Orlando innamorato

Part 18

Chapter 184,187 wordsPublic domain

Brandimarte non fece altra risposta Alle parole del gigante arguto, Ma con molto ardimento a lui se accosta Col brando in mano, e coperto del scuto. Marfusto un colpo solamente aposta, E gionsel proprio dove avria voluto; Col bastone a due man il colse in testa, E spezzò il scudo e l'elmo con tempesta.

Esso tremando alla terra cascava, Usciva il sangue fuor de l'elmo aperto. Piangeva il conte forte, ché pensava Che Brandimarte sia morto di certo. A quel gigante crudo minacciava: - Ladron, - diceva - io ti darò, per merto De l'onta che m'hai fatto in questo loco, Morte nel mondo e nello inferno il foco. -

Così cridando salta alla pianura, Tra' Durindana e il forte scudo imbraccia. Quando il gigante vide sua figura, Che parea vampa viva ne la faccia, Prese a mirarlo con tanta paura, Che le spalle voltò fuggendo in caccia; Ma in poco spazio lo ebbe giunto Orlando: Ambe le coscie li tagliò col brando.

Poi morite il gigante in poco d'ora, Il sangue e il spirto a un tratto li è mancato. Lasciamo lui, che in sul prato adolora: Diciam del conte, che avia ritrovato Che il franco Brandimarte è vivo ancora. Molto fu lieto ed ebbel rilevato; Dando acqua fresca al viso sbigotito, Torna il colore e il spirto che è fuggito.

Poi vi dirò come quella donzella Medicò Brandimarte, e con qual guisa; Come lui di dolor la morte appella, Credendo aver perduta Fiordelisa: Ma nel presente io torno alla novella Che davanti lasciai, quando Marfisa Col pro' Ranaldo insieme e con sua schiera Mena fraccasso per quella rivera.

Correva grossa e tutta sanguinosa La rivera de Drada per quel giorno, E piena è della gente dolorosa, Cavalli e cavallier, con tanto scorno, Che fuggian da Marfisa furïosa. Lei con la spada fulminava intorno; Come il foco la stoppia secca spazza, Così col brando se fa far lei piazza.

Da l'altra parte il franco fio de Amone Avea smariti sì quei sciagurati, Che, come storni a vista de falcone, Fuggiano, or stretti insieme, or sbaragliati. Davanti a tutti fuggia Galafrone E il re Adrïano; e tra li spaventati Antifor ed Oberto se ne vano; A spron battuti fugge il re Ballano.

Io non vi sapria dir per qual sciagura Perdesse ogni omo quel giorno lo ardire; Ché Astolfo, che non suole aver paura, Fu a questo tratto de' primi a fuggire. Chiarïon scapinava oltra misura, E molti altri baron che non so dire; Ciascuno a tutta briglia il destrier tocca, Sin che son gionti al ponte della rocca.

Intrò ciascun barone e gran signore, Levando il ponte con molto sconforto; Ma chi non ebbe destrier corridore, Fu sopra al fosso da Marfisa morto; La quale era montata in gran furore, Perché essa aveva chiaramente scorto Che il falso Galafrone era campato Dentro alla rocca, e il ponte era levato.

Onde essa andava intorno, minacciando Con calci quella rocca dissipare, Ché avea vergogna di adoprarvi il brando. L'altro bravare io non puotria contare, Che eran assai maggior di questo; e quando Più gente viva intorno non appare, Ché ogni om per tema fugge dalle mura, Sdegna de intrarvi, e torna alla pianura.

E giù tornando, a Ranaldo parlava Dicendo: - Cavalliero, in quel girone Stavvi una meretrice iniqua e prava, Piena di frode e de incantazïone; Ma quel che è peggio ed ancor più m'agrava, Un re vi sta, che non ha paragone De tradimenti, inganni e di mal fele: Trufaldino è nomato quel crudele.

E quella dama Angelica se appella, Che ha ben contrario il nome a sua natura, Perché è di fede e di pietà ribella. Onde io destino mettere ogni cura Che non campi né 'l re né la donzella, Che pur son chiusi dentro a quelle mura; Poi che disfatto avrò la rocca a tondo, Vo' pigliar guerra contra a tutto il mondo.

Primo Gradasso voglio disertare, Che è re del gran paese Siricano; Poi Agricane vado a ritrovare, Che tutta Tartaria porta per mano. Sin in Ponente mi conviene andare, E disfarò la Franza e Carlo Mano; Nanti a quel tempo levarmi di dosso Maglia né usbergo né piastra non posso.

Ché fatto ho sacramento a Trivigante Non dispogliarme mai di questo arnese Insin che le provincie tutte quante, E castelle e citade non ho prese; Sì che, barone, tuoteme davante, O prometti esser meco a queste offese, Ché chiaramente e palese te dico: Chi non è meco, quello è mio nemico. -

Per tal parole intese il fio de Amone Che Angelica è la dentro e Trufaldino; E in vero al mondo non ha due persone Ché più presto volesse a suo domìno. Al re ben portava odio per ragione, Alla dama non già, per Dio divino! Perché essa amava lui più che 'l suo core; Ma incanto era cagion di tanto errore.

Voi la maniera sapeti e la guisa, Però qua non la voglio replicare. Ora rispose il principe a Marfisa: - Con teco son contento dimorare E star sotto tua insegna e tua divisa, Sin che abbi Trufaldino a conquistare; Ma già più oltra il partito non piglio, Ché il loco e il tempo mi darà consiglio. -

Così acordati, se accamparno intorno L'alta Marfisa e tutta la sua gente. Senza far guerra via passò quel giorno, Ma come a l'altro uscitte il sol lucente, Ranaldo armosse e pose a bocca il corno, Chiamando Trufaldino il fraudolente; Crida nel suono, e con molto rumore Renegato lo appella e traditore.

Quando il malvaggio da la rocca intese Che giù nel campo a battaglia è appellato, De l'alte mura subito discese Pallido in viso e tutto tramutato, Chiamando e' cavallieri in sue diffese, Racordando a ciascun quel che ha giurato, Di combatter per lui sino alla morte, Alor che prima intrarno a quelle porte.

Angelica la dama in questo istante Era in consiglio col re Galafrone, Tratando di trar fuora Sacripante E Torindo il gran Turco di pregione; Fur le ragione audite tutte quante, E ciascun disse la sua opinïone; De trarli di pregione a tutti piace, Purché al re Trufaldin faccian la pace.

E così fu concluso e statuito: La dama fu mezana al praticare. Sacripante de amore era ferito, Quel che piace ad Angelica vôl fare. Ma il re Torindo non volse il partito, Pur parve a tutti di lasciarlo andare, Con questo: che egli uscisse fuor del muro, Perché ciascun là dentro sia securo;

E che tra lor non nasca più rumore, E solo a quei di for guerra si faccia. Uscì Torindo adunque a gran furore, Ed aspramente a Trufaldin minaccia, Chiamandolo per nome traditore. Presto del poggio scender se procaccia; Ed a Macon giura, mordendo il dito, Che punirà colui che l'ha tradito.

Venne nel campo, e disse la cagione Che l'avea fatto de là su partire; E giura a Trivigante ed a Macone Che ne farebbe Angelica pentire; Perché a sua posta fu messo in pregione, Ed era stato al rischio de morire; Ora tal guidardon glie n'avia reso, Che tenìa il traditor là sù diffeso.

Queste parole a Marfisa dicia, Perché al suo pavaglion fu apresentato. Ranaldo suona il corno tuttavia, Chiamando Trufaldin can renegato. Or se apresenta la battaglia ria, Tal che Ranaldo, il sire aprezïato, Non ebbe in altra mai più affanno tanto; Ma questo narrarò ne l'altro canto.

Canto ventesimoprimo

Cantando qui di sopra, io vi lasciai Come Ranaldo è sopra allo afferrante, E con vergogna e vituperio assai Disfida Trufaldino a sé davante; E nella fin del canto io vi contai Come fu spregionato Sacripante, E fece pace col re Trufaldino; Ma il re Torindo tenne altro camino.

Ora pone Ranaldo il corno a bocca, E tal parole al tintinar risuona: - O campioni, che seti nella rocca In compagnia della mala persona, Oditi quel che a tutti quanti tocca, Sia cavalliero, o sia re de corona: Chi non punisce oltraggio e tradigione, Potendo farlo, lui ne è la cagione.

Ciascun che puote e non diveta il male, In parte del deffetto par che sia; Ed ogni gentilomo naturale Viene obligato per cavalleria Di esser nemico ad ogni disleale E far vendetta de ogni villania; Ma ciascuno de voi questo dispreza, Ché pietà non aveti o gentileza.

Anci teneti vosco uno assassino, Quel falso cane de Dio maledetto, Dico il re di Baldaca, Trufaldino, Malvaggio, traditor, pien de diffetto. Ora me intenda il grande e il piccolino: Tutti ve isfido e nel campo vi aspetto; E vo' provarvi, con la spada in mano, Che ognom de voi è perfido e villano. -

Con tal parole e con altre minaccia Tutti quei cavallieri il fio de Amone; Lor se guardavan l'uno e l'altro in faccia, Ché chiaro aveano inteso quel sermone; De loro alcun non è che ben non saccia Che a torto prenderà la questïone; Ché Trufaldin da tutti era stimato Iniquo, traditore e scelerato.

Ma la promessa fede e il giuramento Li fece uscire armati de le porte; E benché avessen tutti alto ardimento, E non stimassen, per onor, la morte, Andarno alla battaglia con spavento; E non vi fu baron cotanto forte Che, vedendo Ranaldo a sé davante, Non se stordisse insin sotto le piante.

Sei cavallieri uscîr di quel girone, E calarno de il sasso alla pianura: Primo Aquilante e il suo fratel Grifone, Che hanno e destrier fatati e l'armatura, Oberto e il re Adrïano e Chiarïone; In mezo è Trufaldin con gran paura. Come nel campo fôr gionti di saldo, Grifon cognobbe in vista il bon Ranaldo.

Verso Aquilante disse: - Odi, germano: Se io vedo drittamente, ora mi pare Che questo sia il segnor di Montealbano; E ben serebbe de girlo a trovare, E con carezze e con parlare umano Veder se pace se puote trattare; Però che, a dirti il vero, io me sconforto Per la battaglia che prendiamo a torto. -

Disse Aquilante: - A me pare ancora esso, E più proprio me par quanto più guardo; Ma non ardisco a dirlo per espresso, Ché non ha sotto il suo destrier Baiardo. Or cavalchiam pur, ché gionti da presso Ben lo cognosceremo senza tardo: E parla poi con lui, come te piace, De accordo o di battaglia, o guerra o pace. -

Così van verso lui, sempre parlando, E già l'un l'altro se recognoscia; Unde andarno da parte, e ragionando La sua sorte avenire, ogni om dicia Perché qua fosse gionto, e come, e quando; Ma ciascadun de' tre gran pena avia, Poi che trovar non san ragion che vaglia, Che tra lor cessi la mortal battaglia.

Di Chiaramonte sono e di Mongrana, Gentile ischiatte e de un sangue discese; Or per altrui e per cagione istrana Vengono insieme alle mortale offese. Dicea il franco Grifon con voce umana Verso Ranaldo: - Deh baron cortese! Mal aggia la fortuna e trista sorte Che per altrui te adduce a prender morte.

Perché sette baroni hanno giurato Diffender Trufaldin da tutto il mondo, Ciascuno d'alto pregio e nominato. Caro fratello, io non te me nascondo: Morto ti veggio e disteso nel prato, Ché dopo il primo venirà il secondo, E il terzo e il quarto senza dimorare: Contra de tanti non puotrai durare. -

Disse Ranaldo: - A fede di leanza, Aver guerra con voi molto me pesa; E ciò non dico già per dubitanza, Ché tutti andreti in terra alla distesa; Ed è la vostra sì grande arroganza, Poi contra a tutto il mondo aveti impresa, Che non doveti già meravigliare Se io solo a sette voglio contrastare.

Ma noi facciamo ormai troppo parole, Ed io non voglio star tutto oggi armato; Qualunche Trufaldin diffender vôle, Prenda del campo, ché io l'ho desfidato. Certo non passarà quel monte il sole, Che ad uno ad un vi stenderò sul prato, E mostrarovi chiaro il parangone Che ve moveti contra alla ragione. -

Poi che ebbe così detto, il cavalliero Più non aspetta e volta Rabicano: E dilungato con sembiante altiero Fermossi al campo con la lancia in mano. Or vedon li altri al tutto esser mestiero De insanguinar le spade in su quel piano, Perché Ranaldo ha qui fermato il chiodo; Alla battaglia dànno ordine e modo.

E, vergognando andarli tutti adosso, Ordinorno che Oberto dal Leone Fosse contra de lui soletto mosso; E quando avesse il peggio alla tenzone, Il re Adrïano l'avesse riscosso; E, bisognando, movesse Grifone, Al qual donasse aiuto il suo germano; E Chiarïone a lui, de mano in mano.

Aveva Oberto una estrema possanza, E fu de' digni cavallier del mondo; Sprona il destriero ed impugna la lanza. Non fu mai corso tanto foribondo Quanto hanno e duo baron pien de arroganza Credendo metter l'uno l'altro al fondo; Poco vantaggio fu nel gionger saldo, Me se ge ne fu alcun, fu de Ranaldo.

E ritornarno con brandi taglienti Alla terribil zuffa, inanimati Per darsi morte, a guisa de serpenti, Sempre menando colpi disperati. Avean tagliati tutti e guarnimenti, E rotti e scudi e li usberghi spezzati; Ma Ranaldo con lui de maestria E ancor di forza vantaggio avia.

Menando le botte aspere e diverse, Ranaldo, che aspettava, il tempo ha còlto; Però che, come Oberto se scoperse, Gionse Fusberta, e l'elmo ebbe disciolto. La barbuta e il guancial tutto li aperse, E crudelmente lo ferì nel volto; E fu il colpo sì fiero e smisurato, Che come morto lo distese al prato.

Questo veggendo il franco re Adrïano, Che stava apparecchiato alla riscossa, Mosse a gran furia, correndo nel piano Con una lanza smisurata e grossa. Era senza asta il sir de Montealbano, Ché l'avea rotta alla prima percossa, Ma correndo ne vien col brando nudo; Il re Adrïano il gionse a mezo il scudo.

La lancia ne andò al ciel, rotta a tronconi, Né se mosse Ranaldo più che un sasso. Or ben vi sazo dir che e due ronzoni Non venian di galoppo né di passo, Anci se urtarno insieme come troni, Petto per petto, con molto fraccasso; Ma quel del re Adrïano andò per terra: Grifone incontinente il brando afferra.

Non volse lancia il cavallier pregiato, E quasi ancor de andar se vergognava, Parendoli Ranaldo affaticato. Or, come io dissi, la spada pigliava; L'arme avea tutte e il destriero affatato, Né d'altra cosa lui se dubitava, Salvo de non potersi indi partire Che non facesse Ranaldo morire.

E dolcemente lo volea pregare Che li piacesse de lasciar la impresa. Disse Ranaldo a lui: - Non predicare; Fuggi in mal'ora, o prendi tua diffesa. - Quando Grifone intese quel parlare, La faccia li vampò di foco accesa, Ed a lui disse: - Io non soglio fuggire, Ma tua superbia ti farà morire. -

Compìto non avea queste parole, Che il principe il ferì con tal roina, Che veder non sapea se è luna o sole, Né se gli era da sera o da matina. Ranaldo a lui diceva: - Altro ce vôle Che il destrier bianco e l'armatura fina A voler esser bon combattitore! Lena bisogna ed animoso core. -

Quando Grifone intese con oltraggio Dal sir de Montealbano esser schernito, Turbato oltra misura nel coraggio Ferilli ad ambe man l'elmo forbito; E benché a quel non facesse dannaggio, Ché era incantato, come avete odito, Fu il colpo di tal furia e tal tempesta Che tutta quanta gli stordì la testa.

Non pone indugia, che un altro li mena, Con più roina assai de quel primiero; Non sentì mai Ranaldo maggior pena, E tutto fraccassato avea il cimiero. - Io ti farò sentir se ho core e lena, E se altro vôlsi che un bianco destriero, Vil ribaldo, di strata rio ladrone! - Queste parole diceva Grifone.

E menò il terzo colpo assai maggiore, Così come era tutto invelenito, E tanta fretta mena e tal furore, Che Ranaldo non può prender partito. Ma come piacque a l'alto Creatore, Sempre ne l'elmo l'aveva ferito, Ché, se l'avesse gionto in altro loco, Serìa durata la battaglia poco;

Però che avria spezzata ogni armatura: Ma l'elmo stette alle percosse saldo. Turbato era Grifone oltra misura, Né mai fu de grande ira tanto caldo; Ma d'altra parte a voi lascio la cura Di pensar come stesse il pro' Ranaldo; Ché Mongibel non arde né Vulcano, Più che facesse il sir de Montealbano.

Sembrava gli occhi suoi faville accese, E parea nel soffiar tempesta e vento; Cridando ad ambe man Fusberta prese, E ferisce a Grifon con ardimento. Sette armature non serian diffese, Se non vi fosse stato incantamento; Ma quella fatasone era sì forte Che campò il giovanetto dalla morte.

Abenché se stordì della percossa, Ed alle crine del destrier s'inchina; E non avendo ancor l'alma riscossa, Ranaldo lo ferì con gran ruina. Ma il giovanetto, che avea tanta possa, Ed è guarnito di armatura fina, Come risente, di nulla si cura, E mena colpi grandi oltra misura.

E sì crudel battaglia han cominciata, Che un'altra non fu mai cotanto dura; Né mai chiesen ripossa alcuna fiata, Né di doglia o de affanno alcun si cura. La faccia avea ciascun tanto infiammata, Che solo a riguardarli era paura; E, chi mirava da lontano un poco, Parea che fuor de l'elmi uscisse foco.

Né si scorgìa vantaggio di nïente, Benché meglio Grifone fosse armato. Cresce d'ognor lo assalto più fervente, Qual già presso a cinque ore avea durato. Dicea Ranaldo: - O Cristo onnipotente, Se bene in altra cosa aggio peccato, Non ne volere in questo far amendo, Ché adesso il dritto e la ragion diffendo!

Tu sai, Segnor, se iusta è la mia impresa, Ché a te menzogna se direbbe in vano; Grifon de un Saracino ha la diffesa Contra di me, che pur son cristïano. Per un can Saracin lui fa contesa, Crudele, iniquo, perfido e inumano: Fa, re del ciel, che chiaro ora comprenda Che la iustizia per te se diffenda. -

Così parlava; ed ancora Grifone, Tuttavia combattendo a gran ruina, Mirava al celo con devozïone. - Vergine, - dicea lui - del cel regina, Abbi del mio fallir compassïone, Né abandonar questa anima tapina! Che, benché in altre cose aggia peccato, In questo è pur il dritto dal mio lato.

Sempre parlai con Ranaldo de pace, E lui me oltraggia con tal villania, Che adoprar mi convien quel che me spiace E far battaglia contra a voglia mia. Suo tanto orgoglio e suo parlar mordace Me hanno condutto a questa pugna ria; E il tuo soccorso aspetto, che è dovuto, Ché sempre a' bisognosi doni aiuto. -

In tal forma pregavan con pietate, Tuttavia combattendo, quei guerreri; Né mai se vedean ferme le sue spate, Ma colpi sopra colpi ognor più fieri; Né se temean l'un l'altro in veritate, Tanto eran prodi e de virtute altieri, Che a brando, a lancia, a piedi e su l'arcione, Potean con ciascun stare al paragone.

Ma nel presente io voglio differire Il fin di questa pugna sì rubesta; De Orlando e Brandimarte vi vo' dire, Che son con quella dama alla foresta, Quale han campata da crudel martìre, E tre giganti occisi con tempesta, Come doveti aver nella memoria; Or de quel fatto io vo' seguir la istoria.

Brandimarte giacea sopra a quel prato, Come io vi dissi, tutto sanguinoso, Con l'elmo rotto e scudo fraccassato Pel colpo di Marfusto furïoso. Orlando in braccio se l'avea recato, E piangea forte quel conte pietoso. Ma quella damisella a mano a mano Giù del gambelo discese nel piano,

Ed andò prestamente ivi alla fonte, Ch'era nel mezo del prato fiorito, E gettando acqua a Brandimarte in fronte Ritornar fece il spirto sbigotito: E dolcemente ragionando al conte Dicea voler pigliare altro partito, Ché poco longe una erba avea veduta, Qual racquista la vita ancor perduta.

Dentro alla selva che girava intorno La damisella se pone a cercare, Né stette molto, che fece ritorno Con l'erba che a virtute non ha pare. Ad ôr simiglia quando è chiaro il giorno, La notte poi se vede lampeggiare; Il fior vermiglio ha la pianta felice, E come argento è bianca sua radice.

Avea il baron la testa dissipata Per il gran colpo, come aveti odito; Posevi dentro quella erba fatata La damisella, e chiusela col dito. Fu incontinente la piaga saldata, Né pur se vede dove era ferito; Ma, come il spirto li fu ritornato, Di Fiordelisa il conte ha dimandato.

- Eccola quivi! - a lui rispose Orlando - Lei sola ti campò veracemente. - Così rispose il conte al suo dimando, Perché de l'altra non sapea nïente. Brandimarte mirò la dama, e quando Vide che non è quella, un dolor sente Sì smisurato e sì nocivo al core, Che quel del trapassar serìa minore.

Volgendo al cel le luce lacrimose: - Chi mi campò, - dicea - da mortal sorte Per darmi pene tanto dolorose? Or non me era assai meglio aver la morte? Spirti dolenti ed anime piatose Che stati del morir sopra le porte, Pietà vi prenda della pena mia, Ch'io vo' venir con vosco in compagnia!

Non voglio viver, non, senza colei, Che sola ene il mio bene e 'l mio conforto; Vivendo, mille volte io morirei. Ahi, Fortuna crudel, come a gran torto Presa hai la guerra contro a' fatti miei! Or che te giovarà poi che sia morto? Che farai poi, crudel, senza lïanza? Ché morte finirà la tua possanza.

Tolto m'hai del paese ove fui nato, Ché ancor me odiasti essendo fanciullino; Di mia casa reale io fui robato, E venduto per schiavo piccolino; Il nome de mio patre aggio scordato E il mio paese, misero! tapino! Ma solo il nome de mia matre ancora Fermo nella memoria mi dimora.

Fortuna dispietata, iniqua e strana, Tu me facesti servo ad un barone, Quale era conte di Rocca Silvana; E poi, per darmi più destruzïone, Con falso viso ti mostrasti umana: E il conte, che mi desti per padrone, Franco mi fece; e, non avendo erede, Ogni sua robba e il suo castel mi dede.

E per fingerti a me più grata e sciolta, Dama me desti de tanta beltate: Quella me desti che adesso m'hai tolta, Per farmi ora morir con crudeltate. Odi, fallace, e il mio parlare ascolta: Nocer non posso alla tua vanitate, Ma sempre biasmarotti ed in eterno Di te me andrò dolendo nello inferno. -

Così parlando sì forte piangia, Che avria spezzato un sasso di pietate. Il conte Orlando gran dolor n'avia, E quella dama con umanitate Dolcemente parlando gli dicia: - Molto me incresce di tua aversitate, E debbo avere assai compassïone, Perché a dolermi teco aggio cagione.

E vo' che intendi se le cose istrane Son date ad altri ancor dalla Fortuna. Mio padre è re delle Isole Lontane, Dove il tesor del mondo se raduna; E tanto argento ed oro ha in le sue mane, Che altro tanto non è sotto la luna, Né ricchezza maggior al sol si vede; Ed io restavo a tanto bene erede.

Ma non se puote indivinar giammai Quel che sia meglio a desïare al mondo. Di re figliola e bella mi trovai, Ricca de avere e de stato iocondo; E ciò mi fu cagion de molti guai, Come te contaraggio il tutto a tondo, Perché cognosci a quel che èmmi incontrato, Che anzi alla morte alcun non è beato.

Era la fama già sparta de intorno Della ricchezza del mio patre antico; E nominanza del mio viso adorno, O vera o falsa, pur come io te dico, Menò duo amanti a chiedermi in un giorno, Ordauro il biondo e il vecchio Folderico; Bello era il primo dal zuffo alla pianta, L'altro de li anni avea più de sessanta.

Ricco ciascuno e de schiatta gentile; Ma Folderico sagio era tenuto E de uno antiveder tanto sotile, Che come a Dio del cel gli era creduto. Ordauro era di forza più virile, E grande di persona e ben membruto; Io, che a quel tempo non chiedea consiglio, Il vecchio lascio, e il giovine me piglio.

Non era tutta mia la libertate, Però che il patre mio vi tenea parte; Vergogna rafrenò la voluntate, Che presto in nave avria tratto le sarte. Ed anco mi stimava in veritate Poter mandar mia voglia al fin con arte, Ed ottenire Ordauro di leggiero; Ma fallito me andò questo pensiero.

Nelli antichi proverbii dir se suole Che malizia non è che donna avanze; Salamon disse già queste parole, Ma al nostro tempo se ritrovan cianze. Provato l'ho a mio costo, e ben mi dole, Ch'aggio perduto l'ultime speranze, Per confidarme alla malizia mia; Perso ho quel ch'io volevo e quel ch'io avia.

Perché, fingendo la faccia vermiglia E gli occhi quanto io pote vergognosi, Con quel parlar che a pianto se assomiglia, Nanti al mio patre ingenocchion mi posi, E dissi a lui: "Segnor, s'io son tua figlia, Se sempre il tuo volere al mio preposi, Come fatto ho di certo in abandono, Non mi negare a l'ultimo un sol dono.

Questo serà che non me dia marito Che prima meco al corso non contenda; E sia per legge fermo e stabilito Che il vincitor per sua moglie mi prenda; Ma fa che 'l vinto sappia che il partito Sia di lasciar la vita per amenda, E sia palese per tutte le bande: Chi non è corridor, non me domande."

Questa richiesta fu crudele e dura, Ma non la seppe il mio patre negare, E fecela per voce e per scrittura Quasi per l'universo divulgare. Ora me tenni lieta e ben secura Poter marito a mia voglia pigliare, Perché io son tanto nel corso legiera, Che apena è più veloce alcuna fiera.