Part 14
Solo un grande poeta lirico poteva infatti, scrivendo l'inventario della presa di Sédan, cominciare così: «l'imperatore»: solamente un grande poeta tragico poteva prima aver falsificato il dispaccio di Ems, freddamente, seguitando a cenare con due generali e mandandolo al re per deciderlo alla guerra: solamente un grande poeta della scena poteva sentire la necessità di proclamare l'impero germanico e d'incoronare Guglielmo nella immensa sala di Versailles, dedicata a tutte le glorie della Francia. Ogni decisione suprema è sempre un atto di poesia: l'intelletto aveva tutto preparato, l'evento era maturo, la fatalità impaziente, tutta l'angoscia del mondo sospesa ad un attimo, ma quell'attimo diventa senza fine nella coscienza dell'uomo, che deve precipitare la catastrofe. La risoluzione allora erompe come una luce: è la scintilla che illumina l'avvenire o una sua aspirazione, che solleva l'anima come sopra un vento per gettarla al trionfo o alla morte. «_Alea iacta est_», la estrema parola di Cesare, chiudendo gli occhi e precipitandosi attraverso il ponte nella oscurità della storia; il grido di Pietro Eremita: «Dio lo vuole!»; il gesto di Garibaldi, decidendo l'impresa dei Mille.
Ma il Bismarck non era veramente un soldato.
Se la sua faccia fra l'elmo e la corazza può sembrare di guerriero, l'idea, nella quale rimane irrigidita, è più profonda di ogni combinazione militare, e il suo occhio, illuminandosi di una fiamma interiore, rischiara un più vasto segreto. Come tutti i creatori, anch'egli ha vissuto nel sogno di un mondo ricomposto dal proprio genio, e lungamente immutabile nell'avvenire.
Il sangue della strage non era per lui che il sangue di ogni parte per il chirurgo, mentre tutti i dolori stanno per essere consolati dal primo grido del bambino. Sotto quei lineamenti significati dal pittore con poche linee non vi è una vera durezza; la fronte minaccia, la bocca è severa, nell'atteggiamento sembra crescere ancora l'intensità della lotta; e nullameno, contemplando quella testa, l'anima non trema che di riverenza. E a poco a poco quella testa diventa malinconica nella solitudine della tela vuota: si pensa che il grande uomo è già relegato dall'egoismo della nuova generazione nella lontananza della gloria, verso la quale solamente alcune anime di poeti si avviano in devoto pellegrinaggio, mentre il resto della folla vive indifferente nell'opera immensa o la viola con critica ingrata.
Chi fra i giovani d'Italia ama adesso Garibaldi? Bismarck fu cacciato, vecchio ma intero, fuori dell'opera propria, nell'esiglio di un ozio certamente a lui più greve di ogni fatica: il primo imperatore era stato seppellito da pochi giorni; il secondo aveva ricevuta la corona dalle mani della morte; l'ultimo, quasi un fanciullo, volle regnare solo. Il gigante non si piegò, non sentì forse d'essere vinto, e si ritrasse mormorando. Allora nella moltitudine scoppiarono colla stessa fulminea intensità tutti gli odii e tutti gli amori per lui: la massa gli rimase fedele; i partiti invece, sfuggendo alla lunga terribile stretta della sua mano, gli si voltarono contro come monelli, insultando. Tutti si vantarono simultaneamente del suo esiglio e nessuno capì che l'impero solo aveva vinto Bismarck. Poichè la grande giornata della creazione era finita, l'artista diventava un pericolo per l'opera, un ostacolo al suo sviluppo. Un'altra generazione riempiva già l'impero, compiendone l'unità col numero inesausto delle piccole transazioni, crescendovi nuove forze con differenti ideali, mentre i soldati delle prime battaglie non vi rimanevano più che una decorazione ingombrante, e la tremenda pressione, già necessaria a determinare il getto nella ganga, poteva, curando, spezzare l'uno e l'altra.
Il grande sognatore non lo aveva sentito.
Quindi si destò per parlare ancora, senza che nessuno più lo comprendesse nemmeno fra coloro che lo ascoltavano. Napoleone I non aveva egli pure parlato indarno da Sant'Elena? Non si può essere la guida di due generazioni, perchè i momenti della storia si succedono senza ripetersi nel loro eterno bisogno di originalità; ma quando la morte comincia coll'esiglio, pochi uomini sono così grandi da accettare nel suo silenzio la prima solennità della gloria. Invece seguitano a parlare, e i loro ultimi giorni nell'inutile sforzo di un estremo atteggiamento non sono più che un epilogo, la più vacua delle forme rettoriche.
Una malinconia annebbia la tela del ritratto.
Pochi se ne accorgeranno, forse il pittore stesso non la sentì che tirando quelle tre o quattro pennellate brutali, quasi disperate, dietro la testa senza sfondo come i fantasmi nella memoria. Il ritratto di tutto l'uomo avrebbe diminuita la sua rivelazione: che importa l'uomo? La posterità non voleva che la sua fisonomia, quella linea essenziale, immutabile nell'opera e nell'attore. Bismarck vecchio, che brontola invece di comandare e si rannicchia ad ogni rimprovero del medico, e utilizza i ricordi della propria diplomazia per ottenere il permesso di fumare in una pipa o di mangiare una frittata, non è il Bismarck vero della vita e della storia.
Lembach ha avuto ragione: tutti gli altri biografi, moltiplicando le analisi e frugando nei più ignorati ripostigli, non troveranno mai il segreto del grande cancelliere.
Questi era già morto prima che il giovane imperatore accorresse per stringergli la mano nell'agonia e tremare più che dinanzi alla morte del nonno e del padre. L'uno e l'altro, i due imperatori, non erano che due maschere dell'impero: l'imperatore vero moriva allora in quel castello dei Bismarck, fra un cappellano ed un medico del pari insignificanti, con pochi contadini sotto le finestre.
Poi l'imperatore offerse di seppellirlo fra i proprii avi, ma l'altero esule aveva previsto anche l'ingiuria di quest'ultimo complimento, e volle essere solo nella morte sulla cima di un colle, sotto un cippo, con questa scritta: «Ottone di Bismarck, servo fedele dell'imperatore».
L'orgoglio umano non può salire più alto.
_Servus servorum_, il motto del papa, la definizione del genio.
Adesso la recente generazione germanica non può sentire la bellezza e la enormità dell'opera compita da lui, appunto perchè vi si compiono ancora troppi spostamenti: solo più tardi, quando altre generazioni vi si saranno composte, l'enormità dell'opera e la sua bellezza riveleranno l'uomo.
Ogni popolo a certe distanze di tempo si riassume in un individuo: per noi nel secolo passato Napoleone I fu la Francia, Garibaldi l'Italia, Bismarck la Prussia; il loro eroismo assorbì per un periodo tutta l'anima di un popolo per darle un'altra forma e un'altra vita. Dopo Napoleone, Garibaldi, Bismarck, nessuna delle tre nazioni riconobbe più se stessa, o guardando indietro potè credere di seguitare la propria tradizione. Una originalità si era in loro rilevata, sospingendole nell'avvenire.
Napoleone e Garibaldi sono due condottieri: quegli l'ultimo Cesare delle rivoluzioni, questi il primo cittadino veramente mondiale, che si batte per tutti e ha una patria ovunque un uomo si sente libero: Napoleone sogna nella conquista, Garibaldi nella libertà.
Bismarck è l'eroe tedesco sempre imperiale come Barbarossa, come Goethe, come Hegel, come Wagner: è l'idea germanica colla rivoluzione dentro la tradizione, la libertà nell'obbedienza, l'originalità sotto l'ordine, l'impero e l'imperatore nell'armi, nella poesia, nella filosofia, nella musica.
Carlo Marx, il solo rivale di Bismarck, è anch'egli un imperatore che disegna nella negazione di tutta la storia un sistema con frontiere invarcabili come quelle dell'impero germanico, colla stessa preparazione, la stessa disciplina, il medesimo esercito: ma il suo non è che un genio di semita, e i semiti da troppi secoli non creano più.
Goethe e Bismarck, Napoleone e Garibaldi non potevano essere ebrei.
LA POESIA DEL DOLORE
Povero gobbo!
Visse nel dolore e morì senza gloria, giovane come Raffaello, il miracoloso pittore della bellezza.
Egli invece era così brutto che la sua anima ne soffriva inconsolabilmente come della più crudele fra le ingiustizie della sua vita abbandonata sino dalla fanciullezza nella solitudine di una famiglia avara e fastosa, bigotta ed egoista. Un orgoglio patrizio, esasperato dai debiti, vi rendeva aspre le più intime relazioni: all'intorno la piccola città era poco più di un borgo selvaggio, nella provincia e nello stato null'altro che abitudini servili sotto un governo prelatizio. Si viveva come nell'altro secolo: le famiglie nobili formavano una aristocrazia anodina, la borghesia oziava in una parsimoniosa mediocrità o esercitava come un mestiere qualche professione liberale, il popolo lavorava poco e non pensava affatto. Nella politica, riassunta da minuscole tirannie di governatori, solamente la carriera ecclesiastica rimaneva aperta alle ambizioni di comando, il resto degli studi era condensato nelle lettere, e queste nella scuola, indarno erudite, più indarno classiche. Mentre Germania, Francia, Inghilterra rinnovavano un'altra volta lo spirito moderno, nello Stato pontificio Monti dominava ancora unico poeta, che aveva cantato a tutti senza indovinare mai nè il segreto storico nè la vitale originalità dei troppi avvenimenti. Quindi raggiante e sonante aveva travolto Omero e Napoleone nell'onda del medesimo endecasillabo, trattando egualmente temi antichi e attuali nella sicurezza di una immunità fattagli dall'arte, e facendosi della lingua bella una religione.
Così aveva potuto essere paragonato a Dante, quantunque nel suo pensiero non si ripercotessero che gli echi delle piazze, e il suo verso fluttuasse appena sulla superficie d'Italia.
La Romagna aveva Monti, la Marca Perticari.
Eppure un profondo mutamento era avvenuto nell'anima nazionale battuta per venti anni dallo spirito nuovo che le aveva dato ogni primizia democratica nelle repubbliche e tutte le avventure dei principati nell'impero, sino a quella inintelligibile meraviglia di un regno con Roma capitale e l'unico figlio di Napoleone per re. Poco dopo le ristorazioni, raddrizzando gli antichi scenari, non riuscivano a rammendarne gli strappi, mentre le scuole, riprendendo i vecchi testi, non ne ritrovavano più le tradizionali interpretazioni per insegnare ai fanciulli di un'epoca nuova la fede di un mondo defunto.
Secolo e mondo mutavano.
Mentre il piccolo Giacomo Leopardi a dieci anni si chiudeva nella biblioteca domestica per impararvi da solo il greco, altri fanciulli, che si chiamerebbero Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini, Camillo Cavour, Carlo Cattaneo stavano per nascere o crescevano già nell'antipatia della scuola. Invece egli era sino d'allora il poeta destinato a cantare come il passero solitario dalla cima di una torre: il suo cuore aveva già pianto e il suo intelletto si era ribellato, senza che la madre, che doveva un giorno pentirsi di averlo partorito, se ne fosse accorta, o la gelosa vanità del padre s'irrigidisse ai divieti. Come a tutti i fanciulli deboli e precoci, una sensibilità dolorosa gli faceva troppo presto scoprire sotto i sorrisi quella immancabile durezza dei caratteri, che nella vita non vogliono dare più di quanto ricevono: capiva troppo e non capiva abbastanza, soffrendo della propria inesplicabile superiorità come di una malattia senza commiserazione negli altri. Egli non era un fanciullo, perchè non diventerebbe mai un uomo. Gli mancava l'ingenuità e quella letizia quasi animale, che rende la fanciullezza così bella a se stessa e alla gente: allora si sorride, si ride, tutto è giuoco, si vuole tutto, si dimentica tutto: la gioia è una ginnastica che il sonno interrompe per ravvivarle le forze; i piedi saltano e l'anima balza. In tale festa mattinale della vita il dolore punge appena come l'ortica sul prato: se ne piange per la sorpresa e si ricominciano le capriole.
Invece la precocità è una malattia, dalla quale raramente esce il genio.
Coloro, che la soffersero, ne portano il segno per sempre, se la precocità fu intellettuale, il loro spirito inaridì come quelle costiere, sulle quali l'estate arriva troppo presto e dura troppo a lungo; se più facilmente fu sentimentale, il loro cuore si coprì di ulceri come le foglie troppo tenere, ancora umide di rugiada ogni mattina, quando il sole le incendia coi primi raggi. E non potrebbe essere altrimenti. Nella fanciullezza, ordinata dalla natura solamente alla preparazione, ogni eccesso primaticcio vizia sempre l'organismo o deforma lo spirito.
Ecco perchè nei pochi uomini di genio nulla altro è straordinario che l'opera sovrana: anzi la natura loro è così comune, e ritmica la concordanza delle facoltà, che nel tempo lungo della vigilia non rivelano quasi mai la propria stupefacente perfezione.
Quel fanciullo pallido, dall'occhio grave, colla parola già studiata, che si chiudeva notte e giorno nella biblioteca domestica a cercarvi le prime compiacenze dell'ingegno fra i deserti delle grammatiche o pei taciti cimiteri della erudizione, non diventerebbe mai un genio. La sua facilità singolare ad apprendere le lingue morte, e quella curiosa insistenza intorno ad opere senza malìa di bellezza o di rivelazioni non erano il segno, cui si riconoscono i creatori, giacchè la passione del libro, inevitabile a coloro che dal libro trarranno un mondo, non impedisce l'altra della vita, ma dentro il libro medesimo ne va in traccia. Il suo ingegno bambino cominciò come tanti ingegni vecchi finiscono, quando nell'ultimo scetticismo non resta più altra verità che la parola, e nell'arte, diventata letteratura, la dottrina del professore prevale alla ispirazione dell'artista. Egli era già il bibliotecario, che preferisce i libri sconosciuti ai libri belli, dimenticandosi del mondo nell'orgoglio della propria solitudine: studiava, ordinava, classificava, scolaro e maestro di se stesso, colla pazienza di un cenobita e l'instancabilità di un nomade. Ogni prospettiva l'attirava, qualunque cifra segnata sopra una pagina diventava per lui un problema, perchè voleva anzitutto sapere più di tutti, mentre dagli echi di tante cose morte si svegliavano nella sua meravigliosa natura di umanista voci profonde di poesia intorno ad un dolore quasi dimenticato. Simile a quei fuorusciti, che l'odio di parte rendeva così terribili, egli si allontanava dalla vita nell'antichità a cercarvi ostinatamente una via di ritorno, alleanze e conquiste, per le quali riapparire alto sull'ammirazione della gente. Da principio non erano che scorribande di ragazzo sopra argomenti da vecchio, ma presto la sua mente si costrinse in una visione sistematica. Quindi dalle parole ascese alle idee, dalle forme ai fantasmi, dai letterati alle letterature: allineò i secoli, confrontò le opere, pesò, respinse, prescelse, seppe essere critico ed artista, dotto e pensatore, imitare lo stile e le figure di un'epoca, lentamente, inconsciamente, sospinto dalla nativa originalità, più importante di quel tesoro con sì dura fatica ammassato, al sagrificio ben altrimenti doloroso della propria rivelazione.
Per lui la gloria diventava la rivincita ed insieme la sua condanna di ammalato.
L'orgoglio di tale mostruosa erudizione non bastava infatti alla sua ambizione di gloria.
A sedici anni potè tradurre e commentare così la vita di Plotino scritta da Porfirio che un vecchio ed illustre critico tedesco se ne giovasse ammirando: più tardi ripetè simile meraviglia sulle lettere di Frontone a Marco Aurelio, scoperte dal cardinale Mai, il più fortunato fra gli esploratori di biblioteche; più tardi ancora finse un inno di Simonide, un'ode di Anacreonte, e una cronaca italiana del Trecento con abbastanza abilità da ingannare i più difficili specialisti di queste materie; ma egli era già troppo poeta per illudersi sopra un simile dilettantismo. Molti prima di lui, intorno a lui, ne erano stati egualmente capaci: Chatterton, e Macpherson avevano spinto l'inganno letterario più alto; Daniele di Föe era arrivato con Robinson Crosuè al capolavoro; altri seguirebbero.
Invece la sua immensa dottrina non concludeva ad alcuna opera vera; mancava a lui la profonda scienza della storia e il trascendente pensiero filosofico per una nuova interpretazione delle letterature, mentre se ne cominciavano già altrove i primi stupefacenti tentativi. Il secolo decimonono rimutò infatti quasi tutti i criteri sull'arte latina, greca, ebraica, orientale, senza che una scoperta o una teoria di Leopardi v'influisse: e, maggior poeta di lui, Giosuè Carducci può adesso vantarsi di aver segnato nella critica letteraria una traccia non meno profonda che nella poesia.
L'ignoranza della grande rivoluzione francese e la riverenza ai nomi consacrati dalla scuola gli offuscarono spesso il pensiero naturalmente acuto. Certo egli si accorse di quanto Annibal Caro avesse ammodernato Virgilio, e come il verso del Parini sarebbe meglio convenuto a tale traduzione; ma lo disse timidamente e non sentì abbastanza la differenza fra Omero e Virgilio, mentre l'_Iliade_ è l'epopea di un popolo e l'_Eneide_ il poema di una letteratura, che Caro doveva falsare in un'altra. Quindi seguitò ad ammirare Caro e Monti, invidiando l'immortalità delle loro traduzioni, garantita dalla immortalità dei testi. Per un poeta come Leopardi, ammirabile ed ammirato grecista, non sentire la menzogna del paludamento rettorico gettato da Monti sopra Omero, o non preferire almeno il verso di Foscolo, così più puro e potente, è un'altra prova del come la letteratura sia spesso il rovescio della poesia, e un poeta si guasti attardandosi troppo nella tradizione scolastica.
Bisogna esser Dante per non degradare la propria originalità, seguendo ovunque Virgilio, o un politico come Machiavelli, uno scienziato come Galileo per creare inconsciamente uno stile vivo fra l'imitazione di tutti i modelli dissotterrati dagli umanisti. Così più tardi Manzoni, nè dotto, nè professore di letteratura, inventò una forma di lirica, di romanzo e di tragedia; e Mazzini, facendosi un'arma della parola, riuscì a quella eloquenza, che Leopardi riconosceva appena nella Apologia di Lorenzino dei Medici e nelle canzoni del Petrarca. Eppure Manzoni e Mazzini scrivevano con lui, più potentemente di lui, quegli rinnovando tutta l'arte, questi tutta la coscienza nazionale. Ma Leopardi non sa nulla del proprio tempo: la rivoluzione francese, Goethe, Byron, Shelley, Schiller non sembrano essere esistiti per lui; non vede la verità e la vita che negli antichi, dei quali ammira sopra tutto la bellezza formale. Avrebbe egli potuto credere che, malgrado Orazio, Virgilio e Plauto, la poesia latina non merita nella storia un alto grado di originalità; che Cicerone non è un grande oratore, perchè era una piccola anima e un mediocre carattere; che l'inno a Venere non basta a fare di Lucrezio un poeta; che Boccaccio e Petrarca sarebbero riusciti più belli sapendo meno il latino; che gli artisti si formano meglio nella vita che nella scuola, poichè nei grandissimi, in Dante, in Shakespeare, in Balzac e in Tolstoi, la novità redentrice, la bellezza inimitabile, ascende in loro dalla coscienza nazionale?
Egli invece legge, intaglia, ritaglia le frasi di antichi scrittori, impara ed assimila: Giordani, un pontefice della letteratura, è il suo consigliere e gli suggerisce il solito precetto di scrivere prima in prosa e poi in verso. È possibile che scolasticamente la prosa di Leopardi sia perfetta, tutti anzi ne convengono, ma non è viva, non è la prosa del nostro secolo, non si piega, non si colora, non grida, non si oblìa nella nostra passione e nel nostro pensiero: sarà senza un difetto, ma le manca la naturalezza; è tersa come uno specchio, non come un'onda. Provatevi con questa prosa a sorprendere un dialogo, a stendervi un racconto attuale, a muoverla in un discorso fra gente mossa: immaginatevi Cavour, Mazzini, Ferrari, Manzoni costretti ad esprimere in essa la propria irresistibile modernità. Malgrado i letterati, che lo vantano ancora ultimo modello dei prosatori, Leopardi non è per gli artisti che un classico fra i classici imbalsamati dalla tradizione della scuola, senza ripercussione nella vita. Nessun scrittore veramente vivo derivò da lui la propria prosa dell'articolo, della novella, della storia, del trattato: i modelli ne sono altrove, e per diventare modello alla propria volta non bisogna averne troppi. Manzoni e Mazzini invece proseguono così dentro di noi, che ognuno li ripete inconsciamente. Rileggete i dialoghi di Leopardi, dimenticando che siano suoi, e vi sarà difficile trovare nelle loro movenze la scultura o la flessuosità di un carattere. Confrontate i suoi pensieri con quelli di Pascal: costui sembra parlare e la sua parola s'incide indimenticabile nello spirito, l'altro invece scrive per scrivere e non dice quasi mai nulla. Pazientemente, per prova, rileggete la sua _Storia del genere umano_, l'_Elogio degli uccelli_, il _Parini_, i _Detti_ così poco memorabili di _Filippo Ottonieri_, e domandatevi quale di queste pagine possa vivere davvero nell'anima del pubblico.
Eppure il poeta della _Quiete dopo la tempesta_, del _Sabato del villaggio_, delle _Rimembranze_, avrebbe potuto vivere anche fuori del verso se il suo pensiero, invece d'isolarsi nella scuola, si fosse come la sua passione qualche volta obliato nella vita. Ma egli era troppo ammalato e troppo solo. Bisogna in Leopardi distinguere due uomini; il prosatore, nel quale si rivelano le attitudini e le abitudini dell'intelletto; e il poeta, che, abbandonandosi nelle liriche più intime al proprio cuore, trova finalmente l'originalità di se stesso in una nuova parola, dentro una nuova musica. Il prosatore non è nè grande nè piccolo, poichè la sua maniera non ripresenta che una forma morta; il poeta invece appare meraviglioso senza essere grande. Egli non inventa alcuna forma, il suo verso non sembra e non è più perfetto che in altri, la sua fantasia è grigia come la sua vita, con pochi fantasmi, e anche questi quasi senza rilievo; ha la voce roca, l'accento monotono, una sola corda sulla lira, l'atteggiamento lugubre. Ma non è più il letterato, e dimentica ogni erudizione, non imita modelli e non si compiace nella frase, non ricama la parola; è vero, intimo, profondo, così inconsolabile che tutti si ammalano, ascoltandolo, della sua malattia. Perchè questo poeta non è che un malato. Dolore, pessimismo, disperazione, non hanno in lui altra causa ed altra forza: indarno egli lo nega orgogliosamente con Gioberti per darsi un contegno, giacchè in lui manca l'ascensione filosofica. Il suo ateismo è quello di un infermo, al quale ogni preghiera tornò inutile per ottenere da Dio la guarigione; il suo pessimismo è rimasto ingenuo come in tutti coloro, che negano la vita per non esservisi potuti abbandonare, e invece vi credono più intensamente degli altri, che la vantano. Paragonate il pessimismo dell'Ecclesiaste a quello di Leopardi. Il poeta non ha sofferto che contemplando il mondo come da una finestra di ospedale, non ha posseduto nessuna donna, e quelle che amò furono un profilo appena intravvisto: come capirebbe dunque l'antica parola di Salomone: «La donna è più amara della morte»? Se patì per l'ignobile, inintelligente egoismo dei genitori, non saprebbe ribellarsi loro; la tragedia politica della patria non lo punge, l'isolamento stesso lo salva dall'atroce battaglia della concorrenza. Questo ateo adora tutte le virtù cristiane, questo infelice non odia alcuno: è disgustato della vita e morirà sognandola. Promettetegli un sorriso di fanciulla, un complimento di amico, un applauso della folla, e lo vedrete ridiventare lieto e confidente: ridategli la salute e gli avrete ridata la paura della morte. Altri poeti del suo tempo furono più disperati di lui, perchè non si può davvero odiare la vita prima di averne spremuto tutto il veleno, mentre ai poveri e agli infermi rimane sempre l'illusione che ricchi e sani avrebbero potuto essere felici.
Leopardi non è il poeta della doglia universale.