Orlando innamorato

Part 13

Chapter 134,243 wordsPublic domain

Dentro a quella citade era rinchiuso, E fa soletto quella ardita guerra: Il popol tutto quanto ha lui confuso. Sappiati che Albracà, la forte terra, Da uno alto sasso calla al fiume giuso, E da ogni lato un mur la cinge e serra, Che se dispicca da il castello altano, Volgendo il sasso insino al monte piano.

Sopra del fiume ariva la murata, Con grosse torre e belle a riguardare. Quella fiumana Drada è nominata, Né estate o verno mai se può vargare. Una parte del muro è qui cascata: Quei della terra non hanno a curare, Ché il fiume è tanto grosso e sì corrente, Che di battaglia non temon nïente.

Ora io vi dissi sì come Agricane Fa la battaglia dentro alla citate; Re Sacripante è con seco alle mane, Con gente della terra in quantitate. Prove se fier' dignissime e soprane Per l'uno e l'altro, e sopra l'ho narrate; E lasciai proprio che una schiera nova Dietro alle spalle de Agrican se trova.

Nulla ne cura quel re valoroso, Ma con molta roina è rivoltato; Mena a due mane il brando sanguinoso. Questo novo trapel che ora è arivato, Era un forte barone ed animoso, Torindo il Turco, che era ritornato Con molta di sua gente in compagnia; Per altre parte gionse a questa via.

Quel tartaro ne' Turchi urta Baiardo, Getta per terra tutta quella gente; Ora ecco Sacripante, il re gagliardo, Che l'ha seguito continüamente. Tanto non è legier cervo ni pardo, Quanto è quel re circasso veramente; Non vale ad Agrican sua forza viva, Tanta è la gente che adosso gli ariva.

Già son le bocche delle strate prese, Chiuse con travi, ed ogni altra serraglia; Le schiere dalle mure son discese, E corre ciascaduno alla battaglia: Non vi rimase alcuno alle diffese. Or quei del campo, quella gran canaglia, Chi per le mure intrò, chi per le porte, Tutti cridando: - Alla morte! alla morte! -

Onde fu forza a l'aspro Sacripante Ed a Torindo alla rocca venire; Angelica già dentro era davante, E Trufaldin, che fo il primo a fuggire. Morte son le sue gente tutte quante; La grande occisïon non se può dire: Morto è Varano, e prima Savarone, Re della Media, franco campione.

Morirno questi fora delle porte, Dove la gran battaglia fo nel piano. Brunaldo ebbe sua fine in altra sorte: Radamanto lo occise de sua mano. Quel Radamanto ancor diede la morte Dentro alle mura al valoroso Ungiano; Tutta la gente di sua compagnia Fo il giorno occisa alla battaglia ria.

E tutta la citate hanno già presa: Mai non fu vista tal compassïone. La bella terra da ogni parte è incesa, E sono occise tutte le persone; Sol la rocca di sopra se è diffesa Ne l'alto sasso, dentro dal zirone: Tutte le case in ciascuno altro loco Vanno a roina, e son piene di foco.

La damisella non sa che si fare, Poi che è condotta a così fatto scorno; In quella rocca non è che mangiare, Apena evi vivande per un giorno. Chi l'avesse veduta lamentare E battersi con man lo viso adorno, Uno aspro cor di fiera o di dragone Seco avria pianto di compassïone.

Dentro alla rocca son tre re salvati Con la donzella, e trenta altre persone, Per la più parte a morte vulnerati. La rocca è forte fora di ragione, Onde tra lor se son deliberati Che ciascuno occidesse il suo ronzone, E far contra de' Tartari contesa, Sin che Dio li mandasse altra diffesa.

Angelica dapoi prese partito Di ricercare in questo tempo aiuto; Lo annel meraviglioso aveva in dito, Che chi l'ha in bocca, mai non è veduto. Il sol sotto la terra ne era gito, E il bel lume del giorno era perduto: Torindo e Trufaldino e Sacripante La damisella a sé chiama davante.

A lor promette sopra alla sua fede In vinti giorni dentro ritornare, E tutti insieme e ciascadun richiede Che sua fortezza vogliano guardare; Che forse avrà Macon di lor mercede, Perché essa andava aiuto a ricercare Ad ogni re del mondo, a ogni possanza, Ed ottenerlo avia molta speranza.

E così detto, per la notte bruna La damisella monta al palafreno, Via camminando al lume della luna, Tutta soletta, sotto al cel sereno. Mai non fo vista da persona alcuna, Benché di gente fosse intorno pieno; Ma a questi la fatica e la vittoria Li avea col sonno tolto ogni memoria.

Né bisogno ebbe di adoprar lo annello, Ché, quando il sol lucente fo levato, Ben cinque leghe è longe dal castello, Che era da' suoi nemici intornïato. Lei sospirando riguardava quello, Che con tanto periglio avea lasciato; E così caminando tutta via, Passata ha Orcagna, e gionse in Circasia.

Gionse alla ripa di quella rivera, Dove il franco Ranaldo occiso avia Lo aspro centauro, maledetta fiera. Come la dama nel prato giongia, Un vecchio assai dolente nella ciera Piangendo forte contro a lei venìa, E con man gionte ingenocchion la chiede Che del suo gran dolore abbia mercede.

Diceva quel vecchione: - Un giovenetto, Conforto solo a mia vita tapina, Mio unico figliolo e mio diletto, Ad una casa che è quindi vicina, Con febre ardente se iace nel letto, Né per camparlo trovo medicina; E se da te non prende adesso aiuto, Ogni speranza e mia vita rifiuto. -

La damigella, che è tanto pietosa, Comincia il vecchio molto a confortare: Che lei cognosce l'erbe ed ogni cosa Qual se apertenga a febre medicare. Ahi sventurata, trista e dolorosa! Gran meraviglia la farà campare. La semplicetta volge il palafreno Dietro a quel vecchio, che è de inganni pieno.

Ora sappiati che il vecchio canuto, Che in quella selva stava alla campagna, Per prender qualche dama era venuto, Come se prende lo uccelletto a ragna; Per ciò che ogni anno dava di tributo Cento donzelle al forte re de Orgagna. Tutte le prende con inganno e scherno, E prese poi le manda a Poliferno.

Però che ivi lontano a cinque miglia Sopra de un ponte una torre è fondata: Mai non fo vista tanta meraviglia, Ché ogni persona che è quivi arivata, Dentro a quella pregion se stesso piglia. Quivi n'avea il vecchio gran brigata, Che tutte l'avea prese con tale arte, Fuor quella sol che fu di Brandimarte.

Però che quella, come io vi contai, Fo dal centauro gettata nel fiume. Essa nel fondo non andò giamai, Però che de natare avea costume. Quella onda, che è corrente pur assai, Giù ne la mena, come avesse piume; Al ponte la portò, che mai non tarda, Dove la torre è de quel vecchio in guarda.

Lui dal fiume la trasse meza morta, E fecela curar con gran ragione Da quella gente che avea seco in scorta, Ché medici lì aveva, e più persone; Poi la condusse dentro a quella porta, Dove con l'altre stava alla pregione. De Angelica diciamo, che venìa Con quel falso vecchione in compagnia.

Come alla torre fo dentro passata, Quel vecchio fora nel ponte restava. Incontinente la porta ferrata, Senza che altri la tocchi, se serrava. Alor se avide quella sventurata Del falso inganno, e forte lamentava; Forte piangia, battendo il viso adorno: L'altre donzelle a lei son tutte intorno.

Cercano tutte con dolce parole La dolorosa dama confortare; E, come in cotal caso far si sôle, Ciascuna ha sua fortuna a racontare; Ma sopra a l'altre piangendo si dole, Né quasi può per gran doglia parlare, De Brandimarte la saggia donzella, Che Fiordelisa per nome se appella.

Lei sospirando conta la sciagura Di Brandimarte da lei tanto amato: Come, andando con essa alla ventura, Fo con Astolfo al giardino arrivato, Dove tra fiori, a la fresca verdura, L'ha Dragontina ad arte smemorato; E, in compagnia de Orlando paladino, Sta con molti altri presi nel giardino.

E come essa dapoi, cercando aiuto, Se gionse con Ranaldo in compagnia; E tutto quel che gli era intravenuto, Senza mentire, a ponto lo dicia; E del gigante, e del grifone ungiuto, E de Albarosa la gran villania, E del centauro al fin, bestia diversa, Che l'avia dentro a quel fiume sumersa.

Piangeva Fiordelisa a cotal dire, Membrando l'alto amor de che era priva. Eccoti odirno quella porta aprire, Che un'altra dama sopra al ponte ariva. Angelica destina di fuggire; Già non la può veder persona viva: Lo incanto dello annel sì la coperse, Che fuora uscì, come il ponte se aperse.

Non fo vista da alcuno in quella fiata, Tanta è la forza dello incantamento; E fra se stessa, andando, èssi apensata E fatto ha nel suo cor proponimento Di voler gire a quella acqua fatata Che tira l'omo fuor de sentimento, Là dove Orlando ed ogni altro barone Tien Dragontina alla dolce prigione.

E caminando senza alcun riposo, Al bel verzier fo gionta una matina. In bocca avia lo annel meraviglioso: Per questo non la vede Dragontina. Di fora aveva il palafreno ascoso, Ed essa a piede fra l'erbe camina, E caminando, a lato ad una fonte, Vede iacerse armato il franco conte.

Perché la guarda faceva quel giorno, Stavasi armato a lato alla fontana. Il scudo a un pino avea sospeso e il corno; E Brigliadoro, la bestia soprana, Pascendo l'erbe gli girava intorno. Sotto una palma, a l'ombra prossimana, Un altro cavallier stava in arcione: Questo era il franco Oberto dal Leone.

Non so, segnor, se odisti più contare L'alta prodezza de quel forte Oberto; Ma fu nel vero un baron de alto affare, Ardito e saggio, e de ogni cosa esperto. Tutta la terra intorno ebbe a cercare, Come se vede nel suo libro aperto. Costui facea la guarda alora quando Gionse la dama a lato al conte Orlando.

Il re Adrïano e lo ardito Grifone Stan ne la loggia a ragionar de amore; Aquilante cantava e Chiarïone, L'un dice sopra, e l'altro di tenore; Brandimarte fa contra alla canzone. Ma il re Ballano, ch'è pien di valore, Stassi con Antifor de Albarosia: De arme e di guerra dicon tutta via.

La damisella prende il conte a mano, Ed a lui pose quello annello in dito, Lo annel che fa ogni incanto al tutto vano. Or se è in se stesso il conte risentito, E scorgendosi presso il viso umano Che gli ha de amor sì forte il cor ferito, Non sa come esser possa, e apena crede Angelica esser quivi, e pur la vede.

La damisella tutto il fatto intese: Sì come nel giardino era venuto, E come Dragontina a inganno il prese, Alor che ogni ricordo avia perduto. Poi con altre parole se distese, Con umil prieghi richiedendo aiuto Contra Agricane, il qual con cruda guerra Avea spianata ed arsa la sua terra.

Ma Dragontina, che al palagio stava, Angelica ebbe vista giù nel prato. Tutti e suoi cavallier presto chiamava, Ma ciascun se ritrova disarmato. Il conte Orlando su l'arcion montava, Ed ebbe Oberto ben stretto pigliato, Avengaché da lui quel non se guarda; Lo annel li pose in dito, che non tarda.

E già son accordati i duo guerrieri Trar tutti gli altri de incantazïone. Or quivi racontar non è mestieri Come fosse nel prato la tenzone. Prima fôr presi i figli de Olivieri, L'uno Aquilante, e l'altro fo Grifone; Il conte avante non li cognoscia: Non dimandati se allegrezza avia.

Grande allegrezza ferno i duo germani, Poi che se fo l'un l'altro cognosciuto. Or Dragontina fa lamenti insani, Ché vede il suo giardino esser perduto. Lo annel tutti e suoi incanti facea vani: Sparve il palagio, e mai non fo veduto; Lei sparve, e il ponte, e il fiume con tempesta: Tutti e baron restarno alla foresta.

Ciascun pien di stupor la mente avia, E l'uno e l'altro in viso si guardava; Chi sì, chi non, di lor se cognoscia. Primo di tutti il gran conte di Brava Fece parlare a quella compagnia, E ciascadun, pregando, confortava A dare aiuto a quella dama pura, Che li avea tratti di tanta sciagura.

Raconta de Agricane il grande attedio, Che avea disfatta sua bella citade, Ed intorno alla rocca avia lo assedio. Già son quei cavallier mossi a pietade, E giurâr tutti di porvi rimedio, In sin che in man potran tenir le spade, E di fare Agricane indi partire, O tutti insieme in Albraca morire.

Già tutti insieme son posti a camino, Via cavalcando per le strate scorte. Ora torniamo al falso Trufaldino, Che dimorava a quella rocca forte. Lui fu malvagio ancor da piccolino, E sempre peggiorò sino alla morte; Non avendo i compagni alcun suspetto, Prese e Cercassi e i Turchi tutti in letto.

Non valse al bon Torindo esser ardito, Né sua franchezza a l'alto Sacripante, Ché ciascadun de loro era ferito Per la battaglia de il giorno davante, E per sangue perduto indebilito; E fur presi improvisi in quello istante. Legolli Trufaldino e piedi e braccia, E de una torre al fondo ambi li caccia.

Poi manda un messagiero ad Agricane, Dicendo che a sua posta ed a suo nome Avia la rocca e il forte barbacane, E che due re tenìa legati; e come Volea donarli presi in le sue mane. Ma il Tartaro a quel dire alciò le chiome; Con gli occhi accesi e con superba faccia, Così parlando, a quel messo minaccia:

- Non piaccia a Trivigante, mio segnore, Né per lo mondo mai se possa dire Che allo esser mio sia mezo un traditore: Vincer voglio per forza e per ardire, Ed a fronte scoperta farmi onore. Ma te con il segnor farò pentire, Come ribaldi, che aviti ardimento Pur far parole a me di tradimento.

Bene aggio avuto avviso, e certo sollo, Che non se può tenir lunga stagione; A quella rocca impender poi farollo, Per un de' piedi, fuora de un balcone, E te col laccio ataccarò al suo collo; E ciascadun li è stato compagnone A far quel tradimento tanto scuro, Serà de intorno impeso sopra al muro. -

Il messagier, che lo vedea nel volto Or bianco tutto, or rosso come un foco, Ben se serebbe volentier via tolto, Ché gionto si vedeva a strano gioco; Ma, sendosi Agricane in là rivolto Partisse de nascoso di quel loco. Par che il nabisso via fuggendo il mene; De altro che rose avea le brache piene.

Dentro alla rocca ritorna tremando, E fece a Trufaldin quella ambasciata. Ora torniamo al valoroso Orlando, Che se ne vien con l'ardita brigata, E giorno e notte forte cavalcando, Sopra de un monte ariva una giornata: Dal monte se vedea, senza altro inciampo, La terra tutta e de' nimici il campo.

Tanta era quivi la gente infinita, E tanti pavaglion, tante bandiere, Che Angelica rimase sbigotita, Poi che passar convien cotante schiere Prima che nel castel faccia salita. Ma quei baron dricciâr le mente altiere, E destinarno che la dama vada Dentro alla rocca per forza di spada.

E nulla sapean lor del tradimento, Che il falso Trufaldin fatto li avia; Ma sopra al monte, con molto ardimento, Dànno ordine in qual modo ed in qual via La dama se conduca a salvamento A mal dispetto di quella zinia. Guarniti de tutte arme e suo' destrieri, Fan lo consiglio li arditi guerreri.

Ed ordinâr la forma e la maniera Di passar tutta quella gran canaglia. Il conte Orlando è il primo alla frontera Con Brandimarte a intrare alla battaglia: Poi son quattro baroni in una schiera, Che de intorno alla dama fan serraglia: Oberto ed Aquilante e Chiarïone, E il re Adrïano è il quarto compagnone.

Quelli hanno ad ogni forza e vigoria Tenir la dama coperta e diffesa. Poi son tre, gionti insieme in compagnia, Che della drietoguarda hanno la impresa: Grifone ed Antifor de Albarosia, E il re Ballano, quella anima accesa. Or questa schiera è sì de ardire in cima, Che tutto il resto del mondo non stima.

Calla de il monte la gente sicura, Con Angelica in mezo di sua scorta, La qual tutta tremava de paura, E la sua bella faccia parìa morta; E già son giunti sopra alla pianura, Né si è di loro ancor la gente accorta. Ma il conte Orlando, cavalliero adorno, Alcia la vista, e pone a bocca il corno.

A tutti quanti li altri era davante, E suonava il gran corno con tempesta: Quello era un dente integro di elefante. Lo ardito conte de suonar non resta; Disfida quelle gente tutte quante, Agrican, Poliferno e ogni sue gesta: E tutti insieme quei re di corona Isfida a la battaglia, e forte suona.

Quando fu il corno nel campo sentito, Che in ciel feriva con tanto rumore, Non vi fu re, né cavalliero ardito Che non avesse di quel suon terrore; Solo Agricane non fu sbigotito, Che fu corona e pregio di valore; Ma con gran fretta l'arme sue dimanda, E fa sue schiere armar per ogni banda.

Fu in gran fretta il re Agricane armato: Di grosse piastre il sbergo se vestia, Tranchera la sua spada cense al lato, E uno elmo fatto per nigromanzia Al petto ed a le spalle ebbe alacciato. Cosa più forte al mondo non avia: Salomone il fie' far col suo quaderno, E fu collato al foco dello inferno.

E veramente crede il campïone Che una gran gente mo li viene adosso, Però ch'inteso avia che Galafrone Esercito adunava a più non posso, Perché era quel castel di sua ragione, E destinava di averlo riscosso. Costui stimava scontrare Agricane, Non con Orlando venire alle mane.

Già son spiegate tutte le bandiere, E suonan li instromenti da battaglia; Il re Agricane ha Baiardo il destriere Da le ungie al crine coperto di maglia, E vien davanti a tutte le sue schiere. Ne l'altro canto dirò la travaglia, E de nove baroni un tale ardire, Che mai nel mondo più se odette dire.

Canto decimoquinto

Stati ad odir, segnor, se vi è diletto, La gran battaglia ch'io vi vo' contare. Ne l'altro canto di sopra ve ho detto De nove cavallier, che hanno a scontrare Due millïon de popol maledetto; E come e corni se odivan suonare, Trombe, tamburi e voce senza fine, Che par che il mondo se apra e 'l cel roine.

Quando nel mar tempesta con romore Da tramontana il vento furïoso, Grandine e pioggia mena e gran terrore, L'onda se oscura dal cel nubiloso. Con tal roina e con tanto furore Levasi il crido nel cel polveroso; Prima de tutti Orlando l'asta aresta, Verso Agrican viene a testa per testa.

E se incontrarno insieme e due baroni, Che avean possanza e forza smisurata, E nulla se piegarno de li arcioni, Né vi fo alcun vantaggio quella fiata. Poi se voltarno a guisa de leoni; Ciascun con furia trasse for la spata, E cominciâr tra lor la acerba zuffa. Or l'altra gente gionge alla baruffa;

Sì che fu forza a quei duo cavallieri Lasciar tra lor lo assalto cominciato, Benché se dipartîr mal volontieri, Ché ciascun se tenea più avantaggiato. Il conte se retira ai suoi guerreri, Brandimarte li è sempre a lato a lato; Oberto, Chiarïone ed Aquilante Sono alle spalle a quel segnor de Anglante.

Ed è con loro il franco re Adrïano, Segue Antifor e lo ardito Grifone, Ed in mezo di questi il re Ballano. Or la gran gente fora di ragione Per monte e valle, per coste e per piano, Seguendo ogni bandiera, ogni pennone, A gran roina ne vien loro adosso, E con tal crido, che contar nol posso.

Dicean quei cavallier: - Brutta canaglia, E vostri cridi non varran nïente; Vostro furor serà foco di paglia, Tutti sereti occisi incontinente. - Or se incomincia la crudel battaglia Tra quei nove campioni e quella gente; Ben se puotea veder il conte Orlando Spezzar le schiere e disturbar col brando.

Il re Agricane a lui solo attendia, E certamente assai li dà che fare; Ma Brandimarte e l'altra compagnia Fan con le spade diverso tagliare, E tanto uccidon di quella zinia, Che altro che morti al campo non appare. Verso la rocca vanno tutta fiata, E già presso li sono ad una arcata.

Nel campo de Agricane era un gigante, Re di Comano, valoroso e franco, Ed era lungo dal capo alle piante Ben vinti piedi, e non è un dito manco: Di lui ve ho racontato ancor davante Che prese Astolfo, e nome ha Radamanto. Costui se mosse con la lancia in mano, E riscontrò su il campo il re Ballano.

Ferì quel re di drieto nelle spalle Il malvaggio gigante e traditore, Che del destrier il fie' cadere a valle, Né valse al re Ballan suo gran valore. Allo ardito Grifon forte ne calle, E volta a Radamanto con furore; E comenciâr battaglia aspra e crudele, Con animo adirato e con mal fiele.

Levato è il re Ballan con molto ardire, E francamente al campo si mantiene; Ma già non puote al suo destrier salire, Tanto è la gente che adosso li viene. Esso non resta intorno de ferire, La spada sanguinosa a due man tiene; Lui nulla teme e i compagni conforta: Fatto se ha un cerchio della gente morta.

Il re de Sueza, forte campïone, Che per nome è chiamato Santaria, Con una lancia d'un grosso troncone Scontrò con Antifor di Albarossia; Già non lo mosse ponto dello arcione, Ché il cavalliero ha molta vigoria, E se diffende con molta possanza; A prima giunta li tagliò la lanza.

Argante di Rossia stava da parte, Guardando la battaglia tenebrosa; Ed ecco ebbe adocchiato Brandimarte, Che facea prova sì meravigliosa, Che contar non lo può libro né carte. Tutta la sua persona è sanguinosa; Mena a due mane quel brando tagliente, Chi parte al ciglio, e chi perfino al dente.

A lui se driccia il smisurato Argante Sopra a un destrier terribile e grandissimo, E ferì il scudo a Brandimarte avante. Ma lui tanto era ardito e potentissimo, Che nulla cura de l'alto gigante, Benché sia nominato per fortissimo, Ma con la spada in mano a lui s'affronta; Ogni lor colpo ben Turpin raconta.

Ma io lascio de dirli nel presente: Pensati che ciascun forte se adopra. Ora tornamo a dir de l'altra gente; Benché la terra de morti se copra, Quelle gran schiere non sceman nïente. Par che lo inferno li mandi di sopra, Da poi che sono occisi, un'altra volta, Tanto nel campo vien la gente folta.

Fermi non stanno e nove cavallieri, Ma ver la rocca vanno a più non posso; La strata fanno aprir coi brandi fieri, Ducento millia n'ha ciascuno adosso. Lasciar Ballano a forza li è mestieri, Ché fo impossibil de averlo riscosso; Li altri otto ancora son tornati insieme, Tutta la gente adosso di lor preme.

E detti re son con loro alle mane, Ciascun di pregio e gran condizïone. Lurcone e Radamanto ed Agricane E Santaria e Brontino e Pandragone, Argante, che fo lungo trenta spane, Uldano e Poliferno e Saritrone; Tutti eno insieme, e con gran vigoria Atterrâr Antifor de Albarossia.

La schiera de quei quattro, che io contai Che copriva la dama, in sua diffesa Facea prodezze e meraviglie assai, Ma troppo è disegual la lor contesa. Agrican di ferir non resta mai, Ché vôl la dama ad ogni modo presa, E gente ha seco di cotanto affare Che a lor convien la dama abandonare.

Ed essa, che se vede a tal partito, Di gran paura non sa che si fare, Scordase dello annel che aveva in dito, Col qual potea nascondersi e campare. Lei tanto ha il spirto freddo e sbigotito, Che de altra cosa non può racordare; Ma solo Orlando per nome dimanda, A lui piangendo sol se racomanda.

Il conte, che alla dama è longi poco, Ode la voce che cotanto amava; Nel core e nella faccia viene un foco, Fuor de l'elmo la vampa sfavillava; Batteva e denti e non trovava loco, E le genocchie sì forte serrava, Che Brigliadoro, quel forte corsiero, Della gran stretta cade nel sentiero;

A benché incontinente fo levato. Ora ascoltati fuora di misura Colpi diversi de Orlando adirato, Che pure a racontarli è una paura. Il scudo con roina avia gettato, Ché tutto il mondo una paglia non cura; Scrolla la testa quella anima insana, Ad ambe man tiene alta Durindana;

Spezza la gente per tutte le bande. Or fuor delli altri ha scorto Radamanto (Prima lo vide, perché era il più grande): Tutto il tagliò da l'uno a l'altro fianco, In duo cavezzi per terra lo spande; Né di quel colpo non parve già stanco, Ché sopra a l'elmo gionse a Saritrone, E tutto il fese insino in su l'arcione.

Non prende alcun riposo il paladino, Ma fulminando mena Durindana, E non risguarda grande o piccolino, Li altri re taglia e la gente mezzana. Mala ventura lì mostrò Brontino, Che dominava la terra Normana: Dalla spalla del scudo e piastre e maglia Sino alla coscia destra tutto il taglia.

Ora ecco il re de' Goti, Pandragone, Che viene a Orlando crucïoso avante; Questo se fida nel suo compagnone, Perché alle spalle ha il fortissimo Argante. Orlando verso lor va di rondone, Che già bene adocchiato avia il gigante; Ma perché a Pandragone agionse in prima, Per il traverso delle spalle il cima.

A traverso del scudo il gionse a ponto, E l'una e l'altra spalla ebbe troncata. Argante era con lui tanto congionto, Che non puotè schiffarsi in questa fiata, Ma proprio di quel colpo, come io conto, Li fo a traverso la panza tagliata; Però ch'Argante fu di tanta altura, Che Pandragon li dava alla cintura.

Quel gran gigante volta il suo ronzone E per le schiere se pone a fuggire, Portando le budelle su lo arcione. Mai non se arestò il conte di ferire; Non ha, come suolea, compassïone, Tutta la gente intorno fa morire; Pietà non vale, o dimandar mercede: Tanto è turbato, che lume non vede.