Ombre di occaso

Part 6

Chapter 63,658 wordsPublic domain

La serratura rugginosa stride lamentevolmente sotto lo sforzo della chiave, e un tanfo erompe dalla porta. Corone secche, sfogliate pendono dalle pareti, nastri neri ed ammuffiti spenzolano da altre ghirlande intorno ad una statuina dell'eroe reso idiota dallo scultore e dalla iscrizione incisa a grandi lettere sul plinto per ricordare la magnificenza di chi pagò quel minuscolo monumento. Appoggiato al petto dell'eroe un cartoncino rivela subito i nomi illustri dei commissari vigilanti il capanno: in un'altra cornice, scritti colla penna e sbiaditi dalla umidità, si possono leggere ancora quelli dei generosi che li hanno nominati; e di fronte sopra il camino, dentro un quadro più largo, un canto di Garibaldi copiato da un maestro di calligrafia, il solo abbastanza altero per serbarsi incognito, sembra voler ricordare un difetto del grande uomo, che, degno di essere cantato da Omero, volle talvolta scrivere versi.

Il battelliere lungo e scarno ci racconta, con quell'accento così triste del dialetto romagnolo nelle ultime valli, che tutti gli anni la Società del capanno viene a farvi una merenda e una commemorazione: si mangia, si beve, qualcuno recita il discorso, un altro tira agli uccelli col fucile, poi si ritorna nei battelli, e qualche soldo della gozzoviglia resta anche a lui.

Meno male.

Ma egli non sa nulla della leggenda cresciuta come una cuscuta della Pineta intorno a Garibaldi errante nel bosco colla moglie gravida e morente, assistito, salvato veramente da alcuni, che poi crebbero di numero, inventarono, mentirono, si vilipesero accusandosi reciprocamente di pretendere soli all'onore di non averlo vilmente abbandonato.

Dentro quel capanno deserto e muffoso egli sopportò l'ora più terribile della vita. Forse la sua anima, non mai spaurita da naufragi e da battaglie, tremò nella sicurezza di quel nascondiglio, piangendo la prima volta dinanzi a se stessa.

Anche Anita era morta. Tutto era stato inutile in quella guerra, entusiasmi di moltitudini, promesse di re, benedizioni del papa, poi le rivolte contro i tradimenti, le evocazioni delle antiche repubbliche, le ire dei vecchi comuni risorgenti dalle catastrofi, le difese supreme nell'ebbrezza della morte contro la crociata europea discesa dalle alpi e sui litorali a riconquistare contro la nuova Italia il Sepolcro dei Santi Apostoli. Il popolo non voleva battersi, non sapeva morire. Le campane di Roma richiamavano già il pontefice, rispondendo con lunghi rintocchi allo scoppio dei cannoni sotto le mura di Venezia, mentre per le città e per le campagne echeggiavano le ultime fucilate, e per tutte le strade altri esuli come lui erravano nella stanchezza dell'agonia. Finalmente era solo, senza Anita, senza l'Italia, senza bandiera, senza spada: la sua gloria stessa finiva di disonorare la sua patria, che lo avrebbe lasciato moschettare dagli austriaci come un brigante. Uscendo da Roma per subirne la capitolazione, egli aveva sognato di riapparire con quella piccola truppa alle porte di tutte le città come l'invincibile messo di un'altra rivoluzione; e invece non era più nemmeno un soldato. Adesso sulla sua anima l'ombra di quel sogno cadeva come l'ombra del tramonto sulla squallida palude a risvegliarvi le febbri e le paure della notte.

Gli ultimi sguardi di Anita gli erano rimasti negli occhi come spilli roventi.

Essa lo aveva guardato silenziosamente, disperata di lasciarlo così sotto i fucili della prima pattuglia tedesca, amandolo ancora come il primo giorno, quando le apparve nell'abbarbaglio di una visione, che dieci anni di battaglie avevano riempito di fantasmi fra le vampe e le sonorità di una gloria simile all'incendio di una foresta. Già nel proprio cuore geloso aveva sentito che l'Italia non lo amava. Quindi il suo orgoglio si era alzato sdegnosamente sulla viltà del popolo, per lei doppiamente straniero, nel quale le donne la guatavano con ritrosa meraviglia senza intendere la sua passione di creola fuggita per lui dal marito, e sempre con lui nella guerra, dimenticando di essere madre e di essere incinta.

Anche quella Pineta indarno cantata da Dante e da Byron doveva essere sembrata ben meschina ai suoi occhi memori delle immense foreste americane, impenetrabili al sole come l'oceano. Ed era morta come una zingara estenuata dalla miseria e dal viaggio, cercando gli occhi del suo uomo, con un bambino forse già morto nel ventre dolorosamente teso.

La tragedia diventando sublime era rimasta naturalmente inintelligibile a quella gente troppo sopraffatta dall'egoismo nel pericolo, ma Garibaldi ed Anita avevano anch'essi vacillato nella fede? L'infinita amarezza della disillusione era rifluita al loro cuore in quella improvvisa degradazione dell'eroe, che non sente più la fatalità della propria missione e si sveglia dinanzi alla morte come un uomo ordinario, mentre la storia prosegue dimenticando l'opera della illusione e dell'illuso? Davanti al cadavere di Anita quale altra morte vide egli?

Si ricordò nemmeno dei figli lasciati a Nizza colla vecchia madre?

Come Gesù nell'orto di Getsemani, forse gridò, pianse, poi si levò solo.

L'Italia aveva finalmente il proprio cavaliere fatato, ma intorno a lui nessuna donna sarebbe più la sua donna, e i suoi figli non sarebbero i figli della sua anima; tutte le sue vittorie apparterrebbero ad altri, un re lo fucilerebbe dopo aver accettato da lui un trono, una repubblica gli rinfaccerebbe il vecchio mantello, ricevendo dalle sue mani nell'ora della più tremenda fra tutte le disfatte la sola bandiera presa al nemico: non avrebbe patria, perchè quella da lui liberata venderebbe la sua città allo straniero, e morrebbe sopra uno scoglio vigilato da una ingratitudine più profonda del mare, preparandosi indarno colle vecchie mani il rogo per sottrarre il proprio cadavere alla ipocrisia di una postuma venerazione.

— Tu pensi a Garibaldi — disse il mio giovane amico, stringendomi la mano, mentre il battello scorreva silenzioso fra le cannucce del canale.

— Eh! deve averla passata bella — si volse il batteliere — quando da questa finestra vide una pattuglia di tedeschi portare via Luraghi; — e col remo accennò la strada bianca, che orlava la Pineta.

— Credi che Garibaldi avesse paura? — l'altro rispose.

— Chi lo sa? si muore una volta sola, però quella non sarebbe stata una morte da pari suo. —

Guardavo di fianco il suo viso scarno dal lungo naso e la bocca pallida, aperta nello sforzo della respirazione: la sua fisonomia era sparuta.

— Che cosa farebbe oggi Garibaldi se avesse la tua o la mia età? — chiese improvvisamente Enrico.

— Nessuno può dirtelo. Il popolo, che non si batte oggi più che non si battesse ieri, se lo immagina generale dei socialisti alla testa di una seconda rivoluzione per ottenere così da un nuovo prodigio delle sue vittorie la giustizia, per la quale non vuole sagrificarsi: ma che cosa farebbe egli davvero coll'infallibile istinto degli eroi? Tu sollevi ingenuamente il maggior problema della nostra vita politica: sapere che cosa farebbe Garibaldi equivale a sapere che cosa dovremmo fare noi. Forse non farebbe nulla, se nessuna cosa grande è ancora possibile: sarebbe uno sconosciuto divorato dalla febbre della propria inesplicabile grandezza, uno squilibrato per il buon senso dei più, uno stravagante ridicolo per il popolo, che indovina l'idea solamente attraverso i fatti. Credi tu che altre anime come la sua non sognino adesso come egli sognerebbe, sentendosi capaci di rinnovare le sue imprese? Eppure non si può credere loro!

— Bisognerebbe credere a troppi.

— Così non si crede ad alcuno: il poema resta inedito e il poeta attraversa la vita mascherato chi sa come. I santi, poeti anch'essi, erano meno infelici; invece di una maschera sul pensiero, si mettevano un cilicio alle reni. —

Passavamo per un largo canale fra pini piccoli e radi sopra sponde verdi e ondulate: si poteva credere di essere nel parco di una villa. Non un uccello cantava, non un rumore nel bosco: era dunque questa la Pineta così celebre, la selva vantata in tutti i discorsi di Romagna? Forse non passavamo che sul suo orlo, però ne rimanemmo melanconici. Il cielo era sempre così nebbioso, l'aria greve, l'acqua torbida ed inerte, e all'orizzonte quella stessa linea grigia come saliente dalle praterie vallive si perdeva nel vuoto.

Uscimmo sopra un immenso campo arato, nel quale un gruppo di donne zappava cantando: il canale si restringeva, poi apparve la strada di Sant'Alberto. Sciaguratamente era ghiaiata così da parere un acciottolato: non importa, in sella e al trotto, correndo sui margini a rischio di precipitarne. Adesso il paesaggio si allargava su campi e prati deserti: torme di allodole vagavano, qualche cornacchia passava in alto remigando verso la Pineta. Ma dopo venti minuti la ghiaia cessò. Un'altra strada di un bianco latteo, orlata di pioppi, si allungava dritta lontanamente; abbassammo entrambi la testa sul manubrio ed entrammo in Sant'Alberto come dentro un tubo, cercando fra le sue commessure l'insegna di una bettola.

C'era.

Quando ripartimmo, un sole giallo stendeva una scialba doratura su tutto, e non sparve che dietro i campanili di Comacchio scura sulla argentea vastità della laguna.

Le prime vie della città sono deserte, ma vi si passa come fra un martellàre di nacchere, perchè uomini e donne vi girano su piccoli zoccoli di legno, dentro i quali sono appena al coperto le punte dei piedi: le donne sgonnellano con un grazia di ballo, gli uomini invece appaiono mal fermi e ridicoli, quasi nella imitazione di quella civetteria. Tutti si fermano a guardarci: ecco la piazza non più vasta di un cortile, la torre dell'orologio poco più alta delle case, cinta alla base da una frangia di uccelli vallivi, spennati, che aspettano ancora il compratore: il canale è così stretto che un ragazzo potrebbe saltarlo e così poco profondo che un suicida dovrebbe stentare troppo ad affogarvi. Un puzzo grasso e greve, di anguille arrostite pesa nell'aria già scura come un fumo; la strada sudicia, le case sembrano lebbrose, una umidità trasuda dai ciottoli, mentre l'ombra della sera si addensa ad ogni minuto sul brusio della gente.

Improvvisamente è buio.

Ma quel fetore di anguille c'insegue dappertutto, lo si sente sulla bocca, sui vestiti, è un alito che esce da tutte le finestre ancora aperte, dalle porte tenebrose, sale nel fumo dei camini, ridiscende colla nebbia. L'acqua nel canale si è fatta nera: non pare più acqua, è immota, silenziosa. La strada non ha nemmeno il parapetto, passa poca gente.

— Ho fame — proruppe Enrico.

— Consòlati, siamo nella cucina di Venezia: Comacchio non è altro.

— Ma io detesto l'anguilla.

— Ebbene, le donne di Comacchio sono belle: almeno lo si dice. —

Vidi i suoi occhi brillare dietro gli occhiali.

— Guarda! — esclamò.

Un'ombra veniva verso di noi battendo gli zoccoli e ondulando lievemente: i capelli biondi le facevano una chiarezza sul capo. Ci passò fra mezzo, colle braccia sotto lo scialle stretto sui fianchi, e la testina in alto come annusando.

Quando mi fermai sull'uscio dell'albergo, non avevo più Enrico vicino.

Ma quel puzzo era anche lì dentro.

Alle nove della notte la piccola città è vuota; le tenebre vi sono così nere che le vie paiono androni, e i fanali troppo radi sempre sul punto di spegnersi.

Una tristezza mi veniva da tutti quei viottoli, che si profondavano nell'ombra e nel silenzio egualmente immemori, perchè io non sapevo e non so nulla di questa piccola capitale lacustre, per tanti secoli vissuta di polenta e di anguille. Essa ignora la passione ardente e tumultuosa delle messi, sulle quali gli insetti ronzano e gli uccelli cantano. L'acqua della sua laguna sembra uno di quegli immensi specchi a lastre macchiate dagli anni e penetrate dalla nebbia; i suoi battelli sono ancora più miseri che piccini, e alzano un cencio per vela.

Tutti i giorni, tutte le notti, specialmente le notti, perchè solo rubando nei bacini del municipio si può vivere, la povera gente erra sulla laguna tacitamente, tentandone il fondo con una fiocina per ritrarne fitte nelle punte del suo ventaglio le anguille dal lungo ventre d'argento. La sua vita, la sua anima è in questa pesca: i suoi sogni in un soldo di acquavite o di tabacco. Una madonna dal capo estremo della città veglia sulla laguna e la feconda: hanno costruito dinanzi alla sua chiesa un portico lungo mezzo miglio senza nè una imagine nè una parola. Ma la madonna avrà voluto così: ella regna sola. Il vento più furioso non basta a sollevare una tempesta su questa laguna, dalla quale un ragazzo può emergere superbamente col petto nudo: talvolta il ghiaccio la rapprende, e allora la sua vitrea pianura, nei giorni belli incendiata dal sole, aspetta indarno qualcuno, che vi scorra volando sui pattini dentro l'incanto di un nordico sogno.

Pattinate voi, signora? Provaste mai l'ebbrezza di quell'impeto muto, fra un candore di cristallo, che ci fa sentire così stranamente di essere bruni e leggieri, mentre l'aria sembra piena d'invisibili labbra che ci mordono, e il cielo diventa più lucido sopra il puro immenso riverbero?

Scivolare senza cadere, ecco forse il grande segreto di tutti i trionfi.

Ma anche allora bisognerebbe non ricordarsi troppo che sotto al magnifico specchio gelato, così terso che le nostre imagini vi si ripetono e ci precedono, l'erba è imputridita e le anguille si divincolano vischiosamente negli spasimi dell'agonia.

Odo un gallo cantare, certamente da una stia: forse è il primo prigioniero desto nella città.

È tardi.

Cercate di sognare, signora; io mi contenterei di dormire.

LA BANCAROTTA DELLA SCIENZA

_Dieu et mon droit, honny soit qui mal y pense._

Questo motto della vecchia arme inglese, composto della più grande fra le affermazioni e di un complimento galante, che la erudizione solamente può rendere intelligibile, è divenuto nella tragica incredulità moderna la divisa di molte anime. Dio e il mio diritto, o meglio Dio è il mio diritto, _honny soit qui mal y pense_. La frase ironicamente pudica di Edoardo III, raccogliendo sul tappeto il legaccio di una contessa per riaffibbiarlo alla bella gamba, si muta così in una minaccia di altero disprezzo a coloro, che nel nome falso della critica contendono il diritto di credere ai fantasmi salienti dalle sue rovine.

Qualcuno ha proclamato ieri la bancarotta della scienza, richiamando le anime intorno alla dolorosa figura del Nazareno diventato un Dio morendo sulla croce fra due ladri. Il libro parve un grido di naufrago, che le onde tardano a sommergere, mentre credenti ed increduli gli rispondevano col medesimo sorriso, e coloro che dubitano perchè sanno, e sanno così di non sapere, si rivolgevano silenziosi.

Perchè queste anime indugiano sempre la risposta.

Lungamente provate dalla passione della fede, esse ne sentono l'ineffabile melanconia come quegli innamorati che non possono più credere all'amore; per gli altri invece, che il dogma rivestì di una corazza imperforabile, la certezza delle soluzioni essenziali si venne cangiando nella inconsapevole comodità di una abitudine. Credono senza conoscere, giacchè non si avanzarono mai per l'ombra, che si distende tumultuosa da ogni punto raggiante della fede; o non discesero alle profondità, dalle quali salgono voci stridenti intorno ai suoi inni, coprendoli come in certe notti le nuvole fanno alla luna.

E voi, signora, credete?

Amate voi ancora? Se la fede nella donna è la certezza dell'amore meglio che quella della speranza, secondo la vecchia definizione di Dante, negli uomini invece sale ad una necessità di giustizia. Solamente per la dolcezza dell'amare voi credete forse ad un'altra vita, che diventa così la bellezza di questa nei suoi momenti migliori, mentre noi vorremmo piuttosto credere per risolvere il problema inintelligibile del male. Il vostro pensiero si adagia come quello dei fanciulli nelle favole della creazione, il nostro invece si dibatte angosciosamente nella critica di tutte le ipotesi sulle origini e sulla fine. Nella nostra storia i secoli della fede succedono a quelli della incredulità, la passione struggitrice dell'analisi alla passione poetica, che inventa invece di spiegare, ed erge sulle invarcabili barriere come sopra un altare qualche radiosa figura, cui si prosterna adorando. Ma, negando o credendo, in ogni tempo e in ogni modo, non possiamo mai quietarci nella fede o nella negazione, mentre la fede si ribella in noi alla ragione colla forza indomabile di un istinto, e la ragione si rivolta contro la fede colla logica medesima, della quale questa ha bisogno per affermarsi.

Una critica di cinquemila anni non è ancora riuscita ad impedire l'erezione di un tempio, la credulità alimentata da tutte le religioni non bastò ad assicurare una qualsiasi credenza. Le divinità appaiono nel mondo come gli amanti nel cuore della donna; ma Dio e l'amore restano? Sono una verità che l'incertezza medesima delle sue manifestazioni conferma, o fantasmi che il pensiero suscita dalla natura, e la natura ignorerà sempre?

Affermando la bancarotta della scienza in un libro breve e concitato come un proclama, l'altero critico francese espresse certamente il tormento di molte anime vaganti nelle tenebre del dubbio, così diacce che gli occhi ed il cuore ne piangono ugualmente. Quindi rapido e violento egli ricalcò tutti i sentieri della investigazione moderna per arrestarsi sempre nel fondo al medesimo muro, non avendo constatato in ogni legge più certa che la costanza di alcuni fenomeni, mentre il loro perchè rimaneva pur sempre un mistero. L'occhio della scienza, miope e presbite nel medesimo tempo, non poteva andare al di là del microscopio e del telescopio: tutta la verità rimaneva dunque chiusa per essa in questa parentesi, della quale il pensiero indarno allargava ogni giorno le pareti senza uscire egli stesso dal proprio enigma. Come potrebbe infatti definire se medesimo, se per analizzarsi davvero deve diventare, colui che analizza, l'istrumento e l'oggetto dell'analisi? La scienza prigioniera dell'ignoto finiva così a non conoscere più nulla, giacchè la sua spiegazione frammentaria, per alzarsi a certezza, avrebbe avuto appunto bisogno della riprova nell'inconoscibile: essa era come una capanna in un deserto, un avanzo di nave sul mare, che nessun vento porterebbe mai ad una riva. Le sue vanterie contro il mistero avevano concluso alla più dolorosa disfatta: soluzioni e scoperte non facevano che raddoppiare i problemi e prolungare la discendenza delle ipotesi, anzi la stessa natura pareva compiacersi femminilmente a smentire ogni teorica con sempre nuove rivelazioni, mentre la coscienza avvallava nello sgomento, aspettando indarno la risposta alle proprie interrotte domande; Che cosa è la vita? Perchè il pensiero? Perchè l'amore, il male, la morte? Come agire colle altre coscienze? Come giudicare noi stessi?

La scienza non sapeva rispondere.

Per lei non vi erano spiriti: la morale esprimeva anch'essa la lotta per la vita, nella quale il bene ed il male sorgevano come una illusione dell'egoismo: il pensiero non era nel mondo ma nell'uomo come un'eco moltiplicata delle sue sensazioni, e moriva nell'uomo, che nondimeno pretendeva di capire il mondo, quasi il pensiero potesse capire qualche cosa fuori del pensiero.

A che rifarvi, signora, tutte le critiche del libro e la sua critica?

Il dibattito fra scienza e religione, fra il pensiero che afferma e il pensiero che nega, è troppo antico perchè possa mai comporsi; nacque con noi, e la morte dell'ultimo uomo non lo chiuderà. Ognuno vi ascende per una, scala, donde sa di precipitare prima che il suo occhio mortale abbia riconosciuto le prode dei fuggenti orizzonti; eppure coloro che affermano e coloro che negano, gettano tratto tratto il medesimo grido di scoperta.

Questi come i marinai di Colombo, ad ogni volo di uccello, gridano: — Terra! —

Quelli coll'occhio intento nel cielo, ad ogni lampo che lo squarcia, mormorano: — Dio! —

Ma tutti gli altri esausti dal dubbio, sentendo ad ogni grido farsi più profondo il silenzio fra cielo e terra, soccombono alla sconsolata inutilità di qualunque affermazione, mentre gli echi della terra non potrebbero mai essere una risposta, e il vuoto diafano del cielo non consente speranza di altri echi.

Solamente per costoro, senza accorgersene, l'altero critico francese ha proclamato la bancarotta della scienza.

Il suo libro è involontariamente una riscossa della libertà contro i nuovi dogmi positivi, più grevi degli antichi dogmi religiosi: i suoi argomenti non provano la verità di alcuna fede, ma il diritto di averne una, dacchè la scienza anch'essa è senza certezza, e l'edifizio alzato dalla sua logica sulle più costanti apparenze non può diventare un ricovero per l'anima umana. Egli vorrebbe indarno dal fallimento di tutta la scienza moderna trarre una nuova ideale ricchezza per il cristianesimo, dimenticando l'impossibilità di giustificare tale preferenza contro le accuse del cuore, che vorrebbe una sola religione, e le critiche della mente contro tutte le altre.

La scienza, così ridicola nella pretesa di rispondere ai quesiti della religione, diventa invincibile assalendo le sue risposte: al pari dell'amore, la fede deriva dal mistero, e nel tentativo di spiegarlo deve subire la confutazione di tutte le proprie prove: ecco perchè il cristianesimo dichiarò con profonda sapienza che la fede è una grazia come l'amore. Quella si compiace nell'assurdo, questo nel difetto: la fede si raffina nella contraddizione, l'amore cresce dai disinganni: la bellezza perfetta, la certezza assoluta, stancano ugualmente fede ed amore.

— Mi cercheresti tu se non mi avessi già trovato? — mormora Dio all'orecchio di Pascal.

— Mi amerebbe egli se fossi davvero quale gli sembro? — si chiede ogni donna davanti all'uomo innamorato.

La fede cerca Dio in Dio, penetrando con più ardente passione nel suo pensiero, appunto perchè un primo raggio le aperse gli occhi ciechi: l'amore trasfigura l'immagine, che lo attrasse, e più vi si appunta e più essa resiste alla trasfigurazione. Non vi è quindi amore senza inganno. Chi giudica innamorati e credenti colla misura della propria ragione non sa certamente che per essi l'idea e la persona si mutarono in un fantasma visibile soltanto ai loro occhi, e così fulgido che il pensiero può perdervisi come una fiammella nel sole. Ma credenti ed innamorati non lo attinsero che in alto, sopra una erta scala di dolori, dopo averlo lungamente cercato di porta in porta come gli affamati, abbassando il capo sotto le percosse di tutte le ripulse, bevendo l'aceto di tutte le false ospitalità, cedendo agli abbandoni di tutti gli ipocriti consensi, estenuandosi dietro l'ultima speranza, cogli occhi arsi dalle lacrime prima che la visione vi si accendesse e dal suo mezzo sorgesse la divina figura. Saulo non incontrò Dio che sulla strada di Damasco dopo un lungo e furente pellegrinaggio; Dante non conobbe Beatrice che in paradiso, nella luce bianca della suprema rivelazione: e ad entrambi il fantasma non disparve più dagli occhi, che, posandosi sopra altri occhi, li abbacinavano. Ecco perchè la gente vide forse in loro il maggior apostolo e il più alto poeta di tutte le religioni.

Ma oggi serberebbero essi intatta la loro fede?