Part 15
Di consuetudine, la processione calando dalla chiesa prendeva una viottola a bivio con la strada comunale (con la strada appunto che conduceva al Palazzetto) e saliva fino a un olmo, le cui fronde composte in cupola facevan da tempio a una Madonnina in voce di miracolosa. E l'olmo apparteneva al figlioccio di Carlone. Imaginarsi dunque se si poteva mutare itinerario!
Ma l'ingegnere a scorgere la bocca storta del curato, invece di arrendersi, insistette. Il desiderio pietoso era della sua signora: a lui pareva che l'Oratorio valesse più d'un olmo. Lasciò comprendere quanto gli dispiacerebbe dover abbandonare con malanimo quei luoghi dove si era proposto far del bene; e alle giuste osservazioni che la gente di lassù era ostinata; che la novità troverebbe oppositori; che la Madonnina dell'olmo si credeva miracolosa, disse:
— Le imagini davvero miracolose non si tengono sotto un albero! Io sarei ben lieto, ben fortunato, di sottoscrivere la prima offerta per una nuova cappella, se lei mi accertasse che questi miracoli sono di grande importanza.... Quanto agli ostinati, lei li avverta. In caso, se non basterà, m'incarico io di ricorrere a Sua Eminenza o, magari, alle autorità civili.
«Misericordia!» pensò atterrito il parroco. «Piuttosto tentare....» Forse Carlone si persuaderebbe....
Insomma, il curato finì con ritenere e dire possibile quello che prima gli era parso e aveva detto impossibile.
Per una settimana il poveromo anticipò la visita al vecchio; lo prevenne più volte nell'offrirgli il tabacco; perdè più d'una partita senza prendersela con le carte; ma quelle benedette parole: — Dite su, Carlone: vi dispiacerebbe a voi se invece d'andare alla Madonnina....; — quelle parole non riusciva a pronunciarle: gli si annodavano in gola per la certezza di non riuscire a bene; per il timore di far peggio, e per il dispetto di dover pregare invano quell'ostinato vecchio e riconoscerne senza profitto l'autorità.
Finalmente il lunedì precedente alla festa il prete andò alla Ca' scura zoppicando; disse per un gran male ai piedi. Scherzò anche, sebbene addolorato ai piedi: lui già vecchio e Carlone un giovinotto!
— Basta — concluse con un sospiro mentre raccoglieva le carte dal desco —; domenica, se Dio vuole, non avremo da passare su tutti quei sassi come gli altri anni....
Carlone levò gli occhi dalle carte e glieli piantò in faccia a mo' di chi stando su l'avvertita discopra il tiro.
Pallido, il curato seguitò senza guardarlo:
— Andremo all'oratorio....
Ma aveva appena compiuta la parola che Carlone lasciò cader forte il pugno sul deschetto, gridando:
— Ah questa volta il suo ingegnere non se la cava! Finchè campo io, glielo dica a mio nome, non se la cava!
— E c'è da stizzirsi? — ribattè dolcemente il curato, rosso d'ira.
Tacquero. Poi zitti e cheti ripresero le carte e giocarono.
.... Ogni giorno, dopo la partita, Carlone accompagnava il prete fino alla siepe; quel dì l'accompagnò oltre la siepe, per il sentiero. Intanto che andavano, l'uno aspettava che l'altro parlasse; e pensavano entrambi: «Tocca a lui a tornare nel discorso.» E finalmente Carlone si fermò.
— Ci rivedremo, signor curato. — La sua voce pareva di pentimento.
— Addio — rispose duro il prete.
— E si ricordi — il vecchio aggiunse più forte: — si ricordi di quel che ho detto.
Ma il prete si rivolse:
— Oh quanto a quello, voi ubbidirete al vostro curato; si sa....
Allora il vecchio venendo a lui e tenendolo per un braccio, eppoi ponendosi la mano al petto:
— Il mio dovere, sissignore, son qui a riconoscerlo! Nelle cose giuste io a lei mi caverò sempre il cappello! — e se lo levava. — Ma se lei si mette a gloriare i birboni, signor curato, mi creda, non c'intenderemo più!
— I birboni? — il curato esclamò. — Già: chi non fa a vostro modo è un birbone! Ma, in fin dei conti, chi siete voi che vorreste stare di sopra alle leggi? di sopra ai superiori? di sopra a tutti? fare sempre a vostro modo? e chi non fa a vostro modo è un birbone? Chi siete, voi?
Ribattè, umile, il vecchio:
— Io? niente! Sissignore, io non sono niente! Ma la processione non è solo lei che la fa! e la processione andrà dov'è sempre andata; glielo garantisce a lei e a tutti gli ingegneri della madre terra, Carlone della Ca' scura!
Fu in queste parole una semplicità così dignitosa, una tal fermezza quasi solenne, che il curato ebbe nell'animo un consiglio di prudenza; e si sarebbe contenuto in modi remissivi, se già prima non avesse meditate e predisposte le minacce che dovevan servirgli a mezzo estremo. Come contro sua voglia, queste gli scapparon fuori in fretta.
— Ah sì? Bene, bene! Tutti abbiamo da morire...; voi non siete più un ragazzo. La morte non guarda in faccia neanche ai giovani; da un momento all'altro.... Ricordatevi che mettere la disunione in una parrocchia è come metterla in una famiglia; ricordatevi che al curato si deve ubbidire come a un padre di famiglia; ricordatevi che le prepotenze si scontano, presto o tardi, e che un'offesa fatta alla madre della Santissima Vergine, a Sant'Anna....
— Io non so neanche chi sia Sant'Anna! — proruppe Carlone, di subito arrossato in volto, preso da un oscuro timore che quei _ricordatevi_ gl'incutevano; e tratto anche lui, contro sua voglia, dai gangheri.
Il prete per contro, a coglierlo in fallo, prese coraggio.
— Bestemmiate! bestemmiate pure, per giunta! All'anima vostra ci penserete voi....
— Io penso che ho la Madonna per me! che è lei che offende la Madonna! che nostro Signore castigherà lei, perchè è lei che porta le novità e la disunione in parrocchia! Ci fu mai niente da dire, tra noi due, prima d'ora? Prima che lei, per il suo interesse....
— Interesse, voi dite? — interruppe il prete in cui l'altro aveva toccato il tasto debole e la cui coscienza non era abbastanza tranquilla. — Vi sbagliate di molto, credetemi! È l'amore dei parrocchiani; è il timore di far nascere una guerra; è la voglia che ho di sopire un odio nato da una sciocchezza...: per una quercia!... Negate che la questione è tutta qui? Negate che se non ci fosse la quercia di mezzo, non vi parrebbe vero anche a voi di andare all'oratorio e di fare onore alla vostra famiglia?... Ah, ah, Carlone! Ci conosciamo da un pezzo noi due!
Carlone fece, incrollabile: — Son sincero. Non la nego io la verità! Ma torno a dirle che se il signor ingegnere ha avuta vinta la prima, non vincerà la seconda.... E schiavo suo!
Ora il curato andò lui verso il vecchio; lo trattenne senza sforzo, per un braccio; gli disse umilmente in tono di preghiera:
— Sentite.... — E mentre l'altro lo guardava con l'occhio di un cagnotto che non si fidi a chi gli mostra il pane dopo avergli mostrato il bastone, proseguì: — Vogliamo aggiustarci? A voi! Io vi prometto che otterrò dal signor ingegnere che si vada prima alla Madonnina e dopo all'oratorio.... Siete contento?
Il vecchio scosse il capo ripetendo: — Nessuna novità! nessuna novità!
— Bene! — allora il curato gli gridò dietro. — La vedremo, signor prepotente! oh, se la vedremo!
IV.
Appena dichiarata la guerra, il capitano sagace affretta i preparativi a combattere e occupa con mosse rapide il campo di battaglia. Invece il curato di Rioronco se ne stette fino a sera colle mani in mano, irato e incerto sul da fare. Nemmeno informò subito don Sigismondo, il pretino ch'era in pratica da cappellano e che essendo tutto dolcezza, tutto tenerezza, egli giudicava un uomo nato fatto per andare in Paradiso in carrozza: ossia un buono a nulla.
Niuna meraviglia perciò che Carlone de' Carli, andando e mandando subito i suoi in giro per la parrocchia, riuscisse meglio al suo intento e prontamente componesse quel partito che nella storia del luogo fu poi detto il «partito della Madonnina». Si sa che Carlone aveva molti amici ligi per interesse e per soccorsi o consigli ricevuti, e che aveva tre nuore e un genero, i quali alla lor volta contavano fratelli e sorelle ch'eran mariti o mogli in altre famiglie; e aveva nipoti già ambiti per amore e per nozze in altre case; così una metà forse dei parrocchiani, costretti dalla consanguineità o dall'utile o da vicendevole timore di danni, dichiararono, promisero, alcuni anche giurarono quella stessa sera che la processione di San Michele non muterebbe cammino. Si aggiunga che Procolo, il primogenito di Carlone, dirigeva come si è detto, la «Compagnia di San Vincenzo»; onde bastò che Procolo facesse passare da compagno a compagno la voce di resistenza al prete, perchè in poche ore il drappello più vistoso e più solenne della processione fosse tutto avverso al nuovo itinerario.
E quando, la mattina dopo, il cappellano, la Perpetua, il campanaro, la moglie del campanaro che con la Perpetua aveva faccende commerciali d'uova e di polli, il becchino, il falegname che costruiva le casse da morto e che aveva in moglie la figlia del campanaro, e il crocifero che serviva da sagrestano e da chierico, quando insomma tutti coloro che avevano buone ragioni da sostenere il parroco tornarono dalla missione loro, eran tristi e dolenti. A conti fatti, resterebbero al «partito di Sant'Anna» una dozzina di «figlie di Maria», il vessillifero, lo «scalco» che porta il mazzuolo del comando, uno dei due portatori di lampade e, a seguito, i contadini dell'ingegner Stoia e pochi più altri! Imaginarsi la rabbia del curato, il quale era tornato tutt'allegro in canonica poichè la rettora — sperando di ottener dal prete quattrini a frutto per il marito fittavolo — gli aveva detto francamente che aveva ragione lui; e che la priora, nuora di Carlone de' Carli, era stata invano a tentarla; e che lei andrebbe all'oratorio, o non andrebbe in processione.
Si tenne consiglio di guerra. Il cappellano ripeteva che contrastare a Carlon de' Carli gli pareva tempo perso ed esortava a cedere, inasprendo sempre più il curato.
— Perchè non avvisa le autorità? — chiese il falegname.
— Bravo! — risposero a una voce il curato e il campanaro. — Le autorità proibirebbero la processione per sempre!
— Dia la scomunica a tutti — consigliò il sagrestano: proposta che fece ridere amaramente. Dopo la quale il consiglio rimase muto a lungo.
Riprese il sagrestano ancora fiducioso nelle minacce spirituali:
— Una bella predica!...
Ma il campanaro, più pratico, oppose:
— Ci voglion fatti, non parole! Io direi che noi facessimo per amore quel che gli altri faranno per forza....
Alla parola d'amore il cappellano chiese:
— Cioè?
— Che la processione andasse tutta insieme fino alle due strade; e dopo, una parte alla Madonnina e l'altra all'Oratorio; e dopo....
— Bel consiglio! — interruppe il curato elevando la voce. — Credete voi che si rassegnino, loro là, a far senza del Santo? Volete che restiamo noi senza il Santo?
Ma come il campanaro si grattava la testa perchè non sapeva ribattere, il cappellano raccolse lo sguardo di cielo in terra, ispirato, fervido; si alzò in piedi.
— Signor curato, lasci fare a me! Bella idea! Accomoderò tutto io! — E si accomodava il nicchio in testa. — Corro alla Ca' scura.... Vado e torno!
— A far che cosa? a far che cosa? — domandava il parroco.
— Lasci fare a me!
La Perpetua, che aveva inteso, guardò dalla finestra di cucina al pretucolo che usciva, e mormorò sorridendo: — Sì, sì: lasciate fare a lui, povero don Sigismondo!
Ebbene: il cappellanino biondino, roseo e zuccheroso, fu lui che piegò Carlon de' Carli. Gli piacque nel presentarglisi con l'atto di Ponzio Pilato e col dire: — Per me, viva la Francia o viva la Spagna, è lo stesso! — E parlò senza ambagi diplomatiche, senza apparenza politica. Sapeva che se la domenica prossima accadessero dei guai, il signor curato, che aveva il solo torto di essere un po' cocciuto, avrebbe disgusti gravi con Sua Eminenza e con la Prefettura; eran da prevedere fin processi penali in cui Carlone stesso sarebbe chiamato; ma più addolorava don Sigismondo il pensiero dello scandalo. La parrocchia di Rioronco era stata sempre una famiglia sola, a cui Carlone aveva dato sempre bell'esempio di bontà. Se si bastonassero, perchè gli animi erano riscaldati molto in quella divisione; se, Dio liberi!, si ammazzassero, che cosa direbbe il mondo? quali rimorsi non avrebbero il curato e lui, Carlone?... Ah! solo a pensarci il cappellano aveva le lagrime agli occhi.
Commosso, il vecchio fece: — Purchè nè io nè i miei, con tutti i nostri, non andiamo all'oratorio, io per me son disposto a tutto! — Quindi temendo d'aver detto troppo e di parer debole, aggiunse con foga: — Anch'io avrei rimorso se succedesse qualche lite; anch'io sarò sempre per la pace e per il timor di Dio!; ma piuttosto che andare all'oratorio, don Sigismondo, andrei in galera; andrei (si fa per dire) all'inferno!
Dio liberi! parlare così quando c'era il modo di accontentare tutti! Bastava andar tutti insieme fino alle due vie; di dove il partito di Sant'Anna discenderebbe all'oratorio e il partito della Madonnina salirebbe per la carraia, all'olmo; e dopo, riunendosi per l'ultimo tratto, ritornerebbero insieme come prima.
— Lo so, lo so! — disse il cappellano prevenendo l'osservazione del vecchio. — Resterete per un poco senza il Santo. Ma gli altri non resteranno senza la «Compagnia»? E voi non potreste onorare la Madonnina con una bella «fioriera»?
In un contorno e sotto una corona di fiori di tela, che sembrerebbero veri e freschi, la Madonnina dimostrerebbe al mondo l'amore dei suoi parrocchiani più fedeli. Non solo! Carlone comprese che quello era il mezzo per far onore a sè stesso; vide subito che la sua autorità ne riuscirebbe non diminuita, ma accresciuta; pensò che per tal modo castigherebbe il curato e umilierebbe l'avversario.
— Faremo così! — disse.
E tosto la voce della pacificazione si sparse; e tutti ne furono lieti. Gli ardimentosi convertirono l'ardore pugnace in un ardore di emulazione e in una speranza di maggior festa; gl'incerti, che non eran pochi, parteggiarono a viso fermo senza paura di danni; le mogli e le madri che già avevano esortati i mariti o i figli a restare a casa, o li avevano imaginati feriti o morti, ringraziarono il Cielo e benedissero San Michele. Tutti, o quasi tutti, furono contenti: fu tolto da quegli animi semplici l'amarezza della vendetta e della ribellione; il superstizioso panico di un'offesa religiosa; il peso della violenza meditata e preparata; il dubbio della sconfitta e della vergogna.
Inoltre, il giorno di poi, i meglio informati accertarono che l'ingegnere darebbe spettacolo di fuochi artificiali, di cuccagna e di palloni; che Carlon de' Carli assolderebbe per conto suo cantori e musici; e che per la «fioriera» Procolo era andato a Bologna; e che dalle parrocchie vicine altre «compagnie» verrebbero ad allearsi con i compagni di San Vincenzo. Insomma: un'aspettazione grande e gioiosa quale non c'era stata mai.
Che se ci furono de' malcontenti, essi non furono più di tre e per cagioni intime. Primi: Samuele soprannominato il Moretto e Canuto il sarto, soprannominato il Sartoretto, che vagheggiavano entrambi una ragazza meritevole in modestia di star fra le «figlie di Maria» e nello stesso tempo idonea a far spasimare due innamorati in una volta.
Quei due s'incontrarono a caso la vigilia della festa.
— Tu per chi sei? — domandò con aria di noncuranza il Sartoretto.
Il Moretto, che già conosceva l'opinione della bella, rispose:
— Per Sant'Anna. E tu?
— Anch'io. — Poi il Sartoretto, divenendo spavaldo, aggiunse: — Tu però faresti meglio a star con quelli della Madonnina.
— Io sto con chi mi pare!
E il rivale proseguendo per la sua strada:
— Oh oh, che aria tira, stasera!
Nient'altro. Una rivalità da non tenerne conto; perchè in fatto di donne e gelosie, tutto il mondo è paese.
Malcontento anche era rimasto quel contadino dell'ingegner Stoia a cui Carlone, quando abbattevano la quercia, aveva ingiunto di tirare innanzi senza pensiero degli affari altrui. Quegli aveva sperato di venire a dirittura alle mani e, deluso, per vendicarsi e ingraziarsi il padrone disse al bottegaio che avrebbe da guadagnar soldi chi schernisse, la domenica, Carlon de' Carli. Uno scherno per cui gli calasse la boria: non già da fargli del male.
E il bottegaio, che aveva tanto professata e vantata la sua neutralità, per far quattrini strinse in segreto patto i suoi tre avventori più a corto di quattrini: Remigio lo zoppo, che aveva indole non del tutto buona; Anacleto dell'Orto (attenti ai nomi!), un millantatore; e Silverio detto, per scempiaggine, il Chiù.
È vero che questi avevano promessa fede a quelli della Madonnina, ma di ciò non è a far gran caso; giacchè anche per simile genia di fedifraghi o traditori, tutto il mondo è paese.
V.
Mai con più lena il campanaro di Rioronco s'attaccò alla corda delle sue campane festaiole; mai i parrocchiani d'ogni età e d'ambo i sessi godettero più di allora in un consenso d'allegrezza, nell'attesa dei vesperi solenni al dì di San Michele; mai più di quel giorno il Santo nell'atto di configgere la lancia sul serpente (di stucco anch'esso) sembrò sorridere dall'altar maggiore e dire a' suoi protetti: All'inferno il demonio!; sia pace e gioia a voi, uomini e donne di buona volontà!
Fino il curato era allegro; perchè lo scisma ridotto a quell'innocente bipartirsi della processione, accresceva magnificenza alla festa; significava come due prove di fervor religioso in una volta o due modi di onorare pomposamente il Santo.
Ma pienamente felice era Carlone: libero di timori, libero di rimorsi; orgoglioso del suo panciotto damascato e della giacca di velluto e più orgoglioso che la nuora priora fosse tutta vestita di nero col velo bianco, quando la rettora non aveva che un abito di lana verde. Suo giudicava il trionfo: tale che aveva permesso a quelle delle «figlie di Maria» ch'erano rimaste al suo partito di andar con le altre, bastandogli al fasto della sua parte le tre «compagnie»: quella di San Vincenzo, con le mantelline rosse, quella di San Martino, con le mantelline gialle; e quella di San Giorgio con le mantelline celesti. Poi, gli parve che i suoi sonatori e i suoi cantori avessero più fiato degli altri quando la processione s'incamminò e lui e la priora si mossero dal loro luogo con la stupenda «fioriera» da portare alla Madonna. Così cantando inni e sonando, fra i doppi delle campane e lo scoppiar dei mortaretti, e fra l'ammirazione degli spettatori, la processione partiva dalla chiesa.
In questo mentre i due soli carabinieri venuti dalla stazione della Pieve erano corsi innanzi, all'angolo del bivio; e si eran messi là, immobili, di malavoglia. Ciò che stava per succedere e di cui tardi avevan avuta notizia e, più che interrogando, ascoltando le voci della folla, li teneva perplessi; maledicevano il Governo timorosi d'un disastro. Ma quando la processione giunse al bivio e sostò, non accadde che un po' di subbuglio nel separarsi delle due parti e nel comporsi di ciascuna processione in capo alla propria strada. Alla prima, ubbidendo a Carlone, precedette uno dei lampadari per far le veci del crocifero o del portastendardo: súbito dopo si mise la prima «compagnia di San Martino»; poi i cantori e i suonatori; quindi la numerosa «compagnia di San Vincenzo», a cui seguirono, come preceduti da quella «guardia del corpo», il priore e Carlone con la corona dei fiori finti, e dietro la terza «compagnia» e il seguito delle donne e dei partigiani. Alcuni di questi s'abbandonavano a una commozione di riso; altri avevan le lagrime agli occhi. Un po' a stento, eppur bene, si formò la seconda schiera: le figlie di Maria presero il posto delle «compagnie» dopo ai cantori e ai suonatori, e nonostante che il cappellano dicesse: — aspettate! aspettate! — le vergini ripresero l'inno con voci acute e alte, quasi per sfida, appena udirono dall'altra parte l'intonare della musica. E si avviarono anche i preti col Santo.
Per tal modo, in mezzo ai curiosi e dinanzi ai carabinieri, passavano lentamente le due file rivolte alle lor mete diverse. Ma passate che furono, i carabinieri avanzarono, e certi entrambi del da fare, come per un accordo che non avevano conchiuso, l'uno si volse a destra e l'altro a sinistra. Di che, meravigliati a vicenda, dissero a una voce: — Di qua! —; ciascuno non trovando ragionevole l'errore del compagno.
L'uno era piemontese, l'altro toscano, nè tra quei due bravi giovani c'era mai stata parola a dire da quando si trovavano nella stessa stazione e da quando infrangevano insieme il regolamento per far all'amore a certa cascina dove avevano due belle ragazze, una per uno.
— Per da sì! — ripetè il piemontese. — Noi dovuma stè a j ourdin! I ourdin a soun d'andé à prés à la processioun, e la processioun bouna a l'è coula!
Ribattè il toscano:
— Bada, amio. Il nostro doere gli è quello di attende all'ordine pubblio; e chi lo minaccia 'un son mia i preti: sono i rivoluzionari! Dunque s'ha ire 'on esti!
Ma il compagno non l'intendeva; scoteva la testa brontolando:
— Noi en doi, miraco i podouma nen fene!
Se sempre l'unione fa la forza, tanto più l'unione è necessaria quando la forza è rappresentata da due persone sole: chè due carabinieri possono impaurire, ma un solo, tra la folla, muoverebbe a riso. E loro non eran che due, e non potevano dividersi; non potevan fare miracoli.
— Ma l'ourdin à l'è d'andé à prés à la processioun, à la processioun _ufficiale_! — Evidentemente il piemontese sperò di piegare il compagno con questa grave parola. Invece l'altro:
— Giuraddio! Mi faresti scappà la pazienza! Bada: do'è che stanno i più scontenti? i più curiosi? là! Dunque si dee ire là!
Che! I _bugianen_ son _bugianen_! Il buon piemontese non cercava ragioni da opporre; voleva essere ubbidito, poichè egli si sapeva nelle grazie del brigadiere e aveva fede nel tenente e s'aspettava da un giorno all'altro la promozione ad appuntato; e, oltre a ciò, era più vecchio d'anni e di servizio. Egli dunque severamente chiamò l'amico per il cognome:
— Rappaini! l'ansiano soun mi! Andouma!
— Oh che anziani e che non anziani! Io vo' far il mi doere! 'Un vo' mia gastighi per motio tuo! 'Un vo' mia perdere il grado se mi fanno appuntao!
— Cribio!... Rappaini, andouma!
— Io? piuttosto, ve', 'un mi movo! Fo così! — E il toscano si mise a sedere sul paracarri; si pose il moschetto a traverso, su le ginocchia; su queste puntò i gomiti e poggiando la faccia alle mani guardava l'amico.
Il quale, a tal vista, si era acceso in volto, con tali occhi da spaventare. Ma Rappaini ch'era più furbo riprese:
— Tanto; voaltri piemontesi d'idee vu nun n'aete! Dimmi un po'....
S'allontanavano i canti e i suoni delle processioni.
— .... Di': se ha a succede qualche 'osa indòe dee succedere? Io dio, che succederà qui, quando torneranno indreo! No? Qui. Se se danno, se le daranno qui! e no quando i du' partiti sian fuor di tiro!
L'argomento era giusto solo in parte: perchè essi a quel punto dell'incontro avrebbero potuto trovarcisi anche accompagnando una delle processioni. Ma i toscani hanno il cervello fine.
— Ci vol prudenza, ci vol! Noi s'ha a mostrà ch'un si diffida nè di esti nè di elli!
E fu tale argomento che il piemontese, vinto e tutto contento d'essere stato vinto, alla fine esclamò ridendo:
— Voi autri toscani con le vostre ciàciare i stuparie la buca a' na foumna! Ma par sta volta, va!, at a rasoun! — E andò a sedere anche lui sul paracarri di fronte; deponendo il moschetto da lato e su le ginocchia la borsa della corrispondenza.
Amici dunque più di prima tornarono a discorrere di ciò che più loro premeva, mentre guardavan le processioni che dilungavano, già scomparivano. Ah! le loro ragazze non eran venute alla festa di Rioronco....
— .... Quando la pigli tu, la Balbira?
— Quanc i' divento vicebrigadie, i' la sposo dal parroco. — Prendeva la «ferma», faceva la carriera. Ma il compagno, che a sentir lui poteva vivere di rendita, disse:
— Se possono passà esti du anni, io me ne vo; che n'ho auto abbastanza della patria! Vo a lavorà il mi podere, la mi vigna.... Uh! Se tu sentissi il mi vino!... Me la porto 'on me, la mi ragazza....
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