Chapter 20
Dalla piazza del Dam si arriva in pochi minuti al porto, che offre anch'esso uno spettacolo grandioso e strano oltre ogni dire. A primo aspetto, non ci si capisce nulla. Si vedono da ogni parte dighe, ponti, cateratte, palizzate, bacini, che presentano l'immagine d'un'immensa fortezza costrutta così astutamente, perchè nessuno riesca a raccapezzarne la forma; e non ci si riesce infatti che per mezzo della carta e dopo una passeggiata di parecchie ore. Dal mezzo della città, alla distanza di mille metri l'una dall'altra, partono in direzione opposta due gran dighe arcate che abbracciano e difendono dal mare le due estremità di Amsterdam sporgenti oltre il semicircolo delle sue case come le punte d'una mezza luna. Queste due dighe che hanno ciascuna una gran porta munita d'una cateratta gigantesca, racchiudono due bacini capaci di mille bastimenti d'alto bordo e parecchie isolette sulle quali son magazzini, arsenali, opificii, dove lavorano migliaia d'operai. Fra le due grandi dighe s'avanzano parecchie dighe minori, formate di robuste palizzate, che servono di stazione d'imbarco per i battelli a vapore. In tutte queste dighe s'innalzano case, tettoie, baracche, fra le quali formicola una folla di marinai, di passeggieri, di facchini, di donne, di ragazzi, di carrozze, di carri, chiamati là dalle partenze e dagli arrivi che si succedono rapidamente dal far del giorno alla sera. Dai punti avanzati di codeste dighe si abbraccia con uno sguardo l'intero porto: le due foreste di navigli dalle bandiere di mille colori, racchiusi nei due grandi bacini; i bastimenti che arrivano dal gran canale del Nord, e che entrano a vele spiegate nel mare di Zuiderzee; i barconi e le barche che s'incrociano da tutte le parti del golfo; la costa verde della Nord-Olanda; i cento mulini di Zandam: la lunghissima schiera delle prime case di Amsterdam che disegnano sul cielo le loro mille punte nere; le innumerevoli colonne di fumo filigginoso, che s'alzano dalla città sull'orizzonte grigio; e quando le nuvole sono in moto, una continua, rapidissima, meravigliosa variazione di colori e d'aspetti, per la quale ora sembra di essere nel più gaio, ora nel più tristo paese del mondo.
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Ritornando in città, per osservare particolarmente gli edifizii, i primi a chiamar l'attenzione sono i campanili. In Amsterdam ci sono templi di tutte le religioni: sinagoghe, chiese per i riformati calvinisti, chiese pei luterani della confessione Ausburgo strettamente osservata, chiese per i luterani della confessione d'Ausburgo osservata largamente, chiese per i rimostranti, per i mennoniti, per i valloni, per gl'inglesi episcopali, per gl'inglesi presbiteriani, per i cattolici, per i greci scismatici; e ognuno di questi templi innalza al cielo un campanile che par stato fatto per vincere tutti gli altri di originalità e di bizzarria. Quello che dice Vittor Hugo degli architetti fiamminghi, i quali fabbricarono dei campanili ponendo un'insalatiera rovesciata sopra un berretto da giudice, una zuccheriera sopra l'insalatiera, una bottiglia sulla zuccheriera, e un ostensorio sulla bottiglia, si può riferire in parte anche ai campanili d'Amsterdam. Alcuni son formati di chioschi o di tempietti sovrapposti, altri di tante torricine che paiono tirate fuori l'una dall'altra, in modo che a dare un colpo sulla più alta, tutto il campanile si debba accorciare come un cannocchiale; altri son sottili come minareti, quasi interamente costrutti di ferro, ornati, dorati, traforati, trasparenti; altri coronati dal mezzo in su di terrazzini, di balaustrate, di archi, di colonne; quasi tutti poi sormontati da un globo o da una corona di ferro della forma d'un bulbo, sulla quale posa un'altra corona, che regge alla sua volta una palla, la quale sostiene un'asta, in cui è confitto ancora qualche altro oggetto, che forse non è l'ultimo neanch'esso; tal quale come le torricciuole che fanno i ragazzi, sovrapponendo tutti i ninnoli che cascan loro nelle mani.
Fra gli edifizii monumentali, che non sono molti, v'è il palazzo reale, il primo dei palazzi d'Olanda, costrutto tra il 1648 e il 1655, sopra tredicimilaseicentocinquantanove palafitte; grandioso, pesante e nero; del quale il più bell'ornamento è una sala da ballo che si dice la più vasta d'Europa, e il maggiore difetto, quello di non avere portone, per il che vien chiamato comunemente la casa senza porta. Per contrapposto, l'edifizio della Borsa che gli sorge dirimpetto, fondato su trentaquattromila palafitte, perchè non ha di notevole che un peristilio di diciassette colonne, si chiama la porta senza casa; bisticcio che ogni olandese si fa un dovere di ripetere agli stranieri, sorridendo impercettibilmente coll'estremità delle labbra. Chi capita ad Amsterdam nella prima settimana della Kermesse, ch'è il carnevale dell'Olanda, può vedere in questo edifizio uno spettacolo curiosissimo. Per sette giorni, nelle ore in cui non si fanno affari, la Borsa è aperta a tutta la ragazzaglia della città, che v'irrompe, facendo uno strepito infernale di pifferi, di tamburi e di grida; licenza che, se è vera la tradizione, sarebbe stata concessa dal Municipio in onore di alcuni ragazzi, i quali, al tempo della guerra d'indipendenza, giocherellando presso l'antica Borsa, scopersero gli Spagnuoli che si preparavano a far saltare in aria l'edifizio con un naviglio pieno di polvere, corsero a darne avviso ai cittadini, e mandarono così a vuoto il tentativo dei nemici. Oltre il palazzo reale e la Borsa, sono un bell'ornamento di Amsterdam il palazzo dell'industria, fatto di cristallo e di ferro, e sormontato da una cupola leggerissima, che da lontano, quando vi batte il sole, gli dà l'aspetto d'una grande moschea; e come monumenti storici, le vecchie torri che s'alzano sulla riva del porto.
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Fra queste torri ve n'è una che si chiama _Torre dell'angolo dei piangenti_ o _Torre delle lagrime_, perchè là s'imbarcavano altre volte i marinai olandesi per lunghissimi viaggi, e le loro famiglie andavano presso quella torre per salutarli e vederli partire, e piangevano. Sopra la porta v'è un rozzo bassorilievo segnato della data 1569, il quale rappresenta il porto, una nave che parte, e una donna che piange; e fu posto in commemorazione della moglie d'un marinaio, che morì di dolore per la partenza di suo marito.
È stato osservato che quasi tutti gli stranieri che vanno a veder quella torre, dopo aver dato un'occhiata al bassorilievo e alla _Guida_ che ne spiega il significato, si voltano verso il mare come per cercare il bastimento che parte, e rimangono qualche tempo pensierosi. A che cosa pensano? Forse a quello che pensai io stesso. Seguono quel bastimento nei mari artici, alla pesca delle balene o alla ricerca d'una nuova via per le Indie, e alla loro mente si spiega come una visione l'epopea tremenda della marina olandese in mezzo agli orrori del polo: i mari ingombri di ghiaccio, il freddo che fa cadere a brani la pelle delle mani e del viso, gli orsi bianchi che s'avventano sui marinai, e spezzan le armi coi denti; i cavalli marini che accorrono a stormi furiosi per rovesciare le scialuppe; le rocce di ghiaccio mulinate dalle onde e dal vento, e le vaste pianure ghiacciate e mobili che s'incontrano, imprigionano e stritolano le flotte; le isole deserte sparse di cadaveri di marinai, di carcasse di navi, di cinture di cuoio rosicchiate nella disperazione dell'agonia dagl'infelici che morirono di fame; poi le frotte di balene che volteggiano intorno ai navigli, le formidabili contorsioni del mostro ferito nelle acque insanguinate, le barche rovesciate dai colpi di coda, i pescatori che cascan nel mare, e vi rimangono irrigiditi, i naufraghi erranti seminudi nella nebbia e nelle tenebre, le fosse scavate nel ghiaccio e ricoperte col ghiaccio per ripararsi dalle fiere, i sonni che finiscono colla morte. Poi ancora sconfinate solitudini bianche e brumose, dove non si sente altro rumore che quello dei remi delle scialuppe ripercosso dalle caverne e i gridi lamentevoli delle foche; poi altri deserti dove non è più traccia di vita, le montagne di ghiaccio incommensurate, gl'immensi spazi ignoti, le nevi secolari, l'inverno eterno, la tristezza solenne delle notti del polo, il silenzio infinito in cui l'anima si spaura, i marinai consunti, trasfiguriti, moribondi, che s'inginocchiano sul ponte, e giungono le mani verso l'orizzonte infocato dall'aurora boreale, chiedendo a Dio di rivedere il sole e la patria. Scienziati, mercatanti, poeti, tutti s'inchinano a quelle umili avanguardie che hanno tracciato coi loro scheletri sulle nevi immaculate del polo il primo sentiero della vita.
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Da questa torre, voltando a destra, e seguitando a camminare lungo il porto, si arriva alla Plantaadije, vasto quartiere composto di due isole congiunte da molti ponti, nel quale c'è un parco, un giardino zoologico, un giardino botanico, un passeggio pubblico, che formano una grande oasi verde ed allegra in mezzo alle acque livide e alle case nere. Là concerti musicali, là feste notturne, là il fiore della bellezza amsterdamese; fiore che, per buona fortuna dei viaggiatori di fibra sensitiva, spande un profumo soave; ma che non dà al capo. Dal qual pericolo, in ogni caso, non c'è miglior rifugio che il giardino zoologico, proprietà d'una società di quindicimila soci; il più bel giardino zoologico d'Olanda, che pure ne ha dei bellissimi, e uno dei più ricchi d'Europa; nel quale si scorda facilmente in mezzo alle salamandre massime del Giappone, ai serpenti boa di lava e ai _bradypi didactyli_ di Surinam, i visetti pallidi e gli occhi azzurri delle belle calviniste.
Dalla Plantaadije, passando su parecchi ponti, e fiancheggiando diversi canali, si arriva sulla grande piazza del _Boter Markt_, dove c'è una statua gigantesca del Rembrandt e l'ufficio del consolato italiano. Da questa piazza si va al quartiere degli Ebrei che è una delle meraviglie di Amsterdam.
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Per andarci, domandai la strada al nostro gentilissimo console, il quale mi rispose:--Cammini diritto fin che non si trovi in un quartiere infinitamente più sudicio di tutti quelli ch'ella ha considerati finora come il _non plus ultra_ del sudiciume; quello è il ghetto; non può sbagliare.--Andai innanzi, ognuno può immaginare con che aspettazione; passai accanto a una sinagoga; mi soffermai un momento in un crocicchio; poi presi la strada più stretta, e in capo a pochi minuti, riconobbi il ghetto. La mia aspettazione fu superata.
È un labirinto di strade strette, fangose e cupe, fiancheggiate da case vecchissime, che pare debbano cadere in rovina a dare un calcio nel muro. Dalle corde tese fra finestra e finestra, dai davanzali, dai chiodi piantati nelle porte, spenzolano e svolazzano sui muri umidi camicie sbrandellate, gonnelle rappezzate, vestiti unti, lenzuoli macchiati, calzoni cenciosi. Davanti alle porte e sugli scalini rotti, in mezzo alle cancellate cadenti, sono esposte le vecchie mercanzie. Rottami di mobili, frammenti d'armi, oggetti di divozione, brandelli d'uniformi, avanzi di strumenti, frantumi di giocattoli, ferramenti, cocci, frangie, cenci, tutte le cose che non han più nome in alcuna lingua umana, tutto quello che hanno guasto e disperso la ruggine, il tarlo, il foco, la rovina, il disordine, la dissipazione, le malattie, la miseria, la morte; tutto quello che i servitori spazzano, che i rigattieri ributtano, che i mendicanti calpestano, che gli animali trascurano; tutto ciò che ingombra, che insudicia, che puzza, che stomaca, che contamina; tutto si ritrova là a mucchi e a strati, destinato a un commercio misterioso, ad accoppiamenti impreveduti, a trasformazioni incredibili. In mezzo a quel cimitero di cose, a quella babilonia d'immondizie, brulica un popolo macilento, pezzente, pidocchioso, accanto al quale i gitani dell'Albaicin di Granata son gente pulita e profumata. Come in tutti i paesi, così anche là hanno preso ad imprestito dal popolo presso cui vivono, il colore del pelo e del viso; ma hanno conservato i nasi adunchi, i menti aguzzi, i capelli crespi, tutti i tratti della razza semitica. Il vocabolario non ha parole per dare un'immagine di quella gente. Capigliature in cui non è mai passato un pettine, occhi che fanno raccapriccio, magrezze di cadaveri consunti, bruttezze che destan pietà, vecchi che serbano appena figura umana, ravvolti in ogni sorta di vestiti di cui non si riconosce più nè colore nè forma nè a che sesso appartengano, dai quali escono, e s'allungano tremolando mani scheletrite con giunture acute di locuste e di ragni. Tutto si fa in mezzo alla strada. Le donne friggono i pesci su piccoli fornelli, le ragazze cullano i bambini, gli uomini rimestano i loro vecchiumi, i ragazzi seminudi si avvoltolano sul selciato coperto di legumi fradici e di brutture di pesci; le vecchie decrepite, sedute in terra, combattono colle unghie ferine i prudori del corpo immondo, scoprendo coll'inconsapevolezza del bruto cenci riposti e membra da cui lo sguardo rifugge. Camminando per lunghi tratti sulla punta dei piedi, turandomi qualche volta il naso, badando a scansare cogli occhi le cose di cui non avrei potuto sostenere la vista, percorsi quasi tutte quelle strade, e quando riuscii sulla sponda d'un largo canale, in un luogo aperto e pulito, mi parve di essere capitato nel paradiso terrestre, ed aspirai con voluttà l'aria impregnata di catrame.
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In Amsterdam, come in tutte le altre città olandesi, ci sono molte società particolari, alcune delle quali hanno l'importanza di grandi istituzioni nazionali; principalissima la _Società d'utilità pubblica_, fondata nel 1784, che è quasi un secondo governo per l'Olanda. Il suo scopo è l'educazione del popolo, alla quale provvede colla pubblicazione di libri elementari, letture pubbliche, biblioteche per gli operai, scuole d'istruzione primaria, scuole professionali, scuole di canto, case di asilo, casse di risparmio, premi di buona condotta, onorificenze per gli atti di valore e di abnegazione. La società, retta da un consiglio d'amministrazione composto di dieci direttori e d'un segretario generale, si compone di più di quindicimila soci, divisi in trecento gruppi, i quali formano altrettante società indipendenti, sparpagliate nelle città, nei villaggi, nei più piccoli Comuni dello Stato. Ogni socio paga poco più di dieci lire l'anno. Colla somma (modesta rispetto alla vastità dell'istituzione) che questa tassa produce, la società esercita, come disse Alfonso Esquiroz, una specie di magistratura anonima sui pubblici costumi; stringe insieme col vincolo d'una beneficenza imparziale tutte le sètte religiose; spande a larga mano per tutto il paese istruzione, soccorsi, conforti; e come nacque indipendente, così opera e procede fedele al principio degli Olandesi, che l'albero della beneficenza deve crescere senza innesti e senza puntelli. Altre società come l'_Arti et Amicitiæ_, la _Felix Meritis_, la _Doctrina et Amicitia_, hanno per iscopo l'incremento delle arti e delle scienze, promuovono mostre pubbliche, concorsi, letture, e sono ad un tempo splendidi luoghi di ritrovo, forniti di belle biblioteche, e di quasi tutti i grandi giornali d'Europa.
Sulle istituzioni di carità d'Amsterdam ci sarebbe da scrivere un libro. È noto quello che Luigi XIV, quando si disponeva ad invadere l'Olanda, disse a Carlo II d'Inghilterra: "Non abbiate timore per Amsterdam; io ho ferma speranza che la Provvidenza la salverà, non fosse che in considerazione della sua carità per i poveri." Là tutte le sventure umane trovano asilo e lavoro. Mirabile sopra tutti è l'ospizio degli orfani di cittadini amsterdamesi, che ebbe l'onore di ospitare quell'immortale Van Speyk, il quale, nel 1831, sulle acque della Schelda, salvò l'onore della bandiera olandese col sacrifizio della sua vita. Questi orfani hanno un costume curiosissimo, metà rosso e metà nero, in modo che guardati di profilo, da una parte paion vestiti per una festa carnovalesca, dall'altra, per una cerimonia funebre; e questa bizzarra divisa è stata scelta perchè sian riconosciuti dai tavernai a cui è proibito di lasciarli entrare a far stravizi, e dagl'impiegati delle strade ferrate che non debbono lasciarli viaggiare senza il permesso dei direttori: la qual cosa, sia detto di volo, si sarebbe potuta ottenere con un vestimento meno ridicolo. Questi orfani bicolori si vedono per tutto, freschi, puliti e cortesi, che rallegrano il cuore. In tutte le feste pubbliche, occupano il primo posto; in tutte le cerimonie solenni si ode il loro canto; la prima pietra dei monumenti nazionali è posta dalle loro mani; e il popolo li ama e li onora.
Per finir di parlare degli stabilimenti, bisognerebbe rammentare le industrie particolari di Amsterdam, come il raffinamento del borace e della canfora e la fabbricazione dello smalto; ma son cose da lasciarsi ai viaggiatori enciclopedici di là da venire. Merita però un cenno speciale la pulitura dei diamanti, principalissima delle industrie amsterdamesi, la quale, come fu per lungo tempo, in Europa, un segreto degli Ebrei d'Anversa e d'Amsterdam, è tuttora esercitata quasi unicamente dai circoncisi. Questo commercio ammonta anno per anno alla somma di centomilioni di lire, e provvede alla vita di più di diecimila persone. Uno dei più belli opifici è quello posto in Zuanenburgerstraat, nel quale gli operai medesimi spiegano in francese le tre operazioni del taglio, della prima pulitura e della pulitura definitiva, fatte sotto gli occhi dei visitatori, con un garbo e una destrezza ammirabili. È bello il vedere quelle umili pietruzze, somiglianti a' frammenti di gomma arabica sudicia, che a trovarsele in casa si butterebbero dalla finestra insieme coi mozziconi di sigaro, vederle in pochi minuti, trasformarsi, accendersi, animarsi quasi d'una vita sfolgorante e festosa, come se comprendessero il destino che li trasse dalle viscere della terra per farli servire alle pompe del mondo. Di quante strane vicende sarà testimonio o attore o cagione, quella piccola pietra che l'operaio stringe fra le dita del suo guanto ferrato! Andrà forse a brillare sulla fronte d'una Regina, che una notte l'abbandonerà nei suoi scrigni per sottrarsi alla folla che ha atterrate le porte del palazzo. Caduta nelle mani d'un comunista, scintillerà dopo qualche tempo sul tavolo d'una Corte d'Assisie accanto a un pugnale macchiato di sangue. Passerà per una lunga vicenda di feste nuziali, di conviti, di danze, e poi trasvolando per la porta del Monte di Pietà o per il finestrino d'una carrozza assalita, andrà di mano in mano, di paese in paese, a sfolgorare sulle dita d'una principessa in un palco del teatro dell'opera di Pietroburgo. Di qui andrà ad aggiungere un punto luminoso sopra la sciabola d'un pascià dell'Asia Minore; e poi a tentare la virtù d'una crestaia di sedici anni nel quartiere di Sant'Antonio a Parigi; e infine, chi sa? a ornare l'orologio d'un pronipote di colui che l'ha messa pel primo agli onori del mondo; poichè di quegli operai ve n'è qualcuno che mette tanto da parte da lasciare un capitaletto alla sua discendenza. Fra gli altri, v'era qualche anno fa, nell'opifizio di Zuanenburgerstraat, il vecchio israelita che lavorò il famoso diamante Koynor, il quale, oltre la gran medaglia d'onore dell'Esposizione di Parigi, gli fruttò una mancia di diecimila fiorini e un bel regalo della Regina d'Inghilterra.
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Ad Amsterdam c'è il più bel Museo di Pittura dell'Olanda.
Lo straniero che v'entra preparato all'ammirazione dei due più grandi capolavori della pittura olandese, non ha bisogno di domandare dove siano. Appena ha oltrepassato la soglia, vede una piccola sala piena di gente immobile e silenziosa, entra, e si trova nel penetrale più sacro del tempio: a destra ha la _Ronda di notte_ del Rembrandt, a sinistra il _Banchetto della guardia civica_ del Van der Helst.
Dopo aver visto e rivisto questi due quadri, mi divertii sovente a osservare coloro che entrano in quella sala per la prima volta. Quasi tutti, appena entrati, si fermano, guardano con stupore di qua e di là, poi sorridono, e poi si voltano a destra. Il Rembrandt vince.
La _Ronda di notte_, o come altri vorrebbe chiamarla, _L'uscita degli archibugieri_, od anche _L'uscita della compagnia di Banning Cock_, la più vasta tela del Rembrandt, è più che un quadro, è uno spettacolo, e uno spettacolo che sbalordisce. Tutti i critici francesi, per esprimere l'effetto che produce, si son serviti della stessa frase: _C'est écrasant_. Un gran movimento di figure umane, una gran luce, una grande oscurità: col primo sguardo non si afferra altro, e per qualche momento non si sa dove fissar gli occhi per cercare di rendersi conto di quella grandiosa e splendida confusione. Sono ufficiali, alabardieri, ragazzi che corrono, archibugieri che caricano e sparano, giovani che suonano il tamburo, gente che si china, parla, grida, gesticola; vestiti tutti d'un costume differente, con cappelli rotondi, cappelli a punta, pennacchi, caschi, morioni, gorgiere di ferro, collaretti di bisso, giustacuori ricamati d'oro, stivaloni, calze di tutti i colori, armi di tutte le forme; e questa frotta disordinata, tumultuosa e luccicante si stacca dal fondo oscuro del quadro, e s'avanza verso chi guarda. I due primi personaggi sono Frans Banning Cock, signore di Purmerland e di Ilpendam, capitano della compagnia, e il suo luogotenente Willem van Ruijtenberg, signore di Vlaardingen, che camminano l'uno accanto all'altro. Le due sole figure in piena luce sono questo luogotenente, vestito di una casacca di bufalo, con ornamenti d'oro, ciarpa, gorgiera, pennacchio bianco e grandi stivali; e una bambina che gli vien dietro, colla capigliatura bionda e imperlata, e una veste di raso giallo; tutti gli altri personaggi sono nell'oscurità o nell'ombra, eccettuate le teste che son tutte illuminate. Da che luce? Ecco l'enigma. È la luce del sole? è quella della luna? è quella delle fiaccole? Lumeggiamenti d'oro e d'argento, riflessi lunari, chiarori infocati, personaggi, come la bambina dai capelli biondi, che sembrano brillare di luce propria, volti che paiono rischiarati dalle fiamme d'un incendio, scintillamenti che abbarbagliano, ombre, crepuscoli e oscurità di sotterraneo, tutto vi si ritrova armonizzato e contrapposto con un ardimento miracoloso ed un'arte insuperabile. Vi sono delle stonature di luce? delle oscurità gratuite? degli accessori troppo rilevati a danno delle figure? delle figure vaghe o grottesche? delle lacune e delle bizzarrie ingiustificate? Tutto è stato detto intorno a codesto quadro, argomento d'entusiasmo cieco e di censure spietate, levato a cielo come una meraviglia del mondo, e considerato indegno del Rembrandt, discusso, interpretato, spiegato in mille modi e in mille sensi. Ma non ostante tutte le censure, tutti i difetti, tutte le opposte interpretazioni, esso è là da due secoli trionfante e glorioso, e più lo si guarda, più s'illumina e si avviva; ed anco veduto di volo, rimane per sempre nella memoria con tutti i suoi splendori e i suoi misteri, come una stupenda visione.