Olanda

Chapter 28

Chapter 283,589 wordsPublic domain

Stemmo insieme fino a notte, e m'accompagnò alla stazione della strada ferrata, per andar poi ad assistere ad un concerto musicale. In quella piccola città di marinai, di pescatori e di mercanti di burro, c'era un concerto dato da quattro artisti, due tedeschi e due italiani, fatti venire espressamente dall'Aja, per sonare un par d'ore, al prezzo di duecentocinquanta fiorini! Dove questo concerto si facesse, in una città come Harlingen, tutta casette liliputtiane, non lo potevo capire, se non supponendo che i suonatori stessero in casa, e gli uditori nella strada; e domandai una spiegazione al mio compagno. "Una casa abbastanza grande c'è," mi rispose:--Una!--pensai. O dove sarà questo colosso di casa, che non l'ho veduto? Attraversammo due o tre strade semioscure, ma un po' più popolate che due ore innanzi, e arrivammo alla stazione. "Non ci vedremo mai più" mi disse quel franco e simpatico frisone stringendomi la mano. "Probabilmente mai più," risposi. Stemmo un po' guardandoci l'un l'altro, e poi ci dicemmo tutti e due insieme:--Addio!--e con questo triste saluto ci separammo. Egli andò al concerto, ed io partii per l'interno della Frisia.

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La Frisia è tutta una pianura, d'un terreno misto di sabbia, d'argilla e di torba, bassa in ogni parte, e sopratutto a occidente, dove non di rado, verso la fine d'autunno, le acque del mare si spandono su grandi spazi. Vi sono moltissimi laghi, i quali formano come una catena a traverso tutta la provincia dalla città di Stavoren fino alla città di Dokkum. La campagna è coperta di vastissime praterie, e solcata in tutti i versi da larghi canali, lungo i quali pascolano, per nove mesi dell'anno, armenti innumerevoli non guardati nè da pastori nè da cani. Lungo il Mare del Nord, vi si trovano dei piccoli rialti di terreno, chiamati _terpen_, innalzati dagli antichi abitanti per rifugiarvisi coi loro armenti al montare delle maree, e su alcuni di questi rialti son fabbricati dei villaggi. Altri villaggi e città son costrutti su palafitte, in terre conquistate a poco a poco sul mare. La provincia ha duecento settantadue mila abitanti, che traggono non solo sostentamento, ma ricchezza dal commercio del burro, del formaggio, dei pesci, della torba, e comunicano agevolmente tra loro per via dei canali e dei laghi. Pochi alberi dietro i quali son nascoste le case campestri e i villaggi; qualche vela di bastimento; degli stormi di pavoncelle, di cornacchie e di corvi; e i bellissimi armenti che picchiettano d'infinite macchie nere e bianche il verde della campagna, sono le sole cose che attirino l'occhio su quella vasta pianura di cui un velo di vapori bianchi nasconde perpetuamente i confini. L'uomo che in quel paese ha fatto tutto, non si vede da nessuna parte, e pare un paese nel quale l'acqua viva e lavori da sè, e la terra non sia posseduta che dagli animali.

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Arrivai a Leuwarde a notte fitta e trovai per buona ventura un albergo dove si parlava francese.

La mattina per tempissimo--credo che non ci fossero ancora cento persone levate in tutta la città--uscii, e mi diedi a girare per le strade deserte sotto una pioggiolina lenta e diacciata che arrivava alle ossa.

Leuwarde ha l'aspetto d'un grande villaggio. Le strade sono quasi tutte spaziosissime, percorse da larghi canali, e fiancheggiate da case straordinariamente piccine, colorite di rosa, di lilla, di cenerino, di verde chiaro, di tutti i colori di Broek. I canali interni si congiungono con canali esteriori, i quali si stendono lungo i bastioni della città, e si collegano alla loro vòlta con altri canali, che conducono ai villaggi e alle città vicine. Vi sono piazze e crocicchi da grande città, che paiono anche più vasti per la piccolezza delle case, in moltissime delle quali le finestre sono a un palmo da terra e toccano quasi il tetto colla parte superiore. Per lunghi tratti di strada, se si ammucchiassero tutte insieme le case, non si formerebbe un edifizio di grandezza ordinaria. Pare una città antichissima, primitiva, fondata da un popolo di pescatori e di pastori, e a poco a poco ristaurata, dipinta, ingentilita. Ma nonostante i bei ponti, le botteghe ricche, le finestre adorne, il suo aspetto generale ha qualcosa di così esotico per un europeo del mezzogiorno, da fargli parer strano che gli abitanti portino il soprabito e il cappello cilindrico come noi. Di tutte le città della Neerlandia è quella in cui un italiano si sente più lontano dal suo paese. Le strade erano deserte, tutte le porte chiuse: mi pareva di girare per una città abbandonata e sconosciuta, che avessi scoperta io. Guardavo quelle strane casette e dicevo tra me, meravigliandomi, che pure là dentro ci dovevano essere delle signore eleganti, dei pianoforti, dei libri che anch'io avevo letti, delle carte geografiche d'Italia, delle fotografie di Firenze e di Roma. Girando di strada in strada, passai dinanzi all'antico castello dei governatori della Frisia, della casa di Nassau Diez, gli antenati della regnante famiglia d'Orange; scopersi una curiosissima prigione, un palazzo bianco e rosso, sormontato da un tetto altissimo, e decorato di colonnine e di statue, che gli dan l'aspetto d'un villino principesco; e infine riuscii in una gran piazza, dove vidi una vecchia torre di mattoni, ai piedi della quale si dice che cinquecento anni fa giungessero le acque del mare, e che ora è lontana più di dieci miglia dalla costa. Di qui, passando per altre strade pulite come salotti, in mezzo a due file di case di cui rasentavo le gronde coll'ombrello, ritornai nel centro della città.

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In tutto quel giro non avevo visto altre donne che qualche vecchia scarmigliata e insonnita, che guardava il tempo dalla finestra; e ognuno può immaginare quanto fossi curioso di vedere le altre, non tanto per la loro celebre bellezza, quanto per la stranissima copertura di capo della quale avevo inteso parlare e letto descrizioni e trovato immagini in tutte le città dell'Olanda. La sera innanzi, arrivando a Leuwarde, avevo ben visto a una cantonata qualche testa di donna stranamente luccicante; ma l'avevo vista di sfuggita, al buio, e senza quasi badarci. Ben altra cosa doveva essere il vedere tutto il bel sesso della capitale della Frisia, in pieno giorno, a mio bell'agio. Ma come cavarsi questa curiosità? Il cielo prometteva la pioggia per tutta la giornata, le donne sarebbero probabilmente rimaste tappate in casa, io avrei dovuto aspettare fino alla mattina dopo, e l'impazienza mi divorava. Per fortuna mi venne una di quelle idee luminose che nelle grandi occasioni sbocciano anche nei cervelli più piccoli. Vedendo passare un musicante della guardia civica, col pennacchio in capo e la tromba sotto il braccio, mi ricordai ch'era l'anniversario della nascita del Re di Olanda, pensai che si dovesse radunare la banda musicale, che questa banda avrebbe percorso la città, che dove sarebbe passata tutte le donne avrebbero fatto capolino, e che perciò, mettendomi accanto al capo-banda come i monelli che accompagnano i reggimenti agli esercizi, avrei veduto quanto volevo. Dissi a me stesso:--Bravo!--e canterellando l'arietta «Che invenzione prelibata» del _Barbiere di Siviglia_, seguii il musicante. Arrivammo nella gran piazza dove la guardia civica s'andava raccogliendo intrepidamente sotto una pioggia dirotta, in mezzo a un centinaio di curiosi; in pochi minuti, il battaglione fu ordinato; il maggiore gettò un grido stridulo; la banda diede fiato agli strumenti; la colonna si mosse verso il centro della città. Io camminavo accanto al capo tamburo, ed ero beato.

S'aprirono le finestre delle prime case, e si affacciarono alcune donne colla testa tutta luccicante d'argento, come se fossero elmate; ed avevano infatti due larghe lastre d'argento che nascondevano affatto i capelli e coprivano una parte della fronte stringendo il capo come un casco di guerriero antico. Un po' più oltre, s'affacciarono altre donne, quali col casco d'argento, quali col casco d'oro. Il battaglione svoltò in una delle strade principali, e allora su tutte le porte, a tutte le finestre, agli svolti delle strade, sulle soglie delle botteghe, dietro le cancellate dei giardini, comparirono caschi d'oro e d'argento, grandi e piccini, con velo e senza velo, tersi e sfolgoranti come celate d'armeria; mamme in mezzo a una nidiata di ragazzine, tutte col casco; vecchie cadenti, col casco; serve colla casseruola in mano, col casco; signorine che s'erano alzate allora dal pianoforte, col casco; Leuwarde pareva una immensa caserma di corazzieri sbarbati, una metropoli di regine spodestate, una città dove tutta la popolazione si preparasse ad una grande mascherata medioevale. Non posso dire lo stupore e il piacere che provavo dinanzi a quello spettacolo. Ogni nuovo casco che vedevo, mi pareva il primo, ridevo, e mi pareva che il capo tamburo, le guardie civiche e i monelli che avevo intorno, dovessero riderne con me. Tutti quei caschi coloravano di riflessi dorati e argentati i vetri delle finestre e le imposte inverniciate; brillavano confusamente nel buio delle stanze semi-aperte del pian terreno; apparivano e sparivano lampeggiando dietro le tendine trasparenti e i fiori dei davanzali. Passando accanto alle ragazze ritte sul marciapiedi della strada, rallentavo il passo, e vedevo riflessi sulle loro teste gli alberi, le botteghe, le finestre, il cielo, le guardie civiche, il mio viso. In mezzo a tutte quelle teste amabilmente terribili, su cui non si vedeva una ciocca di capelli, io collo staio e la capigliatura lunga, mi parevo un uomo imbelle e spregevole, a cui da un momento all'altro una di quelle austere frisone dovesse porgere per scherno il fuso e la rocca.--Ma che spedizione hanno in mente tutte codeste donne?--pensavo, celiando con me stesso.--A chi vogliono far la guerra? A chi intendono di metter paura?--A ogni passo vedevo qualche scena curiosa. Un ragazzo, per far stizzire una bambina, le appannava il casco col fiato, e quella subito s'affannava a ripulirlo colla manica, prorompendo in invettive, come un soldato a cui il compagno insudici qualche parte dell'armatura un momento prima della rivista del capitano. Un giovanotto, da una finestra, toccava colla punta d'un bastoncino il casco d'una ragazza affacciata alla finestra accanto, il casco risonava, i vicini si voltavano, la ragazza faceva il viso rosso e spariva. In fondo a un corridoio, una serva si aggiustava il casco guardandosi in quello d'una compagna gentilmente inchinata per farle da specchio. Nell'atrio d'una casa, che doveva essere un collegio, una cinquantina di ragazze, tutte col casco, si disponevano a due a due, in silenzio, come un drappello di guerriere che s'apparecchiassero a fare una sortita contro il popolo ribellato. E in ogni nuova strada che infilava la banda, pullulava da ogni parte, come a un richiamo di guerra, una nuova legione di quell'esercito stravagante e gentile.

Da principio, tanto ero assorto nella contemplazione dei caschi, che non avevo quasi badato ai volti di quelle Frisone, che hanno fama di essere le più belle donne dei Paesi Bassi, di discendere in diritta linea dalle antiche sirene del Mare del Nord, e di aver fatto andare in visibilio il gran cancelliere dell'Impero germanico; il quale non dev'essere di natura molto facilmente eccitabile. Riavuto dalla prima meraviglia dei caschi, mi diedi a considerare le persone; e debbo dire che ne vidi, come in tutti gli altri paesi, pochissime belle, ma queste degne veramente della fama. Son donne la maggior parte di alta statura, di larghe spalle, bionde, bianche, diritte come palme e gravi come antiche sacerdotesse, alcune di mani e piedi molto piccoli, e malgrado la loro gravità, sorridenti con una dolcezza che par davvero un riflesso lontano delle loro favolose progenitrici. L'elmetto argenteo, che stringendo e nascondendo i loro capelli, le priva del più bell'ornamento della bellezza, le rifà in parte di questo difetto, col mettere in mostra la nobile forma della loro testa, e col dare al loro viso dei lumeggiamenti bianchi e azzurrini d'una delicatezza inesprimibile. All'apparenza, non hanno ombra di civetteria.

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Mi rimaneva però una grande curiosità, ed era di veder da vicino una di quelle belle teste elmate, e di sapere come questi elmi fossero fatti, e in che modo si mettessero, e che norme avesse quell'uso. A questo fine avevo una lettera per una famiglia di Leuwarde, la portai, fui ricevuto cortesemente in una bella casetta posta sull'orlo d'un canale, e scambiati appena i primi saluti, dimandai di vedere un casco, il che fece ridere di cuore i miei ospiti, perchè quella è immancabilmente la prima domanda che rivolgono tutti gli stranieri arrivati in Frisia ai primi Frisoni che hanno la fortuna di conoscere. Per tutta risposta, la padrona di casa, una signora colta e gentilissima, che parlava con molto garbo il francese, tirò il cordoncino d'un campanello, e comparve subito una ragazza col casco d'oro e la veste lilla, a cui essa accennò di venire innanzi. Era la serva: una ragazza alta come un granatiere, robusta come un atleta, bianca come un angelo, fiera come una principessa. Capì di volo che cosa volevo e mi si piantò davanti colla testa alta e cogli occhi bassi. La signora mi disse che si chiamava Sofia, che aveva diciott'anni, ch'era promessa sposa e che il casco gliel'aveva regalato il suo fidanzato.

Domandai di che metallo fosse il casco.

"D'oro!" rispose la signora quasi meravigliandosi della mia domanda.

"D'oro!" esclamai alla mia volta. "Scusi; abbia la compiacenza di domandarle quanto costa."

La signora interrogò in lingua frisona Sofia, e poi rivolgendosi a me: "Costa," mi disse, "senza le spille e senza la catenella, trecento fiorini."

"Seicento lire!" esclamai. "Scusi ancora: vorrei sapere qual'è la professione del suo fidanzato."

"Segatore di legna," rispose la signora.

"Segatore di legna!" ripetei, e pensai con raccapriccio allo spessore del libro che avrei dovuto scrivere per poter vincere di splendidezza quel segatore di legna.

"Non hanno però tutte il casco d'oro," soggiunse la signora. "I fidanzati che han pochi quattrini ne regalano uno d'argento. Le donne e le ragazze povere l'hanno di rame dorato, o d'argento sottilissimo, che costa pochi fiorini. Però la grande ambizione è d'averlo d'oro, e a questo fine si lavora, si risparmia, si sospira per anni interi. Se poi dovessi parlarle delle gelosie, io che ho la cameriera col casco d'argento e la serva col casco d'oro, ne potrei dire qualche cosa."

Le domandai se portavano il casco anche le signore. Mi rispose che non lo portavano più, fuor che pochissime; ma che tutte, anche delle prime famiglie, si ricordano d'averlo veduto alle loro nonne e alle loro madri; ed eran caschi cesellati e tempestati di diamanti che costavano un subisso. Anticamente però non si portavano caschi, ma solo una sorta di diademi molto sottili, d'argento o di ferro, senza ornamenti, i quali, a poco a poco, si andarono allargando fino a coprire tutta la parte anteriore del capo. Ora, come tutte le mode che cominciano a decadere quando sono giunte all'esagerazione, anche il casco decade. Alle donne comincia a rincrescere di non poter mostrare i loro bei capelli biondi. Oltre questo, il casco produce il triste effetto di affrettare la calvizie, tanto che molte donne, in età ancor fresca, hanno già delle piazzate che metton paura. I medici, dal canto loro, dicono che quella continua pressione sul capo fa male al seno, e molti affermano che ne arresta lo sviluppo; il che non è difficile a credersi, poichè in fatti le donne frisone, robuste e carnose come sono, hanno per lo più un rilievo leggerissimo là dove è bello il vedere una curva audace. Tutte queste ragioni hanno indotto anni sono parecchie signore della provincia di Groninga, dove è pure in uso quella copertura di capo, a formare una specie di propaganda contro quell'uso, smettendolo esse per le prime; dopo di che moltissime altre lo smisero. Passeranno però molti anni prima che tutti i caschi siano spariti. Le serve, le contadine, la maggior parte delle donne del mezzo ceto, lo portano ancora. V'è la parte pro e la parte contro. Questa guadagna terreno lentissimamente, e quella si difende con ostinazione.

Desideravo di vedere il casco di Sofia, ma era coperto dal solito velo di trina, e non osavo farla pregare che se lo togliesse. Le presi il velo per l'orlo colla punta delle dita e spiegando la parola col gesto, le domandai se lo potevo alzare.

"Lo alzi pure," mi disse la signora, traducendo la risposta della ragazza.

Lo alzai.

Dei del cielo, che bianchezza! Paragonai quel collo, ch'era tutto scoperto, col velo che tenevo in mano, e rimasi incerto di quale dei due fosse più bianco.

Il casco di Sofia era assai diverso dai caschi di argento che avevo visti per le strade; anzi, per dire il vero, questo nome di casco non conviene che a quei d'oro, poichè gli altri, sebbene presentino, a chi li guarda di fronte, il medesimo aspetto di caschi, non ne hanno punto la forma. Questi son fatti di due lastre quasi circolari, congiunte da un cerchietto flessibile di metallo che passa dietro il cocuzzolo, e ornate di due grandi bottoni cesellati che riescono sulle tempie. Queste due lastre non coprono che la parte anteriore del capo. I caschi d'oro invece sono un larghissimo cerchio che abbraccia tutta la testa, fuorchè il cocuzzolo, e si allarga ancora alle estremità fino a non lasciar più vedere che una piccolissima parte della fronte. La lamina è sottile e flessibile come carta di Bristol in modo che si può adattare facilmente a teste di diversa grandezza. Sotto questo casco (anco sotto quei d'argento) portano una specie di cuffia nera, che serra i capelli come un berretto da notte; e sopra il casco, un'altra sorta di cuffia di trina, che scende fin sulle spalle. Su questa seconda cuffia molte donne mettono ancora un cappellino indescrivibile, ornato di fiori e di frutti finti, o un cappello _Pamela_. Prima di mezzo giorno, stando in casa o uscendo per faccende, le donne del popolo portano il casco senz'altro; la cuffia e il cappello se lo mettono per andare alla passeggiata.

Mentre osservavo il casco della ragazza, la signora mi parlava di certi usi singolarissimi che si ritrovano ancora nella campagna della Frisia.

Quando un giovane si presenta in una casa per domandare la mano d'una ragazza, questa gli fa subito capire se lo accetta o non lo accetta per sposo. Se lo accetta, esce dalla stanza e vi ritorna poco dopo col casco. Se non si va a mettere il casco vuol dire che il giovane non le piace, e ch'essa non acconsente a diventare sua regina. Gli amanti sogliono regalare alle loro fidanzate dei legacci da calze, sui quali sono iscritte delle sentenze, delle parole d'amore e degli auguri di felicità. Qualche volta l'innamorato presenta alla ragazza un fazzoletto annodato con iscrizioni nel nodo e dentro monete o gingilli. Se la bella lo scioglie, s'intende che accetta la mano del giovane; se non lo scioglie, s'intende che la ricusa. L'onore più ambito dagli amanti è quello di poter legare lo zoccolo, o patino che si voglia dire, al piede della loro diva; la quale li ricompensa di questa cortesia con un bacio. Del resto, giovani e ragazze godono della più ampia libertà. Vanno a passeggiare insieme come marito e moglie, e rimangono sovente soli in casa, per parecchie ore, di notte, dopo che il padre e la madre sono andati a letto.--E non si hanno mai da pentire di esserci andati troppo presto? domandai: "Il fallo," mi rispose la signora "è sempre riparato."

Durante tutti questi discorsi, la bella frisona era sempre rimasta seria ed immobile come una statua. Prima che se n'andasse, le dissi, per ringraziarla con un complimento, che era una delle più belle guerriere della Frisia, e pregai la signora di tradurle quelle parole. Le ascoltò col viso serio e diventò rossa fino ai capelli; poi, come se ci avesse pensato meglio, sorrise leggerissimamente, e fatto un mezzo inchino uscì dalla stanza, ritta, lenta e maestosa come una regina di tragedia.

Grazie alla cortesia dei miei ospiti, vidi un piccolo _Museo d'antichità nazionali della Frisia_, formato da pochi anni, e già ricco di moltissimi oggetti preziosi. Profano come sono a questi studi, non feci che sogguardare le medaglie e le monete, e mi trattenni particolarmente dinanzi agli antichi zoccoli dei patinatori, ai rozzi diademi da cui derivarono i caschi, e a certe strane pipe trovate nella terra a una grande profondità, le quali paiono anteriori all'uso del tabacco, e si crede servissero a fumare la canapa. Ma il più curioso oggetto del Museo è un cappello da donna, ch'era in uso sulla fine del secolo scorso, un cappello così spropositato e così ridicolo, che se l'antiquario che me lo mostrò, non m'avesse assicurato d'averne visto ancor uno, coi suoi occhi, sul capo d'una vecchia signora di Leuwarde, non sono molti anni, in occasione di una festa per l'arrivo del re d'Olanda, avrei creduto impossibile che delle creature ragionevoli si fossero mai incappellate in quella maniera. Non è un cappello, è una tenda, un baldacchino, una tettoia, sotto la quale si potrebbe riparare dalla pioggia e dal sole un'intera famiglia. Si compone di un cerchio di legno, grande due volte uno degli ordinari tavolini da caffè, e d'un cappello di paglia munito d'una tesa della stessa grandezza, mancante da una parte, in modo che presenta la forma d'un semicircolo. Il cerchio è ornato di una lunga frangia, ed ha una piccola apertura, nella quale entra la testa, e vi si assicura non so come. Quando il cerchio è assicurato, il cappello, che è una cosa a parte, vi si posa su e vi si stende come una tela sull'armatura d'una baracca, e l'edifizio è compiuto. Quest'edifizio, quando le signore entravano in chiesa, lo scomponevano, per non ingombrare troppo spazio, e lo rifabbricavano al momento d'uscire, e il cappello pareva grazioso, e l'operazione comodissima. Tanto è vero il proverbio, che tutti i gusti son gusti.

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