Part 14
Non ebbe il mondo mai cosa più scura Che fo a mirare il disperato conte; Contra sua spada non vale armatura; Di gente occisa ha già fatto un gran monte, Ed ha posto a ciascun tanta paura, Che non ardiscon di mirarlo in fronte. Par che ne l'elmo e in faccia un foco gli arda: Ciascun fugge cridando: - Guarda! guarda! -
Agrican combattea con Aquilante Alor che Orlando mena tal roina; Angelica ben presso gli è davante, Che trema come foglia la meschina. Eccoti gionto quel conte de Anglante; Con Durindana mai non se raffina: Or taglia omini armati, ora destrieri, Urta pedoni, atterra cavallieri.
Ed ebbe visto il Tartaro da canto, Che facea de Aquilante un mal governo, Ed ode della dama il tristo pianto: Quanta ira allora accolse, io nol discerno. Su le staffe se riccia, e dassi vanto Mandar quel re de un colpo nello inferno; Mena a traverso il brando con tempesta, E proprio il gionse a mezo della testa.
Fu quel colpo feroce e smisurato, Quanto alcuno altro dispietato e fiero; E se non fosse per lo elmo incantato, Tutto quanto il tagliava de legiero. Sbalordisce Agricane, e smemorato Per la campagna il porta il suo destriero; Lui or da un canto, or dall'altro si piega, Fuor di se stesso andò ben meza lega.
Orlando per lo campo lo seguia Con Brigliadoro a redina bandita; In questo il re Lurcone e Santaria Con gran furor la dama hanno assalita. Ciascun de' quattro ben la diffendia, Ma non vi fu rimedio alla finita: Tanto la gente adosso li abondaro, Che al mal suo grado Angelica lasciaro.
Re Santaria davante in su l'arcione Dal manco braccio la dama portava, E stava a lui davanti il re Lurcone; Poliferno ed Uldano il seguitava. Era a vedere una compassïone La damigella come lacrimava; Iscapigliata crida lamentando, Ad ogni crido chiama il conte Orlando.
Oberto, Clarïone ed Aquilante Erano entrati nella schiera grossa, E di persona fan prodezze tante, Quante puon farsi ad aver la riscossa; Ma le lor forze non eran bastante, Tutta è la gente contra de lor mossa. Ora Agricane in questo se risente: Tranchera ha in mano, il suo brando tagliente.
Verso de Orlando nequitoso torna Per vendicare il colpo ricevuto; Ma il conte vede quella dama adorna, Che ad alta voce li domanda aiuto. Là se rivolta, che già non soggiorna, Ché tutto il mondo non l'avria tenuto; Più de una arcata se puotea sentire L'un dente contra a l'altro screcienire.
Il primo che trovò, fo il re Lurcone, Che avanti a tutti venìa per lo piano. Il conte il gionse in capo di piatone, Però che 'l brando se rivolse in mano; Ma pur lo gettò morto dello arcione, Tanto fo il colpo dispietato e strano. L'elmo andò fraccassato in sul terreno, Tutto di sangue e di cervello pieno.
Or ascoltati cosa istrana e nova, Che il capo a quel re manca tutto quanto, Né dentro a l'elmo o altrove se ritrova, Così l'aveva Durindana infranto. Ma Santaria, che vede quella prova, Di gran paura trema tutto quanto, Né riparar se sa da il colpo crudo, Se non se fa de quella dama scudo.
Però che Orlando già gli è gionto adosso, Né diffender se può, né può fuggire; Temeva il conte di averlo percosso, Per non far seco Angelica perire. Essa cridava forte a più non posso: - Se tu me ami, baron, famel sentire! Occidi me, io te prego, con tue mane; Non mi lasciar portare a questo cane. -
Era in quel ponto Orlando sì confuso, Che non sapeva apena che se fare. Ripone il brando il conte di guerra uso, E sopra a Santaria se lascia andare, Né con altra arma che col pugno chiuso Se destina la dama conquistare; Re Santaria, che senza brando il vede, Di averlo morto o preso ben se crede.
La dama sostenia da il manco lato, E nella destra mano avea la spada. Con essa un aspro colpo ebbe menato; Ma benché il brando sia tagliente e rada, Già non se attacca a quel conte affatato. Esso non stette più nïente a bada: Sopra a quel re ne l'elmo un pugno serra, E morto il gettò sopra della terra.
Per bocca e naso uscia fuora il cervello, Ed ha la faccia di sangue vermiglia. Or se comincia un altro gran zambello, Però che Orlando quella dama piglia, E via ne va con Brigliadoro isnello, Tanto veloce, che è gran meraviglia. Angelica è sicura di tal scorta, E del castello è già gionta alla porta.
Ma Trufaldino alla torre se affaccia, Né già dimostra di volere aprire; A tutti e cavallier crida e minaccia Di farli a doglia ed onta ripartire; Con dardi e sassi a giù forte li caccia. La dama di dolor volea morire; Tutta tremava smorta e sbigotita, Poi che se vede, misera! tradita.
La grossa schiera de' nemici ariva: Agricane è davante e il fiero Uldano; Quella gran gente la terra copriva Per la costa del monte e tutto il piano. Chi fia colui che Orlando ben descriva, Che tien la dama e Durindana in mano? Soffia per ira e per paura geme; Nulla di sé, ma de la dama teme.
Egli avea della dama gran paura, Ma di se stesso temeva nïente. Trufaldin li cacciava dalle mura, Ed alla rocca il stringe l'altra gente. Cresce d'ogni ora la battaglia dura, Perché da il campo continüamente Tanta copia di frezze e dardi abonda, Che par che il sole e il giorno se nasconda.
Adrïano, Aquilante e Chiarïone Fanno contra Agrican molta diffesa; E Brandimarte, che ha cor di leone, Par tra' nemici una facella accesa. Il franco Oberto e l'ardito Grifone Molte prodezze ferno in quella impresa. Sotto la rocca stava il paladino, Ed umilmente prega Trufaldino,
Che aggia pietade di quella donzella Condotta a caso di tanta fortuna; Ma Trufaldino per dolce favella Non piega l'alma di pietà digiuna, Ché un'altra non fu mai cotanto fella Né traditrice sotto della luna. Il conte priega indarno: a poco a poco L'ira gli cresce, e fa gli occhi di foco.
Sotto la rocca più se fu appressato, E tien la dama coperta col scudo; E verso Trufaldin fu rivoltato Con volto acceso e con sembiante crudo. Ben che non fusse a minacciare usato, Ma più presto a ferire, il baron drudo Or lo scridava con tanta bravura, Che, non ch'a lui, ma al cel mettea paura.
Stringeva e denti e dicea: - Traditore! Ad ogni modo non puotrai campare, Ché questo sasso in meno de quattro ore Voglio col brando de intorno tagliare, E pigliarò la rocca a gran furore, E giù nel piano la vo' trabuccare; E struggerò quel campo tutto quanto, E tu serai con loro insieme afranto. -
Cridava il conte in voce sì orgogliosa, Che non sembrava de parlare umano. Trufaldino avia l'alma timorosa, Come ogni traditore ha per certano; E vista avia la forza valorosa, Che mostrata avea il conte sopra al piano; Ché sette re mandati avia dispersi, Rotti e spezzati con colpi diversi.
E già pareva a quel falso ribaldo Veder la rocca de intorno tagliata, E roinar il sasso a giù di saldo Adosso ad Agricane e sua brigata, Perché vedeva il conte de ira caldo, Con gli occhi ardenti e con vista avampata. Onde a un merlo se affaccia e dice: - Sire, Piacciati un poco mia ragione odire.
Io non lo niego, e negar non sapria, Ch'io non abbia ad Angelica fallito; Ma testimonio il celo e Dio me sia Che mi fu forza a prender tal partito Per li duo miei compagni e sua folìa, Benché ciascun da me si tien tradito; Ché vennerno con meco a questïone, Ed io li presi, e posti li ho in pregione.
E benché meco essi abbiano gran torto, Da loro io non avria perdon giamai; E come fosser fuora, io serìa morto, Perché di me son più potenti assai; Onde per questo io te ragiono scorto, Che mai qua dentro tu non intrarai, Se tua persona non promette e giura Far con sua forza mia vita sicura.
E simil dico de ogni altro barone, Che voglia teco nella rocca entrare: Giurarà prima de esser campïone Per mia persona, e la battaglia fare Contra a ciascuno, e per ogni cagione Che alcun dimanda o possa dimandare; Poi tutti insieme giurareti a tondo Far mia diffesa contra tutto il mondo. -
Orlando tal promessa ben li niega, Anci il minaccia con viso turbato; Ma quella dama, che egli ha in braccio, il prega, E stretto al collo lo tiene abracciato; Onde quel cor feroce al fin se piega. Come volse la dama, ebbe giurato; E similmente ogni altro cavalliero Giura quel patto a pieno e tutto intiero.
Sì come dimandar si seppe a bocca, Fu fatto Trufaldin da lor sicuro. Lui poi apre la porta e il ponte scocca, Ed intrò ciascun dentro al forte muro. Or più vivande non è nella rocca, Fuor che mezo destrier salato e duro. Orlando, che di fame venìa meno, Ne mangiò un quarto, ed anco non è pieno.
Li altri mangiorno il resto tutto quanto, Sì che bisogna de altro procacciare. Brandimarte e Adrïan se tran da canto; Chiarïone ed Oberto de alto affare Col conte Orlando insieme se dan vanto Gran vittualia alla rocca portare: Ad Aquilante e il suo fratel Grifone Restò la guarda de il forte girone.
Perché alcun cavallier non se fidava Di Trufaldin, malvaggia creatura, Però la guardia nova se ordinava E la diffesa intorno a l'alte mura. E già l'alba serena se levava, Poi che passata fo la notte oscura, Né ancora era chiarito in tutto il giorno, Che Orlando è armato, e forte sona il corno.
Ode il gran suono la gente nel piano, Che a tutti quanti morte li minaccia. Ben se spaventa quel popol villano; Non rimase ad alcun colore in faccia. Ciascun piangendo batte mano a mano; Chi fugge, e chi nasconder se procaccia, Però che il giorno avanti avian provato Il furor crudo de Orlando adirato.
Per questo il campo, la parte maggiore, Per macchie e fossi ascosi se apiatava; Ma il re Agricane e ciascun gran segnore Minacciando sua gente radunava. Non fu sentito mai tanto rumore Per la gran gente che a furor se armava; Non ha bastone il re Agrican quel crudo, Ma le sue schiere fa col brando nudo;
E come vede alcun che non è armato, O che se alonghi alquanto della schiera, Subitamente il manda morto al prato. Guarda de intorno la persona altiera, E vede il grande esercito adunato, Che tien da il monte insino alla riviera. Quattro leghe è quel piano in ogni verso: Tutto lo copre quel popol diverso.
Gran maraviglia ha il re Agricane il fiero Che quella gente, grande oltra misura, Sia spaventata da un sol cavalliero; Perché ciascun tremava di paura, Ed esso per se solo in sul destriero Di contrastare a tutti si assecura; Quei cavallieri e Orlando paladino Manco li stima che un sol fanciullino.
E sol se avanta il campo mantenire A quanti ne uscirà di quella rocca; Tutti li sfida e mostra molto ardire, Forte suonando col corno alla bocca. Ne l'altro canto potereti odire Come l'un l'altro col brando se tocca, Che mai più non sentisti un tal ferire: Poi di Ranaldo tornarovi a dire.
Canto decimosesto
Tutte le cose sotto della luna, L'alta ricchezza, e' regni della terra, Son sottoposti a voglia di Fortuna: Lei la porta apre de improviso e serra, E quando più par bianca, divien bruna; Ma più se mostra a caso della guerra Instabile, voltante e roïnosa, E più fallace che alcuna altra cosa;
Come se puote in Agrican vedere, Quale era imperator de Tartaria, Che avia nel mondo cotanto potere, E tanti regni al suo stato obedia. Per una dama al suo talento avere, Sconfitta e morta fu sua compagnia; E sette re che aveva al suo comando Perse in un giorno sol per man di Orlando.
Onde esso al campo, come disperato Suonando il corno, pugna dimandava, Ed avea il conte Orlando disfidato, Con ogni cavallier che il seguitava; E lui soletto, sì come era, al prato Tutti quanti aspettarli se vantava. Ma della rocca già se calla il ponte, Ed esce fuora armato il franco conte.
Alle sue spalle è Oberto da il Leone, E Brandimarte, che è fior di prodezza, Il re Adrïano e il franco Chiarïone: Ciascun quella gran gente più disprezza. Angelica se pose ad un balcone, Perché Orlando vedesse sua bellezza; E cinque cavallier con l'asta in mano Già son dal monte giù callati al piano.
Quel re feroce a traverso li guarda: Quasi contra a sì pochi andar se sdegna; Par che tutta la faccia a foco li arda, Tanto ha l'anima altiera de ira pregna. Voltasi alquanto a sua gente codarda, In cui bontade né virtù non regna, Né a lor se digna de piegar la faccia, Ma con gran voce comanda e minaccia:
- Non fusse alcun de voi, zentaglia ville, Che si movesse già per darmi aiuto! Se ben venisser mille volte mille Quanti n'ha 'l mondo, e quanti n'ha già auto, Con Ercule e Sanson, Ettor e Achille, Ciascun fia da me preso ed abattuto; E come occisi ho quei cinque gagliardi, Ogni om di voi da me poi ben si guardi.
Ché tutti quanti, gente maledetta, Prima che il sole a sera gionto sia, Vi tagliarò col brando in pezzi e in fetta, E spargerove per la prataria; Perché in eterno mai non se rasetta A nascer de voi stirpe in Tartaria Che faccia tal vergogna al suo paese, Come voi fate nel campo palese. -
Quel populaccio tremando se crola Come una legier foglia al fresco vento, Né se avrebbe sentito una parola, Tanto ciascuno avea de il re spavento. Trasse Agricane sua persona sola Fuor della schiera, e con molto ardimento Pone alla bocca il corno e suona forte: Ribomba il suono e carne e sangue e morte.
Orlando, che ben scorge in ogni banda Del re Agricane il smisurato ardire, A Iesù Cristo per grazia dimanda Che lo possa a sua fede convertire. Fassi la croce e a Dio si racomanda, E poi che vede il Tartaro venire, Ver lui se mosse con molto ardimento: Il corso de il destrier par foco e vento.
Se forse insieme mai scontrâr due troni, Da levante a ponente, al cel diverso, Così proprio se urtarno quei baroni; L'uno e l'altro a le croppe andò riverso. Poi che ebber fraccassato e lor tronconi Con tal ruina ed impeto perverso, Che qualunque era d'intorno a vedere, Pensò che il cel dovesse giù cadere.
Del suo Dio se ricorda ogni om di loro, Ciascuno aiuto al gran bisogno chiede. Fu per cadere a terra Brigliadoro: A gran fatica il conte il tiene in piede. Ma il bon Baiardo corre a tal lavoro, Che la polver de lui sola se vede; Nel fin del corso se voltò de un salto, Verso de Orlando, sette piedi ad alto.
Era ancor già rivolto il franco conte Contra al nemico, con la mente altiera; La spada ha in mano che fu del re Almonte. Così tratto Agricane avea Tranchera; E se trovarno due guerreri a fronte, E di cotali al mondo pochi ne era; E ben mostrarno il giorno, alla gran prova, Che raro in terra un par de lor se trova.
Non è chi de essi pieghi o mai se torza, Ma colpi adoppia sempre, che non resta; E come lo arboscel se sfronde e scorza Per la grandine spessa che il tempesta, Così quei duo baron con viva forza L'arme han tagliate, fuor che della testa; Rotti hanno e scudi e spezzati i lamieri, Né l'un né l'altro ha in capo più cimieri.
Pensò finir la guerra a un colpo Orlando, Perché ormai gli incresceva il lungo gioco, Ed a due man su l'elmo menò il brando; Quel tornò verso il cel gettando foco. Il re Agrican fra' denti ragionando, A lui diceva: "Se me aspetti un poco, Io ti farò la prova manifesta Chi de noi porta megliore elmo in testa."
Così dicendo un gran colpo disserra Ad ambe mano, ed ebbe opinïone Mandare Orlando in due parte per terra, Ché fender se 'l credea fin su lo arcione. Ma il brando a quel duro elmo non s'afferra, Ché anco egli era opra de incantazïone. Fiello Albrizac, il falso negromante, E diello in dono al figlio de Agolante;
Questo lo perse, quando a quella fonte Lo occise Orlando in braccio a Carlo Mano. Or non più zanze: ritornamo al conte, Che ricevuto ha quel colpo villano. Da le piante sudava insin la fronte, E di far sua vendetta è ben certano; A poco a poco l'ira più se ingrossa, A due man mena con tutta sua possa.
Da lato a l'elmo gionse il brando crudo, E giù discese della spalla stanca; Più de un gran terzo li tagliò del scudo, E l'arme e' panni, insin la carne bianca, Sì che mostrar li fece 'l fianco nudo; Calla giù il colpo, e discese ne l'anca, E carne e pelle aponto li risparma, Ma taglia il sbergo, e tutto lo disarma.
Quando quel colpo sente il re Agricane, Dice a se stesso: "E' mi convien spaciare. S'io non me affretto di menar le mane, A questa sera non credo arivare; Ma sue prodezze tutte seran vane, Ch'io il voglio adesso allo inferno mandare; E non è maglia e piastra tanto grossa, Che a questo colpo contrastar mi possa."
Con tal parole a la sinestra spalla Mena Tranchera, il suo brando affilato; La gran percossa al forte scudo calla, E più de mezo lo gettò su il prato. Gionse nel fianco il brando che non falla, E tutto il sbergo ha de il gallon tagliato; Manda per terra a un tratto piastre e maglia, Ma carne o pelle a quel ponto non taglia.
Stanno a veder quei quattro cavallieri Che venner con Orlando in compagnia, E mirando la zuffa e i colpi fieri, E tutti insieme e ciascadun dicia Che il mondo non avia duo tal guerreri Di cotal forza e tanta vigoria. Gli altri pagan, che guardan la tenzone, Dicean: - Non ce è vantaggio, per Macone! -
Ciascun le botte de' baron misura, Ché ben iudica e colpi a cui non dole; Ma quei duo cavallier senza paura Facean de' fatti, e non dicean parole. E già durata è la battaglia dura A l'ora sesta da il levar del sole, Né alcun di loro ancor si mostra stanco, Ma ciascun di loro è più che pria franco.
Sì come alla fucina in Mongibello Fabrica troni il demonio Vulcano, Folgore e foco batte col martello, L'un colpo segue a l'altro a mano a mano; Cotal se odiva l'infernal flagello Di quei duo brandi con romore altano, Che sempre han seco fiamme con tempesta; L'un ferir suona a l'altro, e ancor non resta.
Orlando gli menò d'un gran riverso Ad ambe man, di sotto alla corona, E fu il colpo tanto aspro e sì diverso, Che tutto il capo ne l'elmo gli intona. Avea Agricane ogni suo senso perso; Sopra il col di Baiardo se abandona, E sbigotito se attaccò allo arcione: L'elmo il campò, che fece Salamone.
Via ne lo porta il destrier valoroso; Ma in poco de ora quel re se risente, E torna verso Orlando, furïoso Per vendicarse a guisa di serpente. Mena a traverso il brando roïnoso, E gionse il colpo ne l'elmo lucente: Quanto puote ferire ad ambe braccia, Proprio il percosse a mezo della faccia.
Il conte riversato adietro inchina, Ché dileguate son tutte sue posse; Tanto fo il colpo pien di gran roina, Che su la groppa la testa percosse; Non sa se egli è da sera, o da matina, E benché alora il sole e il giorno fosse, Pur a lui parve di veder le stelle, E il mondo lucigar tutto a fiammelle.
Or ben li monta lo estremo furore: Gli occhi riversa e strenge Durindana. Ma nel campo se leva un gran romore, E suona nella rocca la campana. Il crido è grande, e mai non fo maggiore: Gente infinita ariva in su la piana Con bandiere alte e con pennoni adorni, Suonando trombe e gran tamburi e corni.
Questa è la gente de il re Galafrone, Che son tre schiere, ciascuna più grossa. Per quella rocca, che è di sua ragione, Vien con gran furia ad averla riscossa; Ed ha mandato in ogni regïone, E meza la India ha ne l'arme commossa; E chi vien per tesor, chi per paura, Perché è potente e ricco oltra a misura.
Dal mar de l'oro, ove l'India confina, Vengon le gente armate tutte quante. La prima schiera con molta roina Mena Archiloro il Negro, che è gigante; La seconda conduce una regina, Che non ha cavallier tutto il levante Che la contrasti sopra della sella, Tanto è gagliarda, e ancor non è men bella.
Marfisa la donzella è nominata, Questa ch'io dico; e fo cotanto fiera, Che ben cinque anni sempre stette armata Da il sol nascente al tramontar di sera, Perché al suo dio Macon se era avotata Con sacramento, la persona altiera, Mai non spogliarse sbergo, piastre e maglia, Sin che tre re non prenda per battaglia.
Ed eran questi il re de Sericana, Dico Gradasso, che ha tanta possanza, Ed Agricane, il sir de Tramontana, E Carlo Mano, imperator di Franza. La istoria nostra poco adietro spiana Di lei la forza estrema e la arroganza, Sì che al presente più non ne ragiono, E torno a quei che gionti al campo sono.
Con romor sì diverso e tante crida Passato han Drada, la grossa riviera, Che par che il cel profondi e se divida. Dietro alle due venìa l'ultima schiera; Re Galifrone la governa e guida Sotto alle insegne di real bandiera, Che tutta è nera, e dentro ha un drago d'oro. Or lui vi lascio, e dico de Archiloro,
Che fo gigante di molta grandezza, Né alcuna cosa mai volse adorare, Ma biastema Macone e Dio disprezza, E a l'uno e l'altro ha sempre a minacciare. Questo Archiloro con molta fierezza Primeramente il campo ebbe assaltare; Come un demonio uscito dello inferno Fa de' nemici strazio e mal governo.
Portava il Negro un gran martello in mano, (Ancude non fu mai di tanto peso), Spesso lo mena, e non percote in vano: Ad ogni colpo un Tartaro ha disteso. Contra di lui è mosso il franco Uldano E Poliferno, di furore acceso, Con due tal schiere, che il campo ne è pieno; Ciascuna è cento millia, o poco meno.
E quei duo re, non già per un camino, Ché l'un de l'altro alora non se accorse, Ferirno al Negro nel sbergo acciarino, E quel si stette di cadere in forse, E fu per traboccar disteso e chino; Ma quel ferir contrario lo soccorse, Ché Poliferno già l'avea piegato, Quando il percosse Uldano a l'altro lato.
Sopra alle lancie il Negro se suspese, Ma già per questo di colpir non resta; Però che il gran martello a due man prese, E ferì il Poliferno nella testa, E tramortito per terra il distese. Poi volta l'altro colpo con tempesta, E nel guanciale agionse il forte Uldano, Sì che de arcione il fie' cadere al piano.
Quei re distesi rimasero al campo. Passa Archiloro e mostra gran prodezza; Come un drago infiammato adduce vampo, Ed elmi, scudi, maglie e piastre spezza, Né a lui si trova alcun riparo o scampo: Tutta la gente occide con fierezza; Fugge ciascuno e non lo può soffrire. Vede Agricane sua gente fuggire,
E volto a Orlando con dolce favella Disse: - Deh! cavalliero, in cortesia, Se mai nel mondo amasti damisella, O se alcuna forse ami tuttavia, Io te scongiuro per sua faccia bella, (Così la ponga amore in tua balìa!): Nostra battaglia lascia nel presente, Perch'io doni soccorso alla mia gente.
E benché te più oltra non cognosca Se non per cavallier alto e soprano, Da or ti dono il gran regno di Mosca, Sino al mar di Rossia, che è l'Oceano. Il suo re è nello inferno a l'aria fosca: Tu ve il mandasti iersira con tua mano; Radamanto fo quel, di tanta altura, Che col brando partisti alla cintura.
Liberamente il suo regno ti dono, Né credo meglio poterlo alogare, Ché non ha il mondo cavallier sì bono, Qual di bontate ti possa avanzare: Ed io prometto e giuro in abandono Che un'altra volta me voglio provare Teco nel campo, per far certo e chiaro Qual cavalliero al mondo non ha paro.
Più che omo me stimava alora quando Provata non avea la tua possanza; Né mi credetti aver diffesa al brando, Né altro contrasto al colpo de mia lanza; Ed odendo talor parlar de Orlando, Che sta in Ponente nel regno di Franza, Ogni sue forze curavo io nïente, Me sopra ogni altro stimando potente.
Questa battaglia e lo assalto sì fiero Che è tra noi stato, e l'aspere percosse Me hanno cangiato alquanto nel pensiero, E vedo ch'io sono om di carne e d'osse. Ma domatina sopra de il sentiero Farem la ultima prova a nostre posse; E tu in quel ponto o ver la mia persona Serà del mondo il fiore e la corona.
Ma or ti prego che per questa fiata Andar me lascia, cavallier, sicuro; Se alcuna cosa hai mai nel mondo amata, Per quella sol te prego e te scongiuro. Vedi mia gente tutta sbaratata Da quel gigante smisurato e scuro, E s'io li dono, per tuo merto, aiuto, Serò in eterno a te sempre tenuto. -
A benché il conte assai fosse adirato Pel colpo recevuto a gran martìre, E volentier se avesse vendicato, Alla dimanda non seppe disdire, Perché uno omo gentil e inamorato Non puote a cortesia giamai fallire. Così lo lasciò Orlando alla bona ora, Ed aiutarlo se proferse ancora.
Esso, che aiuto non cura nïente, Come colui che avea molta arroganza, Volta Baiardo ch'è tanto potente, Ed a un suo cavallier tolse una lanza. Quando tornare il vide la sua gente, Ciascun riprese core e gran baldanza; Levasi il crido e risuona la riva: Tutta la gente torna, che fuggiva.