Ombre di occaso

Part 7

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La scienza ha potuto da lungo tempo sorridere del paradiso, al quale Dante e san Paolo salirono viventi, ma non potè sostituirlo. Adesso noi cerchiamo Dio e la donna in un pellegrinaggio ben più doloroso, per un cielo ben più spirituale delle sfere mobili immaginate da Tolomeo. Il nostro mondo è così maggiore dell'antico, che il cristianesimo non vi appare più che una religione fra le religioni, un canto nel loro poema; la nostra terra così antica, che le sue epoche sorpassano i calcoli di tutte le cronologie; la nostra umanità così profonda, che attinge le ultime sorgive della vita al disotto degli animali e delle piante; il nostro pensiero così largo, che vi erriamo sperduti come una nuvola nel cielo. Il regno dell'uomo sulla terra finì coll'impero di Dio sull'universo nel giorno che questa non fu più il centro di quello. Che cosa importa oggi l'uomo alla terra e la terra agli altri mondi?

Se domani l'umanità sparisse sul nostro pianeta, che cosa vi mancherebbe davvero? Il nostro bene e il nostro male non la toccano, e poichè ogni altro astro fu o sarà una terra, dove dunque questo bene o questo male avranno un significato? Lungamente con appassionata pazienza tentammo la vita di forma in forma, di grado in grado, sino dove non è più che un punto, il quale si muove sopra se stesso, una identità che movendo si diversifica, senza che nella genesi ascendente degli organismi il mistero ci apparisse meno buio che nella genesi dell'antica creazione. Per Mosè questa era il capriccio di un enorme fanciullo, che si divertiva a plasmare la creta e a soffiare sui vapori; per la scienza è una fucina senza artefice, nella quale gli inutili prodotti debbono distruggersi l'un l'altro in un ritmo incessante di apparizioni.

Ma il nostro pensiero, cresciuto in questa fucina, ricusa di esserne l'opera. Egli oppone l'infinito della propria astrazione all'infinito organizzarsi degli esseri: la nostra coscienza nell'alternarsi della vita e della morte crea le leggi della giustizia e il dramma della libertà, cercando con indomata passione il perchè della nostra anomalia. La natura non ci presenta che dei limiti e noi pensiamo l'infinito, non si rivela che coi corpi e noi li interpretiamo colla linea e col numero egualmente senza estensione, non ha che delle forme e noi le imponiamo dei principii, non mostra che dei mutamenti e noi le fissiamo dei rapporti; noi sappiamo immaginarla nè creata nè eterna, e noi, senza un passato prima di nascere, pretendiamo, morti, ad un avvenire senza fini.

Tutta l'opera nostra è fede d'immortalità.

L'amore e il pensiero non sanno concepire se stessi che eterni, pur non trovando prove a questa necessità. Inventammo Dio e non giungemmo ad immaginare la nostra vita nella sua: per Dante il paradiso è una girandola di cerchi luminosi, al sommo dei quali Dio raggia come un lampione: ecco a quanto è riuscita la più potente delle fantasie. In un romanzo recente Flammarion suppone che le anime ingannino la lunghezza della eternità percorrendo l'infinito di stella in stella: ma siccome queste appaiono già all'esame spettrale chimicamente composte come la terra, a che può mai ridursi la gioia e la novità di un simile viaggio?

Ecco tutta la poesia della scienza: il paradiso pagano era un banchetto, quello cristiano un concerto.

Non pertanto la nostra anima esige l'immortalità.

Adesso ci accorgiamo tristamente di non sapere più spiegare col Dio della creazione l'infinito vivente. Se egli lo avesse creato, come concepire prima il vuoto e comprendere poi il momento e il perchè della creazione? Dio e il nulla, l'uno di fronte all'altro, sono per noi inintelligibili: se il mondo non è infinito, Dio e il nulla, oltre i confini di questo, formano una diade anche più impossibile. Se Dio non è che il mondo, dove ha la coscienza, poichè noi sentiamo la nostra? Che cosa siamo allora nel mondo? Che cosa significa questa idea di giustizia, questa tragedia di spiriti buoni e cattivi, che soffrono nel bene e nel male, dal momento che l'uno e l'altro sono identici nella coscienza dell'universo? Che cosa pensare di questa logica della vita, la quale conclude all'assurdo? Tutte le nostre cognizioni scientifiche sono inutili per intendere la natura, e ciò poco importa; ma la nostra spiritualità vi perde il significato, e allora la catastrofe della intelligenza diventa il risultato di tutta l'ascensione della vita.

Coloro, i quali affermano che la scienza sfonderà un giorno il mistero, mostrano di sperare che il pensiero possa diventare diverso da se stesso, senza dirne nè il quanto nè il come: gli altri, che consolano la propria sconfitta d'individui colla vittoria finale della umanità, mentono a se medesimi ed a lei, perchè l'umanità non può andare oltre gli individui. Poi gli uni e l'altra spariranno: e allora? Che cosa sarà la gloria per coloro, che l'avranno preferita all'amore? che cosa sarà l'amore, quando la vita sarà morta? Ricomincerà altrove, rispondono; ma il problema dei morti sarà risolto solamente perchè dimenticato?

Siete desta, signora?

Queste domande, le più importanti appunto perchè le più inutili, non vi hanno ancora prodotto sul cervello l'intorbidimento del sonno?

Io non miravo che a questo per sognare con voi.

Risogniamo insieme l'anima di Gesù la prima volta che uscì dalla povera casa di Nazaret per diventare un nuovo Dio. Egli è solo, scarno, povero: nè la sua famiglia, nè il suo borgo lo sospettano; intorno a lui nessuna leggenda è ancora incominciata, non ha studiato ad alcuna scuola, non si è ancora confidato nè ad un amico nè ad una donna.

Certo ha pensato e sofferto. Molte delle domande, che vi rivolgevo or ora, hanno lungamente battuto come pietre sul suo cuore; ma il suo spirito giudeo, chiuso nella goccia mosaica, non ha dubitato un istante. L'infinito non esiste davvero per lui nè dentro la natura nè in Dio; questo è l'onnipossente, quella la materia sulla quale verifica la propria volontà. Per Gesù il mare segna ancora i confini della terra, gli astri sono lampade accese sovra di essa nella notte; il mondo creato per l'uomo come un paradiso, benchè diventato una landa di lavoro e di espiazione, non mutò, e l'uomo vi opera sempre sotto Dio o contro Dio. Gesù non potè pensare che la terra fosse un astro fra gli astri, e che in tutti si ripetesse il medesimo problema del bene e del male, la stessa lotta fra il pensiero realizzato nella natura e il pensiero astratto dello spirito. L'idea mosaica si sarebbe allora rotta in lui come una nicchia col proprio Dio: egli invece credeva.

Intelletto ebreo, egli non si preoccupava della natura più che del teatro gli antichi tragedi: il corpo era una maschera, la natura uno scenario senza importanza nel dramma. Il problema della vita per lui era la giustizia di Dio coll'uomo e dell'uomo con se stesso: la sua passione erompeva da quell'amore che la vita non può soddisfare, e che oltrepassa la morte. Forse aveva già provato in se stesso la doglia mondiale, gridando nella solitudine del proprio cuore al disopra di tutte le invocazioni: forse anche aveva anticipatamente spremuto l'amaritudine di tutti i beni, pesando sull'infallibili bilance del proprio disinteresse le ingiustizie dei grandi e dei piccoli, degli oppressori e degli oppressi. Ah, era sempre il peccato, che rendeva così tragica la vita! Quel piccolo popolo ignaro, povero, cocciuto, con un tempio solo, un solo Dio, una sola legge, diviso, nemico a tutto il mondo, era bene il popolo messianico, il prediletto divino, malgrado la ingratitudine delle sue frequenti ricadute e le indomabili rivolte della sua impazienza!

Una lunga fila di profeti aveva al disopra di esso ripetute le promesse della redenzione e del trionfo: qualcuno di loro era stato rapito vivente da un carro di fuoco sino al trono di Dio, e non era più ridisceso.

Egli sognava su quella terra arida, fra quei monti calvi, lungi dal mare che fa pensare all'infinito, in una profonda ignoranza del mondo, che colla varietà delle proprie genti confonde le loro idee, e dalla promiscuità dei sistemi solleva la nebbia del dubbio ad intorbidare le intuizioni dei solitari. Qualcuno lo avrà certamente interrogato, e le sue risposte uscenti dal sogno ne comunicavano le vibrazioni misteriose: nessuno l'amava, egli non prediligeva alcuno. Nella sua mente piena nel pensiero di Dio, nel suo cuore gonfio di tutto l'amore umano, non vi era posto nè per altro pensiero nè per altro amore. Ma siccome l'umanità errava sotto la maledizione di Dio, e Dio pentito dell'opera propria era rimasto solo, la redenzione promessa si doveva compiere nella riconciliazione dell'uomo con Dio, che la volontà aveva divisi e il pensiero riunirebbe nuovamente al disopra del dolore.

Questo sogno antico era così necessario che oggi ancora prosegue.

Gesù non sognò altro.

Tutto era già sparito ai suoi occhi, persino il tempio e la sua legge; tutto era già in lui perdonato, le vecchie colpe di Adamo e le sentenze di Iehova: quindi, figlio dello spirito, egli non può avere che la madre, e deve essere mondo dal peccato originale. La sua generazione spirituale lo innalza sopra l'antagonismo dei sessi, il suo amore è senza voluttà appunto perchè egli ha vinto il dolore, mutandolo in una prova per un gaudio immortale. La sua predicazione continua quella dei profeti, ma la chiude: il suo avvento concorda colle profezie, ma le oltrepassa: egli è il figlio dell'Uomo e il figlio di Dio, che promette la vita a chi crederà in lui, solamente a lui. Ma la sua parola, simile a quella dei semplici, non viene compresa nemmeno da loro, e si ripete colla monotonia di un soliloquio dentro il quale tratto tratto si ode un arcano prolungarsi di echi: il suo occhio è così calmo che nessuno può sopportarne lo sguardo; la sua bocca pura non ha ancora sorriso.

Egli è il sognatore della salvazione.

Non tentiamo destarlo: d'altronde chi lo potrebbe?

Perchè rinfacciargli che altri prima di lui si proclamarono figli di Dio per risolvere il medesimo problema, e che altrove il pensiero era già salito al disopra di Iehova, trovando leggi più umane di quelle di Mosè? Perchè dirgli che la sua redenzione sarebbe parziale come tutte le altre, lasciando fuori di se stessa i morti e tutti coloro che morrebbero senza averla conosciuta? che dopo di essa l'incredulità diventerebbe anche più dolorosa davanti alla superiorità di altre umane evidenze su questa nuova fede, mentre la giustizia subirebbe un'altra più intollerabile smentita dalla condanna eterna dei reprobi colpevoli soltanto nel tempo? Perchè avvertirlo che la sua maschera umana, inevitabile in ogni incarnazione, indurrebbe nella sua opera divina gl'inganni inseparabili dall'apparenza, esponendo la sua parola agli equivoci di tutti i linguaggi? Egli sogna, ma forse lo sa. Infatti i suoi precetti sono orali e le sue risposte spesso ambigue; talvolta uno spasimo d'incertezza sembra torcere la sua bocca pura nelle improvvise invocazioni al padre, che lo ha mandato. Un silenzio pesa sulla sua anima. La crudele diffidenza delle turbe reclamanti il miracolo ha messo la verità della sua buona novella a una prova mortale: egli ha potuto uscirne, ma il suo miracolo non diverso da tanti altri provò solamente la poca forza della sua parola. Certamente non si può essere Dio essendo uomo, senza che la contraddizione fra le due nature paia una menzogna.

Ebbene lasciatelo sognare, perchè solamente la menzogna consola.

Egli mente come le madri mentono sorridendo ai bambini che sanno di avere partorito al dolore, come l'amore mente alla felicità, l'arte alla bellezza, la scienza spiegando i segreti della natura, la filosofia risolvendo gli enigmi del pensiero: lasciatelo mentire per consolare il dolore che non può essere consolato, per vincere l'ingiustizia che è invincibile, per mutare questa ridda dolorosa della vita in un pellegrinaggio ad un altro paradiso. Egli non ama che gli afflitti e perdona a quelli che fanno soffrire, accetta tutte l'esigenze della carne per sottometterle a quelle dello spirito, annunzia l'alleanza dell'uomo con Dio perchè senza Dio l'uomo ripiomba nella servitù della natura. Qualunque siano il suo sogno e la sua menzogna, egli è sempre la prima vittima di se stesso. Ha rinunziato a tutto, non ha madre, fratelli, amante, figli, patria, ricchezza, gloria: la sua stessa redenzione lo rende straniero al mondo ed incomprensibile ai discepoli, che lo abbandoneranno nel processo e dubiteranno della sua resurrezione.

Ma egli non si affermerà Dio che dinanzi a Pilato, e morente sulla croce non pronunzierà che due parole: — _Consummatum est._ —

Che importa dunque se la sua passione diventerà una menzogna nei vangeli, se le leggende cresciute dalla sua morte guasteranno la sua vita, e il mosaismo e la filosofia dei gentili si uniranno nel suo nome a mutare così la sua opera che egli stesso non saprebbe più riconoscerla? Il suo sogno di Dio, l'originalità della sua parola, l'anomalìa della sua figura faranno sempre di lui il figliuolo dell'Uomo. Che se invece egli non visse mai, e il suo fantasma è una risposta del sogno alla realtà; tanto peggio per noi, che non sappiamo più rinnovare nella nostra anima tale simbolo, suscitare dal nostro dolore e dal nostro amore un altro mito come il suo.

Adesso la bancarotta della scienza ridà al nostro spirito divenuto sterile il diritto di risognare i vecchi sogni, di riamare le figure rimaste belle. Gli atei hanno abbastanza meritato di fantasticare sull'esistenza di Dio come i prigionieri sulla beatitudine della libertà: aprite le carceri, e nessun prigioniero diventerà felice rientrando nella vita, dalla quale era stato respinto; presentate una nuova divinità al mondo, e tutti gli atei si precipiteranno a guardarla, tornando indietro desolati di averla riconosciuta.

— Morire, dormire, forse sognare! — la divisa di Amleto — più antica dell'altra:

— _Dieu et mon droit, honny soit qui mal y pense._ —

Povero Gesù! Se la sua passione non si compì come nel tardo racconto dei discepoli, quella caduta sopra il suo sogno non poteva essere più crudele. La sublime menzogna della sua coscienza per ricondurre Dio nel mondo divenne nella religione del suo nome matrice di nuovi dolori. Una nostalgia del cielo si apprese alle anime: quelle assorte nel sogno, e che non ne caddero più, furono salve, mentre la moltitudine delle altre invece ne risentirono più tragicamente la contraddizione colla realtà, e con più disperata violenza si spezzarono nel mistero, maledicendo al rivelatore. Ma forse egli stesso nell'orto di Getsemani, quando lungi da tutti i discepoli pianse perchè l'orribile calice gli venisse risparmiato, in quello sforzo supremo di confondersi con Dio, credette d'intendere le bestemmie di coloro, che la sua redenzione non avrebbe salvato, e allora un sudore di sangue gli uscì dalla carne indarno vinta.

Questo fu probabilmente il dubbio che lo prostrò, giacchè nessun'altra visione di torture avrebbe potuto strappargli dalle labbra tali grida.

E se più tardi, dall'alto della croce guardando sul mondo, non potè più credere a se stesso, ben gli fu amico quel centurione romano, che vinto dalla pietà gli trapassò il cuore con la lancia e interruppe così il più grande dei dolori sulla terra.

Leggeste mai, signora, un romanzo italiano dal titolo bizzarro _Memorie di Giuda Iscariota_, uscito in Francia fra i molti libri provocati dai primi mirabili scandali di Renan intorno a Cristo e al cristianesimo? L'autore era uno spirito ignorante ma non senza originalità, scrittore scorretto, artista mediocre: nondimeno il suo libro, concepito nell'arditezza di una vera incredulità pagana, fra scene volgarmente romantiche e anacronismi di storia, finiva al più tragico epilogo, che io mi conosca nella letteratura moderna. Sciaguratamente anche per questo epilogo non bastò l'idea a farne un capolavoro.

Eccolo.

Cristo non è morto sulla croce. Giuda, capo del partito patriottico contro i romani, amante della moglie di Pilato, una figlia di Tiberio, e amico di Gesù, ha potuto salvarlo subornando parte della scorta designata a vigilare la sua crocefissione sul Golgota. Quindi non gli spezzarono le gambe come a tutti i condannati, e si mescolò un narcotico a quella bevanda di fiele e di assenzio, che la pietà dei carnefici soleva porgere a tutti i giustiziati con una spugna piantata sopra una canna: poi, essendo sabato l'indomani, perchè gli occhi della città non fossero rattristati dalla vista dei cadaveri, poche ore dopo, nelle prime ombre del crepuscolo, Cristo così addormentato fu deposto dalla croce e chiuso in una di quelle grotte del monte, che servivano da tombe. Nella notte Giuda tornò, risospinse il sasso, che otturava la porta, destò Cristo e lo nascose poco lungi in una sua casa sicura; ma la notizia della tomba vuota, diffondendosi tosto per Gerusalemme, ricordò a qualche discepolo le parole di Cristo sulla sua resurrezione.

Qualche mese dopo, Giuda, vinto finalmente dall'impossibilità di ricostituire il regno antico di Gerusalemme col partito patriottico, se ne va, manda innanzi Cristo mezzo guarito a Cesarea, e vi si imbarcano assieme, quasi egualmente sconosciuti, per Roma, l'immensa metropoli.

Sono passati degli anni.

Un giorno Pilato, reduce dalla Spagna, incontrando Giuda per una via di Roma, fra un discorso e l'altro, ad un ricordo di Gerusalemme gli chiede notizie di Cristo, il giovane Rabbi, che egli stesso, malgrado la moglie e il Sinedrio, aveva aiutato Giuda a salvare.

Triste notizie! Cristo sempre in casa di Giuda, guarito dalla crocefissione, è diventato tisico, non parla, non esce più dalla propria camera, fisso in un pensiero, che gli ha fatto diventare gli occhi troppo grandi e la carne di un giallore cereo.

Il Redentore risorto non crede più a se stesso.

Sentite voi, signora, la tragedia di questo risveglio, che lo ha lasciato solo dinanzi al vuoto della più grande idea e della più grande passione cresciuta in anima umana? A Roma egli ha scoperto finalmente il mondo dentro quell'immenso impero, pieno di tutte le leggi e di tutte le religioni, il quale ignora ancora il suo nome. Infatti la sua condanna vi passò inosservata: egli è ben morto per tutti, anche per pochi discepoli rimasti nella Galilea a predicarlo sommessamente un Dio: ma egli non lo sa, non può saperlo e sopratutto non potrebbe credere loro. Incontrandoli, dovrebbe nascondersi, come colui che ha truffato, per paura di essere riconosciuto: nessuno può vincere l'impero, nessuno essere consolato nel mondo, nemmeno colui che si era creduto il suo redentore. Rammentatevi le più illustri catastrofi: Saulle a Gelboè, Cesare sotto il pugnale di Bruto, Carlo V nel convento di San Giusto, Napoleone a Sant'Elena, Colombo cui si vieta di scoprire un mondo, Galileo al quale s'impone di negare la rivelazione dei cieli: salite nel mito di Prometeo, discendete la tragedia di Edipo sino all'abisso di Colono, cercate ovunque il dolore si è mostrato, ovunque si è nascosto, rammentatevi Maria sotto la croce, lui medesimo crocifisso, e non ne troverete un'altra come questa.

Egli è l'uomo che sopravvive al Dio.

Cereo, già coll'ombra della lunga solitudine dentro le carni, e gli occhi troppo grandi aperti sull'infinito, muore tisico, silenziosamente.

Solo questo dolore avrebbe potuto riscattare l'anima umana, che dopo duemila anni sogna ancora dentro il sogno di Gesù, gridando sempre, come lui nel momento della morte:

— Dio, Dio! perchè mi hai abbandonato? —

Ma perchè tutti ci abbandonano anche prima? Voi stessa, che non potete rispondermi, siete anche voi una di quelle figure inconoscibili, che appaiono agli abbandonati dentro l'ombra lunga di un sogno; essi guatano, cominciano a parlare sommessamente, e la figura oscilla, non è più.

IL DUCA DI REICHSTADT

Nemmeno Victor Hugo seppe cantarlo, giacchè, ravvolgendolo con lirica furia dentro le immense pieghe del dramma napoleonico, ve lo perdette come il vento finisce col perdere attraverso la foresta i fiori che vi aveva strappato. In quell'ode più concitata che la più incalzante fra le _Olimpie_ di Pindaro, Napoleone solo appariva, mentre il duca di Reichstadt non era più che l'ombra pallida del suo ultimo sogno, costretta a seguirlo nella fantasia del mondo lungamente stupefatta dalla ruina imperiale.

Ma Napoleone aveva creduto veramente all'impero di quel fanciullo? Sentì mai per lui la tenerezza di Ettore per Astianatte in quel meraviglioso libro sesto dell'_Iliade_, quando nel lucido improvviso presentimento della morte al Priamite pareva già di vedere Andromaca ritta presso una fonte greca a riempirvi un vaso con disperata umiltà di schiava? Allora traendosi il grande elmo dalla fronte per non spaventare il bambino, egli si chinava a baciarlo per l'ultima volta; la madre piangeva, ma l'eroe, sollevando sulla forte palma il figliuolo, lo sacrava con nuova speranza a Giove datore di vittoria, quindi chiuso nell'arma scendeva procelloso verso il campo dei greci. L'ignoto rapsodo di quel canto omerico fu certamente uno dei più profondi e drammatici poeti di tutte le letterature, degno di uguagliarsi a Tolstoi, che nel campo di Borodino ci dipinge Napoleone studiante una posa di padre davanti al ritratto del piccolo re di Roma mandatogli dalla lontana Parigi. Meglio di Victor Hugo Tolstoi comprese l'uomo in Napoleone, non d'altri mai preoccupato che di se stesso, dentro un sogno di gloria, pel quale dileguava egualmente ogni realtà della vita e della storia, come nel luminoso sonnambulismo del filosofo le ombre delle cose si accendono in fantasmi ideali.

Certo egli non fu mai nè amante nè sposo nè padre. Le tarde rivelazioni degli ultimi fra i suoi biografi non bastano a mutargli l'impassibile maschera di egoista, nato solamente a comandare e a distruggere. Dopo i lugubri eroi della rivoluzione Napoleone doveva vivere più lungamente di loro nella loro stessa insensibilità della morte, tracciando l'orbita dei nuovi regni come le trincee dei suoi accampamenti, senza altro motivo che di guerra, in un molteplice assurdo disegno d'impero. La sua non è la città mobile di Attila rotolante sul vecchio mondo romano, ma l'orda medesima della rivoluzione, stretta intorno all'ultimo fantasma imperiale contro tutti i re. Per venti anni gli eserciti si rinnovano senza tregua intorno a quel fantasma in una guerra senza nome, fra battaglie che lo perdono nella memoria sopraffatta della moltitudine; ma se per rinnovare la Francia monarchica la rivoluzione aveva massacrato quasi un milione di uomini, per mutare l'Europa dovranno morirne altri tre, e sparire le generazioni rivoluzionarie ed imperiali prima che appariscano i segni della nuova storia.

Napoleone è la rivoluzione chiusa nell'impero, l'impero chiuso nell'accampamento, che cangia confini col cangiare di vittoria: l'opera di Cesare e di Carlo Magno diventa sogno in lui, perchè solo dentro di esso qualcuno avrebbe potuto disciplinare la rivoluzione portandola da Roma a Berlino, da Lisbona a Mosca. Quindi una prodigiosa coreografia abbacina tutti gli sguardi, vincitori e vinti ignorano egualmente il proprio motivo e credono anch'essi di aver sognato, mentre l'imperatore si desta a Sant'Elena, e il popolo, sentendo di essere nato ad una nuova epoca, si leva ad interrogarne il pensiero fra le rovine.