Part 17
Per saper tutto il fatto il conte è caldo, E verso del caval se pone a gire; Ma lui, che Orlando cognobbe di saldo, Gli viene incontra e comincia a nitrire. - Deh dimme, bon destriero, ove è Ranaldo? Ove ene il tuo signor? Non mi mentire! - Così diceva Orlando, ma il ronzone Non puotea dar risposta al suo sermone.
Non avea quel destrier parlare umano, Benché fosse per arte fabricato. Sopra vi monta il senator romano, Che già l'avea più fiate cavalcato. Poi che ebbe preso Brigliadoro a mano, Subitamente uscì fuora del prato, Ed entrò dentro de la selva folta; Ma così andando un gran romore ascolta.
Senza dimora atacca Brigliadoro A un tronco de una quercia ivi vicina. Ma voglio che sappiate che coloro Che entro a quel bosco fan tanta roina, Son tre giganti; ed han molto tesoro, E sopra de un gambelo una fantina Tolta per forza a l'Isole Lontane: Un cavallier con loro era alle mane.
Quel cavalliero è di soperchia lena, E per scoder la dama se travaglia. Un de' giganti la donzella mena, E li altri duo con esso fan battaglia. Poi vi dirò la cosa integra e piena, Ma di saperla adesso non ve incaglia; Presto ritornarò dove io ve lasso: Or vo' contar del campo il gran fraccasso.
Del campo, dico, che, come io contai, Andava a schiere in mille pezzi sparte; Più scura cosa non se vidde mai: Occisa è la gran gente in ogni parte, Con più roina ch'io non conto assai. Il re Adrïan li segue e Brandimarte; Risuona il celo e del fiume la foce Di cridi, de lamenti e de alte voce.
La gente de Agrican, senza governo, Poi che perduto è il suo forte segnore, Che mai nol vederanno in sempiterno, Fugge dal campo rotta con romore. Tutti son morti e callano allo inferno; Il vecchio Galafron, pien de furore, Di quella gente già non ha pietade, Anci li pone al taglio delle spade.
Non vôl che campi alcun di quella gente; Tutti li occide il superbo vecchione. E già son gionti ove primeramente Stava il re Agricane; il paviglione Gettato fo per terra incontinente, Dove trovarno Astolfo, che è prigione, E il re Ballano, pien de vigoria; Con seco è Antifor de Albarossia.
Tutti tre insieme, come eran legati, Fôrno condutti ad Angelica avanti; Ma la donzella li ha molto onorati, Ché ben li cognosceva tutti quanti. E poi che fôr disciolti e scatenati, Con bel parlare e con dolci sembianti, Mostrandoli carezze e bella faccia, Di ciò che han per lei fatto li ringraccia.
Diceva Astolfo: - Star quivi non posso, Ch'io me vo' vendicar con ardimento De quella gente, che mi venne addosso E mi gettarno in terra a tradimento. Io non serìa per tutto il mondo mosso, E più de un millïon n'avrebbi spento, Ma fui tradito da il falso Agricane: Oggi l'occiderò con le mie mane.
Fa che aggia l'arme e prestami un destriero, Ché incontinente giù voglio callare; E ben ti giuro che al colpo primiero Quindeci pezzi de uno uomo vo' fare. Prenderò vivo l'altro cavalliero, Intorno al capo me il voglio aggirare, Poi verso il cel tanto alto il lascio gire, Che penarà tre giorni a giù venire. -
Ballano ed Antifor, che eran presenti Quando in tal modo Astolfo braveggiava, Nol cognoscendo per fama altrimenti Ciascun fuor de intelletto il iudicava. Ambi eran poderosi, ambi valenti, E perciò ciascun l'arme adimandava. Nel castello era molta guarnigione; Presto se armorno e montarno in arcione.
Astolfo prima gionse alla pianura, Sempre suonando con tempesta il corno; Ben mostra cavallier senza paura, Sì zoioso veniva e tanto adorno. Ora ascoltati che bella ventura Li mandò avanti Dio del cel quel giorno, Ché proprio nella strata se incontrava In un che l'arme e sua lancia portava.
Quelle arme che valeano un gran tesoro Un Tartaro le tiene in sua balìa, E il suo bel scudo, e quella lancia d'oro Che primamente fu dello Argalia. Il duca Astolfo, senza altro dimoro, Per terra a gran furor quello abattia, Fuor delle spalle sei palmi passato; Smontò alla terra ed ebbel disarmato.
Esso fu armato ed ha sua lancia presa, E fatta prova grande oltra misura, Benché e nemici non faccian diffesa, Ché de aspettarlo alcun non se assicura. Tutti ne vanno in rotta alla distesa Quella gente del campo con paura; Ma presso al fiume è guerra de altra guisa Tra il pro' Ranaldo e la forte Marfisa.
Già combattuto avian tutto quel giorno, Né l'un, né l'altro n'ha ponto avanzato. Non ha Ranaldo pezzo de arme intorno, Che non sia rotto e in più parte fiaccato. Mor di vergogna e pargli aver gran scorno, E sé del tutto tien vituperato, Poi che una dama lo conduce a danza, E più li perde assai che non avanza.
Da l'altra parte è Marfisa turbata Assai più de Ranaldo nella vista, E non vorrebbe al mondo esser mai nata, Poi che in tant'ore il baron non acquista. Spezzato ha il scudo e la spata troncata, Tutta ha dolente la persona e pista, Benché le membre non abbia tagliate; Non gettan sangue per l'arme affatate.
Mentre che l'uno e l'altro combattia, Né tra lor se cognosce alcun vantaggio, La dolorosa gente che fuggia, Gionge sopra di loro in quel rivaggio. Re Galafron, che sempre li seguia Con animo adirato e cor malvaggio, Fermosse riguardando il crudo fatto: Marfisa ben cognobbe al primo tratto.
Ma non cognosce il sir de Montealbano, Che seco combattea con arroganza; Iudica ben che egli è un omo soprano, Di summo ardire e di molta possanza. Guardando iscorse il destrier Rabicano, Che fu del suo figliolo occiso in Franza; Feraguto lo occise con gran pena, Come sapeti, alla selva de Ardena.
Il vecchio patre assai si lamentava, Come ebbe Rabicano il destrier scorto. Per nome l'Argalia forte chiamava: - O stella de virtute, o ziglio de orto, Che più che la mia vita assai te amava: È questo il traditor che ti m'ha morto? Questo è ben quel malvaggio, a naso il sento, Che ti tolse la vita a tradimento.
Ma sia squartata e sia pasto di cane La mia persona, e sia polver di saldo, Se de tua morte per le terre istrane Vantando se andarà questo ribaldo! - Così dicendo col brando a due mane Va furïoso adosso di Ranaldo, E lo ferisce con tanta ruina, Che sopra al collo a quel destrier l'inchina.
Quando Marfisa vede quel vecchione Che sua battaglia viene a disturbare, Forte se adira, e pargli che a ragione Se debba de tal onta vendicare; Vanne turbata verso a Galafrone. Or Brandimarte quivi ebbe arivare, E con esso Antifor de Albarossia; Nïun di lor la dama cognoscia.
Stimâr che quella fosse un cavalliero Del campo de Agrican, senza contesa, E veggendo lo assalto tanto fiero, Del vecchio re se posero in diffesa, Ché già l'avea battuto de il destriero Quella superba di furore accesa; E se sua spada se trovava ponta, Morto era Galafrone a prima gionta.
Morto era Galafron, come io vi naro, Che già fuor de lo arcione era caduto; Ma Brandimarte vi pose riparo Ed Antifor, che gionse a darli aiuto, Benché costasse a l'uno e a l'altro caro. Gionse Antifor in prima, e fo abattuto; Marfisa d'un tal colpo l'ha ferito, Che il fece andare a terra tramortito.
Assai fu più che far con Brandimarte, Ché non era tra lor gran differenza; Ben meglio ha il cavallier di guerra l'arte, Ma questa dama ha grande soa potenza. Ranaldo alora se trava da parte, Pensando che la eterna Providenza Voglia che l'uno e l'altro insieme mora, Ché son pagani e di sua legge fuora.
E la battaglia fiera riguardava, E chi meglio de il brando se martella; E l'uno e l'altro prodo iudicava, Ma più forte stimava la donzella. Ecco Antifor de terra se levava E saliva ben presto in su la sella, E seco è Galafron col brando in mano: Verso Marfisa ratti se ne vano.
Ecco venire Oberto da il Leone E il forte re Ballan, che alora è gionto, E il re Adrïano e il franco Chiarïone, Che tutti quanti arivano ad un ponto: Ciascadun segue lo re Galafrone. Tre re, tre cavallier, come io vi conto, Ne vanno adosso alla dama pregiata, Che già con Brandimarte era attaccata.
Essa, come un cingial tra can mastini, Che intorno se ragira furïoso, E nel fronte superbo adriccia e crini, E fa la schiuma al dente sanguinoso; Sembrano un foco gli occhi piccolini, Alcia le sete e senza alcun riposo La fiera testa fulminando mena; Chi più se gli avicina, ha magior pena:
Non altramente quella dama altiera De dritti e de riversi oltra misura Facea battaglia sì crudele e fiera, Che a più de un par de lor pose paura. Già più de trenta sono in una schiera, Lei contra a tutti combattendo dura; Crescono ogniora e già son più de cento: Contra a questi altri va con ardimento.
Al pro' Ranaldo, che stava a guardare, Par che la dama riceva gran torto, Ed a lei disse: - Io te voglio aiutare, Se ben dovessi teco esserne morto. - Quando Marfisa lo sente arivare, Ne prese alta baldanza e gran conforto, Ed a lui disse: - Cavallier iocondo, Poi che sei meco, più non stimo il mondo. -
Così dicendo la crudel donzella Dà tra coloro e tocca il franco Oberto, E tutto l'elmo in capo li flagella; Gionse nel scudo, e in tal modo l'ha aperto, Che da due bande il fe' cader di sella. Non valse al re Ballano essere esperto: Marfisa con la man l'elmo gli afferra, Leval di arcione e tral contra alla terra.
Fie' maggior prova ancora il fio de Amone, Ma non se ponno in tal modo contare, Ché con lui se afrontarno altre persone, Che Turpin non le seppe nominare. Cinque ne fese insin sopra al gallone, Ed a sette la testa ebbe a tagliare; Dodeci colpi fe' fuor di misura, Onde ciascun di lui prese paura.
Ma crescìa ognora più la gente nova, E sopra de lor duo sempre abondava, Ché quei di drieto non sapean la prova Qual sopra a' primi Ranaldo mostrava. - Voi non potreti far che indi mi mova! - Ad alta voce Marfisa cridava - Il mio tesoro e il mio regno vi lasso, Se me forzati a ritornare un passo. -
Or vien distesa sopra alla riviera Una gran gente con molta roina, Che han la corona rotta alla bandiera, Com'è la insegna di quella regina; Ed era di Marfisa questa schiera, Che vien correndo e mai non se raffina, E voglion sua madama aver diffesa, Temendo di trovarla o morta o presa.
Qui cominciosse la fiera battaglia, Né stata vi era più crudel quel giorno. Intrò Marfisa tra questa canaglia, E furïosa se voltava intorno; Spezza la gente in ogni banda e taglia; Né men Ranaldo, il cavalliero adorno, Braccie con teste e gambe a terra manda; Ciascun che 'l vede, a Dio se racomanda.
Iroldo con Prasildo e Fiordelisa Stavan discosti, con quella donzella Qual era cameriera de Marfisa, Longe due miglie alla battaglia fella. La cameriera alli altri tre divisa Quanto sua dama è forte in su la sella; E quanti cavallieri ha messo al fondo Ed in qual modo, gli raconta a tondo.
Per questo Fiordelisa fu smarita, Temendo che non tocca a Brandimarte Provar la forza de Marfisa ardita. Subitamente da gli altri se parte; Dove è la gran battaglia se ne è gita; Vede le schiere dissipate e sparte, Che ver la rocca in sconfitta ne vano; Dentro li caccia il sir de Montealbano.
Ma lei sol Brandimarte va cercando, Ché già de tutti gli altri non ha cura; E mentre che va intorno remirando, Vedel soletto sopra alla pianura. Tratto se era da parte alora quando Fu cominciata la battaglia dura; Ché a lui parria vergogna e cosa fella Cotanta gente offender la donzella.
Però stava da largo a riguardare, E di vergogna avea rossa la faccia. De' compagni se aveva a vergognare, Non già di sé, che di nulla se impaccia; Ma come Fiordelisa ebbe a mirare, Corsegli incontra e ben stretta l'abbraccia; Già molto tempo non l'avea veduta: Credia nel tutto di averla perduta.
Egli ha sì grande e subita allegrezza, Che ogni altra cosa alor dimenticava; Né più Marfisa, né Ranaldo aprezza. Né di lor guerra più si racordava. Il scudo e l'elmo via gettò con frezza, E mille volte la dama baciava; Stretta l'abbraccia in su quella campagna: De ciò la dama se lamenta e lagna.
Molto era Fiordelisa vergognosa, Ed esser vista in tal modo gli duole. Impetra adunque questa grazïosa Da Brandimarte, con dolce parole, De gir con esso ad una selva ombrosa, Dove eran l'erbe fresche e le vïole: Staran con zoia insieme e con diletto, Senza aver tema, o di guerra sospetto.
Prese ben presto il cavallier lo invito, E, forte caminando, fôrno agionti Dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito, Che d'ogni lato è chiuso da duo monti, De fior diversi pinto e colorito, Fresco de ombre vicine e de bei fonti. Lo ardito cavalliero e la donzella Presto smontarno in su l'erba novella.
E la donzella con dolce sembiante Comincia il cavalliero a disarmare. Lui mille volte la baciò, davante Che se potesse un pezzo d'arme trare; Né tratte ancor se gli ebbe tutte quante, Che quella abraccia, e non puote aspettare; Ma ancor di maglia e de le gambe armato Con essa in braccio si colcò su il prato.
Stavan sì stretti quei duo amanti insieme, Che l'aria non potrebbe tra lor gire; E l'uno e l'altro sì forte se preme, Che non vi serìa forza a dipartire. Come ciascun sospira e ciascun geme De alta dolcezza, non saprebbi io dire; Lor lo dican per me, poi che a lor tocca, Che ciascaduno avea due lingue in bocca.
Parve nïente a lor il primo gioco, Tanto per la gran fretta era passato; E, nel secondo assalto, intrarno al loco Che al primo ascontro apena fu toccato. Sospirando de amore, a poco a poco Se fu ciascun di loro abandonato, Con la faccia suave insieme stretta, Tanto il fiato de l'un l'altro diletta.
Sei volte ritornarno a quel danzare, Prima che il lor desir ben fosse spento; Poi cominciarno dolce ragionare De' loro affanni e passato tormento; Il fresco loco gli invita a posare, Perché in quel prato sospirava un vento, Che sibillava tra le verde fronde Del bel boschetto che li amanti asconde,
E un ruscelletto di fontana viva Mormorando passava per quel prato. Brandimarte, che stava in quella riva, Per molto affanno in quel giorno durato, Nel bel pensar de amor qui se adormiva; E Fiordelisa che gli era da lato, Che di guardarlo uno attimo non perde, Se dormentò con lui su l'erba verde.
Sopra de l'un de' monti ch'io contai Che al verde praticello eran d'intorno, Stava un palmier, che Dio gli doni guai! Che dette a Brandimarte un grave scorno. Ma questo canto è stato lungo assai, Ed io vi contarò questo altro giorno, Se tornati ad odir, la bella istoria: Tutti vi guardi il re de l'alta gloria.
Canto ventesimo
Credo, segnor, che ben vi racordati Che a l'altro canto io dissi del diletto Ch'ebbero insieme quegli inamorati, E come al prato, senza altro sospetto, Presso alla fonte giacquero abracciati. Stava a lor sopra un vecchio maledetto, Ad una tana nel monte nascoso, Che scopria tutto quel boschetto ombroso.
Era quel vecchio di mala semenza, Incantatore e di malizia pieno; Per Macometto facea penitenza, Credendo gir con lui nel ciel sereno. Sapea de tutte l'erbe la potenza, Qual pietra ha più virtute e qual n'ha meno; Per arte move un monte de legiero E ferma un fiume quel falso palmiero.
Standosi questo ad adorar Macone Vide li amanti solacciar nel piano, E prese a quel mirar tentazïone, Tal che li cadde il libracciol di mano; E seco pensa il modo e la ragione Di tuor la dama al cavallier soprano. Poi che fatto ha il pensier, questo infelice Smonta la costa e porta una radice:
Una radice de natura cruda, Che fa l'omo per forza adormentare; Ma conviensi toccar la carne nuda, Quella che al sol scoperta non appare, Chi vôl che la persona gli occhi chiuda: Né si puote altramente adoperare, Perché toccando il collo, o testa, o mano, Adoprarebbe sua virtute in vano.
Poi che fu al prato quel vecchio canuto, E vide Brandimarte nella faccia, Ch'era un cavallier grande e ben membruto, Tirossi adietro quel vecchio tre braccia, E già se pente de esser giù venuto, Né per gran tema sa quel che si faccia; Pur prese ardire, e vanne alla donzella, E pianamente gli alcia la gonella.
Né si attentava de spirare il fiato, Perché non aggia il cavallier sentito. Parea la dama avorio lavorato In ogni membro, o bel marmo polito, Quando scoperta d'intorno e da lato Fu da quel vecchio, come aveti odito. Lui se chinava piano a terra, e poscia Con la radice li tocca una coscia.
Così legata al sonno per una ora Fu la donzella da quel rio vecchiaccio; E, per non fare al suo desio dimora, Subitamente se la prese in braccio. Salisce al bosco, e guarda ad ora ad ora Se il cavallier se leva a darli impaccio; Con la radice non l'avea tocco esso, Né pur li basta il cor de girli apresso.
Ora il vecchio la dama ne portava, Ed era entrato in un bosco maggiore. Tanto andò, che la dama se svegliava, E per gran novità tremava il core. Poi vi dirò la cosa come andava, E come tratta fu de tanto errore, Ch'io vo' tornare a Brandimarte ardito, Che un gran romor dormendo ebbe sentito.
A quel romore è il cavallier svegliato, E pauroso se ebbe a risentire; Come la dama non se vide a lato, Della gran doglia credette morire. Piglia il destriero e fu subito armato, E verso quel romor ne prese a gire, Ché proprio odir la voce gli assembrava De una donzella che se lamentava.
Come fo gionto, vide tre giganti Che avean molti gambeli in su la strata: Duo venian drietro, ed un giva davanti, Menando una donzella scapigliata; E parve a Brandimarte ne' sembianti Che Fiordelisa sia la sciagurata, Che sopra a quel gambel cridava forte Chiedendo in grazia a Dio sempre la morte.
Più Brandimarte sua vita non cura, Poi che crede la dama aver perduta; Di scoterla o morire a Macon giura, Ma certo è morto, se altri non lo aiuta. Ciascun gigante è grande oltra misura Ed ha la faccia orribile e barbuta; Duo di lor se voltarno al cavalliero Con aspra voce e con parlare altiero.
- Dove ne vai, - dicean - dove, briccone? Getta la spada, ché sei morto o preso. - Nulla risponde quel franco barone, Ma vagli adosso di furore acceso. Un de' giganti alciava un gran bastone, Che era ferrato e de incredibil peso; Mena a due mani adosso a Brandimarte, Ma lui ben del scrimir sa il tempo e l'arte.
Da canto se gettò come uno uccello, Sì che gionger nol puote per quel tratto; L'altro gigante, con maggior flagello, Crede al suo colpo de averlo disfatto. Ma il cavallier, che tien l'occhio al pennello, Fanne al secondo come al primo ha fatto, Salta da questo e da quell'altro canto: Se l'ale avesse, non farebbe tanto.
Ma lui ferì di spada quel gigante, Che li avea data la prima percossa, Che li spezzò le piastre tutte quante, E feceli gran piaga entro una cossa. Questo superbo avea nome Oridante, Terribile e crudel e di gran possa; L'altro compagno avea nome Ranchiera: Del primo avea più forza e peggior ciera.
Questo Ranchiera col bastone in mano Menò un traverso a Brandimarte al basso Con gran ruina, e gionse al campo piano, Ché il cavallier saltò davante un passo. Oridante il crudel non menò in vano, Anci gionse il destriero, e con fraccasso Dietro alla sella su le groppe il prese, Sì che sfilato in terra lo distese.
Subito è in piede lo ardito guerrero, Né de esser vinto per questo se crede. A terra morto rimase il destriero, Lui con la spada se diffende a piede, Ma ad ogni modo è occiso il cavalliero, Se Dio de darli aiuto non provede, Perché i giganti l'hanno in mezo tolto: È morto al primo colpo che egli è còlto.
Ma gionse Orlando al ponto bisognoso, Come io contai (non so se il ricordati), Quando tornava dal bosco frondoso, Dove Agricane e lui se eran sfidati. Or quivi gionse quel conte animoso, E vide e duo giganti inanimati Intorno a Brandimarte a darli morte, E del suo affanno gli rencrebbe forte;
Ché incontinente l'ebbe cognosciuto A l'arme ed alla insegna che avea indosso, Onde destina de donarli aiuto: Sopra a Baiardo subito fu mosso. Ranchiera vide Orlando che è venuto, Venneli incontra quel gigante grosso; Con Brandimarte Oridante se aresta: Or cresce la battaglia, e più tempesta.
La battaglia comincia più orgogliosa Che non fu prima, e de un'altra maniera. Oridante ha la coscia sanguinosa, E di far la vendetta al tutto spera; Orlando de altra parte non se posa, Ma presa ha una gran zuffa con Ranchera; Par che l'aria se accende e il celo introna, De sì gran colpi quel bosco risuona.
L'altro gigante se fermò da parte, Ed alla dama attende ed al tesoro, Che tolto avean per forza e con grand'arte De le Isole Lontane a un barbasoro. Ora ascoltati come Brandimarte Con Oridante fa crudel lavoro: Più non li appreza un dinarel minuto, Poi che de Orlando se vede lo aiuto.
Menò un gran colpo quel cavallier franco E gionse ad Oridante in su il gallone, E tagliò tutto il sbergo al lato manco E le piastre de acciaro e il pancirone, E gran ferita gli fece nel fianco. Il gigante gridando alciò il bastone, E mena ad ambe mani a Brandimarte; Ma lui di salto se gettò da parte.
Così li va de intorno tutta via, E sempre la battaglia prolungava; Ad Oridante, che il sangue perdia, A poco a poco la lena mancava. Lui furïoso non se ne avedia, E sempre maggior colpi radoppiava; Il cavallier, di lui molto più esperto, Li andava intorno e tenìa l'occhio aperto.
Da l'altra parte è la pugna maggiore Tra il feroce Ranchera e il conte Orlando. Quel mena del bastone a gran furore, E questo li risponde ben col brando. Già combattuto avean più de quattro ore, L'un sempre e l'altro gran colpi menando, Quando Ranchera gettò il scudo in terra E ad ambe mano il gran bastone afferra.
E menò un colpo sì dismisurato Che, se dritto giongeva quel gigante, Non si serìa giamai raffigurato Per omo vivo quel segnor de Anglante; Gionse ad uno arbor, che era ivi da lato, E tutto lo spezzò sino alle piante, Le rame e il tronco, dalla cima al basso; Odito non fu mai tanto fraccasso.
Vide la forza quel conte gagliardo Che avea il gigante fuor d'ogni misura; Subitamente smontò di Baiardo, Ché sol di quel destriero avea paura. Quando Ranchera li fece riguardo, Veggendolo pedone alla verdura: - Ben aggia Trivigante! - prese a dire - Ché oramai questo non puotrà fuggire.
Prima che rimontar possi in arcione, Te augurerai sei leghe esser lontano. Or chi t'ha consigliato, vil stirpone, Smontar a piede e combatter al piano? E non mi giongi col capo al gallone, Stroppiato bozzarello e tristo nano! Che se io te giongo un calcio ne la faccia, De là del mondo andrai ducento braccia. -
Così parlava quel superbo al conte: Lui non rispose a quella bestia vana; Menò del brando, e quante arme ebbe gionte, Mandò tagliate in su la terra piana. Or se strengono insieme a fronte a fronte: Questo mena il baston, quel Durindana; Sta l'uno e l'altro insieme tanto stretto, Che colpir non se puon più con effetto.
Tanto è il gigante de Orlando maggiore, Che non li gionge al petto con la faccia; Ma il conte avea più ardire e più gran core, Ché gagliardezza non se vende a braccia. Pigliârsi insieme con molto furore, Ciascun de atterrar l'altro se procaccia; Stretto ne l'anche Orlando l'ebbe preso, Leval da terra, e in braccio il tien sospeso.
Sopra del petto il tien sempre levato, E sì forte il stringea dove lo prese, Che il sbergo in molte parte fu crepato. Sembravan gli occhi al conte bragie accese; E poi che intorno assai fu regirato, Quel gran gigante alla terra distese, Con più ruina assai ch'io non descrivo; Non sa Ranchera se egli è morto o vivo.
Avea il gigante in capo un gran capello, Ma nol diffese dal colpir del conte, Che col pomo del brando a gran flagello Roppe il capello e l'osso de la fronte; Per naso e bocca uscir fece il cervello. Due anime a l'inferno andâr congionte, Perché Oridante allor, né più né meno, Pel sangue perso cadde nel terreno.
E Brandimarte li tagliò la testa, Lasciando in terra il smisurato busto; Poi corse al conte e fecegli gran festa E grande onor, come è dovuto e iusto. L'altro gigante è mosso con tempesta, Più fier de' primi, ed ha nome Marfusto: Brandimarte dal conte ottenne graccia Far con costui battaglia a faccia a faccia.
Crida Marfusto: - Se proprio Macone Te con quello altro volesse campare, Non vi varrebbe il suo aiuto un bottone; Quel de mia mano voglio scorticare, E te squartarò a guisa de castrone. Rendi la spada senza dimorare, Perché se te diffendi, io te avrò preso, E vivo arrostirotti al foco acceso. -