento, Il franco re Balante ebbe la morte, E ciò fu ben di tuo consentimento, Ché stavi apresso a Carlo Magno in corte; Né ti bastando il core o l'ardimento Di scontrarti con lui sopra al sentiero, Altrui mandasti, e fu morto Rugiero. -

Queste parole ed altre più diverse Dicea Ranaldo con voce rubesta. Ora più oltra il conte non sofferse, Ma contra lui se mosse a gran tempesta; Ciascadun sotto il scudo si coperse, E con alto furor la lancia arresta, E vengonsi a ferir con ardimento: Sembrâr quei duo destrier folgor e vento.

Come nel celo o sopra la marina Duo venti fieri, orribili e diversi Scontrano insieme con molta roina, E fan conche e navigli andar roversi; E come un rivo dal monte declina, Con sassi rotti ed arbori dispersi; Così quei duo baron pien di valore Se urtarno con altissimo rumore.

Non fu piegato alcun di loro un dito, A benché delle lancie smisurate Ciascun troncone insino al celo è gito. Già son rivolti ed han tratto le spate; Né intorno fu pagan cotanto ardito Che non se sbigotisse in veritate, Quando l'un l'altro rivoltò la faccia Piena de orrore e de ira e de minaccia.

Non vide il mondo mai cosa più cruda Che il fiero assalto di questa battaglia, E ciascun sol mirando trema e suda: Pensati che fa quel che se travaglia! In più parte avean lor la carne nuda, Ché mandate han per terra piastra e maglia. Ranaldo sopra al conte se abandona, Nel forte scudo il gran colpo risuona.

Il scudo aperse e il brando dentro passa: Sopra la spalla gionse al guarnimento, La piastra del braccial tutta fraccassa. Sente a quel colpo il conte un gran tormento; Adosso de Ranaldo andar se lassa, E ben sembra al soffiar tempesta e vento; A man sinestra gionge il brando crudo, Sino alla spalla rompe e parte il scudo.

A poco a poco più l'ira s'accende: Ranaldo sopra l'elmo gionse il conte; Taglio del brando a questo non offende, Però che era incantato e fu de Almonte, Ma il cavallier stordito se distende Per quel colpo superbo che ebbe in fronte, E rivenne in se stesso in poco d'ora; Ira e vergogna al petto lo divora.

Stringendo e denti, il forte paladino Mena a Ranaldo un colpo nella testa: Gionse ne l'elmo che fu de Mambrino; Non fu veduta mai tanta tempesta. Quel baron tramortito andava e chino, Via fugge Rabicano, e non s'arresta, Intorno al campo, e par che metta l'ale; Al conte Orlando il suo spronar non vale.

Non fu veduto mai tanto peccato, Quanto era di Ranaldo valoroso, Ch'era sopra l'arcione abandonato, E strasinava il brando al prato erboso; Fuor de l'elmo uscia il sangue da ogni lato, Però che a quel gran colpo furïoso Tanta angoscia sofferse e tanta pena, Che 'l sangue gli crepò fuor d'ogni vena.

Fuor della bocca usciva e fuor del naso, Già ne era l'elmo tutto quanto pieno; Spirto nel petto non gli era rimaso, Correndo il suo destriero a voto freno. E così stette in quel dolente caso Quasi una ora compita, o poco meno; Ma non fu giamai drago ni serpente Quale è Ranaldo, allor che se risente.

Non fu ruina al mondo mai maggiore, Ché l'altre tutte quante questa passa; Strazia dal petto il scudo, e con rumore Contro alla terra tutto lo fraccassa. Fusberta, il crudo brando, a gran furore Stringe a due mane e le redine lassa, E ferisce cridando al forte conte: Proprio lo gionse al mezo della fronte.

Non puotè il colpo sostenire Orlando, Ma su le croppe la testa percosse; Le braze a ciascun lato abandonando, Già non mostra d'aver l'usate posse. Di qua di là se andava dimenando, Ed ambe l'anche di sella rimosse; Poco mancò che 'l stordito barone Fuor non uscisse al tutto de l'arzone.

Ma come quel che avea forza soprana, Ben prestamente uscì di quello affanno, E, riguardando la sua Durindana, Dicea: "Questo è il mio brando, o ch'io m'inganno; Questo è pur quel ch'io ebbi alla fontana, Che ha fatto a' Saracin già tanto danno. Io me destino veder per espresso S'io son mutato o pur se 'l brando è desso."

Così diceva: ed intorno guardando, Vidde un petron di marmore in quel loco; Quasi per mezo lo partì col brando Persino al fondo, e mancòvi ben poco. Poi se volta a Ranaldo fulminando; Torceva gli occhi, che parean di foco, D'ira soffiando sì come un serpente; Mena a due mani e batte dente a dente.