Ombre di occaso

Part 13

Chapter 133,548 wordsPublic domain

Confrontate per esempio una vestale a una clarissa; la vergine romana, che vigila il fuoco sacro della patria, colla vergine cristiana assorta nell'incanto della propria purità. Quella, immolata ad una necessità cittadina, è vergine solamente nel corpo, mentre nel suo spirito il concetto della vita è identico a quello di ogni altra donna; questa, ebbra di un amore, che nessun uomo potrebbe appagare, si consuma come un aroma dentro un raggio di sole. Ma la clarissa è pessimista. Ella sa che nella vita ammalata di peccato la legge più profonda è il dolore, dacchè Dio nel mistero della propria giustizia accettò l'innocenza per riscatto della colpa, concedendo alle vittime volontarie la potenza della redenzione. Quindi la sua verginità non è la preparazione all'amore, ma il trionfo sopra di esso per una più alta maternità spirituale dell'anima, amando tutti, pregando per tutti. Se dovrà anch'essa chiudersi nel chiostro, la nuova prigione non avrà i motivi dell'antica, perchè la sua virtù non vuole altro guardiano che se stessa: la vestale impudica era per la coscienza di Roma pari al soldato codardo; la clarissa contaminata è per noi come il poeta infedele alla poesia, il filosofo inferiore al proprio pensiero.

Così noi vorremmo indarno attingere adesso l'antica serenità pagana dell'amore dopo che la morte di Cristo vi gettò dentro lo spasimo di un altro ideale: una contaminazione vi è rimasta, il peccato l'avvelena. Tutta la nostra scienza non basta contro la maledizione, che pesa sul piacere: il nostro amore esige ancora la carne, ma non se ne appaga, va più lungi e più alto, vuole l'anima, la dedizione incondizionata del cuore, la conquista assoluta dello spirito. A renderci infelici basta una sola infedeltà mentale: la nostra gelosia vigila più ansiosamente alle porte del cuore che a quelle dei sensi; il nostro vizio stesso è così monogamo che non sapremmo più preferire simultaneamente due donne.

La Maddalena di Gesù è rimasta per noi dentro tutte le cortigiane, nelle quali cerchiamo il medesimo miracolo di una rigenerazione improvvisa, che riunisca in un solo incanto le sensazioni del peccato e le beatrici malie della virtù: la menzogna della nostra sensualità è talmente triste che in ogni amore basso e breve ci ostiniamo alla ricerca di una qualche forma nobile, di una qualunque grazia spirituale.

Nel mondo antico invece l'amore era senza peccato.

Certamente le cortigiane non vi erano stimate come le spose, ma il loro piacere era senza degradazione e il loro amore senza veleno. L'abisso scavato dal cristianesimo fra spirito e materia non divideva come adesso la coscienza dell'uomo, nel quale la vita si chiudeva tranquillamente sopra se stessa senza il tormento di terrori o di speranze divine. Oggi la nostra empietà non calma più la nostra coscienza: non crediamo forse più al paradiso, ma non sappiamo rassegnarci al nulla della tomba; quindi ci tuffiamo nel fango per sottrarci allo spasimo d'incomprensibili aspirazioni, o torniamo a sognare di figure divine innanzi ad ogni fanciulla, nella quale si prepari la donna.

Per noi la vergine, come potè rimutarsi nella poesia cristiana, è già tutta la donna. Un lontano dolore di espiazione le viene ancora dalla prima Eva, ma che rimane pura e vibrante nella freschezza della propria alba; la sua voce trema come il vento tra le foglie, il sorriso le rabbrividisce sulle labbra come sulle perle della rugiada. Se le impure esalazioni della terra fumano d'ogni intorno, il suo spirito è come un lago, sul quale le nubi passano senza intorbidire le acque: ella è la bellezza e la gioia suprema, pur sapendo che dal suo ventre sgorgherà un'altra sorgente di lagrime. Il nostro desiderio s'innalza verso di lei colla trepidazione della preghiera, il nostro orgoglio si turba di riverenza nella luce della sua purità come dinanzi ad una gloria dello spirito, perchè la vergine è l'anima divina, scendente nell'amore al sagrificio della vita. Allora Dante, vedendo la piccola Beatrice, vestita di umiltà, passare per la via cogli occhi bassi, trema di uno sbigottimento, che nè Sofocle nè Properzio potrebbero comprendere. Ma Dante si sentiva indegno di quella fanciulla malgrado la superiorità del proprio genio, col quale doveva più tardi aprirle le porte del paradiso. Quando nell'anima di un secolo la vergine appare così, anche la madre si trasfigura e il trionfo della donna si compie come nel cristianesimo, sommergendo tutto il mondo. Oggi invece noi pensiamo fra le rovine dei dogmi cristiani, sui quali qualche simbolo luccica appena come una stella al tramonto: siamo tristi, e siamo soli risognando ancora una madre come Maria, una sorella come Marta, un'amante come Maddalena.

Che importa tutto il resto?

Come nell'albero le foglie compongono la cuna dei fiori, che altrimenti non potrebbero vivere, così i simboli del nostro spirito preparano alle figure della vita una bellezza, senza la quale non sapremmo amare. Chi non singhiozzò mai stringendosi una vergine sul cuore, non avrà conosciuto il profondo segnato dell'amore; solamente i casti sono voluttuosi, perchè l'anima sola può provare nel delirio dei sensi l'ebbrezza dell'infinito. Ogni altro amore è piccolo come l'egoismo, povero come la morte.

Ma se nell'arte moderna l'amore della vergine non trova poeti che per rimpiangerlo, la colpa non è soltanto della nostra educazione, nella quale perdiamo troppo presto l'innocenza, ma della donna, caduta più bassamente di noi dalle altezze del cristianesimo. Tutta la sua poca passione si condensa nell'adulterio, quasi sempre un dramma esteriore, che la sferza coi contrasti e l'affina forse senza ridarle una virtù d'ideale. La sua verginità non è più che l'attesa del matrimonio, il suo cuore vuoto come un'urna decorativa aspetta indifferentemente qualunque fiore. Chi ama più da giovinetto? Anche allora le nostre passioni sono di uomo, tutte nate nel vizio, cresciute nell'invidia, vanitose nel lusso, avare nella miseria, col gelido sottinteso di una critica, che non sa più credere. Noi non stimiamo più le donne che amiamo: per amarci esse tradiscono come spose e come madri, ma il marito vilipeso, i figli preteriti danno alla nostra passione un carattere di viltà. Molti ne soffrono ancora generosamente, nessuno può guarirne davvero.

In un libro recente Marcel Prevost parve rivelare al mondo la singolarità parigina delle mezze-vergini in un gruppo di figure incerte, senza verità nell'anima e senza fascino di bellezza. Siccome il fatto era vero, i critici accusarono l'autore d'immoralità, e poichè la sua era una pittura di superficie, piacque a tutti come vera. Ma in nessuna di quelle fanciulle, che, sguinzagliate alla caccia del marito, riserbano come ultima insidia la propria verginità, riuscendo o fallendo a seconda della fortuna, il romanziere indarno abile aveva saputo trovare le profonde contraddizioni della coscienza, dalle quali solamente prorompe il dramma. Dopo la rivoluzione morale del cristianesimo ogni dramma comincia in noi stessi: la prima antitesi è nella nostra coscienza fra la passione e la legge, la pura idealità del tipo e la sua degradazione nella realtà attraverso le scene della vita. La vergine può vendersi, e magari falsare il tristo contratto; ma l'importanza di questa doppia caduta è tutta nel sentimento che essa ne prova, nel giudizio inevitabile di se stessa. L'espediente della verginità serbata per mezzo alle licenze del vizio, come ultima ragione del matrimonio, fu una risorsa femminile di tutti i tempi, alzata presso certi popoli all'onore di legge; oggi nella corruttela parigina può sembrare una novità o esserlo fors'anco, se in tale turpitudine l'anima della donna trovi una parola originale. Sciaguratamente per tutti l'originalità del vizio è da molti anni esaurita.

Le mezze-vergini di Marcel Prevost non erano che mezze figure dipinte vivacemente e duramente sopra un ventaglio. La facilità del suo trionfo parigino non basterà quindi a farlo credere un rivelatore della donna cinquant'anni dopo Balzac, il più gran genio dello scorso secolo, il solo uomo davanti al quale l'oscura anima femminile aprisse tutte le proprie profondità.

Meglio di ogni altro egli saprebbe oggi dirci il segreto di quelle fanciulle, che aspettano in agguato il marito o ne rianimano la stanchezza sensuale coll'acre sensazione della verginità. La tentazione infatti deve spesso riuscire. Quando l'amore non è più una lirica ascensione dell'anima, quale importanza può dare un uomo al vagabondaggio della civetteria femminile? Il vizio è indulgente e la vanità sempre abbastanza sofistica per giustificare qualunque apparenza. Quindi la verginità della donna sembra rinnovare nel matrimonio la verità degli antichi connubi, mentre l'uomo invece, soccombendo a tale agguato, è quasi sempre logoro dalla vita, e nella nuova casa non intende più che a prepararsi un rifugio. Tutto il problema si addensa nella donna: diventata moglie per forza d'inganno, il suo carattere si adatterà all'ufficio? Come sarà madre? Il figlio le ridarà una coscienza? E se per caso il bambino sia veramente nato dal marito, il dover riconoscere in questo il padre quali nuovi rapporti creerà fra i coniugi?

Marcel Prevost non lo ha cercato: eppure il dramma era lì.

L'amore dell'uomo per la vergine non può essere che effimero come un sorriso di alba, la quale si perde nel giorno. La verginità è un momento unico, pari a quello della nascita e della morte: nè l'uomo nè la donna sanno più dimenticarlo, perchè la cicatrice non si rimargina, e un vincolo annodò indissolubilmente le due anime.

Ma il ricordo ne è sempre mesto.

Quando le donne ne parlano, pare come un velo scenda loro sugli occhi, mentre nella parola degli uomini si tradisce una incertezza, come se per le une e per gli altri i sogni più belli, forse le più necessarie virtù della vita, siano rimaste tristamente al di là di quel minuto. Ci sentiamo invecchiati, stanchi come pellegrini per una scesa troppo lunga: la luce si oscura, il paesaggio imbrunisce, l'aria si fa greve. Udiamo delle grida nel susurro del vento, scorgiamo una macchia in ogni orma, che ci precede; partimmo fra i canti, e non parliamo quasi più, ascoltando dentro noi stessi il bisbiglio dei ricordi simile ad un murmure di acque sotterranee. Altre fanciulle, altri giovani, ritti su quella vetta abbassano lo sguardo sulla larga valle chiusa nel fondo da una palude nera: poi si stringono la mano per prendere insieme lo slancio verso il sole, e ricadono invece sulla via per discenderla come noi, insanguinandosi a' suoi rovi.

Ma se qualcuno può ancora, nel rivolgersi, additare quella vetta sempre illuminata alla propria compagna senza sorprendere ne' suoi occhi un rimpianto, egli amò veramente e fu amato.

E qualcuno c'è.

LA TESTA DI BISMARCK

L'ho vista nel quadro di Lembach.

Non sono che poche linee, e la testa appare senza sfondo, immobile, fredda, dura, viva, quasi per una evocazione improvvisa, davanti alla quale si abbassano gli occhi e la mente si turba di riverenza. Il grande pittore mutò pel grande ministro la propria maniera: egli, tedesco, capì che la posterità avrebbe voluto vedere di Bismarck solamente la fisonomia per confrontarla coll'opera, perchè una stessa vita doveva averle animate e, i lineamenti dell'una non potevano essere che lo schema dell'altra. Così fu, così ricompare nella magnifica pittura. Il gigante, che coagulò l'impero germanico stringendone nel pugno per venti anni i frammenti, non mai vinto, e, morto finalmente nell'esiglio della propria casa, è ancora lì, altero e solitario, coll'occhio fiso, la faccia impenetrabile nella lunga ostinazione. Egli volle subito e sempre. Basta guardarlo per sentire che nulla e nessuno avrebbe potuto resistergli: le membra non si vedono e sono di colosso: l'abito non è disegnato, ma deve essere quello di guerriero, montura o corazza, insegna od arma, che lo significhi tutto e dovunque, perchè la sua idea è tutta di opera; non ha la propria coscienza che nel fatto, non può esprimersi che nella lotta.

Il genio germanico, che aveva con Hegel conquistato l'impero della astrazione, si contraddice in Bismarck, l'attore che maneggia la materia di un nuovo impero e doma la realtà come l'altro signoreggia l'ideale. Non so che di Hegel vi sia un ritratto illustre, ma nessuno ne chiede, e basta questo a definire l'uomo. Leggendo i suoi libri, il pensiero resta per lunghi intervalli abbacinato: l'idea vi si svolge ad una altezza senza misura, in una serenità troppo lucida, senza ombre che diventino figure: siamo in un paradiso simile a quello di Dante, fra un bianco ardente, nel quale le anime sono fiamme e le apparenze un fremito della luce. Non vediamo più il filosofo, non sappiamo più immaginarlo uomo nella nostra esistenza di tutti i giorni, fra i pettegolezzi di una carriera di professore. Nessuna gloria salirà forse al disopra di questa, ma l'anima della gente non può seguirla lassù.

Hegel è l'intelletto.

Su lui morto uno dei suoi illustri scolari credette poter dire: — Egli fu il Cristo del pensiero; — e disse male. Hegel è ancora più alto, la sua vita sparisce nel suo pensiero, poichè questo aveva già disciolto nella più eccelsa astrazione tutto il mondo.

In Bismarck il genio si capovolge.

Egli è l'eroe della vita; per lui ogni fatto è un ostacolo o un aiuto, ogni uomo un istrumento da maneggiare o da frangere nella propria opera. Mentre tutti intorno a lui cercano l'unità della Germania nella poesia e nella storia, fra i filosofi o gli scenziati, egli la sente in se stesso: nessuna differenza tedesca l'offende, perchè nessuna è invincibile; non crede alla verità delle idee che non sanno realizzarsi, non si arresta davanti ad alcuna anticaglia; vuole mutare per creare, e gli abbisogna il comando per fondare l'impero. Se Napoleone è la più terribile volontà in una fantasia di condottiero, Bismarck è una volontà capace di diventare l'anima di una nazione attraverso venti anni di conflitti nella corte, nel parlamento, nelle caserme, nelle piazze, nei campi: egli vuole anzitutto una nuova Prussia compatta e sottomessa alla necessità di mutarsi in impero, divenendo una patria di soldati, che non discutono gli ordini e combattono coll'orgoglio di essere invincibili nella infrangibilità della propria disciplina. Invece la Prussia, prostrata da Napoleone, umiliata nella ristorazione, usciva allora da un carnevale sanguinoso di accademia e di strada, colla doppia esasperazione di un disordine democratico e di una impotenza dinastica egualmente ridicola in Europa. Le passioni fervevano ancora, lo sbaraglio delle menti si mutava in una rotta di tutte le coscienze, in uno sbandamento degli interessi e dei costumi.

Bismarck era già pronto.

Come tutti i veramente forti, egli aspettava il proprio momento senza affrettarlo, quasi nella calma di una indifferenza capace di accettare tutto, una funzione di borgomastro o di mercante, di ministro o di agricoltore. A questa ultima si era già deciso. Non vi sono bassi temi per i veri poeti, nè piccoli teatri per i grandi attori.

Il suo carattere si era già significato da giovinetto, all'università, nella diplomazia, nell'esercito, nella Dieta di Francoforte, nella rivoluzione, sempre lo stesso, senza amore nè alle parole nè alle idee, impetuoso ed ostinato, sicuro nella forza, superbo nella volontà. Il bisogno di azione lo vinceva spesso: nel primo giorno d'università si era battuto tre volte, iroso nella sfida, senza rancore nella vittoria: ufficiale, si era dimesso per la insofferenza di una prima attesa nell'anticamera di un colonnello: diplomatico nei gradi inferiori, vi aveva una villania aristocratica ed insieme plebea rotta più di una volta l'etichetta: all'assemblea di Francoforte, fra il chiasso di tutte le rettoriche, egli solo aveva osato negare il diritto e la forma della sovranità popolare: nella rivolta di Berlino e delle campagne aveva armati i proprii contadini, si era armato lui stesso per offrire al re, come un feudatario di altri tempi, una schiera di vassalli.

E tutti avevano riso.

Ma l'uomo non mutò.

Quando nella tormenta sempre più fiera del nuovo parlamento, fra le incertezze dei ministeri e della corte, qualcuno suggerì il nome di Bismarck come del solo uomo capace di sovrapporsi a tutti, e il re gli offerse il portafogli, allora solamente, davanti all'avvenire della propria opera immensa, il formidabile novizio tremò, chiedendo due giorni a risolvere. Quella vigilia ignota a tutti condensò certamente il magnifico poema dell'impero germanico in una delle anime più grandi e solitarie di tutta la storia. Egli dovette prevedere e presentire la dolorosa enormezza dell'impresa, alla quale la strage di tre popoli doveva appena bastare, quindi le violenze, le ingratitudini, gli abbandoni, le falsità, i milioni di anime infrante, e la sua sempre più sola sotto la maschera impassibile di eroe egualmente incompreso ai vincitori e ai vinti. Se avesse scoperto subito il proprio disegno, nessuno gli avrebbe creduto, ed egli potè proclamarlo così nel più sicuro ed efficace degli inganni: fare della Prussia una grande nazione, opporsi all'Austria e alla Francia, preparare nel centro di Europa l'argine all'immenso mare slavo, raddoppiare la vita della nazione soffocandola quasi nell'esercito, sollevare tanto alto la dinastia che tutta la Germania potesse stringersele sotto, e l'Europa da lungi contrastasse indarno nella soggezione del miracolo improvviso.

Così prima la Danimarca, poi l'Austria, finalmente la Francia furono vinte.

Egli sorse quale era prima: apparentemente sottomesso al re, non obbedì che al futuro imperatore del proprio pensiero: cancelliere, nel parlamento ordinò invece di discutere, entrandovi di rado e superandolo sempre nelle domande e nelle risposte: avvolto nell'odio popolare, ne sdegnò il pericolo e l'ingenuità, in una visione di gloria troppo alta per la riconoscenza di una generazione. Ma, poichè la sua anima era il centro della patria, tutte le altre vi convergevano con una passione inconsapevole: per molti anni egli fu il bersaglio degli intelletti, che si ribellavano al suo istinto e non avrebbero voluto soggiacere nella sua opera: parve piccolo nella stravaganza, e pesò come un incubo su tutte le coscienze.

La forza misteriosa gli veniva dall'unità della vita, nella quale il pensiero, la volontà e l'azione procedevano indissolubili. Come tutti i creatori, egli credeva in Dio, concependo la sovranità nella tutela del genio sulle moltitudini eternamente cadette: la sua politica derivava dalla profondità del passato pei rivi più limpidi della tradizione, accettando colla spontaneità della giovinezza ogni novità vitale. Una magnifica ostinazione lo rendeva al tempo stesso sincero ed impenetrabile; qualche volta invece una semplicità di selvaggio copriva in lui, anche più pericolosamente, le più sottili cautele del cortigiano e gl'invincibili istintivi pregiudizi dell'aristocratico. La differenza di tali nature formava anzi l'originalità della sua, meravigliosamente atta a qualunque funzione dentro le immutabili linee di un immenso quadro. La sovrapposizione delle classi nella società doveva quindi apparirgli come una intima, necessaria bellezza della architettura nella storia contro il concetto democratico di un mondo piano e ondulante, dal quale i gruppi s'innalzano e si abbassano come flutti sul mobile livello delle acque. Tutta la sua cultura era nei fatti del passato o del presente: credeva più alla religione che alla scienza, avendo forse, nell'aprire il proprio solco dentro l'umanità, traveduto talvolta l'impronta di un disegno misterioso.

Ma quando la gloria, nell'abbarbaglio della propria luce, lo trasfigurò agli occhi del mondo, e le leggende rampollarono dalla sua vita, questa resistette ancora nella semplicità della prima forma: il cancelliere era sempre lo stesso deputato alla Dieta di Francoforte, il diplomatico che aveva ingannato tutti dicendo la verità, trattando ogni affare al medesimo modo, camminando sulla linea più breve, rovesciando con la forza gli ostacoli che non poteva girare, opponendo la propria unità agli interessi divisi dei nemici. L'Austria non poteva essere l'impero germanico per antitesi irreducibili di razza, di religione e di storia: Napoleone III non era la Francia, ma l'ultimo esperimento di questa nella postrema forma cesarea. La necessità dell'impero germanico erompeva invece dall'anima moderna, che vuole essere libera nella propria individualità, mentre per costituirsi deve accettare la forma vivente del proprio costume. Ecco il segreto delle due grandi vittorie monarchiche in Prussia e in Italia. Se Cavour in un popolo più antico e più vario aveva già risolto trionfalmente lo stesso problema, dovendo mentire spesso nell'idea e umiliarsi nei mezzi, Bismarck, alla testa di una nazione più compatta e più forte, non fu mai costretto ad abbassare la testa o la bandiera: l'opera dell'uno era più difficile, quella dell'altro riuscì più poderosa; Bismarck vi fu solo, intorno a Cavour grandeggiarono rivali ed aiutatori Mazzini e Garibaldi, così profondamente moderni che la loro modernità rimase in gran parte profetica. Il supremo ostacolo nell'Italia era il papa: per la Prussia l'ostacolo era in se stessa, nella necessità di diventare così forte e di apparire così grande da vincere le gelosie della Confederazione colla riverenza della vittoria.

In questo sforzo Bismarck sorpassò Cavour, avviluppando tutti, la corte, il parlamento, il popolo, la borghesia, l'esercito nell'ostinato entusiasmo per la grandezza della patria. Silenziosamente, lentamente, infiammò le anime: e vi era un orgoglio così alto in ogni suo atto, una fede così sicura in ogni disegno, una forza così instancabile in ogni preparazione, che tutta la Prussia si trovò un giorno stretta in falange dietro di lui, come nell'epoca delle invasioni un popolo intero seguiva un solo uomo attraverso l'avventura misteriosa della conquista. Ma in quel punto il credente dubitò. La certezza, che lo aveva sorretto sino allora, lo abbandonò improvvisamente nell'ultima vigilia, quando nessuno più dubitava. Egli medesimo confessò di avere per tutto il tempo della campagna contro l'Austria tenuta la rivoltella in tasca per farsi saltare le cervella al primo annunzio della sconfitta. Accade sempre così in ogni creazione. La stanchezza ci sorprende sulla fine, il dubbio scoppia nel momento dell'adesione universale, perchè l'errore non sarebbe allora più riparabile; prima si è superbi di una priorità, che ci consente di vedere più lontano e meglio della massa: dopo, l'improvviso consenso di questa abbassa quasi il nostro intelletto al suo, e lo rende incerto di aver avuto ragione. Così i più grandi artisti tremarono spesso per la verità della loro opera, quando la folla l'acclamò col facile applauso delle sue effimere predilezioni.

Anche Bismarck era un artista.