Part 10
Anch'egli aveva pregato un amico di ottenergli dal duca un invito, sapendo di meritarlo e che nullameno gli sarebbe negato. Invece fu peggio. L'amico ed altri, deputati e senatori, che credevano di conoscerlo per aver letto i suoi libri, giudicando impossibile tale domanda, lo sconsigliarono dal viaggio troppo pericoloso perchè l'onore di scriverne i commentari fosse una scusa sufficiente. A che cercare infatti un motivo letterario al polo? Essi non avevano capito. Lo scrittore aveva già mandato alla Nuova Antologia un articolo sopra Andrée, colla fanciullesca lusinga che il duca nel leggerlo potesse intenderne l'appello supremo: ma invece l'articolo non era stato ancora stampato.
Bisognava tacere e restare.
Mentre il duca partiva da Roma, lo scrittore tornava in bicicletta alla propria villa, sotto un crepuscolo piovigginoso. La stretta valle, asserragliata nel fondo da un ciclopico muraglione di gessi, pareva singhiozzare nella sera: gli alberi ancora stillanti lasciavano cadere lagrime sonore ad ogni soffio di vento sulla strada deserta e fangosa. Poi l'ombra crebbe sospendendo lunghe gramaglie a tutti i rami; alcuni uccelli si richiamavano fra le siepi con brevi strida trepidanti. Egli non veniva da lontano, ma era stanco: vide dallo scorcio del ponte, sul fianco della propria villa, il profilo squallido della torre, e il nero antico cipresso solitario, quasi più alto di questa. Quando giunse sul prato, un fanciullo, solitario anch'esso, guardava coi grandi occhi pensosi la sera dallo scalino della porta. La tenebra era già nella casa silenziosa: lo scrittore appoggiò la bicicletta al muro, e tornò indietro. Il suo pensiero era invecchiato sotto quella torre, nella quale i topi famelici avevano più di una volta distrutti i piccioni, che vi nidificavano: adesso qualcuno di questi, uscendo da minuscole casette incastrate nella facciata, volava ancora per l'aria grigia fra le rondini delle grondaie: le galline si erano rifuggite nel pollaio: solo il grande anitrone muto, rimasto vedovo nell'inverno, stava immobile fra l'erba alta del prato. La sua testa, diventata quasi bianca su tutto il corpo nero, si scosse appena, mentre la bocca gli si apriva ad un rauco soffio di saluto; poi, dondolandosi pesantemente sulle palme, rientrò nella stalla vuota.
La casa era anche più triste della sera: lunghi brividi passavano per la campagna.
Non vi è ora più mesta del tramonto per coloro che non sanno ove andare.
Il pensiero dello scrittore fuggiva lontano per quell'ombra verso la spiaggia oscura, alla quale correva in quell'ora il duca degli Abruzzi. Perchè questo principe giovane, quasi bello, aveva voluto esulare dal mondo, mentre la primavera raggiava tutta intorno di sorrisi, e le donne gli apparivano ancora dentro l'incanto del desiderio? Quale profondo dolore, quale eccelsa gioia gli aveva detto la propria irresistibile parola? Era partito per tornare, o come Andrée cercava al polo la bellezza segreta di una morte lungi da ogni volgo? Certamente per i suoi compagni l'avventura non aveva altra seduzione che l'originalità dei rischi e l'ammirazione della gente, alla quale ogni grandezza diventa spettacolo ed ogni grand'uomo un attore; ma difficilmente la vanità dell'applauso basta a destare in un'anima la passione di Prometeo. I capitani delle inverosimili conquiste, gli argonauti dei mari misteriosi, tutti i profanatori del secreto, che ricinge la nostra vita, si sentirono nelle lunghe ore della preparazione sospingere dal soffio gelato della morte; l'amore stesso l'invoca nel delirio supremo e, mentre le fiamme dissolvono la sua ultima impurità, vorrebbe vanire nella pura luce bianca dell'empireo.
Ma forse il duca non volle salpare che verso la gloria più lontanamente difficile agli occhi di tutto il mondo.
Nel suo cuore di soldato ferveano profonde ed eroiche le memorie degli avi discesi come uno stormo di falchi dalle torri di Morienna su le valli alpine a ghermirvi ferocemente corone marchionali e principesche: e poichè nella prosaica vita moderna nessuna bella avventura è concessa alla fantasia di un principe, cercò al di là di ogni confine, nel mistero del polo, la più intrepida ed inutile delle umane conquiste. Già con pochi compagni un anno prima aveva valicato l'Atlantico per salire la cima dell'Alaska, un immenso cono di pietra e di ghiaccio, indarno tentato dalle più temerarie superbie di America, senza altro scopo che di respirare lassù, dove nessun uomo aveva ancora respirato, piantandovi, simbolo effimero di trionfo, la bandiera antica dei Savoia. Ma il polo l'affascinò. L'esploratore Nansen, reduce dal più ostinato e fortunoso dei viaggi verso l'irraggiungibile meta, gli apprese in lunghi racconti tutte le meraviglie di quel mondo, nel quale la notte è così simile al giorno, e il silenzio così puro sull'immacolato candore del ghiaccio.
Tutta la nostra vita finisce lassù: nessuna traccia vi significa l'immensa tragedia del nostro pensiero; la natura stessa vi si nascose dentro una armatura di cristallo, sulla quale la luce si rompe in baleni silenziosi.
Tratto tratto l'armatura si fende e un'acqua scorre fra vitree pareti, che tosto un soffio più gelato rinsalda con un fracasso di macigni lanciati da una catapulta su muraglioni frananti. Qualche orso più bianco di quella solitudine vi erra come un fantasma dentro un sogno, raddoppiandone il mistero. Come vivono gli orsi lassù? La loro fame per quanti di quei crepuscoli senza giorno e senza notte si allunga? Che cosa cercano sulla immensa lastra di quel deserto? Talvolta fra le spaccature dell'immenso specchio appare una foca dalla faccia rotonda di donna, battendosi con ingenua civetteria le larghe e brevi mani sul ventre, mentre guarda coi grandi occhi buoni, che sanno anche piangere.
Tal'altra una procellaria, messaggiera misteriosa, passa come un soffio e dilegua. Dove? Che cosa vi è al polo? Lo ha essa attraversato? Il polo non è una tentazione che per noi, e, come tutti i misteri, rivelandosi non ci toglierà che una illusione: non importa. Meglio lassù a fianco dei cani, che tirano le slitte cariche delle ultime provvigioni per quella landa rotta da canali, sbarrata da trincee di ghiaccio, respirando un'aria a cinquanta gradi sotto zero, colle lagrime incastrate dal gelo negli occhi come i dannati della Caina, che qui nel verde insopportabile di questa valle, senza amore, senza gloria, nell'ozio del pensiero, nel deserto della propria anima!
Io pure sognavo, mio principe, di venire con voi.
Tutta una notte di questo inverno il mio spirito aveva gridato dietro Andrée, l'eroe bello, volato a quel medesimo polo, cui vorreste giungere coll'industre coraggio e colla instancabile pazienza del pellegrino; ma scrivendo pensavo a voi, come all'amico atteso tutta la vita per compierne finalmente l'ultima solenne giornata. Prima di voi, meglio di voi, avevo rifatta col pensiero la strada di tutti coloro, che vi si erano perduti o n'erano ritornati: sempre, ne' miei giorni più vuoti e nelle mie notti più lunghe, erravo per quella solitudine senza cercarvi una meta. Se per la fede di quelle pagine, che non leggerete, mi aveste detto: — Venite, siate l'aedo della mia nave — forse nel tremito della riconoscenza vi avrei confessato la menzogna. Non ho saputo essere il poeta di Andrée, non potevo diventare il vostro: bisogna credere alla bellezza della vita perchè l'amore ci ascolti, o almeno a quella della morte perchè la gloria ci risponda. Io non sono un poeta, non ho più nell'animale speranze che cantano, non mi veggo più dinanzi i fantasmi che insegnano la strada.
Nullameno vi avrei seguito lassù inutilmente: che cosa avrei infatti potuto trovarvi? La mia gloria era altrove, e l'ho vista sparire adagio, per sempre, in una lontananza ben più incerta, in un crepuscolo ben più triste di tutte le aurore boreali. La verginità del polo non vale per me più che una verginità di donna o di casa; comprendo la compiacenza di entrare primo per incidervi il proprio nome, ma il mio orgoglio non ne palpita più dopo l'ultima abdicazione. Come quei pellegrini, che durano a camminare, giacchè, fermandosi, non vorrebbero più alzarsi, vi avrei accompagnato fedelmente per aiutare la vostra costanza colla mia indifferenza, o per aprirvi la solitudine del mio cuore il giorno che quell'altra vi avesse fatto paura.
Forse voi non sapete ancora che cosa sia il deserto.
Se quell'illustre deputato, vostro amico, avesse osato parlarvi di me prima che i modi statuiti all'impresa vietassero di aggiungervi un inutile scrittore, ieri sera sarei balzato in sella verso la città ove nacqui, e nella quale non abito quasi più. L'anno passato vi era ancora un buon ragazzo, il mio maestro di bicicletta, che morì anche col dolore di non averne mai potuto possedere una. Non so perchè, ma sento che sarei andato a deporre la mia sotto la sua finestra, in quel giardinetto presso l'antica stazione della ferrovia. Il villino, non più suo, adesso è vuoto, riverniciato, azzimato quasi per la festa di un nuovo effimero lusso; ma veggo ancora all'ultima finestra del pianterreno, a sinistra, quel povero ragazzo scarno, coi grandi occhi infossati, il giorno che andai a mostrargli la mia nuova _Prinetti_. Nelle sue pupille bruciò un lampo di desiderio, ma il suo sorriso fu senza invidia. Poco dopo morì come un uccello: egli era il mio piccolo compagno, l'ultima innocenza della mia vita. Quante volte non sono partito dalla città col cuore superbamente chiuso, perchè non v'entrasse l'umiliazione di essere così solo! Allora credevo che alla mia anima basterebbe la gloria come un altro amore più vasto e più luminoso, con le medesime tenerezze e i profondi abbandoni. Ma nemmeno questo fu vero. Sarei quindi partito col primo treno, nascondendo la testa nell'angolo di qualche compartimento vuoto per non riaffacciarmi allo sportello, quando il sibilo della vaporiera mi avrebbe sferzato l'orecchio come un supremo sarcasmo.
Che importa, purchè l'ultimo?
Anche questa mattina piovigginava. I primi colli dell'Appennino, dietro i quali è passata quasi tutta la mia vita, sarebbero fuggiti nella luce crepuscolare davanti al finestrino del vagone come per una incertezza di sogno; avrei sentito coll'instintivo terrore di una novissima sensazione l'anelito violento della locomotiva, i suoi crolli cupi sui ponti, lo scricchiolìo de' suoi ondeggiamenti nelle curve, tutto l'impeto della sua forza costretta dalle rotaie e che rugge per la caminiera, ansa e trema, fuma e fischia. Lungi, lungi è la meta, più lungi ancora dilegua il passato. I campi verdi, i colli violacei, le stazioni, le città vaniscono nella corsa davanti al pensiero fiso sull'immenso deserto polare: lassù è la meta, lassù il silenzio, lassù la solitudine, che gli uomini non potranno mai profanare. Voi non riuscirete, mio principe, a segnarvi una strada: la vostra idea non vi passerà che come la procellaria sopra una linea invisibile, il vostro piede non vi lascerà un'orma più precisa che il piede di una volpe bianca. Se qualcuno dei vostri compagni morrà, gli taglierete nel cristallo una tomba diafana, dentro la quale dormirà incorruttibile nei secoli: v'inginocchierete a pregare; poi i cani si rialzeranno per tirare le slitte, e che il vostro Dio vi accompagni! L'inverno è pronto e lungo lassù: raddoppiate il coraggio, non abbiate pietà dei cani nè di voi stesso, perchè i giorni dell'ultima spedizione vi saranno contati come a Nansen. Come a lui, gli abiti vi diventeranno di vetro nel giorno, e quel vetro ridiventerà acqua dentro il sacco di pelle, nel quale vi caccerete la notte per dormire: i vostri cronometri si guasteranno, vi mancheranno le provviste, dovrete nutrire i cani vivi coi cani moribondi, nutrirvene voi stesso; vi si romperanno la tenda e il canotto, e, come a Nansen, non vi resterà che un compagno, una carabina, qualche cartuccia e la lampada del fornello. Andate, andate, la meta è ancora lontana: forse Dio, che vi aspetta lassù, disse misericordiosamente alla Morte di venirvi incontro.
Dove è morto Andrée?
Nessuno lo sa.
Ma allora imparerete perchè volle morire, non lasciandosi dietro, fra noi, che uno stupore di sogno.
Forse io non avrei potuto seguirvi fino là: non sono più giovane, non so nuotare, pattinare, remare, tiro male di fucile, non ho provato che un freddo di diciotto gradi, l'anno nel quale morì la pineta di Ravenna. Hanno avuto ragione coloro che non vollero chiedervi per me un invito: per accompagnarvi lassù bisognava meritarlo altrimenti che per qualche libro stampato o per non sapere più dove andare. Si può soffrire anche qui al cuore un freddo più intenso che al polo; vi è anche qui un deserto nel quale si è sicuri di rimanere soli; si può anche qui camminare verso una meta irraggiungibile.
Vincitore o vinto, voi potete tornare, mio principe: io invece avrei dovuto restare lassù, e probabilmente voi solo vi sareste qualche volta ricordato di me.
CHECCO
Erano venuti a chiamarmi nel piccolo caffè.
— Checco, il suo falegname, si è ammazzato bevendo un bicchiere di vetriolo!
Corremmo fuori nella notte oscura e piovigginosa. Parecchi capannelli si erano già formati nel breve viale delle acacie e parlavano sommessamente; alcune donne erravano di gruppo in gruppo; laggiù dinanzi alla casetta illuminata dal raggio obliquo dell'ultimo fanale la gente si addensava.
Per la scala dritta ed angusta uomini, donne, fanciulli si strinsero al muro silenziosamente per lasciarmi passare, mentre dall'uscio aperto della cucina usciva un confuso rumore di voci e di passi.
Egli stava nell'altra stanza rattrappito sopra una cassa nera, col volto schiacciato quasi nel muro per sottrarsi alle insistenze del medico e della vecchia madre, che volevano fargli trangugiare un bicchiere tutto bianco di una spuma vischiosa. Vidi subito che si teneva strette convulsamente le mani sullo stomaco.
— Ah! lei, — esclamò il dottore, levandosi il capello, per venirmi incontro colla solita rispettosa cortesia.
Lo guardai negli occhi: egli ammiccò come per dire:
— Spacciato! —
Intanto la vecchia, quasi distesa sul figlio, guaiva sottilmente, tirandolo per le spalle perchè si voltasse.
— Prendilo, prendilo!
— Provi lei, — mi disse il dottore.
— Ma se è inutile! — risposi con un gesto.
— Lo so, tuttavia.....
— Checco! — chiamai, mettendogli una mano sulla spalla.
Egli mi riconobbe alla voce e si voltò. Il suo volto triste e grinzoso era senza dolore, ma ne' suoi occhi mi parve già di vedere un'altra luce.
— Lasciatemi stare, — mormorò con una strana dolcezza nella voce, facendo uno sforzo visibile per rimettersi seduto sulla cassa; ma dovette portare vivamente la mano sinistra sul ventre, come per frenarvi la contorsione di uno spasimo.
Intanto nella cucina la folla seguitava a crescere, si udiva il suo scalpiccio e le voci si alzavano tratto tratto per ricadere improvvisamente in un silenzio pieno di soffi. Due o tre teste spuntarono curiose dallo spigolo dell'uscio.
Senza parlare gli misi il bicchiere sulla bocca, egli la spalancò come un bambino e si lasciò ingollare tutta quella miscela, tenendo gli occhi chiusi: poi con un cencio di fazzoletto cercò di pulirsi i baffi, mentre la vecchia gli asciugava col grembiule le bolle di schiuma cadute sui calzoni.
— Prendine un altro bicchiere, — insistè il medico.
— È tardi.
— Che t'importa allora? puoi contentarci, vado a prepararlo.
Anche la mamma gli andò dietro con quel tremito di paralisi, che rendeva più doloroso il suo piccolo corpo contorto dalla vecchiaia come uno di quegli sterpi senza foglie, dalla buccia screpolata: pareva camminare senza vedere alcuno.
Rimanemmo soli.
— Ma perchè, Checco, perchè? — proruppi, quantunque avessi già capito tutto.
— Non c'era più strada, padrone!
— Perchè?
— Quando non c'è più strada.....
— Ti puoi essere ingannato. —
Si contentò di stringersi nelle spalle.
— Quanto vetriolo hai bevuto?
— Abbastanza.
— Quanto?
— Quattro dita, perchè non andava giù: mi ha bruciato subito. —
Lo sentii fare uno sforzo colla lingua.
In quel momento rientrava il medico con un altro bicchiere egualmente pieno e spumante.
— Via, ancora questo: che cosa credi che sia? C'è qui il signor Alfredo, il quale lo sa anche lui: è magnesia usta, sbattuta nell'albume di uovo: non c'è altro per neutralizzare gli effetti dell'acido sullo stomaco. Devi soffrire come un cane: non soffri? —
Infatti non pareva.
— Eppure ne hai bevuto parecchio! —
Così dicendo, depose il bicchiere sulla cassa e andò a prenderne un altro dall'unico povero canterano a fianco del letto.
— È solfato di rame, — seguitava accalorandosi nella dimostrazione con una cadenza sempre più marcata nel suo accento napoletano, mentre dalla fronte calva gli colavano grosse righe di sudore. — È quel medesimo solfato, che si usa per le viti e per pulire le botti; forse non è molto puro, ma guardi. —
Ne versò sopra un mattone del pavimento poche gocce, che vi fecero subito una larga chiazza nera.
— S'immagini poi nello stomaco; egli ha bevuto da quasi tre quarti d'ora.
— È tardi, — ripetè ancora Checco.
— A ogni modo bevi questo secondo bicchiere di magnesia.
— Perchè? —
La sua indifferenza finì coll'impressionare anche il dottore: io guardavo ed ascoltavo, sentendomi tremare dentro.
— È finita, lo sa anche lei, mi lascino stare.
— Allora ti ordino un po' di ghiaccio: devi bruciare.
— Ho le fiamme.
— Còricati.
— Mi lascino qui sulla cassa.
— Vuoi che ti mandi via tutta la gente? — gli dimandai.
— Sì, padrone, grazie. —
Uscii col dottore, traendomi l'uscio dietro: la gente tacque.
— Fatemi il piacere di andarvene tutti: il caso è grave, restiamo qui io e il dottore: uno solo vada a prendere del ghiaccio.
— Io! — gridò la più grandicella delle nipoti, una fanciulletta alta, secca, snella, scalza, con due grandi occhi luminosi.
— Va' — le insegnò il medico, — a nome mio da Barabba e digli che domani mattina gli consegnerò io stesso il biglietto. —
Costui aveva in affitto anche la ghiacciaia del comune, e doveva dare gratuitamente il ghiaccio ai malati su ogni richiesta del medico.
La cucina cominciava a vuotarsi.
— Morirà? — mi chiese a bassa voce Tonio, un altro falegname.
— Certo, — rispose seccamente il dottore.
Ma sul pianerottolo un gruppo di ragazzi si ostinava curiosamente senza nè sentire, nè capire nulla nel triste dramma di quella casa anche più triste. Le loro facce giovanili e brutte tradivano anzi quella inconsapevole compiacenza di essere vivo e sano, che quasi tutti provano davanti alla morte di un altro, specialmente se egli stesso volle morire. Infatti nessuno fra la gente, che un momento prima riempiva la cucina, aveva espresso un sentimento di rammarico: erano stupiti del caso e se lo spiegavano reciprocamente con qualche parola e con gesti vaghi di condanna.
— E poi? Che cosa ha fatto? Perchè farlo? —
Una irritazione quasi di collera metteva tratto tratto uno stridore nelle loro domande: quindi se ne andarono per rispetto mio; altrimenti sarebbero rimasti come in piazza, con quella curiosità che il rischio o il dolore dello spettacolo sembrano rendere a mano a mano più cattiva.
Quando chiusi l'uscio, le ragazze precipitarono sgattaiolando per le scale.
Il dottore guardò l'orologio.
— Che ora è?
— Le nove: io non ho più nulla da fare qui. Veda lei di persuaderlo a bere questo secondo bicchiere, forse a lei non osa dire di no; ma in ogni caso, anche se lo beva, la cosa non muterà. Come vuole mai che la magnesia possa impedire gli effetti dell'acido dopo mezza ora? Adesso metà, dello stomaco deve essere già bruciata, distrutta: poi avremo il vomito.
— Dovete cenare ancora?
— Sì.
— Andate, dottore, resto io.
— Vado e torno subito: se sopraggiunge un qualche fenomeno, mi faccia chiamare. —
Ma la vecchia, rimasta immobile sopra una sedia tutto quel tempo, scattò subitamente e venne ad afferrarlo per il pastrano.
— Non morirà eh!? — gridò agitando la povera testina rugosa di scimmia: — che cosa ha poi bevuto?
— Lo sapete pure, me lo avete detto voi stessa, — rispose con un sorriso il dottore.
L'altra rimase interdetta, e il dottore ne profittò per uscire. Io la guardavo. Quel tremito nervoso, quasi di paralisi, le dava una certa vita, mentre negli altri giorni la si vedeva passare come un'ombra lenta e silenziosa, con due occhi opachi nel viso sucido e sgualcito. Bisognava fissarla attentamente per riconoscerle una faccia.
Nella piccola cucina, appena illuminata da un mozzicone di candela dentro un candeliere di legno, v'era un lettuccio, sul quale doveva dormire lui, una tavola sgangherata nel mezzo, uno sgabello da bambino sul focolare spento, e alcuni piatti e dei bicchieri sopra un asse nel muro. Riconobbi per terra la grande sporta rotta delle sue armi da falegname quando andava a giornata: un tegame di fagioli, con dentro un cucchiaio dritto nel mezzo stava sul cammino accanto al candeliere di legno.
La vecchia si tastava le saccocce.
Credetti di capire, e siccome avevo dei soldi nella tasca dei calzoni, gli diedi tutti, poco più di una lira: ella accettò senza rispondere, ma seguitava a frugarsi.
— Ecco — esclamò abbassando paurosamente la voce: — mi ha detto di portarla domani mattina all'esattore; ci guardi lei. Checco è sempre stato un galantuomo. —
Era una lettera scritta a matita sopra un pezzo di carta turchina piegato alla meglio.
— Vi sono i suoi debiti, e poi tutti quelli, che ha dovuto fare per le tasse della casa: sono sei mesi che non paghiamo più le tasse, ci porteranno via la casa. —
Non sapevo che rispondere: quelle poche righe tracciate da una mano tremante ed inesperta non spiegavano nulla. Vi potei appena leggere qualche cifra e qualche nome.
— Vedrà, vedrà che ci porteranno via la casa, adesso. —
Egli medesimo infatti mi aveva più volte parlato di questa paura, la più crudele di tutta la sua vita dopo che la dote data alla prima sorella lo aveva costretto a mettere una ipoteca su quel tugurio: poi i debiti erano naturalmente cresciuti sino a rendergli impossibile di pagare anche la piccolissima tassa. Benchè sapessi tutto questo da gran tempo, n'ebbi una nuova dolorosa impressione.
— Intanto Checco morirà!
— Speriamo di no — risposi senza un motivo.
— Chi lo sa!? Gli altri otto sono morti uno per uno — seguitava con voce fischiante, mentre una smorfia simile ad un riso pazzo e silenzioso le stirava il viso: — noi poveretti dobbiamo morire come le mosche dal freddo; anche il mio uomo è morto così, poi Natalino, Palita... Che cosa è stato? Se Checco non beveva quel mezzo bicchiere, poteva stare qui in casa sua: invece ci porteranno via la casa, ugualmente. —
Uno scoppio di pianto senza lacrime l'arrestò, ma in quel medesimo istante udimmo Checco scendere dalla cassa e camminare.
— Nasconda, nasconda, l'altra susurrò precipitosamente correndo all'uscio.
Egli parve contento che la cucina fosse vuota; ma era orribilmente pallido.
— Vado a letto.
— Aspetta che ti aiuto.
— No, se ne vada anche lei, la ringrazio tanto, signor Alfredo. —
Capivo che si vergognava di lasciarmi vedere le lenzuola e tutta quella miseria del letto; però finsi di non accorgermene. Era quasi caduto sul cuscino sotto la violenza di uno spasimo, che gli torceva le viscere: lo aiutai a trarsi la giacca, i calzoni, e stavo per inginocchiarmi, quando s'intenerì ritraendo i piedi perchè non gli slacciassi le scarpe.
— Eh! via, sciocco, non lo faresti tu per me? —
Ma colle mani tremanti vi misi troppo tempo: poi, adagiandolo sul letto, ricopersi il lenzuolo con quel cencio di coperta e un altro cencio di mantello ammucchiato sopra una sedia. La notte diventava fredda; la vecchia, per fare qualche cosa, tentò di rimboccare la coperta meno larga del letto.
— Hanno portato il ghiaccio? — egli chiese.
— Non ancora: forse la bambina non ha trovato subito Barabba: vuoi dell'acqua?
— Sì: mi pare di avere nello stomaco un gatto vivo che graffii. —
Bevve, chiuse gli occhi e si calmò.