O tutto o nulla: romanzo

Part 8

Chapter 83,819 wordsPublic domain

Aldo aveva salutata la signora Camilla con un muto inchino, ma anche con una confusione più eloquente di qualsivoglia discorso. La signora Camilla, dal canto suo, fin dalle prime parole di Elena, aveva mormorato quel certo «_ah sì?_» mezzo interrogativo e mezzo sbrigativo, con cui se la cava chi non ha da dir nulla e vuole tuttavia aver l’aria di dire qualche cosa.

Intanto il signor Gerardo e il Roberti avevano cominciato a chiacchierare tra loro. Il commendatore Vezzosi era felice di aver trovato un presidente gran croce, in mancanza dei due ministri, che non si erano ancora lasciati vedere in Valdinievole. Cinque minuti dopo, il presidente Roberti, seduto presso la tavola dei Vezzosi, aveva già bevuto due bicchieri dell’acqua salutare e sorbito un discorso politico del commendatore Gerardo.

La signora Camilla, ultima arrivata a Montecatini, accettava di buon grado gli uffici del cavaliere Sestavalle. Il vecchio Alcibiade s’era tramutato nel più compiacente dei Ciceroni, e le andava sciorinando i nomi di tutte le signore che passavano a mano a mano lungo il viale d’entrata. La rassegna del Sestavalle comprendeva contesse veneziane, marchese fiorentine, duchesse napolitane, principesse greche, moldovalacche e via discorrendo. Perchè c’era di tutto laggiù, e il cavaliere Sestavalle era già informato di tutto.

Aldo De Rossi, presa di fianco alle dame una posizione modesta, ma buona, come tutte le posizioni modeste, sorrideva col sommo delle labbra alla signora Elena, ogni qual volta essa gli volgesse il discorso; ma intanto era tutt’occhi per la signora Camilla. Felice quando ne incontrava lo sguardo! Ma erano istanti brevissimi; lo sguardo della signora Camilla passava, e la bellissima donna aveva l’aria di non essersi neanche avveduta delle sue contemplazioni.

Poco stante, le signore si mossero, per fare un giro nello stabilimento. Si sentivano dal fondo gli accordi d’un concertino di pianoforte e di flauto, musica improvvisata da suonatori girovaghi, che volevano parere artisti di passaggio, e la signora Elena propose di andare nella sala del concerto. Intanto la signora Camilla, che veniva per la prima volta a Montecatini, doveva conoscere in ogni sua parte lo stabilimento del Tettuccio, vedere la fonte, il giardino e il _bazar_. Mercè una sapientissima mossa strategica, Aldo De Rossi aveva ottenuto di trovarsi al fianco della signora Camilla, cacciandone il Sestavalle, che dovette appoggiare a sinistra, verso la signora Elena Vezzosi. E perchè lungo il viale, in mezzo al viavai della gente, non si poteva marciare per quattro, ne venne che la fronte si spezzò subito in due. La signora Elena andò innanzi con l’Alcibiade; il presidente gran croce e il commendatore Gerardo venivano indietro, con una gravità degna di loro: Aldo e Camilla si trovavano soli nel mezzo.

— Che fortuna per me, signora! — disse Aldo in modo da non essere udito dalla prima, nè dalla terza fila.

— Fortuna! Di che? — esclamò la signora Camilla.

— Ma.... di avervi incontrata; — rispose il De Rossi. —

La signora Camilla si volse a mezzo e lo guardò co’ suoi begli occhi neri, in atto di curiosità, mentre le labbra vermiglie s’increspavano ad un risolino sarcastico.

— O non lo sapevate, di dovermi incontrare? — gli chiese. —

Aldo rimase un po’ sconcertato da quella domanda e dall’espressione di quel sorriso. Tuttavia volle provarsi a rispondere.

— Anche a saperlo prima, sarebbe sempre una fortuna; — diss’egli. — Non potevate avere mutato opinione?

— Ah, bene! — esclamò la signora Camilla. — Voi mi fate molto volubile, signor De Rossi! Ma badate, nel caso presente l’accusa non verrebbe a me, sibbene a mio zio. Vi ha proprio l’aria di un uomo volubile? —

Aldo De Rossi era lì per rispondere qualche altra sciocchezza; ma proprio in quel punto il fermarsi improvviso della prima fila richiamava ad altro argomento l’attenzione della signora Camilla. Un nuovo venuto salutava la signora Elena indi si volgeva con atto ossequioso alla compagnia. Il nuovo venuto era il contino Anselmi, sempre elegante, sempre gaio, sempre contento di sè, quantunque non fosse poi tanto imbecille, come qualche volta gli piaceva di chiamarsi, per antivenire il giudizio de’ suoi contemporanei.

Le tre file si erano tramutate in un crocchio. E il commendatore Gerardo aveva presentato il contino Anselmi al presidente gran croce.

— Non è necessario: — disse il presidente. — Col signor conte ci conosciamo da un pezzo. —

Così dicendo, stendeva la mano, che il contino Anselmi fu pronto a stringere, non senza un atto del capo, che faceva fede della sua reverenza e della sua gratitudine.

— Quantunque, — entrò a dire la signora Camilla, che aveva già ricevuti gli omaggi del nuovo venuto, — sarebbe quasi necessario di rinnovare la presentazione.

— Perchè mi si vede di rado? — chiese l’Anselmi ridendo e inchinandosi di bel nuovo. — Ma la colpa non è mia.

— Stiamo a vedere che è nostra! — ribattè la signora Camilla.

— Per l’appunto, — replicò l’Anselmi, — e si vede che le vostre labbra, o signora, hanno l’uso delle verità. Conosco due virtù che stanno ad alloggio nella medesima casa; la grazia e la giustizia; — soggiunse amabilmente il contino, accompagnando i due sostantivi con due guardate consecutive alla signora Rivanera ed al presidente Roberti. — Con che coraggio ci entrerebbe la mia dappocaggine?

— Ecco un pretesto che vuol parere un complimento; — notò la signora Camilla. — Lo accetteremo per un complimento, zio?

— Oh, ve ne prego, signora; — gridò il contino Anselmi; — non interrogate il magistrato. Egli mi condannerebbe. —

Il presidente gran croce, chiamato in causa a quel modo, reputò necessario di fingere altrettanta gravità, quanta era stata nel contino Anselmi la finzione dello spavento.

— Forse perchè vi sentite colpevole? — diss’egli. — Ma badate, signor conte; io non fo più sentenze da molti anni. L’ultimo uffizio che ho tenuto, è stato quello di cassare le sentenze degli altri, quando mi accadeva di ritrovarci un vizio di forma. Se mia nipote vi condannasse, vedrei....

— E cassereste la sua sentenza per vizio di forma? Meno male; — replicò l’Anselmi. — Ma io, ringraziando Vostra Eccellenza, non approfitterò della cortesia. Per una sentenza della signora Camilla io non ricorrerò mai in cassazione; foss’anche una sentenza di morte. —

Così chiacchieravano allegramente, andando a lenti passi verso la sala del concerto. Intanto, il signor Aldo De Rossi era sulle spine.

— Che sciocchezze! — disse egli tra sè. — Non capisco come il presidente ci trovi gusto. —

Se la pigliava col presidente, ma in fondo in fondo l’aveva con la signora Camilla. E si doleva che quel perondino vanaglorioso fosse venuto in mezzo con le sue ciance, per prendersi il primo posto. Ma già, l’occasione è di chi si caccia avanti e sa afferrarla per il ciuffo.

A farlo a posta, la signora Camilla non aveva occhi nè orecchi che per il contino Anselmi; e questi, molto naturalmente, senza che Aldo De Rossi potesse lagnarsene, prese il suo posto a fianco della signora. Non doveva egli continuare una conversazione che ella mostrava di gradire?

Sì, questo andava benissimo; il ragionamento non faceva una grinza e al signor Aldo gli toccava di rassegnarsi. Solo una cosa non poteva mandar giù; che la signora Camilla potesse dilettarsi di quelle ciarle senza sugo, di quei complimenti smaccati, di quelle amplificazioni noiose. Ma dobbiamo noi pensare in tutto e per tutto come il signor Aldo De Rossi? E la signora Camilla non meritava in questo caso le circostanze attenuanti? In società siamo tutti un po’ facili a giudicare secondo il nostro tornaconto, e il non vedere che poi ci rende ingiusti con gli altri. Ma se il signor Aldo non ci pensa, a queste cose, dobbiamo pensarci noi; ricordare ad esempio che si era in viaggio, lontani da casa, da tutte le cure e da tutte le serie occupazioni della vita. In simili casi l’incontro di un grazioso cavaliere, d’un capo ameno, è sempre una fortuna; ed è naturale che si faccia festa all’uomo che può e vuole tenere allegra la compagnia. Gli uomini che ci hanno una spina nel cuore farebbero bene a starsene a casa, o a viaggiare da soli. E chi sa? Forse, viaggiando da soli, s’imbatterebbero in una società nuova per essi, nella quale non avrebbero sopraccapi, e per la quale sarebbero aiuti preziosi. Tanto è vero che nel mondo c’è posto per tutti. L’essenziale è di trovare quel posto.

Forse ne aveva già fitto l’esperienza, il signor Aldo De Rossi, che si trovava libero di cuore e franco di lingua presso la signora Vezzosi, mentre era così triste e ingrugnato (diciamo pure la brutta parola) presso la signora Camilla? Ora, nella battaglia della vita, chi ha la mente serena è sicuro del fatto suo.

Bel ragionamento, del resto! Andatelo a fare a chi soffre. Ogni nato di donna ha da seguire il suo fato. E il fato moderno, più vero dell’antico, è costituito da tante piccole cause inavvertite, che vi fanno rete intorno alla persona e vi trascinano di concessione in concessione, di debolezza in debolezza, agitandovi di qua e di là come il vento la piuma. E guai a chi è leggiero com’essa; guai a chi non ha un bricciolo di volontà, per resistere in qualche modo e sottrarre una parte di sè medesimo all’azione combinata delle piccole cause!

Intanto, il nostro Aldo si foggiava i proprii mali. Già se li vedeva compendiati in quel principio di sofferenze, come una commedia antica nell’argomento di cui l’hanno provveduta i grammatici. Era, lui, proprio lui, che col suo tirarsi in disparte, col suo metter broncio, rendeva possibile il peggio.

E pensare che quella mattina egli era tanto felice! E i giorni addietro, che ansietà fanciullesca, ma piacevole, ad aspettare l’arrivo della signora! Confuso tra quella moltitudine elegante che si accalcava ad ogni arrivo di treno sull’asfalto della stazione di Montecatini, per veder giungere i nuovi compagni di cura, egli aveva finalmente veduto scendere da una carrozza di prima classe il presidente Roberti e la sua bella nipote. Non si era fatto avanti, volendo assaporare la sua gioia, e procurarsi il piacere di dire più tardi alla signora Camilla: — Sapete? Io ero là. Avevate un cappellino così e così, con un velo del tal colore, una cappa, o una mantellina del tal altro. — E fuori della stazione l’aveva pedinata fino all’albergo della Pace, dove egli stesso era sceso due giorni prima ad alloggio in compagnia dei Vezzosi. E quella sera, scambio di andare al Casino, che era il luogo di ritrovo della buona compagnia, era stato a piuolo sotto le mura dell’«albergo avventurato», che egli, con le parole del Giusti, aveva cantato a mezza voce «soave asilo di gioia e piacer.» E più tardi, esciti i Vezzosi dal Casino, aveva data la lieta notizia alla signora Elena, prima di augurarle la buona notte. Lieta notizia per lui, si capisce; e poco gl’importava che non fosse ugualmente lieta per lei. Anzi, a dirvela schietta, non era stato neanche a pensarci su. Un uomo felice crede che tutti debbano esser felici con lui, e per la stessa ragione. Quella notte aveva dormito poco. Alla mattina, per tempissimo, era già alzato, per far la ronda sotto certe finestre. Sapeva già, infatti, a che numero alloggiava la signora Camilla. Poi, era andato al Tettuccio, senza neanche aspettare i Vezzosi. In verità, dormivano troppo, i suoi compagni di viaggio, e si sarebbe detto che fossero andati a Montecatini, non già per far la cura delle acque, ma quella del sonno.

Eppure, quantunque non provassero le sue impazienze, i Vezzosi erano giunti in tempo, cioè molto prima della signora Camilla, allo stabilimento del Tettuccio. Segno evidente che aveva avuto torto lui a non aspettarli, come nei giorni antecedenti. La signora Elena non si era mica trattenuta dal dirglielo, con la sua aria maliziosa. — Che fretta, stamane! — Ed egli, a quella osservazione, si era fatto rosso, come un monelluccio colto in flagranti. Ma via, siamo giusti; poteva egli operare diverso? Gl’innamorati son tutti così. Triste colui che non li sente più, questi benedetti spasimi della passione! Egli potrà benissimo vantarsi di aver girato il capo delle Tempeste; ma questa cara filosofa non varrà a consolarlo dagli ardori svaniti.

Sebbene, un mio amico che la sa lunga.... Ma non facciamo digressioni. È un amico che dice spesso le sue corbellerie, e qualche volta ne scrive, che è peggio.

L’entrata della signora Rivanera nella _Kursaal_ (scusate il vocabolo esotico, ma bisogna conformarsi all’uso e chiamare _Kursaal_ il recinto delle acque salutari) aveva destato nella folla un movimento di curiosità e di ammirazione; di curiosità nelle donne, di ammirazione negli uomini. La bellezza non si mostra impunemente, neanche ad un consesso di Areopagiti. Tutta quella gente seduta, o disposta a capannelli lungo i viali, poteva contemplare a suo bell’agio la nuova venuta, come mille spettatori contemplano una prima attrice sul palcoscenico. L’effetto era stato grande, ed accompagnato da quel bisbiglio, che vale per una bella signora come per la prima attrice l’applauso. Ma in un paio d’occhi brillavano compendiate le ammirazioni universali; in un cuore ardevano tutti gl’incensi che la moltitudine degli ammiratori avrebbe potuto bruciare ai piedi di quella bellissima sconosciuta. E come, in quel punto, la Valdinievole s’era illuminata per esso! La _Kursaal_ del Tettuccio era da quel momento il centro della terra, il nuovo meridiano, da cui Aldo De Rossi avrebbe misurate le distanze. La signora Elena aveva veduta la Rivanera qualche momento prima che la vedesse il Sestavalle; ma assai prima della signora Elena l’aveva veduta Aldo De Rossi, e si può dire che la signora Elena volgesse gli occhi all’ingresso dopo avere osservato un improvviso scolorimento sul viso di lui. Non vi dirò (e se ve lo dicessi non lo credereste) che la signora Elena fosse molto contenta di ciò. Una bella donna non vede mai di buon occhio questi omaggi resi ad un’altra, anche quando ella abbia conchiuso il patto che la signora Elena aveva conchiuso, bontà sua, con Aldo De Rossi. Strano patto, del resto! E la signora Vezzosi non ci aveva proprio un secondo fine, appiattato negli abissi del cuore? Si sa, le donne si lasciano tentare dalle idee bizzarre, e l’impossibile ha il privilegio di allettarle. Combattere, rapire il cuore di un uomo al fascino che lo possiede, e poi.... E poi, chi sa? Forse non sapere che farsene. Anche i bambini piangono e si disperano per un giocattolo; quando son giunti ad averlo tra le mani, lo spezzano.

Il cavaliere Sestavalle, Alcibiade primo, si era mosso per andare incontro alla Rivanera e allo zio presidente gran croce. La signora Camilla si era voltata, aveva visto Elena e si era affrettata ad andare verso la tavola di marmo. Le due signore, che si salutavano appena nella loro città natale, diventavano amiche alle acque. Ed era naturale, perchè la comunanza del divertimento è più che bastante a generare l’amicizia, o almeno almeno l’intimità. Aldo De Rossi era a Montecatini insieme coi Vezzosi; poteva dunque ripromettersi di vedere la signora Camilla ogni giorno ed ogni ora. E già il poveretto assaporava le delizie di quel suo paradiso. Ma egli non aveva preveduto ciò che avviene alle acque, dove l’intimità, facile per uno, è ugualmente facile per molti. Per l’appunto, anche il contino Anselmi si era fatto avanti; e non si era mica contentato di un saluto, di una stretta di mano, e di quattro chiacchiere; no, si era ficcato in mezzo, e di primo acchito aveva occupato il posto del signor Aldo presso la signora Camilla. E lei, di schianto, gentilissima col contino Anselmi; mentre con lui, col povero Aldo, si era tenuta in un riserbo direi quai diplomatico.

Strana cosa! La Rivanera e l’Anselmi non si vedevano spesso. Il contino aveva conosciuta la signora Camilla in una festa da ballo, come Aldo De Rossi, ma, andato a farle visita, non c’era tornato che rarissime volte, e poi non s’era più presentato affatto. E il De Rossi, che vedeva tutto, non contava più l’Anselmi tra i rivali possibili. Ma ecco, di punto in bianco, il presidente Roberti e la sua bella nipote credevano necessario di rimproverare all’Anselmi la sua negligenza. Che bisogno c’era di notare la cosa? Non era padrone il contino di andare dove meglio voleva? E perchè dargli argomento d’insuperbirsi? di sperare Dio sa che cosa? Perchè oramai, il contino Anselmi si sarebbe fatto un dovere di piantarsi ai fianchi del presidente Roberti.

Queste cose non c’è mestieri di studiarle, si capiscono alla prima. Un uomo vede una donna per un anno e per due, senza innamorarsene, quantunque sia bellissima tra le belle. Ma dategli l’occasione, e s’accenderà come un fiammifero.

O dove ci aveva la testa, il presidente gran croce? Ed era dunque da credere che per piacere alle donne, per farsi ricercare da esse, occorra di trattarle male? Aldo De Rossi ci pensò tutto il tempo che rimase nella sala del concerto; e ci pensava ancora quando escirono tutti dalla _Kursaal_, per ritornare all’albergo.

La strada non era breve; ma le due compagnie, liete di essersi incontrate, non volevano separarsi. Perciò il commendatore Gerardo propose, e gli altri accettarono, di fare la strada a piedi. In una ventina di minuti si sarebbe giunti all’albergo. Lo stradone era fiancheggiato da due filari d’alberi, e c’era ombra abbastanza. Del resto, alle nove e mezzo del mattino i raggi del sole non iscottavano ancora.

Capirete che il contino Anselmi era in vena di dirne e la signora Rivanera di sentirne. Perciò andarono avanti, e Aldo stette indietro, a udire il suono argentino delle risa di Camilla.

— Che avete? — gli disse la signora Elena, prendendo famigliarmente il suo braccio.

— Io? Niente; — rispose egli, scuotendo la testa, come uno che si svegli d’improvviso.

— Niente! — esclamò la signora Elena. — È troppo poco. —

IX.

Aldo rimase taciturno. Forse non udì neanche l’osservazione della signora Vezzosi. Il nostro povero eroe non avea orecchi che per le risa della signora Camilla, più vive in quel punto, e più argentine che mai. Per tutti i settecentomila settecento settantasette diavoli, che si sogliono invocare in simili occasioni, che cosa diceva di così spiritoso, a otto passi da lui, il contino Anselmi, che la signora Camilla dovesse riderne in quel modo?

La signora Elena, usando liberamente dei diritti dell’amicizia, diede una strappatina al braccio del suo distratto cavaliere.

— Suvvia, rispondete; — gli disse; — che cosa vi affligge?

— Ve l’ho già detto, nulla; — rispose Aldo De Rossi.

— Ah, è vero; — ripigliò la signora Elena, con accento sarcastico. — Voi dovete esser triste per eccesso d’allegrezza. La gioia fa paura; lo ha detto anche la signora di Girardin. La splendida Camilla è venuta a brillare sull’orizzonte del Tettuccio, e voi, povero pianeta, vi oscurate nella sua luce. Non è così? Bisogna convenire, — soggiunse la signora Vezzosi, — che è molto bella, e ciò giustifica le vostre adorazioni. Vi parrà strano, mio bel cavaliere, che una donna si rassegni a lodarne un’altra. Ma io l’ho guardata molto, poc’anzi; l’ho guardata più in un’ora, che non abbia fatto in due anni. Sono una donna sincera ed amo rendere omaggio alla verità. E poi, con vostra licenza, non ho paura di confronti.

— È giusto; — rispose Aldo. — Siete bellissima.

— Già! — ribattè la signora Vezzosi. — Non sono forse la Venere di Milo, io? Ma quell’altra statua, che non è stata fatta da Fidia....

— Ha già trovato un Pigmalione, che le dà l’anima; — proruppe Aldo, che non poteva più contenersi. — Sentite che allegre risate! —

La signora Elena si volse a mezzo, per guardare negli occhi il suo cavaliere.

— Ah, eccolo, il segreto di quest’anima nera! — diss’ella. — Siete geloso! —

Aldo scosse la testa e battè le labbra, come un uomo che si vede scoperto e non vuole ammettere di esserlo.

— Sì, siete geloso; — ripigliò la signora Vezzosi. — Già, un uomo geloso si riconosce tra mille. È un brutto vizio, la gelosia; peggio che un vizio, è un errore.

— Credete? — balbettò Aldo De Rossi.

— Certamente; son donna e posso parlarvene con sicurezza. Supponete, ad esempio, che un uomo mi ami e che io l’ami ugualmente. Una donna, abbiatelo per massima, ha sempre timore di essere abbandonata. Avvezza al piedestallo, non ama discenderne, e se in un momento di passione e d’oblio ne è pure discesa, vuol esserci ricollocata. Era adorata, che è molto, e non può bastarle d’essere amata, che è meno. Perciò, voi vedete la conseguenza, signor Aldo... ella ha mestieri di tener l’anima di un uomo in sospeso. Ho detto l’anima, e bisognerebbe dire il cuore; il cuore, che non è ben nostro, intieramente nostro, se non quando lo vediamo soffrire. E perchè il cuore di un uomo non soffre tanto bene, come quando egli teme di aver dei rivali, la donna sa quel che ha da fare per custodirlo. E quando non ci sono rivali, la donna si affretta a cercarli.

— O come? — esclamò Aldo De Rossi.

— È presto fatto; — rispose la signora Elena — Intorno ad una donna (parlo di una donna bella e piacente) ci sono sempre uomini a dozzine.

— Sciocchi! — brontolò Aldo, a cui pareva di vederli.

— Generalmente sciocchi, ve lo concedo. Ma sono per l’appunto quei che ci vogliono. Tutti questi sciocchi sono da lei adoperati a due usi; fanno uffizio di specchio e di leva.

— Entra in scena Archimede; — scappò detto al De Rossi.

— Che c’entra Archimede? — domandò la signora.

— C’entra in questo modo, che egli è celebre nella storia, per avere inventati gli specchi ustorii e per aver sognata la più gran leva dell’universo, una leva con cui smuovere il cielo e la terra.

— Vedete che combinazione! — esclamò la signora Vezzosi. — Diciamo dunque che la donna ha qualche cosa del vostro Archimede. Ella si specchia ne’ suoi dieci o dodici sciocchi; i quali la salutano bella, con le loro mute ammirazioni, e le fanno un piacere da non dirsi. State pur certo che ella non rinunzierebbe agli specchi, per nessuna cosa al mondo. Vi amasse pure come un Dio, sapesse pure che andate in collera e che ella risicherà di perdervi, ella non vorrebbe privarsi di questa consolazione. Del resto, se voi siete un uomo di spirito, non dovete adombrarvi troppo degli specchi, quando sono al plurale.

— E la leva? — disse Aldo. — Come mai uno specchio può trasmutarsi in leva?

— Ecco qua, signor Aldo. La donna si serve di tutti questi personaggi, per tenerne un altro, uno solo, in bilico, tra speranza e timore. Si ama sempre molto ciò che si teme di perdere. Non siete tutti così, voi altri uomini? Una donna che si abbandona oggi intieramente, si prepara un brutto domani. Ella è Didone, e voi siete pronti a seguire l’esempio di Enea.

— Sarà così, come voi dite; — mormorò Aldo De Rossi. — Ma io mi sento diverso dagli altri.

— Lo credete, e ciò vi fa onore. Ma anche molti altri dicono così; e poi nel fondo.... Signori uomini, lasciatevelo dire, presi l’uno per l’altro, valete pochino.

— Scusate, donna Elena; — balbettò Aldo. — Non vorrei aver l’aria di offendere il vostro sesso; ma....

— Ma vorreste dire che le donne non valgono di più. Confessatelo; era questo il vostro pensiero. Orbene — proseguì la signora Elena, vedendo di essersi apposta, — con vostra buona pace, le donne valgono molto di più... quando sacrificano molto di più. Perciò riconoscerete in esse il diritto di prendere le loro precauzioni.

— Sicuro; — rispose Aldo De Rossi, — a danno.... degli specchi. Tutti quei poveri di spirito, che s’immaginano di piacervi, voi li tirate in ballo, vi prendete giuoco di loro. È forse ben fatto? Non ne uccidete qualcheduno? —

La signora Elena rimase un tratto pensosa; ma subito dopo si riebbe.