Novelle umoristiche

Part 16

Chapter 162,065 wordsPublic domain

.... Eppure, strada facendo, nell'una processione e nell'altra s'estese un nuovo malcontento; sia perchè la realtà riesce sempre inferiore all'aspettazione, sia perchè Carlon de' Carli aveva avuto il torto di non lasciare almeno una «compagnia» al curato e questi aveva avuto il torto di non concedere almeno un prete in cambio di tante «figlie di Maria». In entrambe le schiere serpeva quel malessere che dan le cose imperfette; quel malanimo che dopo le risoluzioni pacifiche talvolta rinasce anche ne' più docili e generosi avversari. Or come fu pervenuta alla villa Stoia e vi fu accolta da tal frastuono di mortai che pareva il finimondo, la processione sacerdotale avanzò e ristette all'oratorio dove per la porta spalancata era esposta agli sguardi di fuori l'altare tutto adorno e luminoso. Ivi, dopo il _Jube Domine_, San Michele s'inchinò a destra e a sinistra a benedire la folla genuflessa, tra cui erano molti signori e signore; e cantori e preti ripresero il canto; e il cappellano diede l'ordine del ritorno.

Per ritornare come nella venuta, si comprende che gli uomini, i quali prima erano in coda, avrebbero dovuto far ala sì che passassero lo «scalco», il lampadaro, il crocifero, il vessillifero e quindi le «figlie di Maria». Ma non tutti così fecero. Quasi la funzione fosse compiuta, alcuni rimasero proprio in mezzo alla strada, per alloccaggine e storditezza; e quando giunsero le vergini, non si ritrassero; ne interruppero, confusi e confondendo, la prima fila. Era tra quelli il Moretto, uno di quei due giovani che, già si disse, amavano con incerta fortuna la stessa «figlia di Maria»; mentre l'altro, il Sartoretto, attendeva e guardava bieco a costa della strada. E il restare del primo là in mezzo fu sospettosamente interpretato dal secondo, il quale appena la bella gli fu dinanzi con le compagne, senza tante cerimonie le si mise a fianco.

Arrossì la vergine. E impallidì e si fermò allorchè il Moretto, d'improvviso, affrontava il rivale e diceva:

— Cosa pretendi tu?

— Io? — ribattè il Sartoretto. — Fare i miei comodi! e tira via, milordo, che è ora!

Il milordo gli lasciò andare uno sgrugnone: il colpito l'afferrò, e, accapigliati, caddero. Tutto ciò in minor tempo di quanto bisogna a raccontarlo; così presto che, quantunque costrette anch'esse ad arrestarsi, le ultime ragazze e i preti non avrebbero pensato a una lite se non avessero visto accorrere di qua e di là coloro che speravano dividere i contendenti.

— Cosa c'è? cosa è stato? Avanti! avanti!

Di dietro, chi spinge; chi interroga; chi allunga il collo: arriva don Sigismondo. Ma d'innanzi, le prime ragazze si son voltate; il crocifero chiama lo «scalco»; questi, che giungendo un momento prima avrebbe subito fatto largo, ora lascia andar bastonate alla cieca sui litiganti e sui pacieri: e un paciere afferra lui; e lui, perduto il mazzuolo, invoca aiuto. Don Sigismondo intanto con le mani nei capelli e gridando misericordia torna indietro, verso i colleghi e il curato; e i suonatori e i cantori corrono innanzi ad aiutare il crocifero e il vessillifero, che son corsi ad aiutare lo scalco.

Chi l'avrebbe mai detto? Parve una scintilla in un pagliaio; forse perchè, alle esortazioni e alle preghiere di don Sigismondo, i sacerdoti furon concordi nel pensiero e nell'errore di riportare il Santo all'Oratorio; e tutta quella gente rimase come senza ritegno, senza rispetto a nulla, senza timor di Dio. Accesa da un'improvvisa voglia di combattere, la folla precipitò d'ogni parte alla mischia; addosso ai cantori e ai suonatori o a chi capitava, capitava. Addosso! addosso con i ceri, con giannette e randelli e pugni; e bòtte da orbi. Ci furono fratelli che diedero pugni ai fratelli; padri ai figli, e figli ai padri; ci furono anche molti che nei giorni di poi confessarono d'aver creduto di combattere con quelli della Madonnina; e molti che confessarono d'essersela goduta un mondo a battere con le mani e coi piedi non sapevano chi, ignari affatto della causa che aveva generata la battaglia. I timidi, in quel mentre, fra gli urli delle donne e dei ragazzi, scampavano e fuggivano d'intorno, urlando....

*

.... Con grande impeto di tromboni e voci il partito della Madonnina era per giungere all'olmo. La viottola essendo diruta e stretta, Anacleto Dell'Orto, Remigio lo zoppo e Silverio detto il Chiù (i traditori) avevano tentato troppo tardi di mettersi innanzi, di precedere a tutti, perchè penetrati fra i «compagni di San Giorgio» avevan dovuto cedere al comando di: — Indietro voi altri! — che Carlone aveva dato loro con faccia minacciosa. A disagio perciò, quasi si credessero scoperti, i tre scambiarono parole sommesse tra i seguaci, in coda.

— Come si fa? — domandava quello scemo di Silverio. E Anacleto:

— Ve l'avevo detto io? Bisognava andar prima!

E Remigio: — Non mi sarei mai creduto che ci venissero in tanti! Saranno quaranta solo quelli di San Martino!

— Si direbbe — aggiungeva tuttavia ridendo Silverio il Chiù —, si direbbe che Carlone ha imparato qualche cosa....

— Tu avrai cantato! — diceva biecamente Remigio lo zoppo.

— Io? Non ho detto niente io! fossi minchione!

Allora Anacleto, lo spaccamonti:

— Ho bell'e visto! Voi altri avete paura!

— Paura io?

— Paura io?

— .... e ridarete i suoi quattrini al bottegaio.

— Ma se non ne ho più uno! — disse ridendo il Chiù, che n'aveva avuti meno degli altri; mentre lo Zoppo, bilioso, mormorava contro Anacleto:

— Perchè non vai innanzi tu, dunque?

Queste rampogne furono udite da un Tizio che sarebbe stato meglio non udisse nulla; un muratore fedele alla Cà scura. Se poi costui fosse informato intorno al tradimento dall'onesto bottegaio e avesse incarico da Carlone stesso di invigilare le tre canaglie, non è certo; è uno di quei punti oscuri che s'incontrano in tutte le storie e senza cui i critici della storia non avrebbero più niente da fare.

Quel Tizio domandò:

— Cosa avete, ragazzi?

— Niente abbiamo — rispose ridendo il Chiù.

— Avete bisogno d'aiuto?

— Avete bisogno voi? — ribattè Anacleto con insolenza. Il muratore, sempre più insospettito, tacque. Tacquero i tre, urtandosi con il gomito l'un l'altro. E il lungo corteo andava più piano; finchè voci e musica cessarono. Ma allora la siepe non contenne più i curiosi: alcuni la saltarono; altri vi fecero un varco; altri l'allargarono; e la gente affrettò e si strinse di qua e di là dal fosso, intorno all'albero; al quale il figlioccio di Carlone aveva già poggiata la scala, già ricevendo dalla priora e dal vecchio la «fioriera», per attaccarla ai rami e fermarvi, nel mezzo, l'imagine.

Ecco il momento. I cospiratori, che vorrebbero far cadere la «fioriera» come per disgrazia, e che a forza di gomiti e di urti si son fatti innanzi quasi per veder meglio, non dovrebbero che dare una spinta alla scala, e la darebbero se il muratore non la tenesse ferma e non vigilasse.

Timoroso, il Chiù ride. Anacleto fissa il muratore con aria di sfida, ma non si muove; lo Zoppo esorta: — Dagli! — Dagli! — susurra anche, ridendo, il Chiù; sicchè Anacleto, mal disposto dallo sguardo del muratore, che ha dinanzi, e dalle sollecitazioni, che ha di dietro, si rivolta e dice troppo forte: — Dategliela voi altri la spinta! Io ho da tener a posto questo qui.

— Me? — il muratore grida con un braccio a difesa della scala e l'altro in aria. Il segreto è svelato, la cospirazione fallita; invano Anacleto risponde: — Dicevo così per ridere....

Tutti vorrebbero sapere:

— Cosa c'è? Cosa c'è?

Ma l'Imagine ha già la gloria dei fiori e comincia il coro ultimo dei fedeli:

_Maria, mater gratiae...._

Già discende il figlioccio di Carlone: è al penultimo gradino. Quando, oh! — che è? che non è? — il muratore dà una spallata ad Anacleto; il quale s'afferra alla scala; e la scala e l'uomo, che è all'ultimo gradino, precipitano insieme nel fosso. S'odon grida. Cogliendo l'opportunità di farsi onore lo Zoppo e il Chiù s'avventano a difesa del compagno, che il muratore martella di pugni, intanto che s'invoca soccorso....

_Mater misericordiae...._

Irrompono a difesa del maestro due o tre manovali; s'avanza Carlone per metter pace.

— Ohe, ragazzi! — minaccia. Poi prega: — State buoni, ragazzi! — Ma come pacificarli a parole? — Di questi ci vogliono! — urla uno dei cantori, che è un Ercole e che dove batte, abbatte. — Son qua io, Carlone!

Pur troppo però l'Ercole è d'un'altra parrocchia; e che c'entra lui? Infatti una voce, non si sa di chi, ripete immantinente d'intorno: — Son quelli di San Martino! — Si ripete fra i più lontani: — Tradimento! aiuto! Son quelli di San Martino che portano le liti!... Son pagati dall'ingegnere! Traditori! Addosso!

E i poveri «compagni di San Martino» si raccolgono insieme, si guardano in faccia; spengono le torcie per usarle come armi.

— Dalli a quelli di San Martino!

— Dalli! — grida Anacleto dell'Orto sanguinoso e felice d'essere scampato dalle mani del muratore.

— Addosso! — grida lo Zoppo che nella battaglia par diventato dritto.

— Vigliacchi! — grida Silverio il Chiù, scappando via senza più ridere.

E i «compagni di San Vincenzo» commisti ai «compagni di San Giorgio» si gettan sui «compagni di San Martino», e gli spettatori forestieri sui parrocchiani di Rioronco. Carlone piange, grida pietosamente con le mani nei capelli....

*

.... Così, mentre il carabiniere piemontese, tacendo finalmente l'altro, cominciava a raccontare una sua avventura molto seria con una _tota_ di Torino, l'altro balzò in piedi dicendo:

— Hai udito?

Eran grida confuse e lontane, verso il monte: all'Olmo. Già dalla viottola comparivano donne affannate, disperate, che a vederli alzavano grida e braccia chiamando, terribili:

— Correte! correte!

I carabinieri accorrevano. Ma avevan fatti appena pochi passi (e il toscano aveva appena mormorato: — Te lo diceo io?) — quando di giù, dalla strada vennero altre voci pietose, altre donne ansiose invocavano....

— _Cuntacc!_

— S'ammazzano all'Oratorio! — gridavano — s'ammazzano all'Oratorio!

*

Oh no! Non gravi ferimenti; non morti.

Dal sereno cielo il sole cadeva in una letizia fervida; s'attenuava in una gioia di colori digradanti dalle fiamme della fede al biancore della carità; si spegneva in vista alle prime stelle ch'esprimevano raggi di meraviglia. Ombre di pace velavano i culmini e i dorsi dei monti più alti; calavano; e il fremito della notte penetrava tra le fronde e le foglie come voci d'anime ch'esortassero silenzio ai viventi per udirsi in concordia tra loro; e il rio diceva al mondo con che soave fluire le ore della quiete e le sue acque scorrerebbero tra gli steli cullati dall'aria, tra i sassi arrisi dalle stelle, tra le piante dormienti anch'esse (se Darwin non errò). E quante anime avevano veste di penne, si obliavano sicure d'ogni minaccia, nei loro ripari, col capo sotto l'ala tepida e parecchi con una zampina in alto; e i buoi russavano senza brutti sogni d'amore; e da tutta la terra pareva uscire un respiro immenso di tregua e di riposo.

A domani! A domani le cure e le battaglie degli uomini di cattiva volontà! Ma quei montanari semplici e buoni come animali, pur non udendo altre esortazioni che dei vecchi e dei preti, sentirono, quando se ne furon ben date, che anche per le bastonate e le querele era tempo di finirla; e chiotti chiotti o rumorosi, divisi o a gruppi, e senza lo spettacolo dei fuochi e del resto, se ne tornarono alle loro case. Non più di due o tre ore dopo, tutti, anche gli innamorati che non avevan ricuperato il tempo perduto, anche il Moretto e il Sartoretto oramai men gelosi che indolenziti, dormivano placidamente. Tutti, fuorchè Carlone e il curato; i quali meditavano la loro colpa e la colpa del diavolo vittorioso a Rioronco proprio il giorno di San Michele. E quando fu stanco di dar volta per il letto, e sempre più rimorso, il buon vecchio si levò — avanti giorno —; e andò all'Oratorio in cerca di sollievo, a chiedere perdono a Sant'Anna.

Poscia rincasando, s'imbattè nel figlioccio. Questi in segretezza gli raccontò che un birocciaio la notte aveva visto il diavolo vestito da prete correre, leggero e veloce come una piuma, verso l'olmo. Forse il diavolo non aveva più orrore della Madonna, dopo che l'avevano quasi nascosta in quella «fioriera»?

Ma Carlone comprese e sorrise tutto contento. Senza dubbio il curato, non resistendo ai rimorsi, si era alzato, la notte, ed era andato alla Madonnina per domandar perdono anche lui!

INDICE.

Il suicidio del maestro Bonarca Pag. 1 La giocatrice 20 Doni nuziali 41 Dall'Eldorado 63 Il cappello del marito 105 Efficacia d'una giarrettiera 124 La fortuna di un uomo 133 Una “scampanata„ 201 Il polso 217 Come finì la Modestia 230 L'entusiasta punito 243 L'agnello 251 Il falcone 260 In Arcadia 272

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

End of Project Gutenberg's Novelle umoristiche, by Adolfo Albertazzi