Chapter 29
Un cortese frisone, al quale ero raccomandato da un amico dell'Aja, mi condusse in campagna per vedere le case dei contadini. Ci dirigemmo da Leuwarde verso la città di Freek, a traverso uno dei tratti più fertili della Frisia, per una bella strada ammattonata e pulita come un marciapiede di Parigi; e arrivammo, dopo un breve cammino, a una casa dinanzi alla quale il mio compagno s'arrestò e disse in tuono grave: "Ecco il _friesche hiem_ del contadino frisone, la vecchia fattoria degli antenati." Era una casa di mattoni, con le persiane verdi e le tendine bianche, coronata d'alberi e posta in mezzo a un giardinetto circondato da un fosso pieno d'acqua. Accanto a questa casetta, c'era un fienile formato di gigantesche travi di pino di Norvegia e coperto da un enorme tetto di canne; e in questo fienile la stalla, difesa da una gran parete di legno. Entrammo nella stalla. Le vacche, come nella Nord-Olanda, non hanno strame, e sono unite a due a due, colla coda legata alle travi del soffitto, perchè non s'insudicino. Dietro di esse corre un rigagnolo profondo che porta via le immondizie. Il pavimento, le pareti, gli animali stessi sono pulitissimi, e non mandano punto cattivo odore. Mentre io osservavo in ogni parte quel salotto animalesco, il mio compagno, che era un erudito agronomo, mi dava dei preziosi ragguagli intorno alla campagna frisona. In un podere di trenta o trentacinque ettari si suol tenere un cavallo e settanta bestie bovine. Per ogni ettare c'è una vacca da latte, e in quasi tutti i poderi otto o dieci grandi pecore, col latte delle quali si fanno dei piccoli formaggi cercati come una ghiottoneria sopraffina in tutte le città della Frisia. Tuttavia il prodotto principale, in Frisia, non è il formaggio, come nella Nord-Olanda; ma il burro. La stanza dove si fa il burro è il penetrale sacro della casa dei contadini. C'entrammo, e non fu piccola concessione quella che ci venne fatta, perchè i profani sono pregati per il solito di fermarsi sulla soglia della porta. Era una stanza pulita come un tempietto e fresca come una grotta, nella quale si vedevano molte file di vasi di rame pieni fino all'orlo di latte munto allora allora, e già coperto di un denso strato di fiore. La zangola era messa in movimento da un cavallo, come s'usa in quasi tutta la Frisia. A una parete era appeso un termometro, le finestre erano ornate di tendine, e sul davanzale si vedeva un bel vaso di giacinti. Questo burro di Frisia è così squisito, mi diceva il compagno, che sul mercato di Londra, dove se ne porta una quantità immensa, si vende a un prezzo esorbitante. Anno per anno se ne raccolgono nei varii mercati della provincia da sette a otto milioni di chilogrammi. Il burro è posto in certi bariletti di quercia di Russia, del peso di venti o quaranta chilogrammi ciascuno, che vengono portati al Peso Municipale delle città della Frisia. Qui un perito li esamina, li assaggia, li pesa e poi ci mette il suggello delle armi della città; dopo la quale operazione sono trasportati ad Harlingen, e caricati sopra uno _steamer_, che li reca sulle rive del Tamigi. Questa è la nostra ricchezza, concluse il cortese frisone, colla quale ci consoliamo della mancanza delle palme e degli aranci che avete voi, prediletti dalla natura. E terminò, a proposito di aranci e di burro, raccontandomi di quel generale spagnuolo, che un giorno mostrò un arancio a un contadino frisone e gli disse con orgoglio: "Questo è un frutto che il nostro paese produce due volte all'anno!" e il contadino, ponendogli sotto gli occhi un pane di burro, gli rispose: "E questo è un frutto che il nostro paese produce due volte al giorno!" E il generale rimase senza parola.
Il contadino che ci accompagnava, ci permise di dare una capatina in una stanza dove sua moglie e la sua figliuola, l'una col casco d'oro e l'altra col casco d'argento, lavoravano sedute di qua e di là d'un tavolino. Pareva una stanza apparecchiata appositamente per gli stranieri curiosi. V'erano dei grandi armadi di forma antica, degli specchi colle cornici dorate, delle porcellane chinesi, dei vasi da fiori scolpiti, delle argenterie esposte sugli stipi. "E il meno è quello che si vede," mi susurrò nell'orecchio il mio compagno, vedendomi dar segno di meraviglia. "Quegli armadi sono pieni di biancheria, di gioielli, di vesti di seta; e vi son dei contadini che hanno i piatti, le tazze, le caffettiere d'argento; e ve n'è persino di quelli che si fan fare le posate e le scatole da tabacco d'oro massiccio. Guadagnano molto, vivono economicamente, e spendono il frutto dei loro risparmi in oggetti di lusso." Questo spiega perchè nei più piccoli villaggi ci sian delle botteghe di gioiellieri quali non si trovano in molte grandi città europee. Ci son contadine che comprano delle collane di corallo del valore di mille lire e che hanno nelle loro cassette per più di diecimila fiorini tra anelli, buccole, spille, gingilli. E vivono economicamente, è vero, durante la maggior parte dell'anno; ma i giorni di grandi feste, nelle occasioni di matrimonio, al tempo delle _Kermesses_, quando vanno in città per divertirsi, s'installano nei primi alberghi, pigliano i più bei palchi al teatro dell'opera e stappano tra un atto e l'altro delle brave bottiglie di Champagne. Un contadino che possegga un capitale di centomila lire non passa punto per ricco, poichè sono moltissimi quei che ne possedono duecento mila, trecento mila, un mezzo milione, ed anche molto di più.
Il carattere di questi contadini (e quello che si dice dei contadini si può dire di tutti i Frisoni) è per testimonianza universale ed antica, maschio, aperto, generoso.--Che peccato che non siate un Frisone!--dicono a una persona che stimano. Sono alteri della nobiltà della loro razza, che credono la prima della grande famiglia germanica, e si vantano d'essere il solo popolo di quella famiglia, che abbia conservato il suo nome dopo i tempi di Tacito. Molti credono ancora che il loro paese sia stato chiamato Frisia da Frisio, figliuolo di Alano, fratello di Mesa, nipote di Sem, e s'inorgogliscono di quest'origine antica. L'amore della libertà è il loro sentimento dominante, «I Frisoni,--dice il loro vecchio codice,--saranno liberi fin che i venti soffieranno nelle nuvole e fin che durerà il mondo.» È la Frisia, infatti, che manda al Parlamento i deputati più arditi della parte liberale. La popolazione è quasi tutta protestante, e gelosissima della sua fede, e non meno che della fede, della lingua, illustrata da un grande poeta popolare, e coltivata tuttora con grande amore. Il contadino in particolare, dice il Laveleye, cita con alterezza gli uomini illustri che nacquero sotto l'_hiem_ frisone, i due poeti Gisberto Japhis e Salverda, il filologo Tiberio Hemsterhuis e suo figlio Frans, l'amabile e profondo filosofo che la signora di Staël chiamava il Platone olandese.
Strada facendo verso Leuwarde, incontrammo parecchi carri di contadini tirati da quei famosi cavalli frisoni, che si dicono i primi trottatori del mondo. Hanno il pelo nero, il collo lungo, la testa piccina e piena di vita. I più belli son quelli allevati nell'isola di Ameland. Resistono meravigliosamente alla fatica; servono insieme al tiro e alle corse, e cosa singolare in un paese dove tutto si muove placidissimamente, i loro flemmatici padroni li fanno andar sempre di trotto serrato, anche per tirare i carri del fieno, e quando non han punto premura di arrivare. Le corse di questi cavalli, che si chiamano le _harddraveryen_, sono uno spettacolo antico e caratteristico della Frisia. In tutte le piccole città si prepara un'arena divisa in due vie parallele e diritte, sulle quali i cavalli corrono successivamente a due a due, e poi lottano fra loro i vincitori di ciascuna corsa fin che uno li abbia vinti tutti, e questo ottiene il premio. Il popolo accorre in gran folla a questo spettacolo, e l'accompagna con applausi e grida festose, come alle gare dei patinatori.
Arrivando a Leuwarde ebbi il più bello e più inaspettato incontro che potessi immaginare: un corteo nuziale di contadini. Erano più di trenta carrozze, tutte colla cassa della forma d'una conchiglia, altissime, coperte di dorature e di fiorami dipinti, e tirate da robusti cavalli neri, su ciascuna delle quali stava seduto un contadino vestito in gala, e una donnina rosea col casco d'oro e il velo bianco. I cavalli andavano di gran trotto, le donne, strette al braccio dei loro compagni, gettavano confetti ai ragazzi della via, le trine sventolavano, i caschi mandavan lampi. Il corteo s'allontanò e disparve come una cavalcata fantastica in mezzo a un frastuono di risa, di schiocchi e di voci festose.
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La sera, a Leuwarde, mi divertii a veder passare dinanzi alla porta dell'albergo le donne e le ragazze dalla testa luccicante, come un generale ispettore alla così detta rassegna annuale, quando i soldati sfilano uno per uno con armi e bagaglio. A un certo punto però, osservando che andavan tutte dalla stessa parte, seguii la corrente e riuscii in una vasta piazza, dove suonava una banda musicale, in mezzo a una gran folla, davanti a un edifizio con tutte le finestre illuminate, alle quali s'affacciavano di tratto in tratto dei signori in cravatta bianca, che dovevano essere là per un pranzo ufficiale. Benchè piovigginasse, la gente rimaneva immobile, e le donne essendo tutte in prima fila, formavano intorno alla banda un gran cerchio di caschi, che da lontano, al lume dei fanali e a traverso il velo della nebbia, pareva davvero una schiera di corazzieri a piedi, che tenesse indietro la folla. Mentre la banda suonava, una ventina di soldati di fanteria, raggruppati in un angolo della piazza, l'accompagnavano col canto, agitando il berretto e saltellando ora sur una gamba ora sull'altra cogli atteggiamenti grotteschi degli ubbriachi dello Steen e del Brouwer. La folla li guardava, e m'immagino che lo spettacolo le paresse straordinariamente bello e dilettevole, perchè rideva dai precordi, si alzava in punta di piedi, accennava, esclamava, applaudiva. Io mi fermai a osservare qualche bel viso di Frisona, che quando si vedeva guardata, mi vibrava uno sguardo pieno di orgoglio guerresco, e poi me n'andai a far conversazione con un libraio, cosa gradevolissima in Olanda, dove i librai sono generalmente molto colti e molto cortesi.
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La notte, all'albergo, non potei quasi chiuder occhio per cagione d'uno scellerato pianista di campanile, il quale, forse perchè soffriva d'insonnia, si prese il barbaro piacere di dare alla città addormentata un saggio di tutte le opere del Rossini e di tutte le canzoni popolari dei Paesi Bassi. Non ho ancora parlato del meccanismo di questi organetti aerei, ed ecco com'è congegnato. L'orologio del campanile mette in movimento un piolo, il quale alla sua volta fa girare una ruota e un cilindro munito di cavicchi, simile a quello d'un organo di Barberia. A questi cavicchi, disposti nell'ordine voluto dalla melodia, sono attaccati dei fili di ferro i quali sollevano i battagli delle campane e i martelli che le percuotono. Quando suonan le ore, risponde un'arietta determinata; ma togliendo il cilindro, si possono suonare tutte le arie che si vuole, per mezzo di molle mosse da due tastiere, una delle quali si preme colle mani e l'altra coi piedi. Il suonare in questa maniera richiede una forza e uno sforzo considerevole, poichè alcuni dei tasti vogliono una pressione equivalente al peso di due libbre; eppure, è tale il piacere che i campanari trovano in questa musica, e che suppongono ci trovino anche gli altri, che suonano per ore intere con un vigore e una passione degna veramente di più grata armonia. Io non saprei dire se quel campanaro di Leuwarde suonasse bene; ma son certo che doveva avere dei muscoli erculei e una spaventosa passione per il Rossini. Dopo avermi addormentato col _Barbiere_, mi svegliò colla _Semiramide_, poi mi riaddormentò coll'_Otello_, poi mi fece riaprir gli occhi col _Mosè_, e così di seguito. Era una gara fra noi due, egli a vibrarmi delle note e io a scagliargli delle maledizioni. Cessammo tutti due insieme a un'ora molto avanzata della notte, e non so, se avessimo fatto il conto, quale dei due sarebbe rimasto creditore. La mattina mi lamentai col cameriere, un olandese flemmatico, a cui credo che nessun rumore del cielo o della terra aveva mai turbato la dolcezza del sonno. "Ma sapete" gli dissi, "che questa vostra musica dei campanili è molto importuna?"--"Come," mi rispose innocentemente, "non ha osservato che ci sono tutte le ottave coi tuoni e coi semi-tuoni?"--"Proprio?" gli dissi coi denti stretti. "Allora il caso è diverso: scusate."
La mattina per tempo partii per Groninga, recando con me, malgrado la persecuzione della musica, un caro ricordo di Leuwarde e delle poche persone che ci avevo conosciute, amareggiato però da un rammarico che mi dura ancora: quello di non aver visto scivolare sul ghiaccio le belle, ardite e severe figlie del Nord, che passano, come dice Alfonso Esquiroz, avvolte in una nuvola e coronate d'un nembo d'oro e di trine, simili a figure fantastiche intravvedute sognando.
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La pianura olandese, che veduta la prima volta, desta un senso vago e gradevole di malinconia, e presenta nella sua uniformità mille aspetti nuovi e mirabili, che divagano l'immaginazione, finisce però col generare stanchezza e noia anche in chi sia per natura meglio inclinato a comprendere e a godere la sua maniera particolare di bellezza. Vien sempre un giorno, in cui lo straniero che viaggia in Olanda, sente improvvisamente un desiderio irresistibile di altezze che gli facciano sollevare gli occhi e il pensiero; di curve su cui lo sguardo possa salire, precipitare, aggirarsi; di forme che l'immaginazione possa animare con quelle vaghe e meravigliose rassomiglianze di dorsi di leoni, di fianchi di donne, di profili di visi e d'edifizi, che presentano i poggi, i monti, le rupi del suo paese. La mente e gli occhi sono sazi di spaziare e di smarrirsi per quel mare sconfinato di verzura: hanno bisogno di cime, d'abissi, d'ombre, di azzurro, di sole. Allora si è veduto abbastanza l'Olanda e si pensa alla patria con amore impaziente.
Provai per la prima volta questo sentimento andando da Leuwarde a Groninga, capitale della provincia del medesimo nome. Uggito di vedere, a traverso la nebbia, praterie dopo praterie e canali dopo canali, mi raggomitolai in un cantuccio del vagone e mi diedi a pensare ai poggi della Toscana e alle colline delle sponde del Reno, nello stesso modo che maestro Adamo di Dante pensava ai ruscelletti del Casentino. A una piccola stazione posta a mezza strada fra le due città, salì nel vagone un uomo che mi parve a primo aspetto, ed era infatti un contadino, biondo, corpacciuto, color di cacio fradicio, come dice il Taine dei contadini olandesi, vestito pulitissimo, con una gran ciarpa di lana intorno al collo e una grossa catena d'oro al panciotto. Mi diede un'occhiata benevola e mi sedette davanti. Il treno ripartì. Io continuavo a pensare alle mie colline, e di tratto in tratto mi voltavo a guardar la campagna colla speranza di qualche cangiamento di paesaggio, e vedendo sempre pianura, facevo, senz'accorgermene, un atto che voleva dire che ero ristucco. Il contadino guardò per qualche tempo ora me ed ora la campagna; poi sorrise, e pronunziando le parole con grande sforzo, mi disse in francese:
"Noioso..... non è vero?"
Gli risposi in fretta di no, che non m'annoiavo punto, che anzi la campagna olandese mi piaceva.
"Eh no....." riprese sorridendo, "noioso: tutto piano," e accennava con tutt'e due le mani; "non c'è montagne."
Dopo qualche momento, impiegato a tradurre mentalmente il suo pensiero, mi domandò, accennandomi col dito: "Di che paese?"
"D'Italia," risposi.
"Italia," ripetè sorridendo. "Ci son molte montagne?"
"Moltissime," risposi, "da coprirne tutti i Paesi Bassi."
"Io," soggiunse, accennando sè stesso, "non ho mai visto una montagna in vita; non so che sia; nemmeno le colline della Gheldria."
Un contadino che parlava francese per me era già una cosa straordinaria; ma un uomo che non aveva mai visto nè una montagna nè una collina, mi pareva una creatura favolosa. Perciò lo interrogai, e gli cavai di bocca delle cose assai strane.
Egli non era mai stato più lontano che ad Amsterdam, non aveva mai veduto neanco la Gheldria, che è la sola provincia montuosa della Neerlandia; e perciò non aveva idea di che cosa fosse una montagna, se non per le immagini che ne aveva viste nei quadri e nei libri. Le più grandi altezze a cui si fossero mai sollevati i suoi occhi erano le punte dei campanili e le cime delle dune. E quello ch'era di lui, è di migliaia d'Olandesi, i quali dicono:--Vedrei volentieri un monte,--come noi diremmo:--Vedrei volentieri le piramidi d'Egitto.--Mi disse in fatti che appena avesse potuto, sarebbe andato a vedere il Wiesselschebosch. Gli domandai che cosa fosse il Wiesselschebosch. Mi rispose che era una montagna della Gheldria, vicina al villaggio di Apeldoorn, una delle più alte del paese. "Quanto è alta?" domandai. "Cento e quattro metri," mi rispose.
Ma quel buon uomo doveva ben altrimenti farmi stupire.
Di lì a qualche momento mi ridomandò: "Italia?"
"Italia," ripetei.
Stette un po' pensando, e poi disse: "Fu respinta la legge sull'istruzione obbligatoria, vero?"
Oh cospetto!--dissi tra me;--stiamo a vedere che è abbonato alla _Gazzetta ufficiale_. In fatti, pochi giorni prima la Camera aveva respinto il progetto di legge per l'istruzione obbligatoria.
Gli risposi quel poco che sapevo.
Dopo un po', sorrise, cercò, mi parve, una frase, e poi mi domandò:
"E Garibaldi continua....." qui fece l'atto di zappare, e poi soggiunse: ".....la sua isola?"
Un'altra! "Continua," risposi, e lo guardai con tanto d'occhi, stentando a persuadermi che fosse un contadino, benchè non ci potesse esser dubbio.
Stette un po' senza parlare e poi disse:
"Voi," e appuntò il dito verso di me, "avete perduto un grande poeta."
A questa uscita, poco mancò che non facessi un salto.
"Sì, Alessandro Manzoni," risposi; "ma come diamine sapete tutte queste cose?"
Or ora, pensai, costui mi mette sul tappeto la questione dell'unità della lingua.
"Ma ditemi un po'," gli domandai, "sapreste per caso anche la lingua italiana?"
"No, no, no," rispose scrollando la testa e ridendo; "niente, niente."
Detto questo, continuò a ridere e ad almanaccare, e mi parve di capire che mi preparasse qualche sorpresa. Intanto il treno si avvicinava a Groninga. Quando fummo per entrare sotto la tettoia della stazione, il buon uomo prese il suo involto, mi guardò di nuovo sorridendo, e segnando le sillabe coll'indice della mano destra, mi disse in italiano, con una pronunzia impossibile ad esprimersi, e coll'aria di chi fa una grande rivelazione:
"Nel mezzo!"
"Nel mezzo?" gli domandai meravigliato. "Nel mezzo di che cosa?"
"Nel mez-zo del cam-min di no-stra vi-ta!" disse facendo un grande sforzo e saltando giù dal vagone.
"Un momento!" gli gridai; "Sentite! Una parola! Come mai....."
Era scomparso.
Avete capito che razza di contadini c'è in Olanda? E dico, potrei far sacramento che non ho aggiunto una mezza parola di mio.
GRONINGA.
La Groninga è forse di tutte le provincie dei Paesi Bassi quella che la mano dell'uomo ha più meravigliosamente trasformata.
Nel sedicesimo secolo, una gran parte di questa provincia era ancora disabitata. Era un paese di aspetto sinistro, coperto di sterpeti, d'acque stagnanti, di laghi tempestosi, e inondato ogni momento dal mare; nel quale erravano frotte di lupi e sciami innumerevoli d'uccelli acquatici, e non si sentiva altra voce che il canto dei ranocchi e il lamento dei daini. Tre secoli di lavoro coraggioso e paziente, smesso più volte senza speranza e poi ripreso con maggiore ostinazione, e condotto a fine in mezzo a ogni sorta di difficoltà e di pericoli, hanno trasformato quella regione selvaggia e spaurevole in una terra fertilissima, intersecata da canali, popolata di fattorie e di ville, dove fiorisce l'agricoltura, ferve il lavoro, circola il commercio, e brulica e si espande una popolazione agiata e civile. La Groninga, la quale nel secolo scorso era ancora una provincia povera, che pagava allo Stato una metà meno della Frisia e dodici volte meno dell'Olanda propriamente detta, è ora, rispetto all'estensione del suo territorio, una delle provincie più ricche del regno, e produce da sè sola i quattro decimi dell'avena, dell'orzo e della colza che si raccolgono nei Paesi Bassi.
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La parte più florida della Groninga è la settentrionale, e lo è a tal segno, da non potersene formare una giusta idea, se non percorrendo quelle campagne; nè io potrei, benchè le abbia percorse, descriverle meglio che aggiungendo le mie osservazioni e quelle che raccolsi dai Groninghesi, alle descrizioni che ne danno l'agronomo francese Conte di Courcy, il quale pure non fece che attraversar di volo il paese, e il belga Delaveleye, autore d'una bell'opera sull'economia rurale della Neerlandia, ch'ebbi già occasione di rammentare.
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