Orlando innamorato

Part 21

Chapter 214,231 wordsPublic domain

Or se lui se turbò, non dimandate, Ché contar non puotria la voce umana; Come ebbe in terra le piante fermate, Ben dimostrava sua forza soprana, Botte menando tanto desperate Che sibillar faceva Durindana; E per le corne e pel dosso peloso Mena a traverso il conte furïoso.

Ma, come il brando suo fosse de un fusto, Non li puotea tagliar la pelle adosso; Così fatato avean quei tori il busto, Che tutti e brandi un pel no' gli avrian mosso; E benché 'l conte fosse aspro e robusto, L'avean di qua, di là tanto percosso, Con le corne di ferro sì pistato, Che a gran fatica puotea trar il fiato.

Pur, come quel che è fiero oltra a misura, Facea del suo dolore aspra vendetta; Sempre combatte con vista secura, E de ferire a l'uno e a l'altro afretta; E benché abbian la pelle e grossa e dura, Muggiavan molte fiate per gran stretta, Ché lui feriva con tanta roina, Che spesso a terra or questo or quello inchina.

E cominciavan già de rinculare, A testa bassa facendo diffesa; Ma, come il conte gli andava a trovare, Era di novo sua superbia accesa. Così tre volte se ebbero a fermare, E tre volte tornarno alla contesa: Al fine Orlando, per finir la guerra, Un d'essi in fronte per un corno afferra.

Con la sinistra man nel corno il piglia, E quel, forte mugiando, furïava Facendo salti grandi a meraviglia, E già per questo Orlando nol lasciava. Esso avea tratto a Baiardo la briglia E sotto la cintura la portava. Questa era aredinata di catena: Prendela il conte e il toro intorno mena.

E mentre che così questo ragira, Tenendol tuttavia preso nel corno, Quell'altro toro, acceso de molta ira, Sempre ferendo a lui giva d'intorno. Il conte con gran forza il primo tira Dove è un pilastro de marmore adorno, Che fu del re Bavardo sepultura, Come mostrava intorno la scrittura.

Con questa briglia il primo ebbe legato, E similmente ancor prese il secondo; E poi che l'ebbe a quel sasso menato, Tanto gli batte al colpo furibondo, Che a l'uno e l'altro è l'orgoglio mancato. Non se indugia il guerrer, che è fior del mondo, Ma sì fra e tori attacca la sua spada, Che 'l stocco avanti e l'elzo adrieto vada.

Poi se fece d'un tronco una gran mazza, E come biolco se pone ad arare; Quei duo feroci tori avanti cazza E dritto il solco li fa caminare. Sempre col tronco li batte e minazza: Mai non fu visto il più bel lavorare. Per terra è Durindana e par che rada, Radice e pietre taglia quella spada.

Poi che fu il campo nelle sue confine Arato tutto, Orlando fie' gran festa, Dio ringraziando e sue virtù divine, Che gli avea dato onor de tanta inchiesta. Poi lasciò e tori, e non se vidde il fine De lor, che se ne andarno con tempesta; Muggiando forte via passarno un monte, E uscîr de vista alle donzelle e al conte.

Benché sofferto avesse molto affanno Il franco conte alla battaglia dura, A lui pareva ciascuna ora uno anno De poter trare a fin tanta ventura; Né stima che per forza o per inganno Possa esser vinta sua mente sicura. Senza altramente adunque riposare, Prende il bel corno e comincia a suonare.

Era smontata giù del palafreno Quella donzella che portava il corno, E nel bel prato de fioretti pieno Se avea d'una ghirlanda il capo adorno; Ma, come il suon del conte venne meno, Tremò quella campagna tutta intorno, E un piccol monticel ch'era in quel loco, Se aperse in cima e fuor gettò gran foco.

Stavasi queto il figlio di Melone, Per veder ciò che al fine avesse a uscire. Ecco fuor di quel monte esce un dragone, Terribil tanto, ch'io nol posso dire. La dama, che sapea la fatasone, Tenne quell'altra, che volea fuggire, Dicendo: - Sopra me stati sicura, Ché solo al cavallier tocca paura.

Questa facenda a noi non apartiene, Ma quel barone al tutto fia deserto. - Rispose l'altra: - Ben se gli conviene, Ché un più malvaggio al mondo non è certo. - Adunque ciascadun m'intenda bene, Perché il caso de Orlando mostra aperto Che ogni servigio di dama si perde Chi non adacqua il suo fioretto verde.

Or torno a ragionar di quel serpente Che un altro non fu mai visto maggiore. Di scaglie verde e d'oro era lucente, L'ale ha depinte in diverso colore. Tre lingue avea ed acuto ogni dente, Battea la coda con molto rumore, Sempre gettava foco e fiamma viva, Che da l'orecchie e di bocca li usciva.

Come il serpente in tutto si scoperse, Il conte, che teniva il libro in mano, Gli vide scritto ove prima lo aperse: ' Nel mondo tutto, per monte e per piano, Tanta fatica mai altrui sofferse Come tu soffrirai, baron soprano; Ma forse ancora potresti campare, Se quel ch'io dico, te amenti di fare.

Questa battaglia conviene esser presta, Perché il serpente è di tossico pieno, E getta fumo e fiamma sì molesta, Che ti farebbe tosto venir meno; Ma stu potesti tagliarli la testa, Non dubitar di foco o di veleno, E piglia pur quel capo arditamente: Rompilo sì, che ne traggi ogni dente.

E questi denti tu seminerai In questa terra per te lavorata, E poi mirabil cosa vederai: Di tal semente nascer gente armata, Forte ed ardita, e tu lo provarai. Or va, che se tu campi a questa fiata E se tu porti di tal guerra onore, Di tutto il mondo pôi chiamarti il fiore.'

Non par che in quel libro altro più se scriva: Il conte prestamente lo serrava, Perché il serpente già sopra gli ariva Con l'ale aperte, e gran furia menava, Gettando sempre foco e fiama viva. Con alto ardire Orlando l'aspettava; La bocca aperse il diverso dragone, Credendosi ingiottirlo in un boccone.

Ma, come piacque a Dio, nel scudo il prese, E tutto quanto l'ebbe dissipato. Era di legno, e sì forte se accese, Che presto e incontinente fu bruciato; E così il sbergo e l'elmo e ogni altro arnese Venne quasi rovente ed affocato: Arsa è la sopravesta, e il bel cimiero Ardea tuttora in capo al cavalliero.

Non ebbe il conte mai cotal battaglia, Poi che a quel foco contrastar conviene; Forza non giova o arte di scrimaglia, Perché gran fumo, che con fiamma viene, Gli entra ne l'elmo e la vista li abaglia, Né apena vede il brando che in man tiene; Ma, ben che abbia il veder quasi già perso, Pur mena il brando a dritto ed a roverso.

Così di qua di là sempre menando In quella zuffa oscura e tenebrosa, Nel collo il gionse pure al fin col brando, E via tagliò la testa sanguinosa; Quella poi prese il conte e, remirando, Ben gli parve quel capo orribil cosa, Ch'era vermiglio, d'oro, verde e bruno; Fuor di quel trasse e denti ad uno ad uno.

L'elmo se trasse poi quel conte ardito E dentro i denti di quel drago pose; Dapoi nel campo arato se ne è gito, Sì come il libro nel suo canto espose. Dove Bavardo il re fu sepellito, Seminò lui le seme venenose; Turpin, che mai non mente in alcun loco, Dice che penne uscirno a poco a poco.

Penne depinte, dico, de cimieri Uscirno a poco a poco de la terra, E dapoi gli elmi e' petti de' guerreri E tutto il busto integro si disserra. Prima pedoni, e poscia cavallieri Uscîr, tutti cridando: - Guerra, guerra! - Con trombe e con bandiere, a gran tempesta: Ciascun la lancia verso Orlando arresta.

Veggendo il conte la cosa sì strana, Disse fra sé: "Questa semenza ria Mieter mi converrà con Durindana, Ma s'io n'ho mal, la colpa è tutta mia, Perché diletto ha pur la gente umana Lamentarsi d'altrui per sua follia: Ma colui pianger debbe a doppie doglie Che per mal seminar peggio raccoglie."

Così dicendo il conte non fu tardo, Perché a guarnirsi tempo non gli avanza; L'elmo se alaccia il cavallier gagliardo, E non aveva più scudo né lanza. Di piana terra salta su Baiardo E quel percote con molta arroganza Contra alla gente che gli ariva intorno, Che, pur mo nata, die' morir quel giorno.

Or che bisogna ch'io vada contando E colpi ad un ad uno e il lor ferire, Dapoi che contra a Durindana il brando Non val coperta, né arme, né scrimire? Però concludo in fin che il conte Orlando Tutti li fece in quel giorno morire; Come nel campo fur morti e dispersi, L'arme e i cavalli e i corpi fôr somersi.

Da poi che il conte per tutto ivi intorno Vide la gente morta e dissipata, Che in vita fatto avea poco soggiorno, E dove nacque se era sotterrata, Lui non indugia e pone a bocca il corno, Per donar fine alla terza suonata, E darsi a tal ventura ultimo vanto, Come io vi contarò ne l'altro canto.

Canto ventesimoquinto

Il conte Orlando il corno a bocca pose, Sì come a l'altro canto io vi lasciai, Ché trare al fine in tutto se dispose L'alte aventure, e non posarsi mai Sin che quelle opre sì meravigliose Che apparevano al suon, come contai, Non fussero apparite tutte quante; Però suonava quel segnor de Anglante.

Tanto suonava, che al suonar si stanca Quel vago corno il cavallier ardito. Nulla d'intorno appare e il giorno manca, E già temeva lui d'esser schernito, Quando una cucciarella tutta bianca Gionse latrando nel prato fiorito; Il conte alla cuccietta pone cura, Dicendo: "Dio me doni alta ventura!

Tanta fatica adunque e tanto stento Aver durato me incresce per certo; Ma tardo ormai ed indarno mi pento, Ch'indarno un tanto affanno aggio sofferto. È questo ciò che me die' far contento? È questo il guidardone? È questo il merto, Qual promise la dama in abandono, Che doveva apparire al terzo suono?"

Così dicendo ratto si voltava Per girne altrove, tutto disdegnoso; Il conte il corno per terra gettava E via fugiva a corso roïnoso. Ma la donzella a gran voce il chiamava: - Aspetta, aspetta, baron valoroso! Ché non è al mondo re né imperatore, Che abbia ventura di questa maggiore.

Ascolta adunque il mio parlar, che spiana Di questa cucciarella il bel lavoro. Una isoletta non molto lontana Ha il nome ed ha lo effetto del tesoro; Ivi è una fata, nomata Morgana, Che alle gente diverse dona l'oro; Quanto per tutto il mondo or se ne spande, Convien che ad essa prima se dimande.

Lei sotto terra il manda a l'alti monti, Dove se cava poi con gran fatica; E ne' fiumi l'asconde e dentro a' fonti, E in India, dove il coglie la formica. Abada e guarda ben che sian disgionti, Ché ciascaduno un pesce ne nutrica; E vo' che sappi il nome per ragione: Timavo è l'uno, e l'altro è il carpïone.

Questi due pesci viveno d'ôr fino. Ora, per seguitar la mia novella, Dico che ogni metallo ha in suo domìno De oro e de argento Morgana la bella; Ed è venuto per questo confino Da lei mandata quella cucciarella Per farte sempre in tua vita beato, Poiché tre volte il suo corno hai suonato.

Ché non fo al mondo mai più cavalliero, Qual lo suonasse la seconda volta, Benché molti provarno tal mestiero, Ma sempre a tutti fu la vita tolta. Or lascia adunque ogni tristo pensiero, Franco barone, e il mio parlare ascolta, Accioché sappi la cosa compiuta, Perché la cuccia al corno sia venuta.

Morgana, della quale io t'ho parlato, Quale è regina delle cose adorne, Ha per il mondo un suo cervo mandato, Che ha bianco il pelo e d'oro ambe le corne. Quel per incanto a modo è fabricato, Che in alcun loco mai non si soggiorne, Ma sempre, via fuggendo a meraviglia, Cerca la terra e non trova chi 'l piglia.

Né se potrebbe per forza pigliare, Senza l'aiuto di quella cuccietta; Lei primamente lo sa ritrovare, Poi lo caccia cridando con gran fretta. Conviensi quella voce seguitare, Perché lor van legier come saetta; La cuccia il caccia in pista con tempesta Sei giorni integri, e al settimo s'arresta.

Perché quel giorno, giongendo alla fonte Dove se tuffa il cervo pauroso, Quivi si prende senza oltraggio ed onte, E fa il suo cacciatore aventuroso, Però che muta e corni dalla fronte Sei volte il giorno, e ciascuno è ramoso Di trenta bronchi; e la rama distesa Con bronchi insieme cento libre pesa.

Sì che tanto tesoro adunarai, Come abbi preso quel cervo afatato, Che ne serai contento sempre mai, Se la ricchezza fa l'omo beato. Forse che ancor l'amore acquisterai Di quella fata che t'aggio contato: Dico Morgana da quel viso adorno, Più bella assai che 'l sole in mezo il giorno. -

Orlando sorridendo l'ascoltava Ed a gran pena la lasciò finire, Perché esso le ricchezze non curava, Qual gli ebbe la donzella a proferire, Sì che rispose: - Dama, non mi grava Avermi posto a rischio de morire, Però che di periglio e di fatica L'onor de cavallier sol se nutrica.

Ma l'acquisto de l'oro e de l'argento Non m'avria fatto mai il brando cavare; Però chi pone ad acquistar talento, Lui se vôl senza fine affaticare; E come acquista più, manco è contento, Né si può lo appetito sazïare; Ché qualunche n'ha più, più ne desia: Adunque senza capo è questa via.

Senza capo è la strata ed infinita, De onore e de diletto al tutto priva. Chi va per essa, a caminar s'aita, Ma dove gionger vôl, mai non ariva; Sì che la voglio al tutto aver smarita, Né gli vo' caminar per sin ch'io viva; E accioché meglio intendi il mio parlare, Dico che 'l cervo non voglio cacciare.

Prendi il tuo corno, ch'io lascio ad altrui Questa ventura di tanta ricchezza, Perch'io ora non sono e mai non fui Da cortesia partito e gentilezza; E vile e discortese è ben colui Qual la sua dama più che 'l cor non prezza; Ed io so che m'aspetta or la mia dama, E parmi odir la voce che mi chiama.

(Ben me ricorda come io la lasciai Con guerra nella rocca assedïata: Ora che indovinar me sapria mai Come sia quella zuffa aterminata? Il campo e la battaglia abandonai Per seguire Agrican quella giornata; E combatteva l'una e l'altra gente, Sì che non so di lor chi sia perdente.) -

Così con seco istesso ragionava Il conte, assai pensoso ne la ciera, E la donzella alla croppa invitava, La qual pur vi salì mal volentiera. Lasciò quell'altra, e già via caminava; Ecco ad un ponte, sopra una rivera, Passava un cavalliero in vista arguta: Cortesemente Orlando lo saluta.

Ma il cavallier, che vide la donzella, Ben presto la cognobbe nel sembiante, Che questa è Leodilla, quella bella, Quale è figliola del re Manodante; Onde ad Orlando subito favella Con minaccevol voce ed arrogante: - Questa è mia dama, che robbata m'hai! Presto la lascia, o presto morirai. -

- Se l'è tua, - disse il conte - e tua si sia, Ché già per lei non voglio prender brica; Totila, per Macone! e vanne via, Che me pare alle spalle aver l'ortica; E te ringrazio di tal cortesia, Poi che me assolvi di tanta fatica. Con essa ove te piace ne puoi gire, Pur che con meco non voglia venire. -

Il cavalliero, odendo il ragionare Che facea Orlando, di tanta viltade, Qual ne la vista sì feroce appare, Gran meraviglia ne ebbe in veritade. Prese la dama, e senza altro parlare Via caminarno per diverse strade; L'uno a levante ad Albraca ne gia, L'altro a ponente verso Circasia.

Ordauro era nomato il cavalliero, Questo che al conte la donzella tolse, Né tolta già l'avria per esser fiero, Ma perché Orlando contrastar non volse, Quale avea ad Angelica il pensiero; Però dalla battaglia se disciolse, E parli più d'uno anno ciascuna ora, Che arivi dove Angelica dimora.

Lasciamo lui che ben forte camina, Ch'io vo' seguir la zuffa dolorosa, Qual più sempre s'accende a gran ruina, Né mai se vide più terribil cosa. Vedevasi Marfisa la regina Di qua di là voltar sì furïosa, Perché Aquilante e 'l suo fratel pregiato La combatteano atorno in ciascun lato.

E vedeasi il feroce fio de Amone, Ferito crudelmente e sanguinoso, Cacciare il re Adrïano e Chiarïone; Vedevasi Torindo valoroso Combatter contra Oberto dal Leone: Stavasi Trufaldin solo in riposo. Questo ne l'altro canto io vi contai: Ora voglio finir quel ch'io lasciai.

Come andasse la cosa in su quel piano De le tre zuffe, vi voglio contare. Sì come io dissi, Trufaldin villano Stava da parte la guerra a guardare; E quando Chiarïone ed Adrïano Cominciâr per Ranaldo a rinculare, Come colui che avea molta paura Ne la rocca fuggì dentro alle mura.

Ranaldo non lo vide in su quel ponto, Ché certamente non serìa campato, Ben presto Rabican l'avrebbe gionto; Ma tanto era alla zuffa riscaldato, Che nol vide partir, come io vi conto; Ma solo il vide alla porta arivato, E, vòlto ai duo baron, con gran furore Disse: - Fuggito è pur quel traditore.

Sì che ascoltati quel che vi vo' dire, E procurati metterlo ad effetto, Se non voleti al presente morire, Ché ben ve occiderò senza rispetto; Ma se me prometteti far venire Con voi doman nel campo il maledetto, Voglio che questa guerra cominciata Or sia fornita per questa giornata.

E tutti voi, che aveti la difesa Del vostro glorïoso Trufaldino, Come serà del sol la luce accesa, Verriti giù nel campo al bel matino E quivi finirà nostra contesa, E morirà quel perfido assassino; O veramente ch'io vi serò morto, Se Dio dal dritto non riguarda il torto. -

Queste parole diceva Ranaldo, Ed altro ch'io non curo arricontare; Onde l'accordo fo fatto di saldo, A benché con Marfisa fo da fare, Perché essa aveva il core acceso e caldo, Né la battaglia mai volse lasciare, Sin che Aquilante non giura e Grifone Tornar per l'altro giorno alla tenzone,

E mantener battaglia per un giorno, Sin che serà nel mare il sole ascoso. Così dentro alla rocca fier' ritorno Ciascun barone afflitto e doloroso, E non avevan pezzo d'arme intorno Che non fosse percosso e sanguinoso; Né stavan quei di fuori ad altra guisa, Ranaldo e il Turco e la forte Marfisa.

Ciascuno attese con solenne cura A sua persona ed a sua guarnisone. Quei della rocca tutti avean paura, Fuor che Aquilante e l'ardito Grifone; E ragionavan della guerra dura, Come era stato ciascun compagnone. Diceva Astolfo: - Orlando è stravestito; In tal forma ha ogniom de voi schernito. -

- Non, - rispose Aquilante, - tu non sai Che 'l cavalliero è il sir de Montealbano. Noi lo pregammo con parole assai Che non venisse con noi alle mano; Ma lui non se lasciò parlar giamai, Tanto è feroce e di cor subitano; E così domattina a l'altra guerra O noi, on esso andrà morto alla terra. -

Rispose Astolfo: - E' t'è male incontrato, Ché ad ogni modo rimarrai perdente, Perché io me trovarò da l'altro lato, E vado da Ranaldo incontinente. Quando nel campo me vedriti armato, So ben che non voriti per nïente, Né serà alcun di voi tanto sicuro, Che esca tre passi fuor longe dal muro. -

Rise Aquilante che lo cognoscia, Ed al duca rispose: - Alla bon'ora, Dapoi che esser convene, e così sia! - Astolfo non fie' già lunga dimora, Ché della rocca fuora se ne uscia; Né oscurato era in tutto il giorno ancora, Quando e cugini insieme se trovaro, E con gran festa insieme se abracciaro.

Lasciamo questi insieme al pavaglione, Che se posarno insino alla matina, E ritornamo al fïo di Melone, Qual con gran voluntà sempre camina, Tanto che ad Albracà gionse al girone; E già il sole alla sera se dichina, Quando quel cavallier cotanto forte Gionse alla rocca dentro dalle porte.

E già non par che venga dalla danza; L'arme ha spezzato ed è senza cimiero, Arsa è la sopravesta, e non ha lanza E non ha scudo l'ardito guerrero; Ma pur mostrava ancor grande arroganza, Tanto superbo avea lo aspetto fiero, E qualunche il mirasse in su Baiardo Direbbe: Questo è il fior d'ogni gagliardo.

Come fo gionto dentro a l'alta rocca, Angelica la bella l'incontrava. Lui salta de l'arcion, che nulla tocca; La dama di sua mano il disarmava, E nel trargli de l'elmo il bacia in bocca: Non dimandati come Orlando stava; Ché, quando presso si sentì quel viso, Credette esser di certo in paradiso.

Avea la dama un bagno apparecchiato, Troppo gentile e di suave odore, E di sua mano il conte ebbe spogliato, Baciandol spesse fiate con amore. Poi l'ungiva d'uno olio delicato, Che caccia de la carne ogni livore; E quando la persona è afflitta e stanca, Per quel ritorna vigorosa e franca.

Stavasi 'l conte quieto e vergognoso, Mentre la dama intorno il maneggiava; E benché fosse di questo gioioso, Crescere in alcun loco non mostrava. Intra nel fine in quel bagno odoroso, E sé dal collo in giù tutto lavava, E poi che asciutto fu, con gran diletto Per poco spazio se colca nel letto.

E dopo questo la donzella il mena Intro una ricca zambra ed apparata, Dove posarno con piacere a cena, Ché vi era ogni vivanda delicata. Nel fin la dama con faccia serena, Standosi al collo a quel conte abracciata, Lo prega e lo scongiura con bel dire Che d'una cosa la voglia servire.

- D'una sol cosa, il mio conte, - dicia - Fammi promessa, e non me la negare, Se vôi che più sia tua ch'io non son mia, Ché a tal servigio me puoi comparare; Né creder che aggia tanta scortesia, Che da te voglia quel che non puoi fare; Ma sol cheggio da te che per mio amore Mostri ad un giorno tutto il tuo valore.

E che non abbi al mondo alcun riguardo, Ma ch'io veda di te l'ultima prova, Perch'io starò a veder se sei gagliardo, Né creder che d'adosso occhio te mova, Sin che a terra non vada ogni stendardo De la gente che in campo se ritrova; E ben so che farai ciò, se tu vôi, Perché io conosco quel che vali e pôi.

Una dama feroce, arabïata, Qual venne col mio patre in mia diffesa, Senza cagione alcuna è ribellata, Di mal talento e di furore accesa; Come vedi, m'ha quivi assedïata, E, se tu non me aiuti, io serò presa Da la crudel, che tanto odio mi porta Che con tormento e strazio serò morta. -

Così disse la dama, e lacrimando Il viso al cavallier tutto bagnava. Apena se ritenne il conte Orlando Che alor alora tutto se armava; E rispondea nïente, e fulminando Gli occhi abragiati d'intorno voltava. Poi che la furia fu passata un poco Il volto a lei rivolse, e parea foco:

Né già puote la dama sofferire Di riguardare alla terribil faccia. Dissegli il conte: - Dama, a te servire Mi reputo dal cel a tanta graccia; E quella dama che me avesti a dire, Fia da me morta, o presa, o messa a caccia; E quando fosse il mondo tutto quanto Con seco armato, ancor de ciò me vanto. -

Rimase assai contenta la donzella Veggendo il proferir di quel barone, Ché ben sapea quel che lui vale in sella. Frutti e confetti di molta ragione Furno portati a quella zambra bella; Gionsero in questa Aquilante e Grifone, E ciascun con Orlando fo abracciato; Angelica di poi tolse combiato.

Ella se parte zoiosa e festante Per la promessa di quel cavalliero, Tanto superba di cotale amante, Che di Marfisa più non ha pensiero. Come partita fu, disse Aquilante Al conte Orlando: - Il ti farà mestiero Domane esser gagliardo sopra il piano, Perché avrai contra il sir de Montealbano.

Egli è venuto e non so la cagione, Ma fuor de l'intelletto al tutto pare, Ché tutti quanti qua dentro al girone Ci ha preso con vergogna a disfidare. Io lo pregai, ed ancora Grifone, Ma lui non si lasciò giamai parlare, Né dir se li può mai ragion che vaglia, Onde c'è forza far seco battaglia. -

- Sai certo che 'l sia desso, - disse Orlando - E che per lui non abbi altro avisato? - Disse Aquilante: - A Dio mi racomando, Stato son seco a fronte e gli ho parlato, E combattei con lui brando per brando; E tu me stimi tanto smemorato, E sì fuor d'intelletto e di ragione, Ch'io non cognosca Ranaldo d'Amone? -

Grifone quel medesimo dicia, Che senza dubio alcun l'ha cognosciuto; E quando il conte tal cosa intendia, Tutto cambiosse nel sembiante arguto, E prese nel pensier gran zelosia, Che qua non fusse Ranaldo venuto Sol per amor de Angelica la bella; Onde gran doglia dentro il cor martella.

Presto dette combiato ai duo germani, E ne la zambra se chiuse soletto, E giva intorno stringendo le mani, Ardendo di gran sdegno e di dispetto; E con lamenti e con sospiri insani Senza spogliarse se gettò sul letto, Ove con pianti e dolente parole In cotal forma si lamenta e dole:

"Ahi vita umana, trista e dolorosa, Nella qual mai diletto alcun non dura! Sì come a la giornata luminosa Vien drieto incontinente notte oscura; Così non fu giamai cosa gioiosa, Che non fusse meschiata di sventura; Ma ogni diletto è breve e via trapassa, La doglia sempre dura e mai non lassa.

E questo si può dir per me, tapino, Qual con tanto piacere e tanto onore Accolto fui da quel viso divino, Ch'io non credetti aver più mai dolore; Ma poi fu ciò per farme più meschino, E che la pena mia fusse maggiore; Ché perder l'acquistato è maggior doglia, Che il non acquistar quel de che s'ha voglia.