Nozze d'oro: romanzo

Part 3

Chapter 33,693 wordsPublic domain

— Se ci fornite i dati necessari — soggiunse l'Adele, la donna politica — si potrà risuscitare la questione alla riapertura della Camera.

— Per me — riprese Girolamo — non domando di meglio che di raccoglier elementi per combattere il Ministero.

La Letizia tentennò la testa. — Sentirò da Pasquale. Ma credo ch'egli non vorrà... Ormai è deciso. Ha trent'anni di servizio e si farà liquidare la sua pensione.

— E i ragazzi che carriera sceglieranno? — ridomandò Cesare.

— Vedremo... Penseremo... Non c'è fretta... Grazie a Dio, hanno da vivere senza mettersi al servizio di nessuno.

Alle savie parole della genitrice i due fratelli si scambiarono un'occhiata piena di compiacenza e di fatuità.

— Tanto meglio! — disse Cesare Torralba che non aveva mai avuto troppo buon sangue con sua sorella Letizia e che non poteva soffrirne i rampolli. — Questo però non li esonera dall'obbligo di scegliersi un'occupazione... Non possono mica andar sempre in _tandem_.

L'allusione fece ridere. E in vero era parso un po' strano a tutti che gli Alvarez sentissero il bisogno di portare un _tandem_ a Villarosa e di montarvi su ogni momento, isolandosi dal resto della compagnia.

— Se vanno in _tandem_, non so a chi facciano male — ribattè, piccata, la Letizia.

— Anzi, anzi... quando si divertono... — interpose l'Angela in tono conciliante.

— _Eh bien, petite mère_ — disse Luciano tra due cucchiajate di minestra, — come va?

Dacchè aveva fissato la sua dimora a Parigi, e sopratutto dopo il suo secondo matrimonio, Luciano Torralba interpolava sovente delle paroline francesi ne' suoi discorsi.

La signora Laura, con la sua voce querula, cominciò la lunga enumerazione de' suoi mali. Debolezza di stomaco, frequenti vertigini, dolori vaganti... E il braccio sopra tutto, il braccio sinistro quasi paralizzato...

— Non è paralisi — obbiettò l'Angela. — È reumatismo.

— Sì, sì, la conclusione si è che non posso adoperarlo, che son diventata un automa. Mi vestono, mi spogliano, mi danno da mangiare...

L'Angela fece un segno negativo col capo.

— Non è vero, la mamma esagera, non si fa che aiutarla... Del resto se la cava benissimo da sè, e se volesse...

Mentre la vecchia signora protestava contro l'insinuazione della figliuola, il commendatore Ercole, parlando con la Marialì che gli era vicina, tracciava una pittura altrettanto pessimista del proprio stato. Delle sue forze in generale non si lagnava; le gambe lo reggevano ancora; lo stomaco funzionava discretamente; ma che importano le gambe per uno che non ci vede e che non può far due passi fuori delle sue stanze se non è accompagnato; e che importa lo stomaco per uno che non ha denti e deve rinunziare alle vivande più saporite?... E che giornate interminabili erano le sue! Egli, ch'era stato sempre avvezzo a occuparsi, non poter scrivere una lettera, non poter leggere un libro, un giornale!... Almeno avesse avuto il sonno a sua disposizione!... Nossignori... Sonnolenza, sì... non foss'altro che per effetto della noja; ma una buona ora di sonno profondo, ristoratore, mai, meno forse di giorno, dopo il pranzo... Ah gran brutta vita!

— Gli è che Villarosa è fatta apposta per ammalarsi — sentenziò la Letizia. — Così triste, così umida, così fredda...

L'Antonietta Frassini non potè trattenere un'esclamazione.

— Trovi triste Villarosa, zia?... A me par tanto allegra...

Tullio era dell'opinione della cugina.

— Villarosa è calunniata... Non è in una posizione amena, siamo d'accordo, ma non è triste... Il giardino è così bello, ha di così belle piante... Io ci fui anche d'inverno e vi ho trovato dei giorni di sole come questo... Certo che se piove è un'altra faccenda... Ma la pioggia getta un velo di tristezza da per tutto... Vorrei che vedeste Parigi.

— _Es-tu bête, mon enfant?_ — interruppe Luciano, il padre. — Che confronti!... Con la pioggia o col sole Parigi è sempre allegra... E poi importa molto la pioggia o il sole a chi è nel vortice degli affari?

E soggiunse che in quanto a lui non comprendeva la vita fuori d'un gran centro, senza giornali, senza listini di borsa, senza telefono, senza telegrafo. — Pensare che quì bisogna far cinque chilometri per poter mandare un dispaccio, e che l'ufficio non è nemmeno aperto la notte!

— Siamo agli antipodi, caro cognato — dichiarò Frassini, il pittore rifiutato da anni a tutte l'Esposizioni. — Il vostro telegrafo, il vostro telefono, le vostre strade ferrate hanno rovinato il mondo... A forza di sentir le voci degli altri non sentiamo più la nostra... A forza di veder passare dinanzi a noi dei fantocci non abbiamo più occhi per cogliere i grandi simboli che soli chiudono la verità... L'arte ha smarrito la strada.

Luciano si accingeva a rispondere. Marialì lo prevenne.

— Se badassi a mio marito si andrebbe a vivere sulla cima d'un monte, o in mezzo a un deserto... Ci andrai tu, amico mio.

— Il povero babbo finisce sempre col fare quello che vuole la mamma — sussurrò l'Antonietta nell'orecchio al cugino. — In quanto a me, avrei molti de' suoi gusti.

L'Adele, la donna politica, volle dire anch'ella la sua.

— Io sono d'accordo con Luciano. Un gran centro ci vuole. Fuori di Roma non mi ci potrei vedere.

— A Roma — ribattè il commendatore Prefetto — non ci starei nemmeno dipinto... Mi pare che tutte quelle fucine d'intrighi, Parlamento, Ministeri, eccetera eccetera, debbano emanare delle esalazioni pestifere... Quel Ministero dell'interno è una camorra...

— E quello della marina? — esclamò la Letizia.

— Chi ve lo nega? — soggiunse il deputato. — Sono uno peggio dell'altro... Il guasto è nel sistema... Bisogna rinnovare ogni cosa _ab imis fundamentis_... E noi dell'estrema siamo lì per questo.

L'ex Prefetto si strinse nelle spalle.

— Voi?... Voi farete un monte di rovine, ecco quello che farete.

Luciano assentì.

— Voi rovinate il credito del vostro paese... Se fosse dipeso da voi, la Rendita italiana sarebbe oggi a 60...

— E voi, uomini di Borsa... — replicò Girolamo.

Ma l'Angela interruppe la disputa.

— Per amor di Dio, lasciate dormir la politica e la finanza... Non occupiamoci nè di Parlamenti, nè di Ministri, nè di Borsa, nè di Parigi, nè di Roma... Restiamo a Villarosa.

— Ma! disse Cesare. — Quanti anni che non ci troviamo seduti a questa tavola noi sei, fratelli e sorelle, intorno al babbo e alla mamma!

Si fecero i conti, si passarono in rassegna i vari avvenimenti, anche i tristi, in occasione dei quali la famiglia s'era riunita... Ora mancava l'uno, ora l'altro. Alla morte del povero Manlio, Cesare era lontano; ai funerali dello zio Luigi non era potuto venire Luciano, trattenuto da' suoi affari a Parigi... Conveniva risalire al matrimonio di Marialì, vent'anni addietro.

— Già, già — osservò il commendatore Ercole nel Settembre 1879... l'anno prima del mio collocamento a riposo,... quand'ero a disposizione del Ministero... Ministero Cairoli-Depretis.

— Tre di quei giovinetti non c'erano per la buonissima ragione che non erano nati — ripigliò Cesare accennando ai due Alvarez e all'Antonietta... C'era Tullio...

— Sicuro che c'ero — affermò costui. — E rammento...

— Che cosa vuoi rammentare? — interruppe la Letizia. — Ella sì avrebbe rammentato, la mia povera Laura... Aveva cinqu'anni allora.

— E io — ribattè Tullio — rammento benissimo ch'eravamo insieme e che, in chiesa, la zia Angela ci sollevò tutti e due perchè vedessimo meglio... Vestita di bianco, la zia Marialì mi pareva un angelo.

La Marialì arrossì come una collegiale. Avvezza a ricever di questi complimenti, avvezza anzi a cercarli, ella non sapeva dissimulare la soddisfazione che l'era procurata da ogni nuovo omaggio alla sua bellezza. E la ingenuità della sua civetteria era forse una delle sue maggiori seduzioni, era uno dei coefficienti di quella sua aria giovanile che, a quarantadue anni, l'avrebbe fatta credere, piuttosto che la madre, la sorella maggiore dell'Antonietta.

Giulio Frassini, il marito, la guardò attraverso la tavola con un misto d'ammirazione e di dispetto. Ell'era stata, ell'era sempre il suo idolo e il suo cattivo genio. Ell'aveva in lui avvilito l'uomo e ucciso l'artista, s'era impossessata di tutto l'esser suo, del suo corpo e della sua anima; aveva preso il suo tempo, sciupato il suo ingegno, trascinata nel fango la sua dignità... E nondimeno, anche oggi, dopo vent'anni di matrimonio, egli sentiva che non avrebbe potuto vivere senza di lei; anche oggi egli si maravigliava che vi fosse stato un momento un cui egli le aveva preferita la sorella Angela, la buona e sbiadita creatura che gli sedeva dirimpetto, occupata a sminuzzar le vivande per renderle mangiabili ai suoi genitori.

E com'era commossa l'Angela, e con che studio teneva bassi gli occhi, tanto da non lasciar veder le lacrime che le gonfiavano le palpebre! Il matrimonio della Marialì! Tutte le più minute circostanze ella ne ricordava; l'ora in cui s'era svegliata, l'abito che aveva indossato, il guanto che le si era stracciato calzandolo, le poche goccie di pioggia ch'eran cadute nel ritorno dalla stazione dopo l'accompagnamento degli sposi, il fazzoletto di batista ch'ell'aveva bagnato di pianto nel silenzio della sua camera, lo sforzo che aveva fatto per nascondere a tutti la sua emozione... E nessuno aveva capito, nessuno, dallo zio Luigi in fuori, aveva saputo niente. Ella lo sentiva ancora sulla fronte il bacio dello zio Luigi; sentiva le sue parole: — Quel balordo di Frassini se ne accorgerà dello sproposito che ha commesso sposando la Marialì invece di te.

Ella non aveva allora che ventiquattr'anni, eppure in quel giorno ell'aveva compreso che la sua giovinezza era tramontata, che il suo primo disinganno le aveva aperto nel cuore una ferita non sanabile mai. Ed ella aveva, in quel giorno, letto chiaro nell'avvenire. Sposate le sorelle, dispersi pel mondo i fratelli a eccezione di Manlio, ell'aveva previsto che le sarebbe convenuto rinunziare alle gioje di moglie e di madre e consacrarsi tutta quanta ai genitori e allo zio che probabilmente non si sarebbero mossi da Villarosa. I fatti le avevano dato ragione. Dopo un'effimera Prefettura durata pochi mesi, il commendatore Torralba aveva dovuto abbandonare in modo definitivo il servizio e s'era ritirato nella villa spezzando ogni legame col mondo; indi la morte di Manlio e dello zio Luigi, le vicende varie di Cesare e la partenza di lui per l'America avevano gettata una nuova ombra sulla casa e ribadite le catene dell'Angela. No, non l'era possibile, non l'era lecito pensare a sè stessa. E non vi aveva pensato più, aveva compito il suo sacrifizio umile, quotidiano, quel sacrifizio che nessuno avverte appunto perch'è quotidiano, perchè lo si crede diventato una seconda natura.

Ecco ciò che significava per l'Angela il matrimonio di Marialì, ecco perchè il richiamo di quelle nozze in questo giorno, in quest'ora, le recava un insolito turbamento. Tutti, quanti erano intorno a quella tavola, avevano vissuto o vivevano; con le loro passioni, coi loro capricci, coi loro gusti nobili o puerili, coi loro ideali grandi o meschini: l'ambizione politica, la febbre degli affari, la smania delle avventure, la galanterìa, la vanagloria; ella viveva fuori della vita; tutti avevano memorie e speranze; ella delle speranze non ne aveva, e le sue memorie non erano che tristi; per trovarne di liete l'era forza risalire all'infanzia... E ancora, fin che c'erano i suoi genitori, ell'aveva un'occupazione, uno scopo... Ma poi?...

VII.

Verso la fine del pranzo, Luciano, il primogenito dei Torralba, alzò il bicchiere colmo di vino.

— Alle nozze di diamanti!

— Evviva! — risposero in coro i presenti levandosi in piedi.

Ma con un gesto il commendatore li invitò a sedere e trattenne quelli che si avvicinavano a lui e alla signora Laura per rinnovare gli augurî.

— Non diciamo sciocchezze... Ce n'è d'avanzo delle nozze d'oro, e badate che l'anniversario se ne festeggia domani soltanto e alla nostra età non si sa mai...

Sorse una protesta unanime.

— Eh via, che discorsi!

— Discorsi di stagione... Comunque sia, se domani saremo al mondo, vi permetterò i brindisi...

— A proposito di stagione — saltò su la Letizia, — il babbo, la mamma e l'Angela dovrebbero venir quest'inverno a Posilipo... Converrete che, almeno d'inverno, il soggiorno di Villarosa è impossibile.

— Cara mia — riprese l'ex Prefetto — c'è una cosa più impossibile ancora, ed è quella che noi ci moviamo di quì.

— Ma perchè? Ma perchè?

— Perchè siamo vecchi, perchè siamo invalidi, perchè io ci vedo appena, e tua madre è piena di doglie.

— Non mi posso muovere, no, io, — piagnucolò la signora Laura. — Voi piuttosto dovreste esser meno avari delle vostre visite...

E la vecchia signora tacque, stupita di aver avuto il coraggio d'esprimere un suo desiderio.

Ma! Tutti sarebbero voluti venire, ma tutti avevano qualche impedimento, erano presi in qualche ingranaggio che toglieva loro ogni libertà d'azione.

— Quando si è a capo d'una Banca — sospirava Luciano.

E Girolamo diceva: — Quando si prende sul serio la deputazione!

— Quando c'è di mezzo l'Oceano! — soggiungeva Cesare.

E la Letizia accampava la scusa della sua numerosa famiglia (oltre a Max e Fritz aveva due bimbe rimaste a casa) e la Marialì in mancanza d'argomenti plausibili (non poteva confessare che non era capace di star una settimana in un luogo ove non ci fossero uomini che le facessero la corte) si trincerava dietro vaghe promesse. Chi sa?... Forse.

— Veniamoci, mamma, quest'inverno a Villarosa — pregò l'Antonietta.

— Proprio d'inverno?

— Ma sì... Scommetto che con la neve non è punto triste.

— Brr!

— Io — interpose Tullio — se i nonni e la zia me lo permettono, ci verrò senza dubbio quest'inverno... anche più d'una volta.

— Bravo, Tullio! — gridò la zia Angela — Che regalo ci farai!

— Ecco, mamma — soggiunse l'Antonietta, — si potrebbe mettersi d'accordo.

— Oh che bella cosa fareste! — esclamò l'Angela giungendo le mani e guardando con infinita tenerezza i due cugini che, già, nella sua mente, ella vedeva stretti da un vincolo più sacro e tenace.

La Marialì se la cavò con un'altra di quelle frasi che non impegnano. — C'è tempo... ci penseremo.

Giacomo, il servo, che girava col piatto della frutta, susurrò una parola all'orecchio della padroncina.

L'Angela si rivolse prima al suo babbo e alla sua mamma, poi al resto dei commensali.

— È una così bella giornata... Lo volete prendere in giardino, il caffè?

— Sì, sì, in giardino.

Però la signora Laura tentennava. — Con le mie doglie?

— Quì davanti c'è il sole — disse la figliuola. — Ti ravvolgerò nel tuo sciallo.

— Ma dopo mi accompagnerai in camera.

— S'intende... E anche il babbo farà il suo chilo.

L'ex Prefetto assentì energicamente.

— Sfido io!... È la sola ora che dormo bene.

Intanto i due Alvarez insegnavano con molta gravità alla zia Marialì il modo di sbucciar le pere tenendole sollevate con la forchetta e senza toccarle con le dita.

— _Parfaits!_ — disse la Marialì con un'ammirazione un po' ironica. — Potreste aprire un corso di belle creanze.

Indi ella chiese all'Angela: — Sono le vecchie pere di Villarosa, non è vero?

— Sì, quelle piantate a spalliera nell'orto.

— Ai nostri tempi non venivano mai a maturità.

— Le mangiavamo acerbe.

— E come s'arrabbiava lo zio Luigi!

— Una volta ha amministrato a me una lezione coi fiocchi — osservò Cesare. — Nella mia sbadataggine avevo svelto un ramo del prezioso arbusto.

— E il pesco, il bel pesco che sorgeva dietro la casa del giardiniere, c'è ancora? — domandò Luciano.

— No, pur troppo — rispose l'Angela. — È morto nell'inverno del 1895 in seguito ai geli... Oh, quello fu un anno fatale pei nostri alberi fruttiferi.

— E non avete ripiantato?

— Quando in famiglia non ci son più giovani non si ripianta — sentenziò il commendatore. — Noi non li avremmo visti crescer quegli alberi, e sa il cielo chi verrà a star quì dopo di noi... Nessuno de' miei figli ama Villarosa.

— Io, io l'amo! — avrebbe voluto gridar l'Angela. Ma aveva un nodo alla gola. Sentiva che le sue parole sarebbero state strozzate dai singhiozzi. Pur si chinò verso suo padre e gli disse piano: — Se credi, possiamo alzarci.

Di nuovo il commendatore prese il braccio della Letizia: di nuovo la signora Laura s'appoggiò a quello di Luciano, ordinando in pari tempo all'Angela di andarle a cercare lo sciallo. Doveva averlo lasciato di là, in salotto.

— Eh, lo so che ci sono gli scalini — protestò l'ex Prefetto, infastidito degli avvertimenti della Letizia.

— Ci vedi dunque?

— Che c'entra il vederci? È la forza dell'abitudine. Anche quelli che son ciechi affatto camminano soli nella loro casa... Io distinguo ancora gli oggetti, le persone come dietro un velo, come in un'ombra... Le tenebre complete verranno.

— Perchè dovrebbero venire?... Consulta uno specialista... A Napoli...

— Che Napoli?... Il Toschi di Milano, una celebrità, che fu quì l'anno scorso, giudicò pericolosa ogni cura energica, non trattandosi già di una malattia ma di un indebolimento progressivo del nervo ottico.

S'intese la voce squillante, argentina dell'Antonietta.

— Oh che bellezza, che sole, che sole!... Par d'essere in estate... E poi si sosterrà che Villarosa è triste!

— Ecco la mia poltrona — disse la signora Laura a Luciano, sedendo faticosamente. — Ma io non resto che pochi minuti.

Si guardò intorno, inquieta. — Quest'Angela...

— Son quì — rispose la figliuola accorrendo con lo sciallo e ravviluppandone le spalle e il petto della madre.

Anche il commendatore Ercole sedette in una sedia a bracciuoli.

— Il caffè lo verso io — dichiarò la Marialì ritta davanti alla tavola di vimini dove Giacomo aveva posato il vassojo con le chicchere. — Lo verso io e l'Antonietta lo distribuirà. Credo di ricordare il gusto di tutti quanti... Il babbo poco zucchero, la mamma molto... Luciano due pezzi...

— Per me solo una mezza tazzina — disse la signora Laura. — Mi piace tanto il caffè, ma mi agita i nervi. Se badassi al dottore, non ne prenderei affatto.

VIII.

— _Lupus in fabula_ — gridò Cesare Torralba additando un uomo di mezza età che si avanzava lungo il viale. — Ecco Vignoni.

E gli mosse incontro.

— Non si sentiva fischiar gli orecchi, dottore?

— Perchè?

— Perchè parlavamo di lei.

— Davvero?

Ora i due uomini venivano insieme verso il grosso della comitiva.

Cesare disse: — Gli Alvarez e i Frassini li ha già visti iersera... Luciano e Tullio, Girolamo e mia cognata Adele sono arrivati stamattina... C'è bisogno d'introduzione?

— No, ho avuto il piacere d'incontrarli qualche altra volta — replicò il medico scambiando saluti e strette di mano. — Anzi col signor Tullio — egli soggiunse — siamo vecchie conoscenze.

— Giuocheremo di nuovo alle boccie, sa — disse il giovane.

— Sono sempre a' suoi ordini.

— Dottore, desidera un caffè? — domandò Marialì.

— Grazie, signora, se mi dispensa.

— O un bicchierino di cognac?

— Neppure... Ho appena pranzato.

— O un bicchiere di vino?

— Nossignora. Proprio non prendo nulla.

— Un sigaro almeno — disse Girolamo aprendo l'astuccio.

— Grazie... Accetterò quello.

— Un medico di campagna che non beve! — esclamò la Marialì — Che miracolo! Il suo predecessore aveva altre abitudini.

— Così raccontano — rispose sorridendo Vignoni. — E ho inteso che negli ultimi anni sopra tutto...

— Era sempre brillo — soggiunse Cesare Torralba terminando la frase. — Me lo ricordo benissimo. Se non avesse avuto un cavallo savio che conosceva a menadito tutte le strade e tirava da sè il suo biroccino sarebbe andato a finire in fosso un pajo di volte al giorno.

— Capiscono che non ho torto se non voglio imitarne l'esempio.

— Quanti anni sono ch'è quì, dottore? — chiese la Marialì. — Certo è venuto dopo ch'io mi sono sposata.

— Sono venuto nel 1885.

— E ormai non si muove?

— Ho la mia famiglia, ho un poderetto che coltivo da me.

— Coltivar la propria terra, quella dev'essere una soddisfazione — sospirò l'Angela. — Quando la si affitta, si cessa d'essere in comunione con lei.

— La terra! — borbottò Luciano consegnando a sua nipote Antonietta la chicchera vuota. — La terra è esausta. Chi può viver più della terra?

— Scusi — ribattè Vignoni, — tutti ne viviamo, anche coloro che la disprezzano. — Se talora essa ci sembra stanca, impoverita, gli è che le domandiamo troppo... Si vuole ch'essa nutra quelli che la lavorano, quelli che la fanno lavorare e quelli che la cedono a chi la fa lavorare agli altri... senza contare le delizie del fisco.

Il commendatore Ercole si scosse. — La proprietà fondiaria è gravata in un modo indecente.

— Il nostro sistema fiscale è un cumulo d'iniquità — sentenziò Girolamo, l'onorevole.

— Oh non isperiamo niente neanche da voi radicali — soggiunse, stizzito, il commendatore. — Figuriamoci se voi pensereste ad alleggerire i proprietari!

— Noi ridurremmo le spese... esercito, marina...

Luciano protestò: — Dio guardi l'Italia dalla finanza dei demagoghi... Altro che ridur le spese!... Voi le raddoppiereste... Troppa gente avete da contentare...

Mentre i due fratelli si bisticciavano, la signora Adele ammiccava a Vignoni.

— Il dottore è un po' socialista, se non m'inganno... Anch'io...

Ma la signora Adele non potè svolgere le sue idee perchè quasi contemporaneamente gli suoceri reclamarono Vignoni per sè.

— Dottore, non stia a discorrer di politica, e venga quì — disse l'ex Prefetto col suo tono alquanto imperioso.

E la querula signora Laura, che rimproverava l'Angela di averla fatta uscire in giardino, disse alla sua volta:

— Me ne appello a lei, dottore. Non è un'imprudenza, co' miei reumatismi, di rimanere all'aria aperta?

— Fin che c'è questo bel sole, no.

— Ma — riprese la vecchia valetudinaria — il sole è sul punto di nascondersi dietro gli alberi... E meglio ch'io rientri in casa.

— E a me è appunto il sole che dà noja — brontolò il commendatore. — Quando avevo i miei occhi sani non me ne dava; me ne dà adesso che non ci vedo... Una delle solite canzonature della vita... Del resto, penso di fare anch'io la mia dormitina... Arrivederci più tardi.

La Letizia gli riofferse il suo braccio. Ma la Marialì sostenne che questa volta toccava a lei.

— Nè l'una nè l'altra — dichiarò Ercole Torralba. — C'è l'Angela che ha più pratica.

— E la signora Laura darà il braccio a me — disse il dottore. — Io poi leggerò il giornale al signor Prefetto fin che si sia addormentato... Così la signorina Angela potrà trattenersi con gli ospiti.

Questa, che s'era avviata col padre, girò un momento la testa.

— Allora mi aspettate quì... Torno subito.

— Sì, sì, ti aspettiamo.

Incontrandosi nello stesso pensiero Luciano e Girolamo guardarono l'orologio; indi gridarono dietro alla sorella: — Tarderà molto la posta?... Hai mandato il giardiniere a prenderla?

— Sicuro, e non può tardare — ella rispose di lontano.

Luciano investì l'_onorevole_. — Vale la pena che tu sia deputato se non riesci a far organizzar meglio le poste e i telegrafi di questi paesi?... È incredibile... Una sola distribuzione al giorno...

— Scusa, in quanto a distribuzioni ce ne son due.

— Oh, quella della mattina è insignificante... E il telegrafo a cinque chilometri, e niente telefono... E l'Angela si maraviglia della brevità e della rarità delle nostre visite!

— Quando non se ne occupa il deputato del collegio, — obbiettò Girolamo.

— Chi è? Chi è?

— Un riccone, Basterini... un moderato di tre cotte.

Giulio Frassini che passeggiava su e giù con aria trasognata si fermò sui due piedi, e battendo sulla spalla del cognato — Caro mio — principiò — tu e Girolamo e Cesare...

— Chi mi nomina? — interruppe costui che stava chiacchierando con la Marialì.

— Io, io — replicò Frassini — E volevo dire che tutti voi altri, uomini e donne... forse la Letizia e l'Angela faranno eccezione... siete ammalati della malattia del secolo, l'inquietudine...

— O come se non l'avesse, lui, l'inquietudine! — esclamò la Marialì.