Part 20
Era quel scudo tutto de una scorza Ben atto a sostenire ogni percossa, Né dubbio è che se piega o che se torza, Perché de un gran palmo egli era grossa. Omo non ave mai cotanta forza, Cavalliero, o gigante di gran possa, Quanto ha quello omo rigido e selvaggio: Ma non cognosce a zuffa alcun vantaggio.
Abita in bosco sempre, alla verdura, Vive de frutti e beve al fiume pieno; E dicesi ch'egli ha cotal natura, Che sempre piange, quando è il cel sereno, Perché egli ha del mal tempo alor paura, E che 'l caldo del sol li venga meno; Ma quando pioggia e vento il cel saetta, Alor sta lieto, ché 'l bon tempo aspetta.
Vene questo omo adosso a Brandimarte, Col scudo in braccio e la maza impugnata; Non ha di guerra lui senno né arte, Ma legerezza e forza smisurata. Non era il baron vòlto in quella parte, Ma là dove la dama era legata; E se lei forse non se ne avedia, Quello improviso adosso li giongia.
De ciò non se era Brandimarte accorto, Ma quella dama, che 'l vide venire, Cridò: - Guârti, baron, che tu sei morto! - Non se ebbe il cavalliero a sbigotire; E più d'esso la dama ebbe sconforto Che di se stessa, né del suo morire, Perché con tutto il cor tanto lo amava Che, sé scordando, sol di lui pensava.
Presto voltosse il barone animoso E se ricolse ad ottimo governo; E quando vide quel brutto peloso, Beffandolo fra sé, ne fie' gran scherno; E stette assai sospeso e dubbïoso Se questo era omo o spirto dello inferno; Ma sia quel che esser voglia, e' non ne cura, E vallo a ritrovar senza paura.
A prima gionta il salvatico fiero Menò sua mazza, che cotanto pesa, E gionse sopra il scudo al cavalliero, Che ben stava coperto in sua diffesa; E come quel che è scorto a tal mestiero, Taglia quella col brando alla distesa. Come lui vide rotta la sua mazza, Saltagli adosso e per forza l'abbrazza.
E lo tenìa sì stretto e sì serrato, Che non puoteva se stesso aiutare. Più volte il cavallier se fo provato Con ogni forza de sua man campare; Ma quanto un fanciulletto adesso nato Potrebbe a petto a uno omo contrastare, Tanto il selvaggio di estrema possanza E di gran forza Brandimarte avanza.
Via ne 'l portava e stimavalo tanto Quanto fa il lupo la vil pecorella. Ora chi odisse il smisurato pianto Che facea lamentando la donzella, A Dio chiamando aiuto, ad ogni Santo In cui sperava, alla Fede novella: Chi odisse il pianto e 'l piatoso sermone, Ciascuno avria di lei compassïone.
Tuttavia quel selvaggio omo il portava; Per le braccia a traverso l'avia preso; Lui quanto più puotea si dimenava, D'ira, de orgoglio e di vergogna acceso; Ma quel suo dimenar poco giovava, Perché il selvaggio lo tenìa sospeso Alto da terra, perché era maggiore, Correndo tuttavia con gran furore.
Gionse correndo, col barone in braccio, Dove era un'alta pietra smisurata; Correa nella radice un gran rivaccio, Che l'avea da quel canto dirupata, Sì che da cima al fondo avea di spaccio Seicento braccia la ripa tagliata. Quivi il selvaggio ne portò il barone Per trabuccarlo giuso a quel vallone.
Come fo gionto a l'orlo del gran sasso, Via lo lancia da sé senza riguardo; Poco mancò che non gionse al fraccasso Del dirupo alto il cavallier gagliardo, E ben gli fo vicino a men d'un passo. Ma presto saltò in piede e non fo tardo; Perché egli aveva ancora in mano il brando, Verso il selvaggio se ne andò cridando.
Quel non aveva scudo né bastone, L'uno era rotto, l'altro avea lasciato; Corse ad uno olmo e prese un gran troncone, E non l'avendo ancor tutto spiccato, Brandimarte il ferì sopra al gallone, E di gran piaga l'ebbe vulnerato. Lui, ch'è orgoglioso ed ha superbia molta, Quel troncon lascia ed al baron si volta.
Voltasi quel selvaggio furïoso A Brandimarte per saltargli adosso; Il cavallier col brando sanguinoso, Nel voltar che se fie', l'ebbe percosso; Via tagliò un braccio, che è tutto peloso, E gionse al busto smisurato e grosso; Giù per le coste insieme alla ventraglia Tutte col brando ad un colpo gli taglia.
Quel non se puote alor più sostenire, Cade cridando in su la terra dura; E' non sapea parole proferire, Ma facea voce terribile e oscura. Quando il barone lo vide morire, Quivi lo lascia e più non ne dà cura, Anci correndo a quel prato ne andava, Dove il destriero e la sua dama stava.
Come fu gionto ove era la donzella, Di gran letizia non sa che si fare; Tienla abbracciata e già non li favella, Ché de allegrezza non puotea parlare. Or per non far de ciò longa novella, Quella disciolse ed ebbe a cavalcare, E posesela in groppa, e a lei rivolto Parlando andava per quel bosco folto.
E l'uno e l'altro insieme racontava, Questa come fu tolta dal vecchione Che per la selva oscura la portava, E come fu poi morto dal leone; E così a lei Brandimarte narrava De' tre giganti quella questïone Che fatta aveano al prato della fonte, E de la dama che portava il conte.
E così l'uno e l'altro ragionando De lor travaglio e de la lor paura, Veniano a ritrovare il conte Orlando. Ma ad esso era incontrata altra ventura, Qual poi a tempo vi verrò contando; Ora al presente poneti la cura Ad ascoltar la zuffa e la tenzone Che ebbe Ranaldo col franco Grifone.
Né so se vi ricorda nel presente, Segnor, come io lasciassi quella cosa De' due baron, che nequitosamente Facean cruda battaglia e tenebrosa, E stimavan la vita per nïente, E quello e questo mai non se riposa, Né sparma colpi alcun, né si nasconde, Ma l'uno l'altro a bon gioco risponde.
Tutta la gente quivi se adunava, Pedoni e cavallieri a poco a poco; Sì ciascun de veder desiderava, Che strettamente li bastava il loco. Marfisa avanti agli altri riguardava, Tutta nel viso rossa come un foco; Ma, mentre che mirava, ecco Ranaldo Mena un gran colpo furïoso e saldo;
E sopra l'elmo gionse de Grifone, Ch'era affatato, come aveti odito; Se alora avesse gionto un torrïone, Sin gioso al fondo l'arebbe partito; Ma quello incanto e quella fatasone Campò da morte il giovanetto ardito, Benché a tal guisa fu del spirto privo, Che non moritte e non rimase vivo.
Però che, briglia e staffe abandonando, Pendea de il suo destriero al destro lato, E per il prato strasinava il brando, Perché l'aveva al braccio incatenato. Quando Aquilante il venne remirando, Ben lo credette di vita passato, E sospirando di dolore e d'ira Verso Ranaldo furïoso tira.
Questo era anch'esso figlio de Olivero, Come Grifone, e di quel ventre nato, Né di lui manco forte né men fiero, E come l'altro aponto era fatato: L'arme sue, dico, il brando e il bon destriero, Benché a contrario fosse divisato, Ché questo tutto è nero, e quello è bianco, Ma l'un e l'altro a meraviglia è franco.
Sì che non fo questo assalto minore, Ma più crudele assai ed inumano, Perché Aquilante avea molto dolore, Credendo essere occiso il suo germano; E come disperato a gran furore Combattea contra il sir de Montealbano, Ferendo ad ambe man con molta fretta, Per morir presto o far presto vendetta.
Da l'altra parte a Ranaldo parea Ricever da costoro a torto ingiuria, Però più dello usato combattea Terribilmente, acceso in maggior furia; Contra sé tutti quanti li vedea, E lui soletto non ha chi lo alturia Se non Fusberta e il suo core animoso, Però combatte irato e furïoso.
- Or via, - diceva lui - brutta canaglia! Mandati ancor de li altri a ricercare, Che vengano a fornir vostra battaglia; O venitene insieme, se vi pare, Che tutti non vi stimo un fil de paglia. Come poteti gli occhi al celo alciare De vergogna, o vedere vi lasciati, Sendo tra gli altri sì vituperati? -
Non respondeva Aquilante nïente, Benché egli odisse quel parlar superbo, Ma, stringendo de orgoglio dente a dente, Con quanta possa aveva e quanto nerbo Ferì Ranaldo ne l'elmo lucente De un colpo furïoso e tanto acerbo, Che Ranaldo le braccia al celo aperse Per la gran pena che al colpo sofferse.
E se il suo brando non fosse legato Al destro braccio, come lui portava, Ben li serìa caduto al verde prato. Or Rabicano a gran furia ne andava, Perché Ranaldo il freno avea lasciato, Né dove fosse alor se ricordava; Ma di profondo spasmo e di dolore Ave perduto lo intelletto e il core.
Aquilante, de orgoglio e d'ira pieno, Per tutto intorno al campo lo seguìa; Ed avea preso al cor tanto veleno, Che così volontier morto l'avria, Come fosse un pagan, né più né meno. Ma ritornò Ranaldo in sua balìa; Proprio alor che Aquilante l'avea gionto, In sé rivenne vigoroso e pronto.
E, ritrovato il brando che avea perso, Voltò contra Aquilante il corridore, Acceso di furor troppo diverso; Con quanta forza mai puote maggiore, Lo gionse a mezo l'elmo nel traverso. Non valse ad Aquilante il suo valore, Né l'arme fatte per incantamento, Ché stramortito perse il sentimento.
Ranaldo già nïente indugiava, Perché era d'ira pieno a quella fiata, E l'elmo prestamente li slaciava, E ben gli avrebbe la testa tagliata: Ma Chiarïone la lancia arrestava, Così come era la cosa ordinata; Né de lui se accorgendo il fio d'Amone, Di traverso il ferì sopra il gallone.
Piastra non lo diffese o maglia grossa, Ma crudelmente al fianco l'ha ferito. Alor che ebbe Ranaldo la percossa, Grifone aponto se fo risentito, Ch'era stato gran pezzo in molta angossa E fuora de intelletto sbalordito; Via passò Chiarïon, rotta ha la lancia, Ché tenire il destrier non ha possancia.
Or, come io dissi, Grifon se risente, Alor che via ne andava Chiarïone, E non sapea de Aquilante nïente, Né de questo altro ancor la questïone, Ché mosso non serebbe certamente; Ma così come uscì de stordigione, Per vendicarse il colpo che avea còlto Verso a Ranaldo furïoso è vòlto.
Non era ancora il sir de Montealbano Aconcio ne l'arcione e rassettato, Per quello incontro sì crudo e villano Che quasi fuor di sella andò nel prato, Quando gionse Grifon col brando in mano; Trovandolo improviso e sbarattato, Gli donò un colpo orribile e possente: Voltosse il fio de Amon come un serpente.
Come un serpente per la coda preso, Che gonfia il collo e il busto velenoso, Cotal Ranaldo, de grand'ira acceso, A Grifon se rivolse nequitoso; E ben l'avrebbe per terra disteso, Tanto menava un colpo furïoso; Se non che Chiarïon, ch'era voltato, Giongendo sturbò il gioco cominciato.
E sopra il braccio destro lo percosse, Come ebbe de improviso ad arivare, E con tanta ruina lo commosse, Che quasi il fece il brando abandonare. Pensati se Ranaldo ora adirosse, Che perder non vo' tempo al racontare; Forte cridando, giura a Dio divino Che tutti non gli stima un vil lupino.
E se rivolta contra a Chiarïone, E darli morte al tutto è delibrato; Ma già per questo non resta Grifone, Né il lascia prender lena e trare il fiato. Ecco Aquilante ariva alla tenzone, Che era de stordigion già ritornato, Ma non già al tutto, perché veramente Non s'accorgea de gli altri duo nïente:
De gli altri duo che, ciascadun più fiero, Stanno d'intorno Ranaldo a ferire; Ciò non pensa Aquilante, quello altiero, Ma sua battaglia destina finire. Spronando a gran ruina il suo destriero Lascia sopra a Ranaldo un colpo gire Tanto feroce, dispietato e crudo, Che tagliò tutto per traverso il scudo.
Sotto il scudo la piastra del bracciale Sopra un cor' buffalino era guarnita; La manica de maglie nulla vale, Ché gli fece nel braccio aspra ferita. A' circonstanti ciò parea gran male; Sopra a gli altri Marfisa, quella ardita, Va correndo, ché apena ritenuto Se era sin ora di donargli aiuto.
Onde se mosse lui con la regina Che di prodezza al mondo non ha pare. Qual vento, qual tempesta di marina Se puote al gran furore equiperare? Quando Marfisa mosse con ruina, Parea che e monti avessero a cascare, E' fiumi andasser nello inferno al basso, Ardendo l'aria e il celo a gran fraccasso.
A quel furor terribil e diverso Serebbe tutto il mondo sbigotito; Per ciò non ha Grifon l'animo perso, Né il suo german, che fo cotanto ardito; Ma ciascun de gli altri ha il cor summerso Quando vider colei sopra a quel sito, Qual con tal furia nel giorno davanti Gli avea cacciati e rotti tutti quanti.
Venner contra Marfisa e duo germani, Ciascun di lor se stringe, il scudo imbraccia; E il pro' Ranaldo, solo in su quei piani, Al re Adrïano e a Chiarïon minaccia; E fôr Torindo ed Oberto alle mani, Ben che ferito è Oberto nella faccia. Trufaldin sta da parte e pone mente, Come avesse de questo a far nïente.
L'una e poi l'altra zuffa voglio dire, Perché in tre lochi a un tempo se travaglia, E il rumore è sì grande ed il ferire E il spezzar delle piastre e della maglia, Che apena se potrebbe il trono odire. Or, cominciando alla prima battaglia, Grifone ed Aquilante alla frontera Tolsero in mezo la regina fiera.
Lei, come una leonza che di pare Se veggia in mezo a duo cervi arivata, Che ad ambo ha il core e non sa che si fare, Ma batte i denti, e quello e questo guata; Cotal Marfisa se vedea mirare, Adosso l'uno e l'altro inanimata, Sol dubitando la regina forte A cui prima donar debba la morte.
Ma star sospesa non li fa mestiero, Ché ben gli diè Grifone altro pensare; Ad ambe mani il giovanetto fiero Un colpo smisurato lasciò andare. Il drago, che ha la dama per cimiero, Fece in due parte alla terra callare; Non fo Marfisa per quel colpo mossa, Benché sentisse al capo gran percossa.
Verso Grifon turbata un colpo mena, Con quel gran brando che ha tronca la ponta; Ma non è verso lui voltata apena, Che nel collo Aquilante l'ebbe gionta. Pensati or se ella rode la catena, E se a tal cosa prese sdegno ed onta, Perché quel colpo orribile e improviso Batter li fece contra a l'elmo il viso.
E gli uscì il sangue da' denti e dal naso, Che non gli avvenne in battaglia più mai. Dricciandosi cridò: - Giotton malvaso, Se tu sapesti quel che tu non sai, Voresti nel girone esser rimaso: Or vo' che sappi che tu morirai Per le mie mane, e non è in celo Iddio Che te possa campar dal furor mio. -
Mentre che ella braveggia a suo volere, Non ha il franco Grifone il tempo perso, Ma con ogni sua forza e suo potere In fronte la ferì de un gran riverso. Io non sapria cantando far vedere Di lei lo assalto orribile e diverso, Ché, non curando più la sua persona, Verso Aquilante tutta se abandona.
Ferì con tal superbia la adirata, Con tal ruina e con furor cotanto, Che, se non fosse la piastra incantata, Fesso l'avria per mezzo tutto quanto. Dicea il franco Grifon: - Cagna rabbiata, Tu non te donarai al mondo il vanto Che promisso hai, de occider mio germano: Ma serà tuo zanzar bugiardo e vano. -
Così dicendo la ferì del brando Con gran tempesta ne l'elmo lucente. Or, bei segnori, a Dio ve racomando, Perché finito è il mio dire al presente; E, se tornati, verrovi contando Questa battaglia nel canto sequente, Qual fo tra gente di cotanto ardire, Che ve fia gran diletto odendol dire.
Canto ventesimoquarto
Se non me inganna, segnor, la memoria, Seguir convene una zuffa grandissima, Ché a l'altro canto abandonai la istoria Della dama terribile e fortissima, Quale ha tanta arroganza e sì gran boria, Che vergognata se stima e vilissima E che beffando ogni om dietro gli rida, Se tutto il mondo a morte non disfida.
Da l'altra parte Aquilante e Grifone Eran duo cavallier di tanto ardire, Che lo universo non avea barone Qual gli potesse entrambi sostenire: Dico né Orlando, né il figlio de Amone, O di qual altro più se possa dire, Perché ciascun di lor, fronte per fronte, Tiene battaglia al pro' Ranaldo e al conte.
Onde una zuffa sì pericolosa Non fo nel mondo più fatta giamai, Come fu tra Marfisa valorosa E i duo guerrer, che avean prodezza assai. Per ordine vi voglio or dir la cosa, Ché, se ben mi ramento, io ve lasciai Come la dama ne l'elmo forbito Era percossa da Grifone ardito.
A lui se volta con tanta ruina, Che lo credette al tutto dissipare; Gionse nel scudo la forte regina, E quel spezzato fa per terra andare; E se non era l'armatura fina Che quella fata bianca ebbe a incantare, Tagliava lui con tutto il suo destriero, Tanto fu il colpo dispietato e fiero.
Ben gli rispuose il franco giovanetto Ed a due man ne l'elmo la percosse, E callò il brando ne lo armato petto. Aquilante a quel tempo ancor se mosse; Ma la regina con molto dispetto Contra di lui turbata rivoltosse, E nel viso il ferì con tal tempesta, Che su le groppe il fie' piegar la testa.
Né pone indugia, che a Grifon se volta, E mena un colpo tanto disperato, Che al giovanetto avria la vita tolta, Se quel non fusse per incanto armato. Mentre a quel colpo è la dama disciolta, Aquilante arivò da l'altro lato, E con gran furia ne l'elmo la afferra, Credendo a forza metterla per terra.
Forte tira Aquilante ad ambe braccia; Marfisa abranca lui di sopra al scudo, E via dal petto con la mano il straccia. Allor Grifone, il giovanetto drudo, De aiutare Aquilante se procaccia, E menò un colpo dispietato e crudo, Tal che col brando il scudo gli fracassa; Lei se rivolta ed Aquilante lassa.
Lascia Aquilante e voltasi al germano, E lo ferì de un colpo furïoso; Or chi più presto può, gioca de mano, Né indugia vi si pone, o alcun riposo. Come in un tempo oscuro e subitano, Che vien con troni e vento ruïnoso, Grandine e pioggia batte in ogni sponda, Che l'erbe strugge e gli arbori disfronda;
Così son essi, ed era il suo colpire: Nïun de' duo quella dama abandona, Or l'uno or l'altro l'ha sempre a ferire. Lei da altra parte è sì franca persona, Che il lor vantaggio poco viene a dire. Alle spesse percosse il cel risuona; Né vinti fabri a botta di martello Farian tanto rumore e tal flagello.
Vicino a questi, proprio in su quel piano, Era un'altra terribil questïone, Però che 'l franco sir de Montealbano Ha il re Adrïano adosso e Chiarïone. Benché ferito è quel baron soprano Forte nel braccio manco e nel gallone, Pure è sì fiero e sì di guerra saggio, Che a' duo combatte ed ha sempre avantaggio.
Tra il forte Oberto e quel re de Turchia La zuffa cominciata ancor durava; Torindo la battaglia mantenia, Abenché Oberto forte lo avanzava. Più fier cresce lo assalto tutta via, In quei tre lochi ogni om se adoperava; Vero è che con più ardore ed altra guisa Se combattea là dove era Marfisa.
Ma poi de tutte tre queste battaglie Vi contaraggio il fin, ciò vi prometto; Or convengo narrarvi altre travaglie De il conte Orlando, che giva soletto Tra l'aspre spine e le sassose scaglie, Dove il lasciai, in quel folto boschetto; Sol di trovare il suo compagno ha cura, Sempre cercando insino a notte scura.
Da poi che 'l giorno al tutto fu passato, E già splendia nel cel ciascuna stella, E non trova colui che egli ha cercato, Né scontra che de quel sappia novella, Smonta Baiardo e discese nel prato, Ed avea seco quella damigella Di cui longo parlare aveti odito, Qual fie' la beffa al suo vecchio marito.
Lei de essere assalita dubitava, E forse non gli avria fatto contrasto; Ma questo dubbio non gli bisognava, Ché Orlando non era uso a cotal pasto. Turpino affirma che il conte de Brava Fo ne la vita sua vergine e casto. Credete voi quel che vi piace ormai; Turpin de l'altre cose dice assai.
Colcossi a l'erba verde il conte Orlando, Né mai se mosse insino al dì nascente. Lui dormia forte, sempre sornachiando; Ma la donzella non dormì nïente, Perché stava sospesa, imaginando Che questo cavallier tanto valente Non fosse al tutto sì crudo de core, Che non pigliasse alcun piacer de amore.
Ma poi che la chiara alba era levata, E vide del baron le triste prove, In groppa gli montò disconsolata, E se saputo avesse andare altrove, Via volentieri ne serebbe andata; Ma, come io dico, non sapeva il dove. Malinconiosa e tacita si stava: Il conte la cagion gli domandava.
Ella rispose: - Il vostro sornacchiare Non mi lasciò questa notte dormire, Et, oltra a ciò, me sentia piziccare. - Dicendo questo e volendo altro dire, Avanti a loro una donzella appare, Che fuor de un bel boschetto ebbe ad uscire, Sopra de un palafren di seta adorno; Un libro ha in mano ed alle spalle un corno.
Bianco era il corno e d'un ricco lavoro, Troppo mirabilmente fabricato; Di smalto colorito e splendido oro Da ciascun capo e in mezo era legato; E ben valeva infinito tesoro, De tante ricche pietre era adornato: E, come io dissi, il porta una donzella Sopra de l'altre grazïosa e bella.
Come fu giunta, ad Orlando se inchina, E con parlar cortese e voce pura Gli disse: - Cavallier, questa matina Trovato aveti la maggior ventura Che abbia la terra e tutta la marina; Ma a ciò bisogna un cor senza paura, Quale aver debbe un cavallier perfetto, Sì come voi mostrati nello aspetto.
Questo libro la insegna ad acquistare, Ma il modo e la maniera convien dire. Prima il bel corno vi convien suonare, Poi de improviso questo libro aprire, E leggeriti quel che avriti a fare Di quella cosa che abbia ad apparire; Perché, suonando il corno, a prima voce Verrà qualcosa orribile e feroce.
Ma il libro chiarirà, quale io ve ho detto, Come vi abbiate in quella a governare; E non crediati già di aver diletto, Ma converravi il brando adoperare. Come sereti fuor di quel sospetto, Non vi bisogna ponto indugïare, Ché vostra libertà vi serìa tolta; Ma il corno suonareti un'altra volta.
Ed a quel suono ancor qualche altra cosa Vedreti uscire e qualche gran periglio; E voi, come persona valorosa, Aprite il libro e prendite consiglio; Ma se teneti l'alma paurosa, A tal ventura non dati de piglio; Perché ardito principio e mala fine Fatto ha più volte assai gente tapine.
E ciò ve dico per questa ragione: Il corno per incanto è fabricato, E se alcun cavalliero è sì fellone, Che dopo il primo suon sia spaventato, Sempre seranne in sua vita pregione, Ché a la Isola del Lago fia menato; Né a cui spiace il finir, die' cominciare: Tre volte il corno se convien sonare.
Alle due prime incontra gran travaglia, Pena e fatica troppo smisurata, Ed a ciascuna convien far battaglia; Ma, suonando da poi la terza fiata, Non bisogna adoprar brando né maglia, Che uscirà cosa tanto aventurata, Qual, se campasti ancor de li anni cento In vostra vita, vi farà contento. -
Da poi che il conte dalla dama intese L'alta ventura e la gran meraviglia, De trarla al fine entro al suo cor se accese, Né fra sé pensa o con altrui consiglia, Ma con gran voluntà la man distese, E prestamente il libro e il corno piglia; E per meglio acconciarse a quella guerra, La dama che avea in groppa pose a terra.
Poi messe a bocca il corno in abandono, Come colui che ciò ben far sapiva. Sembrava quasi quella voce un trono, E ben da longe de intorno se odiva; Ed ecco nella fin del primo suono Una gran pietra in due parte se apriva; La pietra a cento braccia era vicina: Tutta se aperse con molta ruina.
Rotta che fo la pietra per traverso, Duo tori uscirno con molto rumore, Ciascun più fiero orribile e diverso, Con vista cruda e piena di terrore. Le corne avian di ferro, e il pel riverso Tutto alla testa, e di strano colore, Però che or verde, or negro se mostrava, Or giallo, or rosso, e sempre lustrigiava.
Aperse Orlando il libro incontinente; Così diceva a ponto la scrittura: 'Cavallier, sappi che serai perdente, Se ad occider quei duo tu poni cura, Ché con la spada faresti nïente; Ma se vôi trare a fin questa ventura, Pigliarli te convien con molta pena E legarli ambi insieme a una catena.
Poi che sian gionti, ti conviene andare Là dove vedi la pietra intagliata, E il campo ivi de intorno tutto arare; E questo è quanto alla prima sonata. Nella seconda torna a riguardare, Perché il modo e la via te fia mostrata De aver de questa impresa onore o morte. Via! via! barone; e fa che te conforte.'
Non fece Orlando al libro più riguardo, Ma se rivolse al fraccassato sasso; Né certo bisognava esser più tardo, Però che e tori uscirno a gran fracasso. Esso era già smontato di Baiardo, E lor contra ne andava a fermo passo. Or gionse il primo ed abassa la testa E ferì in fianco il conte a gran tempesta.
Più de otto braccia ad alto l'ha gettato, E cade in terra con grave percossa. Gionse il secondo, e col corno ferrato Ruppe le piastre, usbergo e maglia grossa, E un'altra fiata al cel lo ebbe levato, E ben gli fe' doler le polpe e l'ossa; Vero è che alcun di lor non l'ha ferito, Perché è fatato il cavalliero ardito.