Ombre di occaso

Part 15

Chapter 153,641 wordsPublic domain

Bisogna essere Diocleziano o Carlo V per soffrire davvero la nausea della gloria, o avere esaurito tutta la filosofia come Kant, tutta l'arte come Michelangelo, per sentirsi così stanco della vita da non rispondere più nemmeno con un sogghigno alla eterna tentazione del suo sorriso. Leopardi non bevve come Musset e come Heine a molti cuori di donna per poterne morire avvelenato; non provò il vuoto nè della gloria, nè dell'amore, nè della libertà, nè della ricchezza; accusò la natura ed affermò l'infelicità di tutti gli uomini nella tristezza appunto di essere solamente uno spettatore fra essi. Quindi la sua bestemmia è senza fiele, la sua invidia senza satira, e vaga la sua disperazione. Egli non è stato il poeta di alcuna miseria: ingenuo ed inconsolabile, non parla e non canta che di se stesso; il suo cuore buono ma chiuso non sente gli altrui spasimi, non avverte le tragedie, che circondano e superano la sua. Che cosa gli è mai accaduto? Chi lo tradì? Se i genitori non lo amarono, non furono nemmeno di quelli che disonorano la vita dei figli. Vide distrutta l'opera propria? Dovette stendere elemosinando la mano? Gli fu interdetta la parola, falsato il pensiero, violata l'anima? La sua poesia non esprime che la passione di una minoranza tra gli infermi, quelli da una primigenia debolezza inguaribile messi fuori della lotta e della vita.

Così egli non potè diventare un grande poeta.

Thierry, ammalato quanto lui, forse più di lui, crebbe invece a grande storico; Swift, ammalato anch'egli, arrivò nell'ironia alla significazione di un dolore ben più raccapricciante che nella _Ginestra_ o nel _Bruto minore_; Burns trovò nella fame grida che fanno torcere le viscere; Pöe e Baudelaire vissero nel delirio, Verlaine mendicò ai conventi, Murger morì all'ospedale, Lenau pazzo, Riga impalato, Acuna si suicidò. Ma in Leopardi l'originale bellezza prorompe appunto dall'antitesi della sua ingenuità colla sua disperazione: è sempre il medesimo fanciullo, che sorride penosamente volendo sogghignare; il collegiale, che s'innamora da lungi e sogna la gloria sui libri, fra le vanità erudite della scuola, finchè un battito del cuore lo desta da quel sonnambulismo. Allora vede come in una chiarezza di risveglio la quiete di un piccolo paesaggio dopo la tempesta, una sera di sabato nel proprio villaggio, ascolta nel tramonto la canzone di un passero solitario, e la ripete; o cantando di notte come un pastore alla luna, improvvisamente, crede di riconoscere fra i veli di una rimembranza l'incerto profilo di Nerina, il volto altero di Aspasia, e scoppia in un inno impetuoso come una meteora all'amore e alla morte.

Ma, cessato il canto, il poeta non è più.

Quando vuole esserlo deliberatamente per gridare all'Italia o fantasticare col cardinale Mai, invece il pensiero gli si abbrevia e la strofe non vola: è un imitatore più abile che fortunato, un retore indarno sicuro del proprio strumento. La _Ginestra_, tanto vantata, non è che un riassunto in versi delle sue prose, una canzone di fattura buona ed antica, senza grandi qualità: nel _Bruto minore_ mancano Roma e Bruto, il dramma e la figura, l'invettiva si diluisce nella disquisizione, e il poeta filosofeggia in versi troppo studiati perchè la scena e la passione ne escano sinceramente. Aveva Leopardi letto il _Giulio Cesare_ di Shakespeare? Si ricordava il Bruto degli ultimi atti? Non lo so. Migliore è forse l'ultimo _Canto di Saffo_, quantunque non veramente di Saffo e nemmeno di donna, ma di lui, sempre lui, l'innamorato senza amante, che racconta se stesso maledicendo; però quell'ambiguo fantasma pare vivo all'accento. Nel _Consalvo_ invece il fantasma è evidente, perchè di un malato all'ora estrema, mentre gli atti e le parole sono di un romanticismo fortunatamente unico in Leopardi. Dopo di lui Tennyson in tale genere ha saputo fare più e meglio.

Che altro vi è ancora nella sua opera poetica? Alcune traduzioni di idillii e una satira moderna in ottava rima, piuttosto facile che originale: pare un poema politico, continuato dalla _Batracomiomachia_; ma non è nulla, non ricorda, non disegna, non colpisce. Il riso è impossibile a Leopardi, la realtà non gli si rivela chiaramente nella flagranza delle contraddizioni. Il vero poeta della satira lanciava già i primi razzi da Pisa fra le grida allegre della studentesca, senza un pensiero dell'altro, che moriva a Napoli fra la disattenzione della gente spaurita dal colera. Oggi Leopardi torna di moda, e Giusti invece attraversa un'ecclissi; ma questa moda non è più la prima ammirazione, delicata e profonda, pel grande infelice.

Una nuova teorica passò devastatrice sulla vita di tutti i più illustri, togliendo loro la verità della supremazia: adesso il grand'uomo non è che un malato, e l'ingegno una degenerazione. Lungamente, accanitamente, si scrutò dentro intorno a coloro, che meglio significarono la profonda moltiplicità dello spirito, per concludere che il genio è un difetto solamente perchè in esso durano tutti i difetti dell'umanità. Se una volta il grand'uomo pareva al disopra di questa, ora appare al disotto; prima l'apoteosi, dopo la gogna. Ma la teorica era cominciata più in basso fra i delinquenti, nei quali non si voleva vedere che un arresto o un ritorno alla primitiva barbarie, una categoria di malati ereditari ed inguaribili. Costoro si dichiaravano per certi segni; a qualunque vizio di forma corrispondeva un vizio d'intelletto; a ogni errore di linea un errore di condotta: quindi nessuna colpa in essi, poichè il libero arbitrio era una illusione e la morale soltanto un risultato meccanico degli interessi. Per conseguenza i codici della giustizia dovevano mutarsi in codici sanitari, le prigioni in ospedali, i giudici in medici di ammalati incurabili. Era una resurrezione dell'antico materialismo senza novità nell'idea, ma con metodo migliore. Soppresso lo spirito, ridotto l'uomo ad un animale e questo ad un organismo, siccome i moti vi dipendono dalla struttura e la fisonomia è appunto una forma costante di questi, bastava cercare in essa il segreto di ogni atto. La psicologia stava sulla faccia e il pensiero nel cervello.

La scienza diventava facile.

Ma il mondo del pensiero non è così.

L'uomo, essendo un animale, non è solamente animale, il pensiero ha espressioni personali ed impersonali, il volto è una fisonomia e una maschera. Vi sono nello spirito idee, che la parola non può significare; il cuore ha sentimenti, che la faccia non rivelerà mai; il delinquente non è un mostro, ma un uomo come gli altri, nel quale il delitto cominciò dal peccato, prima invisibile opposizione della nostra volontà alla legge. I delinquenti, analizzati, classificati per segni esteriori dalla nuova teoria, non erano che i condannati della vecchia legge, giudicati quindi sopra una sola azione, con prove fatalmente monche, da giudici insufficienti. Il tribunale non è l'ambiente, nel quale il delitto fu commesso; i testimoni sono sempre interessati all'accusa o alla difesa, le relazioni parziali, i giudizi frammentari, la coscienza dell'imputato un mistero. Egli può essere colpevole; ma, se lo è, l'essenza della sua colpa ha ragioni misteriose anche per lui: il delitto come ogni altra azione è un punto in una serie, un anello in una catena. Tutta la vita individuale e sociale di quell'uomo vi passò e decise; ma come conoscere, riassumere, giudicare una vita? La legge e la scienza vi sono del pari impotenti: la legge condanna l'azione ed applica una pena al delinquente senza pretendere ad una vera equazione fra questa e quella: la nuova scienza invece pretenderebbe all'equazione anche più impossibile fra delitto e delinquente, saldati nell'immutabile unità di un organismo. Ma i segni rivelatori della delinquenza nell'individuo non bastano alla determinazione del tipo: scoperti prima dell'arte, rimasero sempre dubbi come tutte le rivelazioni sull'uomo, che, condensando in se stesso l'intera umanità, somiglia ad ogni altro uomo, può tutto pensare, tutto sentire, tutto commettere.

Vi è certamente un rapporto fra il nostro spirito e il nostro corpo, la nostra volontà e il nostro organismo, ma nessuno potè mai precisarlo: sappiamo soltanto che in certi momenti l'anima subisce una ecclissi, durante la quale sembra ubbidire ad impulsi materiali, mentre in altri si libra nella sfera delle più pure astrazioni.

La recente teoria aveva il torto di essere vecchia, negando il dualismo del nostro essere, e contraddicendo al proprio vanto di non poggiare che sui fatti, mentre cominciava dal sopprimere in questo il fatto più primordiale e costante.

Ma il suo orgoglio falliva anche nell'analisi. Se tribunali e giudici istruivano fatalmente processi monchi e davano sentenze insufficienti, i nuovi scienziati non ottenevano nei gabinetti e nelle cliniche migliori risultati: le loro inchieste moderne non valevano più delle antiche istruttorie, i loro schemi patologici meglio delle categorie giuridiche, mentre le loro decisioni apparivano anche peggiori degli altri verdetti. Ma se non vi è nell'uomo una morale, un diritto, una giustizia superiore all'uomo, a che pro quest'ultima ipocrisia di sostituire le carceri cogli ospedali? Perchè, in nome di quale interesse, i sani manterrebbero a proprie spese malati inguaribili, e gli aggrediti gli aggressori?

Che cos'è più il delitto fuori della morale?

Nella lotta per la vita i vincitori sopprimono i vinti: la nuova teoria invece non aveva il coraggio della propria logica, proclamando la utilità di eliminare colla morte tutti coloro, che la maggioranza giudicherebbe inconciliabili nella sua vita.

Se il delitto è senza colpa, e la difesa contro di esso soltanto una necessità sociale, l'utile solo può e deve deciderne i modi e i limiti.

Infatti nessuno fra i penalisti della scuola positiva aveva osato scrivere un codice. Il loro sistema, costruito con molte osservazioni, belle e parzialmente vere, giovò solamente a richiamare il giure antico dalle sottigliezze delle analisi idealiste ad un nuovo esame degli ambienti e dei caratteri umani; e fu bene. Tutto il resto passerà indarno come la teoria della degenerazione nel genio.

Sempre, nei tempi anche meno civili, l'istinto della folla credette sorprendere rapporti fra il disordine della follia e quello del genio, poichè sono entrambi due momenti prossimi della ragione umana; visione e giudizio si combinano falsamente nell'una; imprevedibilmente nell'altro. L'uomo di genio non è l'uomo perfetto, ma l'uomo più grande. La perfezione non è della nostra vita, quantunque vi si realizzi per qualche istante, su certi punti; quindi nel genio permangono tutti i difetti dell'uomo ordinario, fors'anco più vivaci per una maggiore intensità di rapporti. Ma egli può armonizzarli in se medesimo con altre virtù, sino a compiere opere, per le quali non basterebbe qualunque altra somma d'individui. Ecco tutto il suo segreto. Però l'uomo di genio non ha nello spirito categorie ideali che manchino al resto della gente: la sua grandezza si compone nella massa delle solite relazioni sotto la legge comune, senza consentirgli il diritto di alcuna violazione.

Come vedere dunque nel genio una degenerazione?

Se il grand'uomo soffre ogni umana malattia, e ha le debolezze, commette gli errori, può compiere gli stessi delitti degli altri, ciò prova solamente che il suo genio non è una differenza, ma un grado mobile della natura, il quale s'innalza a certe ore, in date circostanze, per ricadere poco dopo nel livello comune. Difatti non in tutta la sua opera, e nemmeno nella parte migliore, la verità e la bellezza attingono la medesima purità.

Secondo il vecchio significato della parola, il genio non veniva riconosciuto che in quei pochissimi, i quali avevano potuto significare con potenza presso che uguale tutto un lato del poliedro umano: Dante, Beethoven, Michelangelo, Shakespeare nell'arte, Hegel nella filosofia, Cesare nella politica, Keplero nella scienza, Mosè nella religione: ed anche in questi uomini la sintesi fu parziale, e il sistema talmente incompiuto che si dovette ricorreggerlo. Così nel genio sentimentale dei santi la virtù non giunse mai a comporsi in un'assoluta armonia, benchè apparisse dentro un accordo meraviglioso e consolatore. Alcuni fra essi furono costretti ad isolarsi dal mondo, altri ignorarono la giustizia nella pietà, altri immolarono il corpo all'anima, altri ancora s'innamorarono del dolore con passione di amanti vedendo in esso la sola ascensione della vita.

Nè perciò furono degenerati.

La pretesa di trovare la verità nell'uomo medio è anch'essa un vecchio sofisma democratico.

Anzitutto l'uomo medio non esiste: la verità è in tutto e in tutti, sale per sfere, sfavilla nelle più alte. Il grande, il mediocre e il piccolo uomo sono lo stesso uomo, che un medesimo mistero ricinge, mentre lotta indarno contro di esso: nessuna idea necessaria manca ad alcuna coscienza, se la morte non vi sia già entrata con qualche malattia micidiale o colla sua ombra profonda; nessuno dei problemi fondamentali sarà mai sciolto da alcun uomo. Siamo tutti egualmente liberi sotto la legge che ci governa, ignari dell'infinito che ci avvolge, infelici della vita che ci sfugge, enigmatici in un enigma, del quale ogni rivelazione raddoppia in noi simultaneamente i deliri del dubbio e gli spasimi della fede.

Meglio dei delinquenti i grandi uomini avrebbero potuto scoprirsi alla nuova teoria, se invece di cercare il loro segreto nelle biografie, questa l'avesse estratto dalle opere. Ogni biografia non vale più di un'autobiografia: nella prima l'uomo è mostrato come apparve a qualcuno, nella seconda come egli stesso avrebbe voluto apparire: le biografie sono un giudizio unilaterale, monco nei fatti, insufficiente nei criteri, che quasi sempre volle dare di un uomo superiore un altro inferiore. L'autobiografia ondeggia fra l'apoteosi e la confessione, entrambe false anche se in buona fede. Ma vi è un documento senza menzogna in ogni opera sovrana. Dante bisogna cercarlo tutto dentro la _Divina Commedia_; in questo sforzo supremo egli giunse necessariamente alla sincerità inconsapevole, e tutto il resto, che di lui si racconta, non è più vero degli aneddoti e delle accuse paleggiate sui giornali contro gli attori viventi del nostro dramma storico. Perchè dunque alzare ogni biografia a documento di scienza per giudicare un grande uomo?

E la biografia del biografo non sarebbe egualmente necessaria prima della sentenza?

Coloro, che vissero presso Napoleone e Garibaldi, li conobbero forse meglio di noi, che li vediamo nella prospettiva storica? Si è forse dimenticato che ogni superiorità è una maschera per la maggior parte della gente, la quale, interrogandola, ne intende soltanto le risposte più gradite?

Ma contro Leopardi l'indagine passò ogni misura per non giungere che ad una inutile negazione. Con quella ingenuità così facile alla scienza, quando dimentica se medesima nella vanteria delle spiegazioni, si volle anche per lui cercare l'origine dell'opera negli antenati, e si risalirono cronache domestiche e paesane dietro ai malati e agli infelici della sua casa, che per legge atavica dovevano avergli trasmessa l'eredità del genio doloroso, senza dubitare un solo momento che questa legge resterà sempre un'ipotesi nella razza umana. Per la scienza l'uomo non ha altro parente che la madre, mentre tutti gli altri figurano appena come rappresentanti legali nella buona fede del costume o per la fede sublime dell'anima; ma, sapendo il vagabondaggio sessuale del maschio e della femmina, come potrebbe la scienza costruire sulle parentele una serie qualunque? Le rassomiglianze forse? Ma facilmente fallaci, perchè dominate in noi da una prevenzione, non sono mai bastevoli, e quando anche lo fossero, in qual modo precisarle al di là dei vivi?

La generazione è un mistero.

Quell'inglese Galton, che in un libro studiò la figliazione del genio, fece opera di poesia e non di scienza: sciaguratamente il libro non riuscì abbastanza bello, e poesia e scienza vi tramontarono nella rettorica. Con peggiore fortuna e più acre caparbietà si vollero quindi radunare nel giudizio su Leopardi tutte le sue miserie, le confessioni, le dicerie di amici e di nemici, di dotti e di ignari, come coefficienti decisivi alla diagnosi della sua malattia.

Malato certamente era, ma il suo cuore e il suo intelletto si mantennero sani. Malgrado le nebbie della melanconia, nessun'altra figura appare più limpida della sua; poco importano i suoi urli di dolore, o le idee in certi momenti a lui suggerite dalla disperazione. Se egli fa pessimista, tutti gli uomini, discendendo a certe profondità, lo diventano; ma anche in queste, piangendo e maledicendo, serbò fede alla bellezza e alla virtù. Il suo pessimismo non scivolò mai nella immoralità, le sue bestemmie affermano una religione più alta della comune, il suo disprezzo tradisce lo spasimo di una aspirazione ideale, il suo odio della vita non è che un'acredine dell'amore. Egli non chiede consolazioni all'empietà: è uno stoico che protesta, un cristiano che si duole, e sopratutto un infelice che invoca.

Ecco perchè il mondo lo ama.

Nessuno prende sul serio la sua filosofia e tutti s'interessano alla sua disperazione.

Le donne sole non lo guardano: egli ne singhiozza notte e giorno, forse in questa angoscia la natura esasperata lo trascina giù a qualche miserabile e solitaria rivincita, ma nella sua anima il fantasma della donna sfavilla sempre nella stessa luce cilestrina, e il suo orgoglio di uomo non si drizza che una sola volta dinanzi alla crudele vanità di una dama. In tutta la sua poesia non una parola contro il padre e la madre, che furono il suo primo e più lungo dolore. Se la compagnia mondana gli ripugna e non vede la magnifica sanguinante tragedia già incominciata con Mazzini e Garibaldi, egli è un malato, chiuso fra i libri, che difficilmente può avere del mondo bastevoli notizie: se il suo cuore di poeta non canta i dolori degli altri, questo egoismo è una miseria comune a tutti gli infermi, e nondimeno in qualche ora meno tormentosa la sua simpatia si effonde e la sua parola consacra alla gloria della immortalità qualche effimero quadro nella esistenza dei poveri, come in quella mirabile quiete dopo la tempesta, o in quella sera di sabato, quando nel villaggio la gente si riprepara alla breve gioia della domenica.

Egli ama la gloria; gitta un grido di riscossa all'Italia, un altro d'invocazione a Dante; si crede Simonide sul colle d'Antela, Bruto nella pianura di Filippi, Consalvo morente e beato per un solo bacio di Elvira; invidia a Silvia di essere morta nella purezza degli anni giovanili; il giorno delle nozze ammonisce la sorella Paolina di augurarsi figli miseri piuttosto che codardi; ad un giocatore da pallone addita più nobili giuochi e più generosa palestra; dinanzi al ritratto di una bella donna scolpito sul sepolcro nessuna sensualità lo turba, ma austero e melanconico saluta quella morta, che lo ha preceduto nel mistero.

I degenerati non sono così.

La salute nel suo spirito si rivela nella purità della forma poetica. Non una rilassatezza o una contorsione nel verso; la sorgente ne è profonda quanto la musica, la frase castigata quanto il pensiero. Affamato di gloria, non concede nulla alla vanità, non cerca affannosamente il pubblico, insidiandolo nel gusto per carpirgli un applauso. Una stupenda euritmia gli accorda le figure col fondo dei quadri, una stessa verità perfeziona il loro atteggiamento e le loro parole: vi è la tradizione classica, ma più ancora di questa tradizione una coscienza magnanima di arte. Dopo l'abbarbagliamento rettorico di Monti, e nel primo incanto della poesia manzoniana, dietro la quale tutta Italia saliva osannando, serbarsi così lontano, originale, non contrarre alcun vizio, non degradarsi nella celebrità per meglio attingere la gloria, ma cantare solamente a se stesso come un cigno non visto e non ascoltato, è forse la più stupefacente meraviglia di un poeta in questo secolo.

Altri lo vinsero d'ingegno.

Egli non poteva essere grande, perchè la grandezza di un uomo si forma appunto dalla quantità di vita rappresentata, e per un poeta come per un politico il teatro diventa misura. Tutta la sua immensa dottrina rimase inutile meno per colpa sua che del mondo nel quale passò: altrimenti nato e vissuto, che sarebbe egli diventato? Inutile chiederselo: questo è uno dei tanti problemi assurdi, nei quali la fantasia si compiace a compromettere la storia. La sua figura è ormai precisa nell'anima d'Italia.

Se Manzoni gli sovrasta, avendo rinnovato pressochè tutta l'arte; se Foscolo prima di lui, meglio di lui, aveva indotto nel verso una non superabile bellezza, evocando nell'Aiace con minore erudizione più vere anime greche; se Carducci oggi sembra ed è lirico di più lungo e vario volo, nessuno come Leopardi seppe essere tanto antico e tanto moderno, classico ed ingenuo. Il suo bagaglio poetico è piccolo, ma non si può altrimenti galleggiare sul fiume sempre più grosso della posterità. L'Italia, preparandosi alla tragedia del risorgimento, aveva già in Mazzini, in Garibaldi, in Cavour, in Ferrari, in Cattaneo tutta l'eroica modernità del pensiero; Monti e Foscolo erano morti, Manzoni non cantava oramai più, guardingo della propria gloria e dubitoso per terrori cristiani; mentre Leopardi mandava gli ultimi lamenti, quasi preludi a più tragiche disperazioni.

Ieri, a festeggiare il centenario della sua nascita, convennero nel natio borgo selvaggio rappresentanti di ogni parte d'Italia: vi furono discorsi, si murarono lapidi, si scoperse la statua, si disse tutto l'elogio e il biasimo, le volgarità antiche e le nuove. La gloria è così. A Recanati adesso ogni cosa si intitola dal nome e dall'opera di Leopardi; nel suo palazzo sono esposte anche le sue cambiali.

Ne sarebbe egli contento, sapendolo? Troverebbe dopo un secolo mutata la sua famiglia?

Povero gobbo!

Egli non è grande. Nel secolo decimonono, cominciato sotto l'occhio olimpico di Goethe e finito dinanzi allo sguardo profetico di Tolstoi, Leopardi appare un solitario. Molti lo superano dell'omero, ma la sua figura rimarrà indimenticabile. Sainte-Beuve e Hamerling hanno indarno voluto tradurlo, perchè la sua bellezza è un segreto essenzialmente italiano: di Byron, di Musset, di Hugo, di Lecomte Lisle, di Witman, di Swinburne, di Heine, di Morris qualche cosa resta nelle traduzioni: la loro fantasia ha creazioni più prestigiose, immagini più abbaglianti, scene più vive, fantasmi più originali: la loro passione solcò come un torrente il loro secolo, e la loro parola può quindi echeggiare in altre lingue, ottenere diritto di patria presso tutte le nazioni.

Adesso l'arte pare mutarsi in tormento. Le sue forme più certe ondeggiano e si dissolvono; poesia e pittura, libro e teatro, musica e verso non hanno più una limpida coscienza di se stesse: il pubblico avido e distratto esige la novità senza intenderla, il clamore dei giornali copre la voce dei solitari, le necessità del commercio e le brutture del successo viziano opere ed autori. E la scienza, arrivata ultima, raddoppia l'imbroglio. Se una volta infastidiva la religione colle pretese a spiegare tutti i misteri, oggi guasta l'arte colla prepotenza delle intervenzioni e l'insania sistematica: medici e sociologi s'improvvisano critici; grandi romanzieri come Zola hanno potuto vantarsi senza ridere di applicare il metodo sperimentale ai proprii personaggi.

L'arte non è così.