Ombre di occaso

Part 11

Chapter 113,775 wordsPublic domain

La vecchia era andata a rincantucciarsi dietro il letto sopra un sedile così basso che quasi non la vedevo più: qualche goccia batteva ancora contro le imposte della finestra, e dal mozzicone della candela un filo lungo di fumo saliva per la parete sucida. Egli tremava: gli misi una mano sulla fronte sempre così umida e lo sentii rannicchiarsi come se un freddo gli passasse sotto le carni malgrado la fiamma, che lo bruciava.

Cercava di stringersi quelle poche coperte addosso.

— Hai freddo?

— Bisogna che abbia freddo, se ho da morire.

— Aspetta, cercheremo qualche cosa da metterti sopra.

— No: che ora è?

— Saranno le nove e mezzo.

— Nove, dieci, undici... sarà per le due o le tre. Perchè non fuma? Si metta almeno a sedere, se non vuole andare via. —

Appena fui seduto, si rattrappì e volgendosi dal mio lato con quel sorriso inesprimibile tornò a dire, ma la lingua gli si impastoiava:

— Non m'importa più di nulla, purchè muoia! Ma tutta quella gente mi dava un gran fastidio. Meno male che sono andati via! Se avessi potuto pensarci, mi sarei ingegnato in un'altra maniera.

— Dimmi la verità, lo hai fatto perchè il conte ti ha cacciato dal paretaio?

— No. Lo hanno raccontato anche a lei? Sono stato io, che ho voluto venir via; egli invece mi trattava bene: su questo non mi posso lagnare, ma la cosa non andava più avanti. Lei mi capisce, — proseguì, scrutandomi negli occhi per sorprendervi un segreto non meno doloroso del suo: — erano dei mesi che avevo deciso, poi martedì mattina alle dieci, quando il conte è entrato nel casotto del paretaio, ho sentito che dovevo finirla. Non dormivo più, benchè nella casa potessi bere quanto volevo: mi davano anche del vino buono. —

Le ultime parole si perdettero in un borbottio quasi rantoloso.

— Poi a casa hai sentito di non essere più a casa tua.

— Proprio così. —

Fece ancora uno sforzo colla lingua come se vi avesse qualche cosa, che non andava giù.

— Potevo farlo subito: invece l'ho fatto questa sera dopo le otto.

— Disgraziato!

— È stato così.

— E non pensavi alla tua vecchia, alle tue nipoti? —

Egli non parve turbarsi.

— Qualcuno aiuta sempre sino a quel certo punto: dopo non c'è più strada, e addio! —

Ma pronunciò questa suprema parola come le altre. Un'ammirazione lucida e fredda mi veniva dalla sua indifferenza. Capivo che egli doveva essere passato per tutti i gradi del dubbio e della resistenza prima di arrivare a quella calma estranea alla vita. Tutto quanto vi aveva sofferto, si era già allontanato da lui: adesso nella morte non provava che l'ultimo imbarazzo della partenza, mentre gli spasimi stessi scemavano, e nel pallore della faccia tranquilla la sua fisonomia mutava.

Le due fanciulle entrarono precipitosamente colla sporta.

— Ecco, zio, — disse la maggiore, salendo sopra una sedia a prendere un piatto, e mettendovi dentro due o tre pezzi di ghiaccio.

Piangeva ancora; egli sorrise, e se li cacciò avidamente in bocca.

— Zio, come stai?

— Bene, andatevi a letto, anche tu, mamma: ci vedremo domani mattina. Non ho più nulla, è passata. —

Invece la lingua sempre più enfiata dalle bruciature gli si muoveva a stento dentro la bocca: la vecchia e le due piccine, sospese per non sapere cosa fare, mi guardavano con soggezione.

— Ti chiami Lisa? — domandai alla maggiore: — va' subito nella bottega del bolognese a prendere due candele: a momenti sarà qui il pretore.

— Il pretore! — egli ripetè sussultando: — e perchè?

— Non te lo immagini? Verranno a fare il processo verbale: il brigadiere non è già venuto?

— Sì, quasi subito, — rispose Lisa dall'uscio.

Avrei voluto gridarle di mettersi le scarpe, ma temevo che non le avesse: l'altra piccina si era cacciata sotto il camino, guardando da quell'ombra con due grandi occhi lucidi. Anch'essa era scalza, colle sottanine in brandelli, ma non piangeva.

— Tarderà molto il pretore? —

Udimmo parlare sotto la finestra.

— Eccoli che salgono! —

Infatti entrò col suo passo rigido, il cappello in testa, tutto chiuso nel pastrano: il dottore, il cancelliere, il brigadiere. Lisa lo seguivano. Forse non mi riconobbe subito e, venendo dritto a Checco, gli chiese con voce dura:

— Ah! vi siete ammazzato?

— Sissignore. —

Poi mi riconobbe e salutò:

— Mille scuse, anche lei qui: che cosa è dunque accaduto? —

Non ebbi tempo di rispondere, perchè interrogò subito il brigadiere seccamente, con tono quasi militare. La sua figura alta e sottile di bel giovane in quel momento appariva sdegnosa.

— Lei era qui prima del signor avvocato?

— Sì.

— E ha potuto raccogliere che si tratta veramente di un suicidio?

— Lo ha confessato lui stesso.

— Vi siete voluto ammazzare, ne convenite? — si voltò di nuovo a Checco con frase ed accento più marcatamente napoletano.

— Sissignore. —

Parvero tutti più tranquilli.

Intanto Lisa aveva messa la nuova candela nel candeliere, accendendola al mozzicone: allora ci sedemmo. Il dottore, che si era accostato a Checco, notò la sua spaventevole pallidezza e si volse al pretore per dirgli:

— Eh! la cosa va innanzi.

— Bisogna spazzare qui, non vedi come tutto è sporco? — gridò quasi la voce grossa del cancelliere a Lisa, mostrandole la tavola e i fogli bianchi, che si disponeva a stendervi per scrivere. Tutti avevano il cappello in testa meno io e il brigadiere: mi accorsi subito che il cancelliere era mezzo ubbriaco secondo il solito, e che il pretore, un novizio, sentiva crescere il proprio disagio in quella casa così tetramente povera. Per fortuna il caso era tanto semplice che il processo verbale ne sarebbe breve.

— Ostrega! — esclamò il cancelliere, veneto di Rovigo, corto e grosso, che non riusciva a spianarsi sulla sedia spagliata: — scappo giuso per il buco. —

Anche il pretore ebbe un breve sorriso.

Io ero tornato vicino a Checco. Lo vedevo rabbrividire sotto le coperte con ambo le mani sullo stomaco, mentre gli occhi umidi di lagrime gli si sbarravano in un ultimo sforzo. Egli non aveva previsto questa suprema tortura della legge, che verrebbe ad interrogarlo e a fargli firmare il verbale della propria morte: quindi tremava di dover rispondere a nuove domande sul perchè di una simile risoluzione, e sopra i suoi rapporti colla mamma e le due nipoti. Nella diffidenza dei poveri verso la legge e i suoi rappresentanti, si figurava che volessero accusarle di complicità in quel suicidio.

Mi strinse la mano borbottando:

— Glielo dica lei che sono stato io solo.

— Vi chiamate — cominciò il pretore: — scriva cancelliere: vi chiamate Francesco Landi, non è vero?

— Sissignore.

— Anni?

— Quarantanove, del fu Leonardo.

— Avete la madre?

— Sissignore, Maria Bassi.

— Siete scapolo?

— Sissignore.

— Fate il falegname. Avete voluto ammazzarvi bevendo un bicchiere di vetriolo comprato nella bottega del signor Roberto Altini colla scusa che ve ne sareste servito per pulire una botte: avete detto questo al brigadiere?

— È vero.

— Perchè vi siete voluto ammazzare? —

Egli, mi teneva ancora la mano sotto il lenzuolo, la strinse convulsamente senza rispondere. Seguì un silenzio; si udiva tremare la sedia, sulla quale la vecchia si era rannicchiata dietro il letto, mentre Lisa, sfuggita nell'altra stanza, tornava a guardare dallo spigolo dell'uscio.

— Metteremo miseria, si capisce, — disse il cancelliere bonariamente, stringendosi il grosso naso nella mano sinistra, un gesto che gli era abituale.

Tutti si guardarono: allora il medico si mise a spiegare la patologia del caso, aiutando il cancelliere, che s'interrompeva spesso nello scrivere per la difficoltà di stendere quel periodo, il più importante del processo verbale. Ci vollero almeno cinque minuti: poi il pretore chiese:

— E la prognosi, dottore?

— Non posso precisare, perchè sintomi di morte immediata non ci sono; ma il caso non ammette dubbio. Non hai vomitato ancora? — si voltò a Checco. — Questo sarà il sintomo decisivo della erosione e della distruzione dei tessuti nello stomaco; se non accadono altre complicazioni, probabilmente morirà per collapso.

— Potrà vivere qualche giorno?

— Non crederei: c'è da scommettere per domani mattina: però non posso affermarlo.

— Scriva, cancelliere. —

Parlavano come se nessuno li ascoltasse.

La pioggia ricominciava a battere sulla finestra a piccole percosse come di dita, che la tentassero, mentre il suo rombo discendeva col vento pel camino: vidi la piccina raggricchiarsi sullo sgabello, chiudendo con ambe le mani gli orecchi.

Finalmente avevano finito; anche il cancelliere si era alzato, tutti si volsero per avvicinarsi al letto.

— Sapete firmare?

— No.

— Come! non sapete firmare voi?

— Non sa firmare, — risposi io seccamente.

— Faremo la croce. —

Era l'ultima parola.

Ma non partirono subito. Dovetti accostarmi; il pretore mi domandò qualche altra notizia sul caso e sull'individuo; il brigadiere affermò che era un buon diavolo, il quale si ubbriacava appena ne aveva i soldi, e che la miseria doveva essere stata la causa del suicidio; il dottore tornò ancora a spiegare il rimedio della magnesia usta e le probabilità della morte, alla quale l'alcoolismo non era estraneo.

— Non si muore per bere, — affermò il cancelliere.

— Badate, — ribattè il pretore scherzando.

— La mi creda, sior pretore, non si muore per bevere. Vuole che andiamo?

— Ella resta, avvocato?

— Sì.

— Buona notte!

— Buona notte anche a voi, fatevi coraggio! —

Appena furono usciti, Checco schiacciò il volto nel cuscino per soffocarvi un singhiozzo; ascoltammo il rumore delle loro parole e dei loro passi giù per le scale, ma qualcuno risaliva. Era il dottore con don Giovannino, il cappellano della parrocchia.

— Aspetterò ancora qui per vedere il vomito, — disse il dottore, mentre don Giovannino colla faccia lunga e sparuta, restava nel mezzo della cucina; poi mi sorrise timidamente.

— Chi è venuto a chiamarla lei? — domandò Checco borbottando con uno sforzo penoso.

— Nessuno, sono venuto io stesso a vedere. —

Infatti non aveva preso nè la cotta, nè la stola, nè il mantello. Doveva averlo mandato l'arciprete, trattandosi di un povero, dal quale non c'era nulla da guadagnare, o forse anche era venuto spontaneamente come un vecchio amico di Checco. Tutti gli volevano bene. Don Giovannino era povero anche lui, non molto intelligente, più timido che sensibile; ma a forza di stare frammezzo alla gente dolorosa finiva a recarle qualche sollievo colla sua presenza così poco imbarazzante e la sua volontà sempre passiva. Non aveva che il vizio del vino se qualcuno gliene offriva, perchè tutti i suoi quattrini li dava alla vedova del fratello suicidatosi cinque anni prima.

— Un po' di ghiaccio! — rantolò Checco scosso da una improvvisa convulsione di vomito; si dibattè indarno e ripiombò colla testa sul cuscino.

— Ci siamo. —

Don Giovannino rispose a questa parola del dottore con un gesto d'interrogazione.

— C'è tempo: crede lei che si confesserà?

— Senza dubbio: Checco veniva sempre a messa la domenica.

— Bene! — concluse il dottore.

Invece Checco agitò la testa ad un cenno di diniego. Capii che, malgrado la sua ingenua bontà, don Giovannino temeva che io potessi influire in quel rifiuto: quindi lo rassicurai con un gesto. Allora si accostò.

— Vuoi che vada a prenderti il sacramento? Lo vuoi, Checco?

— Non importa. —

L'altro rimase interdetto.

Ricademmo in silenzio, il moribondo si era messo il piatto del ghiaccio a fianco del cuscino e ogni tanto se ne cacciava un pezzetto in bocca tenendo sempre gli occhi socchiusi. Doveva soffrire orribilmente, ma resisteva. A un tratto sporse la testa dal letto fra uno schianto di tosse simile ad un urlo, e vomitò finalmente una bava nera lunga, che non gli si poteva staccare dalle labbra e colava adagio verso terra.

— È lo stomaco, — mormorò il dottore.

Io mi ero alzato per sorreggere quella testa diventata fredda quanto il ghiaccio: poi tutta la pelle gli si cosparse come di una rugiada, mentre colle mani seguitava a raspare sulla coperta. Ansò lungamente.

Quando si riebbe, la sua fisonomia era nuovamente mutata dentro un pallore di vetro sporco: mi riaccostai per pulirgli il mento col fazzoletto.

— Si è tutto sporcato, badi, — mi disse poco dopo con una tenerezza nell'accento, che mi fece male, perchè la sua faccia rimaneva immobile come una maschera.

La vecchia e le bambine circondavano il letto, don Giovannino era uscito in punta di piedi, mentre il dottore sembrava aspettare un altro sforzo di vomito.

Invece Checco si riadagiò sul cuscino, cercando di spianarvi la testa per dormire. Mi pareva una cosa impossibile, ma credetti d'indovinare il perchè di quel tentativo.

— Lasciamolo riposare: voi potete andarvene a casa, dottore: resterò qui io.

— Perchè vuol rimanere solamente lei?

— Andate, fra pochi minuti tornerà don Giovannino; allora me ne andrò io pure.

— Non c'è più niente da fare. —

Checco riaprì gli occhi.

— Andate, — ripetei quasi con tono di comando: — vi manderò a chiamare se ne torni il bisogno. —

Egli, rimasto sino allora coll'intenzione di farmi un piacere, capì forse qualche altra cosa nel mio accento ed uscì.

— Adesso a voi altre, — mi volsi: che cosa volete far qui? È tardi, andate a letto. —

Lisa lasciò sfuggire un singhiozzo. Mi affrettai a troncare la scena, spinsi le fanciulle e la vecchia verso il capezzale. Checco fece uno sforzo per baciare l'una e le altre, poi richiamò la più piccina per accarezzarla ancora sulla testa. Una fiamma gli si era accesa negli occhi.

— A letto, a letto, come dice il signor Alfredo: ci vedremo domani mattina, non ho più niente. —

Malgrado lo stento delle parole, che parevano un gorgoglio, si sarebbe potuto crederlo persuaso della loro verità, tanto la sua faccia ed il suo gesto erano sicuri, ma le donne rimanevano ancora lì nel mezzo, non avendo forse capito quelle spiegazioni del medico e del processo verbale. Poi Lisa scappò nell'altra camera a prendere il candeliere, e si mandò innanzi la nonna coll'altra piccina.

Checco sospirò.

— Tutti quei signori ti hanno fatto soffrire, — dissi per deviargli il pensiero.

— Coi poveri fanno sempre così; ma è finita.

— Vuoi che vada via?

— Lei, padrone!

— Don Giovannino tornerà a momenti: se hai bisogno di restare solo con lui... —

Egli scosse la testa:

— Don Giovannino non capisce; ma anche lei sarà stanco.

— Sai pure che non mi corico mai che a giorno.

— Anche lei non dorme! —

Tornai a sedere accanto a lui.

Adesso non poteva quasi più parlare, e il suo volto ridiventato di un pallore cinereo aveva già l'opaca fisonomia della morte: la fronte pareva più alta, le guance gli si erano scavate, mentre i baffi fra i grumi del vetriolo e della magnesia gli si arruffavano dritti ed ineguali come peli di una vecchia spazzola. Eppure una volta era stato un bel giovane. Me ne ricordavo ancora perchè aveva fatto per qualche autunno l'uccellatore meco in un paretaio che non ho più; nelle altre stagioni stava col babbo falegname, lavorava forse meno di lui, ma capiva di più e beveva altrettanto. Era questo il vizio di tutta la casa e che ne aveva fatalmente determinata la rovina: bevevano tutti, campando come gli uccelli con una allegria negligente e trionfatrice finchè la gioventù potè aiutarli. Checco il primogenito esercitava una certa autorità, gli altri fratelli non avevano nè la sua intelligenza, nè quel suo corpo robusto e ben fatto: sembravano anzi malaticci, specialmente l'ultimo, che fu il primo a morire. Lo chiamavano anche in casa «l'antico», triste nomignolo affibbiatogli dai compagni a scuola.

Infatti era come uno di quei vecchi senza barba e senza età.

A poco a poco la casa si era vuotata: la sorella maggiore se ne andò, esigendo quella dote, che li costrinse a subire il primo debito e la prima ipoteca; un secondo fratello aveva preso moglie, oziato, mercanteggiato, bevuto, ed era morto lasciando agli altri la vedova e tre bambine: un altro era finito nella Svizzera, un altro in America, poi il babbo, una sorellina, una nipotina, tutti, meno Checco, che rimaneva colla vecchia e quelle due fanciulle.

Egli aveva allora mutato: mentre prima andava a giornata nelle case dei contadini e dei signori, per sorvegliare le piccine e guadagnare di più, tentò di aprire bottega, e fu peggio. Perdette gli antichi avventori senza acquistarne dei nuovi, la miseria gli crebbe intorno, lottò indarno, a lungo, senza lavoro, quando non aveva più un soldo, chiudendosi in quella cucina a piangere colla vecchia e le due bambine.

Quindi la sua fede e il suo amore si disfecero nella prova atroce.

Gli ultimi mesi, prima di mettersi come uccellatore col conte, aveva cominciato a vendere le proprie armi da falegname per bere, ma andava sempre nella stessa osteria della _Margheritona_, uno stambugio lercio ed oscuro, a rincantucciarsi nell'angolo del camino senza parlare.

Un nuovo singhiozzo di vomito gli squassò la testa sul cuscino.

Don Giovannino era già rientrato, fermandosi quasi sull'uscio ad un mio cenno. Passò ancora del tempo, non parlavamo. A poco a poco don Giovannino si era seduto sopra una scranna vicino alla porta, distendendosi sulle ginocchia la cotta e la stola, sopra la quale teneva ritto il barattolo dell'olio santo.

L'orologio della piazza suonò le undici. Nell'altra stanza si udivano russare tutte e tre, la vecchia e le piccine. Forse la stanchezza, l'emozione, le avevano vinte, e il dolore della crisi era già passato, oltre quella certezza che non c'era più niente da fare per Checco, il quale, anche vivendo, non avrebbe alla propria volta fatto più nulla per loro.

— Poverette! — egli mormorò avvicinandomisi colla testa.

Io solo stavo ancora con lui, mentre don Giovannino non aspettava che il momento estremo per alzarsi e cominciare le preghiere della morte. Ma Checco se l'era sentita venire incontro dal sonno di quelle tre creature, per le quali aveva tentato invano di vivere gli ultimi anni: anch'esse lo avevano già abbandonato.

Gli posi una mano sulla fronte.

— Debbo andarmene?

— Lei è l'ultimo: senta. —

Ascoltavo fremendo.

— È passato tutto! quando sarò morto, non vi deve essere altro, ecco!

— Vuoi che provi a mandar via don Giovannino? — dissi piano.

Evidentemente questi non poteva intenderci: io stesso stentavo a capire il borbottamento doloroso di quelle parole.

Checco si portò una mano alla gola.

— Che cosa m'importa: sarà come quando andavo a messa... invece non c'è niente. Se egli vuole, mi confesserò anche. —

Era un fremito della prima fede o l'ultima superiorità della sua indifferenza dinanzi alla morte?

Fece ancora un gesto vago.

Nella cucina il freddo e il silenzio avevano mutato. La candela bruciava sul camino, agitando lunghe ombre per la parete; la pioggia non batteva più alla finestra, ma si udivano piangere le grondaie tristamente. Egli moriva come aveva vissuto quegli ultimi anni, lottando contro un dolore accanito, senza che un'anima rispondesse mai alle grida, che gli salivano dal cuore e gli si arrestavano sulle labbra. Come quei nomadi che si sdraiano per morire in qualche luogo sconosciuto senza la speranza di riconoscervi alcuno, egli era già solo prima di essere morto. Domani mattina la gente alzandosi chiederebbe curiosamente di lui, a che ora era spirato, se si era confessato, e discuterebbe ancora disapprovando; poi qualcheduno, forse un amico della giovinezza, si darebbe dattorno per mettere insieme il danaro della cassa. Vi è sempre chi si impressiona di questa estrema miseria: è più facile trovare dieci soldi per seppellire un morto che cinque per curare un malato. La vecchia e le piccine s'ingegnerebbero a cavare qualche profitto da quella morte senza intendere la profonda tragedia. Egli le aveva amate nell'ultimo tempo col fervore di quelli che, essendo soli, si attaccano ad un altro magari più debole per non sentirsi abbandonati: se aveva bevuto, aveva pure pianto rimproverandoselo mutamente, ma le resistenze dell'anima sono anch'esse limitate, e spesso bisogna bere per non piangere.

Mi ricordai l'ultima volta che lo avevo visto ubbriaco alla festa di San Matteo, piccola fiera campestre per le aste da abbacchiare i marroni e pei richiami da paretaio. Egli stava seduto sul parapetto del ponte in mezzo alla gente, cogli occhi imbambolati: non vedeva alcuno, il suo volto era di una tristezza insopportabile.

Mi fermai per offrirgli un sigaro toscano.

— Hai bevuto?

— Non basta più, padrone. —

Infatti aveva bisogno di morire.

Improvvisamente si contrasse sotto una più fiera violenza di vomito: questa volta un fiotto nero gli eruppe impetuosamente dalla bocca; si dibattè e qualche grido rauco gli sfuggì fra quei crolli, che parevano spezzarlo. Anche don Giovannino accorse per sostenerlo; poi, vedendolo disteso sul letto quasi cadavere, si mise con mani tremanti la cotta, vi pose sopra la stola e cominciò le preghiere.

Nè la sua voce, nè la sua faccia esprimevano nulla: diceva quel latino come avrebbe detto qualunque altra parola senza intenderla, come l'indomani verso sera ripeterebbe altri versetti sulla bara. La sua faccia era stanca, l'occhio assonnato.

Ma l'altro si rialzò ancora per cercare nel piatto un pezzo di ghiaccio.

Quanto avrebbe potuto durare in quella lotta? Perchè certe agonie sono così inutilmente lunghe?

Mi stese la mano:

— Addio, padrone. —

Compresi. Mi chinai, gli presi con ambo le mani la fronte e vi deposi un bacio.

Fuori nella notte buia ricominciava una pioggia minuta e silenziosa: un cane tutto bagnato venne adagio ad annusarmi, e tornò indietro a testa bassa. Il paese dormiva nell'ombra, rotta lontanamente dalla luce dei due fanali a fianco del mercato, perchè l'altro, lì presso, sull'angolo della casa, si era spento. Andai dietro la rimessa della corriera, in un cortiletto, a battere sulla finestra di una stalla: un altro disgraziato vi si è potuto finalmente ricoverare da qualche giorno per carità del padrone, che non riuscì in questo semestre ad affittarla.

— Virgilio! —

Era desto, venne ad aprirmi nudo.

— Vuoi farmi il piacere di andare da Checco, il falegname: sai tutto eh! È rimasto solo, non c'è più nessuno che gli badi.

— Poveraccio! Quanto camperà?

— Qualche ora forse. —

Questa mattina mi ha raccontato la sua morte.

— Ne ha vomitato, ne ha vomitato di quella roba nera! Ma non si lamentava, ha capito sino all'ultimo.

— Che cosa diceva?

— Niente..... poi si è voltato verso il muro, e ha finito. —

IL MARITO CHE UCCIDE

_L'illustre attore _Ermete Zaccone_ mi ha chiesto un monologo: glielo ho mandato; ma, siccome non lo reciterà, lo trascrivo qui._

Ella è ancora lì dentro (_indicando la porta a sinistra_), certamente senza fare nulla, ma nemmeno oggi verrà a passeggio. Se glielo chiedessi implorando, sarebbe sempre la stessa risposta, sempre quello sguardo fisso, enigmatico, che io solo intendo. Che cosa vede ella in me? Eppure non era presente allora... Arrivò dopo, mentre guardavo quell'altra per terra, ma il sangue non le usciva ancora dal busto; soltanto nello sforzo, che ella fece per alzarsi, vidi sul pavimento alcune gocce rosse, rotonde. Anche in quel momento io vedevo... Non è vero che, commettendo certe cose, si perda la ragione: si vede, si capisce, si vuole come nemmeno ce ne saremmo creduti capaci. È un'altra cosa: pare quasi che una seconda anima si levi in noi, penetrando violentemente, con un'altra logica, nella nostra solita ragione per condurci dritti, inflessibili ad un'altra meta senza nome.

Perchè feci così? Ci avevo pensato prima? So almeno adesso di averne avuto il diritto? Questo solamente so, di avere tutto capito, tutto voluto, con una lucidezza, con una giustizia, nella quale il mio sacrificio non era meno intero del suo.

Anche adesso che ella mi ricompare sul volto di Livia, adesso che sono più solo di lei nel sepolcro, la mia vita e il mio spirito non hanno altro ricordo.