Part 9
— È vero, — diss’ella, — la cosa non è troppo caritatevole. Ma considerate che noi non siamo perfette, e che io, mettendo le donne tanto al disopra degli uomini, non ho voluto neanche alzarle troppo. Ci vuol così poco, per essere superiori a voi! Del resto, se il giuoco è crudele, credete pure, signor Aldo, che non è altrimenti fatale. Gli uomini non muoiono di queste ferite, e la statistica ci assicura che ne guariscono tutti. Quando l’uomo che ha fatto da specchio si accorge di essere stato burlato, va in collera. Ma anche la collera sbollisce; l’uomo nulla nulla educato si mette con una certa diligenza a passare in rassegna tutte le piccole cortesie, e diciamo pure tutte le piccole provocazioni femminili che lo hanno condotto a sperare. S’avvede allora che non c’era nulla, o quasi nulla; si persuade d’aver torto; dà una crollatina di spalle e va a ripigliare altrove il suo ufficio di specchio. Ci sono degli uomini che non sanno, che non potrebbero far altro. E ci hanno sempre la speranza di trovare un giorno qualche povera donna, che, travolta dalla sua vanità, s’innamori dello specchio.
— Ma qualcheduno, ammettetelo, — replicò Aldo, — qualcheduno ci diventerà cattivo, a questo giuoco, e farà soffrire ad una ciò che venti altre avranno fatto soffrire a lui.
— Ah, per questo, non me ne importa nulla; — rispose la signora Elena. — Ci ha da pensare quell’una. Perchè dobbiamo noi darci pensiero di lei? Ogni donna è centro del suo piccolo mondo, e nel nostro sesso non troverete mai la più piccola traccia di quello spirito di corporazione, che si riscontra fra uomini.
— E sia; — disse Aldo; — non disputerò su questo punto con voi. Ma mettete il caso che l’uomo specchio s’impermalisca per davvero e si vendichi della donna che s’è fatta zimbello di lui.
— Zimbello è troppo, signor Aldo. Quando una donna prende uno specchio, lo fa con un certo garbo, che non lascia mai appiglio ad una simile accusa. Del resto, l’uomo che si vendicasse del giuoco sarebbe un vile. E di questi vili se ne trovano molti, in società, anche senza aver fatto loro l’onore di adoperarli come specchi.
— Sì; ma quando sono stati adoperati, ci hanno una scusa alla loro vendetta.
— Non c’è scusa, per una viltà. Ma infine, io non vi dico che tutto ciò sia ben fatto; vi dico quello che generalmente avviene. Fatene vostro pro, signor Aldo, e abbiate la bontà di restar tranquillo, davanti ad un giuoco di specchi, che forse incomincia oggi, e che certamente non ha nulla di grave. —
Aldo De Rossi sospirò profondamente, pensando alle gaie risate della signora Camilla, e rispose:
— Signora, bisognerebbe che quel giuoco fosse incominciato davvero per tener me in sospeso. Ma io, pur troppo, non sono neanche, «tra color che son sospesi» perchè non sono stato ancora accettato.
— Ma... che dirvi? — rispose la signora Elena, stringendosi nelle spalle. — Potrebbe essere vero e non essere. Camilla può benissimo aver paura di voi, prima che a voi sembri di essere diventato pericoloso. Ma ad ogni modo, fatevi avanti. Perchè vi lasciate rubare il posto? Siete un uomo curioso, signor Aldo, con la vostra irresolutezza e la vostra malinconia. Credete a me, vostra amica sincera; le donne non amano i cavalieri malinconici. Questi eroi non fanno fortuna che nelle pagine dei romanzi. In società bisogna essere allegri, quantunque senza esagerazione, e sopra tutto padroni di sè, pronti a mutar registro secondo l’umore della dama, e desiderosi soltanto di non riescirle noiosi. Vedete? — soggiunse ella ridendo. — Non c’è spirito di corporazione, tra le donne, ed io tradisco per voi i segreti delle mie sorelle in Eva.
— Sarà come voi dite, signora. Ma che fatica ha da essere questa! E come è poco degna di omaggio una donna per cui sia necessaria quest’eterna finzione! Io ho intravveduta nei miei sogni una donna più alta; una donna profondamente buona....
— Con voi, non è vero? E molto cattiva con gli altri, non è vero anche questo?
— No, semplicemente austera con tutti; — rispose Aldo, punto nel vivo da quella osservazione maliziosa, che scopriva il lato debole del suo argomento. — Se si ha da vivere per l’amore, perchè non volerlo a dirittura profondo, immenso, esclusivo?
— E tragico per giunta; — notò la signora Vezzosi.
— No, piuttosto epico, — ribattè Aldo De Rossi, — con qualche cosa di sacro, come in tutti i grandi poemi. La Dea s’innamora d’un mortale, ma è sempre Dea e non esce mai dalla nuvola. Infine, si può amare un uomo, senza lasciarsi amare da cento. Che gusto ci provano le donne a tanta varietà, e, diciamolo pure, a tanta volgarità d’incensi?
— La ragione l’avete detta voi; — rispose la signora Vezzosi. — Non si tratta d’una Dea? Le Dee antiche gradivano ogni sorta d’incensi, badando poco al valore dell’aroma e molto alla divozione con cui era offerto. Del resto, signor Aldo, voi siete poeta e andate facilmente alle esagerazioni, sognate ad occhi aperti, come accade a tutti i poeti. Ora, io, per debito d’amicizia, vi avverto d’una cosa. La donna che avete sognata.... non esiste.
— Ah! lo credete? — esclamò il De Rossi.
— O se pure esiste, — proseguì la signora Elena, — voi le siete passato accanto e non vi siete accorto di nulla. —
Il colpo era forte e andava forse più oltre che la signora Vezzosi non avesse voluto. Anche lei, senza avvedersene, lavorava contro Camilla. Eppure, lo ricordate, la signora Elena era andata a Montecatini col nobile proposito di aiutare il De Rossi. Ma già, abbiate pure un pan di zucchero al posto del cuore, il fegato, suo vicino, ci rovescerà sempre addosso qualche cosa d’amaro. È sempre spiacevole di dover lavorare ai propri danni, quando si sperava di poter fare tutt’altro.
Aldo De Rossi non era uno sciocco, vi prego di crederlo, e lo era solamente per quella parte in cui lo sono tanti uomini di valore; cioè a dire quando amano e con la persona che amano. Perciò intese facilmente il senso riposto delle parole che la signora Elena aveva buttate là in un impeto di cattivo umore, e, come potete immaginarvi, rimase un pochino sconcertato. Lì per lì, quasi per debito di cortesia, avrebbe voluto dirle: — «avete ragione.» — Ma non sarebbe stato un far torto alla signora Camilla? Ed egli, così raffinato nel suo modo di pensare, tanto raffinato da dar dei punti ad un teologo della scuola bisantina, si tenne in corpo la sua cortesia, ottenendo così il bel risultato di parer sciocco due volte.
— Ma via, — ripigliò la signora Elena, dopo un istante di pausa, — noi forse giudichiamo male Camilla. Cioè.... — soggiunse, — diciamo le cose come stanno; siete voi che la giudicate, mentre io non fo altro che ragionare sui vostri giudizi. Camilla sarà benissimo capace di amare sul serio, e sotto quell’apparenza di leggerezza ci sarà, c’è di sicuro, una forza di sentimento che voi ora non sospettate neppure. Ma bisognerà toccare il suo cuore con qualche impresa maravigliosa, escire senz’altro dal comune. Quell’aria di malinconia che voi avete presa per livrea d’amore, non vi basterà, ve lo dico io, non vi basterà. Dio sa quanti altri avranno tentato di piacerle con quelle forme romantiche! Se sapeste come fanno ridere, quegli atteggiamenti da poeta moribondo! La donna vuol esser padrona, ma non vuole passare per tiranna, nè essere obbligata ogni giorno a scolparsi, o a dare una costituzione. E quell’uomo che mostra di soffrire per ogni cosa da nulla....
— Vi prego, — interruppe Aldo, — dite quell’uomo che soffre davvero.
— Peggio che mai! — ribattè la signora Vezzosi. — Quell’uomo che soffre davvero per ogni cosa da nulla, che cosa non soffrirà e che cosa non farà soffrire tutti i giorni, ad una donna che sarà tanto debole per concedergli il suo cuore? A questo pensa una donna, ed ha ragione a pensarci in tempo, perchè il pensarci poi non le gioverebbe più a nulla. Sappiate, signor Aldo, che le donne non amano le tragedie; qualche volta ne fanno, ma senza avvedersene, come quel personaggio di Molière, che faceva della prosa robusta senza saperlo. Dunque, mi raccomando, non siate malinconico. È un vizio pericoloso, perchè correrete il rischio di non parerle originale, ma una copia, fors’anche una brutta copia, di cento e cento altri.
— Sarà benissimo così! — rispose il De Rossi, chinando la testa. — Proverò ad essere allegro. Ma sarò anche qui poco originale.
— Perchè?
— Perchè sarò una copia di lei. Non sentite com’è gaia? Ci ha sulle labbra il riso stereotipato, quest’oggi. —
La signora Elena non potè trattenersi dal ridere, a quella osservazione bizzarra.
— Sì, è vero; — diss’ella. — Ma sarà meglio imitar lei che altri. Camilla non si accorgerà del plagio, e accoglierà volentieri quell’umore che sarà più conforme al suo. Vi torna?
— La riflessione è giustissima; — rispose il De Rossi. — Purchè mi venga fatto di seguire il vostro consiglio!
— Lo potrete, se vorrete. E poi, badate, ci avete obbligo, anche per un’altra ragione. Stando sempre così imbronciato, fareste torto a me, che non lo merito.
— A voi? E come?
— Ma sicuro! Si dirà che noi abbiamo portato a Montecatini un orso, e un orso male addomesticato. Suvvia, state allegro, siate forte, e combattete da uomo leale.
— Grazie! — esclamò Aldo, allungando la mano per stringer quella della signora Elena, che posava ancora sul suo braccio.
Erano giunti allora davanti alla succursale dell’albergo della Pace. La signora Camilla e il contino Anselmi avevano già fatto alto, per aspettare il resto della comitiva, e frattanto l’Anselmi prendeva commiato dalla signora, poichè egli doveva tornare indietro, essendo ad alloggio all’albergo della Torretta. Si avvide la signora Camilla della stretta di mano che Aldo aveva data alla signora Vezzosi? Forse sì, forse no; il che significa che non potrei starvene mallevadore.
X.
Ogni tempesta ha i suoi riposi, come i raggi solari hanno i loro intervalli opachi. Ed io metto avanti questi dotti paragoni, per dirvi una cosa molto comune, cioè che, dopo tanti spasimi di gelosia, Aldo De Rossi ebbe qualche ora di tregua. Il contino Anselmi alloggiava lontano dalla Pace, e si aveva la bella prospettiva di non rivederlo così presto. Prima di tutto, non c’era da vederlo a colazione, anche perchè le signore usavano farla nelle loro camere. Seguivano le ore calde della giornata, che erano caldissime a Montecatini, e che si solevano passare riposando, e mettendosi poi in fronzoli per la solenne comparsa nella sala da pranzo. Aldo De Rossi respirò a larghi polmoni pensando per la seconda volta che l’Anselmi pranzava alla pensione Birindelli, ed attese con bastante tranquillità l’ora di rivedere la signora Camilla.
Per altro, qualche minuto prima della chiamata, scese nella sala da pranzo, per riscontrare sugli anelli di bosso che cerchiavano i tovaglioli il numero delle camere occupate dal presidente Roberti e dalla signora Rivanera. I posti dei nuovi venuti erano un po’ troppo distanti da quelli che occupavano i Vezzosi; ed era naturale, poichè erano giunti due giorni dopo di loro all’albergo. Ma il nostro eroe, che aveva spirito abbastanza, quando non si trovava a discorrere con la signora Camilla, si raccomandò in tempo al direttore, perchè il presidente Roberti e sua nipote fossero avvicinati ai loro concittadini ed amici. Inutile il dire che questa ragione persuase il direttore e che il desiderio di Aldo fu prontamente appagato.
Così avvenne che, mentre egli era già seduto a tavola, al fianco della signora Elena, potesse vedere il presidente gran croce e la signora Camilla entrare nella sala da pranzo, venire innanzi cercando con gli occhi i loro numeri a tutti i posti liberi, e finalmente sedersi di rimpetto ai signori Vezzosi.
— Ah bene! — esclamò il presidente Roberti, volgendosi alla signora Elena e al commendatore Gerardo. — Siamo vicini di tavola.
— Presidente, ecco una buona parola per noi; — rispose il Vezzosi. — Noi ringrazieremo due volte la sorte. —
La signora Camilla, elegantissimamente vestita, come l’uso voleva, era molto tranquilla, e direi quasi un tantino contegnosa. Non si sentiva più il riso argentino che aveva tanto dato sui nervi al signor De Rossi sette ore prima, e la sua parola era sobria come lo sguardo. Meglio così! Cioè, niente affatto. L’uomo innamorato è così facile a trovare argomenti di pena, che il signor Aldo rimpianse le schiette risate del mattino. O perchè doveva averne il privilegio l’Anselmi? E non era il caso di sorridere anche un pochino a lui, che pure s’industriava a trovare sempre nuove gentilezze da dire alla signora Camilla e al presidente gran croce?
Veramente, quelle sue gentilezze non erano tali da destare il buon umore della dama. Aldo De Rossi aveva quel giorno il complimento con lo strascico, cioè niente spigliato e niente gaio. Se ne avvide egli stesso, e se ne avvide con lui la signora Vezzosi, che si fece a punzecchiarlo leggermente, per obbligarlo a rispondere e a trovare nel suo cervello qualche cosa di meglio. Aldo De Rossi non riuscì ad essere arguto, ma volle almeno essere gaio, e lo fu con ostentazione, che è come dire senza grazia. In verità, la signora Vezzosi aveva portato a Montecatini un orso male addimesticato.
Finito il pranzo, si andò in giardino a prendere il caffè. Era tempo. Il commendatore Gerardo abbrancò il suo presidente gran croce ed attaccò senza misericordia una delle sue predilette questioni politiche. La signora Vezzosi e la signora Rivanera sedettero l’una accanto all’altra. Aldo si piantò al fianco della signora Camilla ed ebbe la fortuna di poterle offrire lo zucchero. Ma c’era presente la signora Elena e il povero Aldo non trovava modo di fare un discorso tenero, che lo compensasse della impossibilità in cui era, di fare un discorso arguto. Come Dio volle, capitò in giardino Alcibiade primo, o, per dire più esattamente, il cavaliere Sestavalle, che occupò subito il posto vuoto accanto alla signora Vezzosi. E questa non lo lasciò troppo lungamente in ozio. A mala pena ebbe trangugiato il caffè, sotto pretesto di veder da vicino una pianta, che egli sosteneva fosse un _Hibiscus siriacus_ ed ella _Hibiscus liliiflorus_, si mosse per andarla a vedere da vicino. M’è occorso di dirlo un pretesto, e forse lo era; certamente parve tale al De Rossi, che diede una rifiatata di contentezza e mandò una benedizione al ricapito della signora Vezzosi. Povera signora, come ne avrebbe fatto volontieri di meno!
Aldo meditava già un madrigale in prosa, quando la signora Camilla entrò a parlargli del Tettuccio e della gran folla che ci aveva trovata.
— Troppa gente, è vero, troppa gente! — diss’egli, sospirando. — Io non vedevo il momento di tornar via.
— Ah! — esclamò la signora. — Ho dunque toccato una corda sensibile? Dimenticavo che siete un filosofo, e che amate anche molto le dispute.
— Io? Da che l’argomentate?
— Ma! Se non altro, dall’ardore con cui avete sostenuta la conversazione, dal Tettuccio fino all’albergo.
— Non si parlava di filosofia; — rispose Aldo, turbato da quell’accenno inatteso e non sapendo lì per lì che cosa dovesse pensarne. — La signora Vezzosi non ama questi discorsi. E in verità, — soggiunse egli, sforzandosi di dare un giro più allegro al discorso, — nessuna signora li gradirebbe. Si è parlato invece di tante cose; ma, prima di tutto, e più di tutto, s’è parlato di voi.
— Di me? Pure, non mi sono sentita fischiare gli orecchi; — notò la signora Camilla ridendo.
— Almeno il sinistro avrebbe dovuto fischiarvi, — replicò Aldo De Rossi.
— Perchè il sinistro?
— Perchè, secondo il proverbio toscano, quando fischia l’orecchio diritto, il cuore è afflitto, ma quando fischia l’orecchio manco il cuore è franco.
— Eh, a questi patti, non dico di no; — fece la signora Camilla, appoggiando la frase con un leggero movimento del capo. — Ma forse non ho potuto sentirlo, perchè il suono si confondeva col ronzìo delle vostre parole.
— Signora mia, — rispose Aldo, sospirando, — perchè non ho io il suono argentino del vostro sorriso, che mi giungeva stamane all’orecchio, più dolce d’una musica celeste? Voi siete lieta ed io triste, ecco il guaio. Ma mi correggerò, non dubitate, mi correggerò. Amo meglio parervi uno sciocco, come ce ne sono tanti nel mondo, anzi che un filosofo. Che cosa non farei, per meritare la vostra stima? —
Aldo De Rossi tirò giù tutta quella roba in fretta e in furia, per una ragione che i miei lettori avranno già indovinata. Egli voleva dire e non aver l’aria di dire ciò che pensava delle moinerie di madonna col contino Anselmi; perciò, a mala pena gli era sfuggita l’allusione, andava via affastellando chiacchiere, affinchè ella non si fermasse a pensarci su.
Ma la signora Camilla non mostrò neanche di aver notata la cosa.
— La mia stima! — diss’ella, guardando il signor Aldo con aria di stupore. — E per che farne?
— Ma.... — rispose egli. — Per averla.
— Ah sì, — replicò la signora Camilla, increspando le labbra ad un risolino sarcastico, — dimenticavo che amate le collezioni.
— Io, signora?
— Oh, non c’è niente di male, e non occorre che mi guardiate con quegli occhi stralunati. Siete come l’ape, che raccoglie da tutti i fiori il suo miele. —
Aldo si sentì ferito nella sua dignità.
— Questo paragone, poi.... — esclamò egli, rizzando la testa.
— Per caso, — ripigliò la signora Camilla, — vorreste essere paragonato piuttosto ad un raccoglitore di francobolli?
— Non è più di moda; — rispose Aldo, mordendosi le labbra. — Quantunque, anche un francobollo, per metterlo sopra una lettera.... nella quale io vi dicessi....
— Ho capito, — interruppe la signora, — ho capito. Quello che gli uomini dicono a tutte le donne che hanno la bontà di lasciarselo dire. No, no, signor De Rossi, smettete; non mi fate prendere in uggia i francobolli.
— A Dio non piaccia; — rispose Aldo, stizzito. — Son tanto carini, i francobolli! —
Dopo questo dialoghetto agrodolce, ci fu, come potete immaginarvi, una pausa. Aldo rotava gli occhi come un cane rabbioso. Non si muoveva dalla sedia, ma il suo spirito faceva le volte, come il leone in gabbia, o, se vi piace meglio, rodeva il morso, come un cavallo frustato. Quanti animali tirati in ballo, per descriverne uno solo, che in quel punto non era neanche «grazioso e benigno!»
La signora Camilla fu la prima a rompere quell’uggioso silenzio.
— Siete in collera? — gli disse. — Vi avverto che diventereste brutto.
— Meno male che non lo sono ancora, ai vostri occhi! — rispose Aldo, aggrappandosi prontamente a quel filo che essa gli porgeva in buon punto. — Ma in verità, signora mia, siete molto crudele, coi vostri paragoni.
— Sono schietta, signor De Rossi, e dovete adattarvi a prendermi come sono, o a lasciarmi. Alla mia età non si cangia più tanto facilmente.
— Dio buono! Si direbbe, a sentirvi, che avete quarant’anni.
— Eh, se vi pare che io li abbia, siano pure quaranta. A voi; quanti me ne ne date?
— Non saprei. Ventuno.
— Ecco un’esagerazione! Dite almeno venticinque.
— Diciamo venticinque, sebbene io non lo creda. Una rosa non sarebbe più fresca di voi. —
La signora Camilla diede in un’allegra risata, che ricordò al De Rossi i suoni argentini di ott’ore prima.
— Bel paragone! — esclamò poscia. — Lo metterò insieme coi miei.
— Signora, che cosa ho detto di male?
— Niente, niente. Una rosa a ventun anno! Ha da essere proprio fresca!
— È vero, — rispose Aldo, con aria contrita. — Vedete da questo esempio che i paragoni non tornano mai ad esprimere giustamente il pensiero. Mutiamo discorso, signora; — soggiunse egli, vedendo la signora Elena, che ritornava dal fondo. — Verrete stasera al Casino? È il ritrovo universale.
— Credo che ci andremo. Ne hanno parlato a mio zio ed egli non ha detto di no.
— Ah, bene! — esclamò Aldo. — Come risplenderà il Casino, questa sera!
— Altra esagerazione! — disse la signora Camilla. — Quando vi correggerete, signor De Rossi? Una donna non può mica crederle, queste cose!
— Ma un uomo può pensarle, — rispose Aldo, — e quando le pensa, può dirle. —
L’arrivo della signora Elena pose fine a quella conversazione senza sugo. Mentre le signore ne ripigliavano un’altra, anche più vana di quella, Aldo andava ruminando tra sè chi mai potesse aver invitato al Casino il presidente Roberti. E gli passò per la mente quell’antipatica figura del contino Anselmi. Ma come poteva l’Anselmi essere stato alla Pace, tra la colazione ed il pranzo? Una visita cosiffatta, due ore dopo l’incontro del Tettuccio, non sarebbe stata di buon gusto. Ma già, è proprio necessario che gli uomini seguano tutti, e sempre, le norme della buona compagnia? Il contino Anselmi era poi così sciocco!
Per fortuna del signor De Rossi, ed anche del contino Anselmi, la cui fama ne scapitava un poco, nell’animo del nostro innamorato, il commendatore Gerardo, nell’atto che la compagnia esciva dal giardino per ritornare in casa, disse alla signora Camilla:
— Speriamo di rivedervi tra poco. Il presidente ha promesso di venire al Casino, e _promissio boni viri est obligatio_, anche per la sua bella nipote. —
Aldo De Rossi respirò. L’invito era stato fatto dal commendatore Gerardo. E, per quel momento almeno, il contino Anselmi ricuperò la sua fama.
Mi chiederete perchè Aldo De Rossi, geloso com’era, fosse il primo a pregare la signora Camilla di andare quella sera al Casino. Lettori umanissimi, se voi siete gelosi della buona specie....
Ma qui bisogna interrompere il discorso e fare una parentesi. C’è, in materia di gelosia, la buona specie e la cattiva. La cattiva è quella gelosia feroce, bestiale, che, oltre all’essere irragionevole, riesce anche offensiva per la donna a cui è particolarmente dedicata. La buona è quella gelosia che, senza essere niente più ragionevole, non va tuttavia agli eccessi, alle sfuriate dell’altra, ma si chiude nel cuore dell’uomo innamorato, facendogli vedere un rivale in ogni uomo che s’avvicini alla donna amata, un pericolo in ogni oggetto, animato o inanimato, fosse pure un palo di telegrafo. Questa forma di gelosia è stata poeticamente tratteggiata in un’arietta della _Sonnambula_: «Son geloso del zefiro amante» a cui ho l’onore di rimandarvi, per maggiori cognizioni. Vi avverto frattanto che, buona o cattiva specie, fanno soffrire tutte e due ad un modo, e v’auguro di non essere mai gelosi, nè d’una specie, nè dell’altra. Ma se, per vostra disgrazia, siete gelosi, e gelosi della buona specie, vi sarà certamente avvenuto di rizzar muso, di consacrare qualcheduno agli Dei infernali, di voler morire, o almeno di non saper più come vivere, di meditare i più tristi disegni, come quello di andare in Cina, di chiudervi alla Trappa, e di fare tante altre belle cose di questo genere. Ma poi, una parola improvvisamente più umana della donna amata, o una guardatina, un sorrisetto ironico da cui trapelasse un’ombra di affetto, mandava subito in aria i tremendi propositi. E allora, quasi in atto di pentimento, ed anche un pochino per dimostrare a voi medesimi la vostra bella sicurezza di spirito, offrivate alla dama un compenso delle offese che non le avevate pur fatte, delle malinconie che non v’erano escite dall’anima, e la pregavate o la esortavate a prendere un passatempo, il cui solo pensiero vi avrebbe fatto maledire, poche ore prima, l’esistenza e l’amore.
In questa condizione di spirito era il signor Aldo De Rossi. Del resto, non era ammissibile che la signora Camilla potesse rimanere a Montecatini senza andare al Casino, ed anche un bel numero di volte. Quello era l’unico luogo di ritrovo per il forastiero che non volesse morire di noia. Le dame ci avevano la sala dei concerti e del ballo; i giovinotti ci avevano il biliardo; gli uomini stagionati la sala da giuoco; tutti poi la sala di lettura, per dare un’occhiata ai giornali, che Iddio misericordioso prosperi chi li legge, e perdoni a chi li scrive.
XI.