Nozze d'oro: romanzo

Part 4

Chapter 43,608 wordsPublic domain

— La mia è d'un altro genere... Io inseguo le forme del bello che si sono perdute nella volgarità universale. Io cerco il simbolo ch'è l'essenza di tutte le cose... Ma la mia inquietudine è puramente intellettiva... La vostra è fatta d'ambizione, di cupidigia di danaro, di smania d'avventure... Può darsi che anche la mia uccida; la vostra uccide ed abbassa.

— La nostra conduce a qualche cosa, tu macini il vuoto — ribattè Luciano.

Intanto la Marialì tentennava il capo come a dire: — O che prendete sul serio le fisime di mio marito?

Da parte sua Frassini pareva non prender sul serio i suoi contradditori, perchè senza curarsi delle loro obbiezioni s'era rimesso a camminare con la testa china e con le mani intrecciate dietro la schiena.

In quella una bicicletta si fermò davanti al cancello e ne scese Bortolo, il giardiniere, con un fascio di lettere, di cartoline, di giornali.

— Quà, quà — dissero a una voce Luciano e Girolamo indicando la tavola di dov'era stato tolto da poco il servizio da caffè.

— Non è mai arrivata una posta simile a Villarosa — osservò Bortolo, mentre, dopo aver deposto il suo carico, si frugava nelle tasche per veder se avesse dimenticato qualche cosa.

In fatti aveva ancora un mucchio di biglietti da visita.

— Sono pel commendatore — egli disse — E ci devono essere anche cinque o sei lettere per lui... Le porterò alla signorina Angela... Dov'è?

— Or ora viene... Lasciate quì tutto quanto — ordinò Luciano.

E con ansia febbrile si mise a cercare la sua corrispondenza.

Lo stesso facevano Girolamo e sua moglie.

— Con vostro comodo — disse ironicamente la Letizia ch'era rimasta seduta — vedrete se c'è nulla per gli altri.

La Marialì s'avvicinò in silenzio alla tavola e prese il _Figaro_.

— È di Luciano, ma ora non lo legge.

S'intesero le due voci di Max e Fritz.

— Noi aspettavamo delle cartoline illustrate.

— Ecco, ecco... Sono più d'una dozzina.

— Ogni giorno ce ne arrivano.

— Ah, siete collezionisti?.

— Cinquemila e cinquecento ne abbiamo — rispose Max.

— In venticinque album — soggiunse Fritz.

— Più dieci album di francobolli — ripigliò Max, pavoneggiandosi.

Fritz corresse il fratello.

— Scusa, sono undici.

— Hai ragione, undici. Dimenticavo il piccolo.

— Avete anche bottoni da camicia? — domandò serio serio Cesare Torralba.

I due Alvarez guardavano lo zio col sorriso ebete di chi non capisce.

Intervenne la Letizia in aiuto dei figliuoli.

— Che spiritosaggini!

— Non c'è niente di male — ribattè Cesare. — Ne ho conosciuti io dei collezionisti di bottoni da camicia... Son gusti innocenti.

— Questo sì — ripigliò la Letizia che voleva slanciare una frecciata al fratello. — Son gusti tranquilli che non danno dispiaceri alle famiglie.

L'Angela scendeva frettolosa per la gradinata.

— Eccomi finalmente... L'avete poi ricevuta la posta?

Assorti nella lettura, Luciano e Girolamo non risposero che con un segno affermativo del capo.

L'Adele, alzando la testa da un giornale, additò le lettere e i biglietti rimasti sulla tavola.

— Saranno congratulazioni per le nozze d'oro. Povero babbo! Gli farà piacere che qualche amico lontano si ricordi di lui.

— Le apri tu le sue lettere? — chiese l'Adele ripiegando il foglio.

— Sì, in sua presenza... Talora le apre egli stesso, e io le leggo... Diamo un'occhiata ai biglietti... Oh! _Carlo Tazzoni, senatore del Regno_... Questo era consigliere delegato a Salerno, quando il babbo era Prefetto... Letizia dovrebbe ricordarsene.

— Sì, sì... Me ne ricordo perfettamente... Era allora un bell'uomo, alto, con due fedine da diplomatico, accurato nel vestire...

— Ma! — sospirò l'Angela. — È riuscito a esser senatore, lui... Il sogno di nostro padre...

E seguitò a tirar fuori dalla busta i vari biglietti.

— _Conte commendatore Annibale Zilli, Capo divisione al Ministero dell'interno — Onorevole Bariolo, deputato..._

L'Angela stette un momento sospesa.

— Ora che ci penso, come va che questa gente ha saputo della nostra festa domestica?... Noi non abbiamo fatto pubblicità.

— C'era nel _don Chisciotte_ di venerdì, a proposito di quella seduta a cui non potevo assistere — disse Girolamo. — È il numero che ho comperato per viaggio. Credo di averlo ancora in tasca.

L'aveva in fatti e lo porse all'Angela, richiamando la sua attenzione su un trafiletto di cronaca. «L'onorevole Torralba mandò una lettera al Presidente della Lega dei contribuenti scusando la sua assenza dalla seduta di iersera. Iersera appunto egli partiva per Villarosa ove i suoi genitori celebrano le nozze d'oro. Felicitazioni ed auguri.»

— A me occorrerebbe spedir subito due telegrammi — saltò su a un tratto Luciano. — Come si fa ora?

— Troveremo qualcheduno che li porti — disse l'Angela.

— No, no. Preferirei scriverli in stazione... Sono in francese e se non sono presente io chi sa che _brioches_!... Non c'è una bicicletta?

— Anch'io ho da telegrafare — dichiarò Girolamo. — Una gran seccatura questa mancanza d'un ufficio telegrafico!

— Dio buono! Non avrete mica l'apparecchio in casa nemmeno a Roma e a Parigi — esclamò l'Angela un po' annoiata nonostante la sua indole conciliativa.

A Girolamo venne un'idea luminosa.

— Se Max e Fritz ci prestassero il loro _tandem_ si potrebbe andar insieme, Luciano ed io, sino a San Vito... Ve ne servite ora, ragazzi?

No, pel momento i ragazzi non se ne servivano, onde, consultata la genitrice, essi accondiscesero al desiderio degli zii e li precedettero nella rimessa ov'era depositata la preziosa macchina lucida, levigata, civettuola come i suoi proprietari.

— Non ve lo sciupiamo, no — disse Luciano rispondendo alla muta raccomandazione dei due giovinetti.

Quando il _tandem_ passò davanti al cancello, quelli ch'erano nella villa sventolarono i fazzoletti ai due biciclisti.

— Occhio ai fossi! — gridò Cesare. — E non discutete di politica.

— Non c'è nulla di più antiartistico della bicicletta — osservò Frassini. — È un prodotto degno di questo secolo di bottegai.

— Lo volete fare il giro del giardino? — propose l'Angela.

— _Le tour du propriétaire_ — borbottò la Letizia pure assentendo alla proposta della sorella.

— Credo che l'Adele lo conosca appena — riprese l'Angela.

— È vero; fui quì tre o quattro volte, e il giardino non credo d'averlo mai girato tutto.

— È abbastanza grande.

— Grande! Grande! — ribattè la Letizia col suo tuono sprezzante. — Il ricinto non è piccolo, ma non c'è orizzonte... da noi a Posilipo c'è il mare, ci son le isole, c'è il Vesuvio...

La Marialì alzò le spalle.

— Se fai entrare nel tuo giardino anche il Vesuvio!

In fin dei conti a lei non importava nulla nè di Posilipo, nè di Villarosa, nè di luogo alcuno al mondo se non in quanto vi fosse l'opportunità di civettare. E il carattere affatto domestico della presente cerimonia le toglieva la speranza di far valere i suoi vezzi.

— La gioventù con la gioventù — disse l'Angela a Max e a Fritz. — Perchè non raggiungete l'Antonietta e Tullio che sono avanti già d'un buon tratto?

Cesare si mise a ridere. — Quelli non si confondono.

Ma gli Alvarez chiesero licenza alla madre di salire un momento in camera per riordinare le loro cartoline. Sarebbero discesi poi.

— Come vi piace — rispose la Letizia. — Non stenterete a trovarci... Non ci si perde a Villarosa, non c'è pericolo.

Indi ella vantò i suoi figliuoli. Ubbidienti, rispettosi, amorevoli, non movevano un passo senza consultarla, quantunque l'uno avesse diciott'anni, l'altro diciasette.

IX.

Tullio che aveva più pratica guidava l'Antonietta pei meandri del giardino.

— È bello, sai, il giardino... Quando il padre del nonno comprò Villarosa, una sessantina d'anni fa, intorno alla casa non c'erano che praterie. Venne quì un bravo ingegnere da Milano, piantò alberi, tracciò viali e sentieri, scavò un lago, alzò dei monticelli di terreno, trasformò insomma tutto quanto da cima a fondo... Poi si doveva rifabbricar la casa, ma la spesa era troppo forte e si rimandò l'opera ad altri tempi... Intanto il padre del nonno morì... Perchè ridi?

— Rido a sentirti parlare di fatti avvenuti sessant'anni addietro, come se tu fossi stato presente...

— Io dico quello che ho inteso dalla zia Angela...

— Ma non c'era neppur lei allora...

— No certo; ma ha raccolto i discorsi del nonno e dello zio Luigi ch'erano in grado di ricordarsi di tutto.

— Sessant'anni! — ripetè l'Antonietta compresa dell'importanza di questa cifra. — Pare impossibile che vi sia della gente la quale abbia più di sessant'anni. Fra noi due...

— Fra noi due di poco si passa i quaranta.

— Che disgrazia diventar vecchi! — sospirò l'Antonietta. — Perdere i denti, perdere i capelli, metter le grinze... Brr... Mi fanno peccato i poveri vecchi.

Poi saltando di palo in frasca soggiunse in tuono misterioso: — Ora sembra che il pericolo sia passato, ma io avevo una gran paura che i nostri cugini volessero venir con noi.

— Max e Fritz! — esclamò Tullio con una risata.

— Sì. Non li trovi noiosi?

— Altro che noiosi!... Intollerabili sono... Già per me son belli e giudicati... Son due cretini.

— O Tullio, come corri!... Tal quale come lo zio Cesare ch'è un po' cattivo con quei due nipoti.

— Mi piace lo zio... Non ha peli sulla lingua... E che ragione ha! Basta guardarli quei nostri cugini. Con quelle loro faccie scialbe, con quei capelli impomatati, e quegli anelli al dito, e quei solini e quelle cravatte!... Dove metti i profumi che portano addosso e con cui appestano l'aria?... In fine hanno la manìa delle collezioni...

— È un modo d'occuparsi.

— Sì, il modo degli oziosi e degli stupidi.

— Quello ch'è certo è che sono molto affezionati tra loro.

— Al punto di non poter distaccarsi mai... nemmeno quando vanno in bicicletta... Non è una seria e schietta affezione di fratelli, codesta; è una smorfia, un'ostentazione, un'infermità...

— Via, tu esageri.

— Io, cara mia, detesto tutto quello ch'è manierato ed artificioso. A me piacciono le persone naturali, spontanee, come una certa signorina che ho in questo momento al mio fianco.

L'Antonietta divenne rossa.

— Adulatore!

— Chè? Non adulo mai, io... È piuttosto la signorina che, per eccesso di modestia, non vuol riconoscere i propri meriti.

Dietro gli alberi si sentirono dei passi e delle voci.

— Antonietta! Tullio!

— Siamo quì, siamo quì — risposero i ragazzi.

— Perchè non venite con noi?

Tullio spiegò: — Faccio vedere all'Antonietta il cedro del Libano piantato dal nonno... Se voi andate dalla parte della capanna svizzera c'incontreremo sulla terrazza che guarda il lago.

— Signor Tullio, se vuol fare una partita di boccie?

— Più tardi.

Quello che aveva parlato ultimo era il dottore Vignoni, che, lasciati il commendatore Ercole e la signora Laura, s'era unito all'Angela, alla Letizia, all'Adele, alla Marialì, a Cesare Torralba e a Giulio Frassini.

La Marialì, come soleva, se l'era accaparrato per sè, e a fianco di lui procedeva di alcuni passi gli altri. Non bello, non elegante e d'un aspetto che mostrava più de' suoi quarantacinqu'anni, il dottore non poteva aver nulla di seducente per una donnina mondana qual'era la Marialì; ma ella non si lasciava scappare nessuna occasione di esercitare il suo fascino sugli uomini d'ogni specie e d'ogni ordine sociale. Si divertiva a vederli a poco a poco turbarsi, e, a un suo sguardo, a un suo sorriso, impallidire o accendersi in volto, si divertiva a sorprendere nei loro occhi, nella loro voce il fremito dell'ammirazione e del desiderio.

Ora ella dava appena retta all'Angela che le gridava dietro:

— Ti rammenti, Marialì, le nostre corse per questo viale?... Ti rammenti che quì si faceva la ginnastica?... C'erano gli anelli, le parallele, l'altalena, il trapezio...

— E perchè non ci son più? — disse distrattamente la Marialì seguitando a camminare e a discorrere col Vignoni.

— O chi fa la ginnastica ormai a Villarosa? — ribattè l'Angela. — Se non la faccio io!

La Marialì non replicò nulla. Ella pensava ai molti che quand'ella era ragazza le avevano fatto la corte lì in quel giardino negli autunni di Villarosa; compagni d'Università de' suoi fratelli, vice-segretari di Prefettura, tenentini imberbi usciti appena dall'Accademia militare. Già non si varcava il cancello di Villarosa senza innamorarsi di Marialì... Di parecchi l'era sfuggito il nome, d'alcuni non sapeva più nè dove fossero nè che cosa facessero: quasi tutti si confondevano nella schiera infinita de' suoi ammiratori, prima e dopo del matrimonio, di quattro o cinque soltanto l'eran note le successive vicende. Uno era salito in alto; era professore, era celebre; uno era a capo d'una grande industria; un terzo, uno dei tenentini, era morto capitano ad Abba Carima, morto da eroe... dicevano... Due, che avevano addirittura chiesto la sua mano e ch'ell'aveva respinti, per consolarsi, s'erano sposati di lì a poco ed eran rimasti vedovi... Poi c'era stato Frassini... Quello lo aveva voluto lei... Perchè lo aveva voluto? Bisogna ben confessarlo; l'aveva voluto perch'egli s'era permesso di fare il sentimentale con l'Angela... Ah, come presto la Marialì era riuscita a tirarlo a sè!... Come se l'era visto cadere ai piedi proprio nel viale che percorrevano adesso, e prenderle le mani e baciargliele, e supplicarla di perdonargli se dov'era lei egli aveva potuto aver occhi per un'altra!... Che parlantina aveva Frassini in quel giorno!... Lei, lei sola egli amava, e certo l'aveva amata anche quando credeva di amar sua sorella; lei, lei sola poteva esser la compagna della sua vita, l'inspiratrice del suo genio. Le offriva la sua mano, il suo cuore, tutto sè stesso; sarebbero stati felici; ell'avrebbe avuto un'unica rivale, l'arte. E l'arte, grazie al cielo, a lui era lecito trattarla da gran signore, senza piegarsi ai gusti della folla, cercando solo d'incarnare il proprio ideale, perchè egli era agiato, perchè aveva una zia straricca di cui era l'unico erede... Insomma, meno d'un anno dopo, ell'era la signora Frassini... Era stata una cattiva azione verso sua sorella Angela?... Ma no, ma no... L'Angela sarebbe stata infelicissima con Giulio Frassini, non si sarebbe _distratta_, avrebbe preso sul serio tutte le ubbie di quel nevrostenico, di quel mattoide... Via, ell'aveva reso un servizio all'Angela rubandole l'innamorato... A ognuno il suo compito... La Marialì era nata per far girar la testa ai giovani, l'Angela per badare ai vecchi, per vegliar sulla casa. E mentre a lei, alla Marialì, era necessario di avere un marito, e Frassini era meglio di nessuno, l'Angela doveva stimarsi assai più contenta di esser rimasta zitella.

Non è a credersi che mentre la Marialì faceva queste savie considerazioni che tranquillavano pienamente la sua coscienza, ella cessasse di alimentare la conversazione col dottore.

E con la sua vocina dolce e armoniosa lo interrogava sulla sua vita, sulla sua famiglia, e gli diceva queste cose sbalorditive:

— Sa che qualche volta ho sognato un idillio? Esser moglie d'un medico condotto anzichè d'un artista; chiudere il mio orizzonte entro le pareti d'una modesta abitazione di campagna anzichè andar sempre in giro pel mondo; occuparmi dell'orto, delle galline, dei fiori, preparare un buon pranzetto a quel povero diavolo che affatica da mattina a sera, accompagnarlo ogni tanto nelle sue visite agli ammalati...

Il medico la guardava incredulo.

— Parlo sul serio — ella riprese, mentre con la punta del piedino irreprensibilmente calzato cacciava davanti a sè le pine secche che ingombravano il viale.

Dietro di lei la Letizia, sempre pronta alla critica, diceva alla sorella Angela: — Non è mica tenuto bene il giardino... Questi viali dovrebbero spazzarli due o tre volte al giorno.

— Occorrerebbe un personale più numeroso — obbiettò l'Angela. — E il babbo non intende aumentare la spesa... Per quello che lo gode lui il giardino... Nessuno lo gode... Anch'io sto delle settimane senza venirci..... Non posso..... non ho tempo... E in ogni caso, di questa stagione, con gli alberi che si spogliano bisogna rassegnarsi a trovar le foglie secche per terra.

La Letizia tentennava la testa.

— Sarà... Tuttavia si vede troppo che il giardino è lasciato andare... Quì per esempio par d'essere in un bosco.

— Che rimedio c'è?... Vorresti abbatter le piante?

— No, ma diradarle quà e là... È quello che abbiamo fatto noi a Posilipo sotto la direzione d'un ingegnere olandese.

Giulio Frassini protestò.

— A Posilipo non avete di queste piante d'alto fusto vecchie di oltre a mezzo secolo... Già non c'è di peggio dei giardini agguagliati, pettinati, lisciati come se uscissero dalle mani di un parrucchiere. Fidatevi della natura. Essa è sempre pittoresca.

A sentirlo parlare con insolita animazione, e sostenere idee che s'accordavano con le sue, l'Angela si tinse d'un fuggitivo rossore. Le parve che si risvegliasse intorno a lei un'eco d'altri tempi, le parve che per un istante Frassini tornasse l'uomo di vent'anni addietro, l'uomo a cui ella non aveva saputo serbar rancore nemmeno dopo esserne stata indegnamente trattata.

Invero, già da un pezzo, ella non lo amava più. Quello che chiamano amore s'era spento a grado a grado in lei dopo il primo disinganno ch'ell'aveva accolto senza scatti, senza disperazioni rumorose, ma che appunto per questo aveva agito come un lento corrosivo sulla sua anima. Ciò ch'ella provava per Giulio Frassini era una compassione triste; compassione pel suo aspetto precocemente invecchiato, per le sue grinze, pei suoi capelli radi e grigi, per la sua andatura stanca, compassione per la sua misera vita conjugale, pel suo ingegno sciupato, per la vanità della sua opera artistica. Forse anche in giovinezza il suo ingegno non era che un fuoco fatuo; ma chi sa, con un'altra moglie?...

— E perchè non vai con Cesare a visitare le foreste vergini dell'America? — domandò ironicamente la Marialì a suo marito, fermandosi di botto, e agitando con la punta dell'ombrellino un mucchio di foglie secche.

Cesare sorrise.

— Dove abito io non ci son che foreste di case... Più in là, più in là...

Giulio Frassini si avvicinò a sua moglie.

— Vuoi che andiamo insieme in America?

— A trovar Cesare?

— A Nuova York?... No, no, di là non si farebbe che passare... Quei miliardari mi sono odiosi.

— Fra le pelli rosse allora?

— Meglio le pelli rosse dei _yankees_.

— _Merci bien, mon cher_... Io resterò con Cesare fin che tu andrai in cerca dei selvaggi e delle foreste.

— Di quà — disse l'Angela. — Dobbiamo incontrarci con Tullio e l'Antonietta sulla terrazza.

E ponendosi in capofila prese una viottola ombrosa che con leggero declivio scendeva verso il lago.

— Oh, ecco il famoso ponte — esclamò la Marialì.

Era un ponticello di legno che traversava un ruscello minuscolo derivato dal lago. La Marialì si ricordava che su quel ponte, _in illo tempore_, uno de' suoi primi vagheggini le aveva rubato un bacio.

— Ed ecco la piccola darsena... E il nostro canotto dov'è?

— È tirato in secco... Non lo vedi?

— È sempre quello? È sempre il nostro? Il _Calatafimi_?

— Sì.. Ma nessuno l'adopera.

Erano tutti sul ponte. Le assi scricchiolavano.

La Letizia diede l'allarme.

— Oh, oh non è mica solido il vostro ponte. E si affrettò a mettere il piede in terra ferma.

— Per sicuro è sicuro — dichiarò l'Angela. — Ho fatto cambiar qualche asse anche quest'anno.

— Rifarlo di pianta bisogna — ribattè la Letizia. — Lo so per pratica quello ch'esige la manutenzione d'un giardino.

— Ma non c'è ombra di pericolo — disse il dottore che s'era indugiato a esaminare tanto il piano quanto i due parapetti del ponte in questione.

X.

Lasciato a sinistra un simulacro di capanna svizzera, camminavano lungo un sentiero ghiajoso che costeggiava il lago.

L'Angela ch'era rimasta indietro con Cesare passò il braccio sotto quello del fratello e abbassando la voce gli chiese: — Dunque? Come li hai trovati?

— Chi?

— Oh bella! Il babbo e la mamma.

Cesare scosse il capo tristamente.

— Vecchi li ho trovati, assai vecchi.

— Pur troppo — sospirò l'Angela. — E ancora il babbo, se non fosse così indebolito nella vista, non ci sarebbe male.. Ha la sua mente libera, la sua energia... Anzi Vignoni dice ch'è un miracolo...

— Brontolerà...

— Brontola, sì... Poveretto! Bisogna perdonargli... Non sono stati giusti con lui... E quegli occhi, quegli occhi! A ogni modo, egli ha i visceri sani... Spero che camperà un pezzo... Mi dà più pensiero la mamma ch'è ridotta un'ombra.

— Era sempre debole e malaticcia.

— È vero... Ma in questi ultimi tempi ha dato un crollo!... Pare decrepita... E ha cinqu'anni meno del babbo... Tutto l'affatica, non s'interessa di nulla...

L'Angela si sforzava invano di trattenere le lacrime.

Cesare la guardò con simpatia.

— Che vita di sacrificio ti tocca fare!

— No, no... Io vorrei che durasse sempre così... Il mio cruccio è...

Ma s'interruppe per rispondere alla Letizia che le domandava ove fossero andate a finire le rose da cui la villa aveva preso il nome.

— Ce ne sono in quantità — rispose l'Angela — davanti alla casa. Non le hai viste?

— Una volta ce n'erano da per tutto... anche quì sul lago...

— Quelle son morte tutte in un inverno rigido.

— Noi a Posilipo... — principiò la Letizia. E si diffuse a descrivere le sue piantagioni di rose che fiorivano in ogni stagione.

Dall'altra parte del giardino Tullio e l'Antonietta, col fervore della loro età, discorrevano dei più svariati argomenti.

E innanzi tutto l'Antonietta aveva manifestato al cugino la sua ammirazione per l'_italianità_ che egli aveva saputo conservare vivendo parte dell'anno a Parigi.

— Sì, sì — aveva risposto Tullio con vivacità; — io sono italiano e voglio restare italiano... Tengo della povera mamma che aveva la nostalgia dell'Italia... Ero bambino quando ci siamo trapiantati in Francia, ma ricordo le lacrime della mamma il giorno della partenza... E mai, mai s'è potuta avvezzare... Mai ha voluto rinunziare alla sua lingua...

— Il tuo babbo, quello si è infranciosato.

— Fino a un certo punto, specie dopo il suo secondo matrimonio... Però ha conservato la nazionalità italiana... E appena ha visto ch'io non sarei andato d'accordo con la matrigna...

— Che donna è?

— Non è cattiva, ma è sempre matrigna... Insomma il babbo con me è stato d'una grande condiscendenza, e prima ancora ch'io dovessi venire in Italia a fare il volontariato m'ha permesso di finire i miei studi a Pisa, e ormai si rassegna a lasciarmi di quà dalle Alpi.

— Quando facevi il volontariato a Livorno — disse l'Antonietta — io ero in collegio a Firenze... Credo d'averti visto tre o quattro volte.

— Vestivi da collegiale.

— Che orrore!

— No... Eri tanto bellina anche così.

— Zitto!

— Ma ora sei infinitamente più bella.

— Basta!...

— Sei come doveva essere la tua mamma alla tua età.

— Oh, la mamma è molto più bella anche adesso.

— Tu hai un'espressione più dolce...

— Non fidarti.

— Che tesoro di cuginetta!

— Finiscila, o scappo.

— Provati.

— Chiamerò in ajuto Max e Fritz.

E accompagnò la minaccia con una sonora risata a cui Tullio fece eco di cuore.

Ma ricompostasi a gravità ella mutò argomento.

— E vai a studiare ancora?

— Sempre si deve studiare a questo mondo.

— Che pedante!... E vai a studiare a Venezia?

— Sì, a quegli Archivi.

L'Antonietta arricciò il naso.