Part 9
Suonavano le tre. Il caldo diventava insopportabile, si camminava in fila rasente i muri, sotto l'ombra delle tende che scendevano davanti ai negozii.
Ora le piccine s'incontravano al luogo dell'appuntamento, lassù in via del Museo. Peppina da lontano vide Carmela e Rosinella che discutevano sotto il grande portone dell'Istituto di Belle Arti. Sedevano sugli scalini, sotto uno de' grandi leoni di bronzo, in una striscia d'ombra.
— Rosinella ha i soldi! — annunziò Carmela, correndole incontro. — Ma uno l'ha speso, ha voluto comprare una galletta.
— Non è vero! — gridò l'altra.
Tornavano a sedere sui gradini. Rosinella mise fuori tre soldi. Carmela non possedeva nulla. Per un po' rimase mortificata, poi fece spallucce. Era così piccola, era! Nessuno le aveva badato. E poi lei chiedeva, lei faceva la faccia rossa e Rosinella intascava.
— Gesù! — fece costei. — Non le credere! È una bugiarda. E perchè non te ne vai sola?
— Mi sperdo, — disse Carmela, gravemente.
— Io ho avuto un sorbetto, — disse Peppina.
E raccontò la sua fortuna, esagerando, con una cornice di piccole bugie. Era stato un sorbetto bianco con la fragola in mezzo. Se lo aveva sorbito col cucchiaino, in un bicchiere grande, sotto il pergolato. Le bambine stavano a sentire sgranando gli occhi. A Carmela, golosa, saliva l'acquolina alla bocca. Mai aveva assaporato un sorbetto. Era dolce?
— Un po' dolce, un po' diaccio, — disse Peppina.
— Signore! signore! — gridò all'improvviso, levandosi. — Un soldo! Non posso lavorare!...
Scendevano ridendo per le scale dell'Istituto due sposi, a braccetto. L'uomo voleva tirar innanzi, continuava a ridere, parlava d'un quadro che gli aveva fatto una impressione grottesca. Ma la donnina ebbe un tremito, gettando gli occhi su quel braccio fasciato, su quelle macchie vive di sangue.
— Oh! mio Dio! — mormorò.
— Signora bella! — pregava Peppina. — Un soldo, signorina bella....
— Ma come è successo?
— Sono caduta, m'è passata una ruota sul braccio....
— Oh! — fece l'altra, rabbrividendo.
Il marito avea cacciata in tasca la mano. La cavò con due soldi. Allora Carmela e Rosinella s'accostarono, gli gironzarono attorno, mettendo in mostra la fasciatura.
— Come! — disse il signore. — Anche voi?
— Sono caduta.... — balbettò Rosinella.
— Sono caduta.... — disse Carmela.
Il signore si mise a ridere. Carmela rideva anche lei, divertendosi, senza paura; le pareva naturale.
— Ebbene-? — disse Peppina, dopo un silenzio e con tutta serietà. — Dobbiamo metterci a far qualche altra cosa? È meglio questo!
Egli la guardò, meravigliato. Era una bimba a dieci anni, non più. Pronunziava quelle parole gravemente, senz'arrossire, con l'incoscienza infantile della colpa vera, ma con l'aria maligna delle figlie del popolo, delle bimbe sperdute e libere che già sanno qualche cosa.
Vulite 'o vasillo?...
Napoli, marzo 1885.
_Carissimo Paolo,_
Io non ho, qui a Napoli, con chi sfogare certe mie piccole pene, che mi pare abbiano tutta la buona intenzione di rimanersene meco alloggiate, in questa cameretta mia solitaria. Non ho stretto amicizia con nessuno, apposta per non dare a nessuno il modo di subitamente allontanarsi da me per qualche improvvisa scappatella che mi facesse il morboso carattere mio. Vivo solo e tranquillo in questa mia stanza, dalla quale esco a prima ora di mattina per trovarmi all'Istituto, e un po' la sera, col tempo buono, per avvelenarmi con una chicchera di caffè e con un sigaro _napoletano_. Il caffè, per acquaccia nera che sia, mi permette di studiare e di leggere fino a notte avanzata, e ciò mi fa bene, lasciandomi dimenticare, sviando il pensiero, e interessandomi a qualche cosa _fuori di me stesso_. Da qualche giorno, tuttavia, il mio umore è ridiventato nero, pel tempo perverso che mette ovunque un silenzio di malinconia e nelle povere anime sofferenti uno sgomento indefinibile, una lunga e nervosa tristezza che a momenti si vorrebbe mutare in tante calde lacrime piante tacitamente, la faccia nelle mani, mentre, come ora che ti scrivo, seguita la pioggia a borbottar nelle grondaie e lontano lontano muore un tintinnio di campanelle vaganti.
Or io mi sono, solo solo, rincantucciato presso alla mia finestra e guardo, per le vetrate, nella via deserta ove son tutte chiuse le botteghe e taciti e frettolosi i rari passanti. Il cielo è grigio come la veste d'una monacella di questua; si leva da una terrazza di faccia a me e vi si disegna a carbonella il palo del telegrafo, irto di capovolti interrogativi che irraggiano a destra e a manca fili neri, i quali si vanno lontanamente a perdere. Sta in fondo Sant'Elmo, vestito appiè delle mura di un cupo verde alimentato dalle piogge e dall'umidità, sforacchiato da tanti buchi neri in fila. E una fila d'uomini ritti, immobili, pare la cresta merlettata del castello, dietro il quale impallidisce freddamente il cielo, come negli antichi acquarelli de' trittici olandesi.
Ebbene, Paolo mio, dopo questo io non ho che o troppo poco ancora, o tante, tante cose da dirti! Ancora parlarti di me, delle mie incoerenze, dei contrasti che s'agitano e s'accapigliano in quest'anima inquieta, delle aspirazioni, de' sogni a' quali tengo dietro col cuore tremante? Non voglio; quest'altra stanzetta ove tu seguiti, in un paese lontano dal mio, a innamorarti delle farfalle e degli scarabei verdi scintillanti, a raccogliere pazientemente e ad ordinare famiglie di crittogame o di fanerogame tra fascicoli di carta, mio buon Linneo calmo e tranquillo, quest'altra stanzetta è ancora troppo piena _di me_. Or le tue piante e i tuoi scarabei non mi sentono più; non più la vecchia spinetta canta loro le semplici arie della nostra montagna nelle beate dolcissime sere lunari. Paolo mio caro, vuoi raccontare una storiella a questa tua silenziosa famiglia? Te la mando da Napoli, da questo strano cuore d'Italia che patisce, se lo si considera bene, di tutti i mali cardiaci, dell'aritmia, dell'iperestasia, dei ribollimenti subitanei e delle lunghe paci silenziose, da' battiti lenti, quasi malati.
Dunque, ascolta. La storiella potrebbe pur esser vera.
*
Tre giorni dopo arrivato, col mio bravo cassettino ad armacollo e col mazzo di pennelli tra mani, infilavo, entrandovi da Borgo Loreto, il lungo vicolo Giganti, pel quale si spunta alla Marinella. Tu non sei stato mai a Napoli e non puoi sapere che sieno questi vicoli di Borgo Loreto, topaie di marinari miserabili, vestiti di lana doppia, puzzolenti, neri come il carbone. Tutta la vita grama di questi lavoratori del mare s'agita, ripullulando, in case buie, profonde, umide. Un triste e schifoso spettacolo, poco lontano dall'azzurro, divino spettacolo del mare, innanzi al quale la mia mano freme sulla tavolozza.
Io, dunque, per andare a dipingere alla riva, passavo pel vicolo Giganti, guardando qua e là curiosamente e persino fermandomi a contemplare, con meraviglia di forestiero e curiosità d'artista, qualche _interno_ pittorico, pieno d'ombre e di mistero. Fu in una di queste soste che una donna sui trent'anni, piccola, bionda come tutte le figlie del mare, mi chiamò sulla soglia di casa sua, nella via, e mi chiese, sorridendo, se volessi _disegnarla_. Rimasi sorpreso; avevano dunque capito, questi del vicolo Giganti, che mestieraccio facevo?
— Io vi _disegnerò_, bella bionda, — le risposi, — ma com'è che sapete ch'io _disegno_?
Ella mi disse che passavano sempre per quella via de' giovanotti, i quali andavano a _disegnare_ le barchette e il mare e i pescatori; ognuno di loro portava sotto il braccio un cassettino come il mio, nelle mani i pennelli e in testa un cappelluccio a cencio, come il mio. Ora i _disegnatori_ li conoscevano subito.
— Sta bene; vuol dire che un bel giorno ripasso e vi _disegno_....
— Quando?
— Al più presto possibile, bella bionda.
— Io non mi chiamo bella bionda. Mi chiamo Fortunata. Volete passare lunedì?
— Passerò lunedì.
Al lunedì, di buon'ora, mi trovai al vicolo Giganti. Fortunata, ritta sulla soglia di casa sua, lavorava all'uncinetto, sorridendo. Mi aveva visto da lontano.
— Dunque? Siamo pronti?
— Entrate.
La seguii in una piccola stanza, dal pavimento tutto sconnesso e sporco. Attorno appesi ai muri, immagini di santi, olivo benedetto, nasse di pescatori, corbelli di paglia, piccole bombole pe' polipi. Una tavola, un lettuccio, due o tre seggiole zoppicanti.
— Sentite, — disse lei, appoggiandosi col dosso alla tavola e giuocando col gomitolo, — io vi volevo chiedere un favore....
E come io la interrogavo con gli occhi, non sapendo che cosa mi stesse per capitare addosso, ella soggiunse prestamente:
— Ebbene, ecco, non sono io che volevo _esser disegnata_; non sono proprio io, perdonatemi....
— E chi?
Ella volse lo sguardo al lettuccio, confusa. Allora m'accorsi che nel lettuccio c'era qualche cosa. Un piccino. Due grandi occhi azzurri mi guardavano spaventati, una testina bionda come quella di Fortunata si levava dal capezzale, intenta.
— Ndriuccio, — mormorò lei.
Ma come m'accostavo al lettuccio il piccino fu preso da gran terrore. Ricacciò il capo sotto le coltri e si mise a urlare.
— È malato, — disse Fortunata, — ha una gran febbre da cinque giorni. È mio figlio Andreuccio. _Ndriù? Bell' 'e mamma, te vuo' fa disignà?_ Il signore, lo zio, ti farà il ritratto, e mamma te lo metterà qui appeso, in faccia a te, e quando _tata_ verrà e vedrà il ritratto di Ndreuccio, dirà: Questo è Ndreuccio bello, tale e quale....
Il piccino ascoltava, con gli occhi lucenti di febbre, senza mostrare di decidersi.
— Guarda.... — gli dissi mostrandogli un soldo in punta di dita. — Se sarai buono io ti darò questo soldo.
Sorrise, guardò la madre che sorrideva anche lei, incitandolo. Finalmente accettò, nascondendo il soldo e la manina, nella quale lo avevo lasciato cadere, sotto la coltre. Fortunata gli pose due cuscini dietro la testa, si mise a sedere, appiedi, sul letto, e ricominciò il suo lavoro di uncinetto, seguendo curiosamente i miei preparativi. Valeva la pena d'interessarmi a questo fanciullo. Nella luce fredda era una testa d'un sol tono di colore, senza rossi, senza rilievo accentuato, pallida, caratteristica. I grandi occhi azzurro scuro lucevano tra i riccioli; della piccola bocca, puerilmente, il labbro inferiore saliva sull'altro in una smorfietta sdegnosa. Hai tu mai visto qualche pallido bambino malaticcio, dipinto da Rubens? Così lui. Pareva che si fosse messo a pensare a cose molto serie; nessuna curiosità; lo sguardo di lui scendeva lentamente da lunghe contemplazioni del soffitto al volto della madre, e vi si posava. Era Fortunata che pativa di curiosità. A ogni cinque minuti si levava per venire a guardare di sopra alle mie spalle e per esclamare: Quando si vedrà qualche cosa? Ci vuole ancora molto tempo? Lo _ritrattate_ ridendo? Verrà bene?
Dopo la prima _seduta_, il piccino volle vedere un po' anche lui, e si contemplò abbozzato appena, senza meraviglia di non riconoscersi, come consciente dello sviluppo che poi avrebbe avuto il dipinto.
— Lo lascio qui, — dissi a Fortunata, — mettetelo in un cantuccio, con la faccia al muro, e badate a non toccarlo.
— Quando tornate?
— Domani.
— Certamente?
— Certamente. Addio, piccolo!
E mi chinai su di lui per fargli un bacio. Egli mi mise la mano sulla faccia, respingendola.
— Che hai? — gli disse Fortunata. — Su, fagli un bacetto.
E soggiunse, sottovoce:
— Dategli un altro soldo.
— To', eccoti un soldo.
Le sue piccole labbra febbricitanti toccarono lievemente le mie. Il secondo soldo scomparve, con la manina in cui era stretto, sotto le coltri.
— Ah, signorino, — mi disse Fortunata presso la porta, — il piccino è molto malato! Dice il medico che l'ha visto, ch'egli ha male ai polmoni. Il primo figlio, signorino mio! — e le lagrime le lucevano agli occhi. — È una sventura grande! Avete visto com'è serio?
— Via, fatevi cuore, è bambino e guarirà. Ha il suo babbo, è vero?
— È andato via. È marinaro. È partito per pescare il corallo, con tutta la _paranza_. E torna di qui a un mese, signorino mio. Per quel figlio è pazzo, se sapeste!...
La lasciai così, che piangeva silenziosamente sul limitare della casuccia, con le braccia penzoloni, gli occhi a terra.
Tornato alla dimane, con una bella giornata di sole, ricominciai il mio lavoro. Il _modello_ mi si dimostrava più amico, arrivava perfino a sorridermi. Quando rimisi la tela appoggiata al muro e stavo per licenziarmi, egli mi fece con la sottile vocina:
— _Vulite 'o vasillo?_
Io gli detti un altro soldino. Questa volta ebbi due piccoli baci su tutte e due le guance. Mi volsi, uscendo. Egli mi salutava con la mano, levando il braccio nudo, sorridendomi.
Dopo una settimana avevo finito. Ero contento; il ritratto m'era venuto somigliante non pure, quanto assai giusto di colore e d'intonazione. Il bianco dei cuscini col sole.... Ma via, io non mi voglio fare delle lodi. Ero contento, ecco, ero contento della mia settimana. In tutti quei giorni il mio piccolo amico s'era più stretto a me con tutte le ingenue espansioni infantili con le quali la fanciullezza trattiene una mano carezzante e un dolce amore pietoso. Ogni giorno, all'uscire dalla stanzetta piena di sole, fingevo di scordarmi della sua offerta, per sentire subitamente la vocina di lui, balbettante:
— _Vulite 'o vasillo? Vulite 'o vasillo?_
*
Gli avevo promesso di recarmi a vederlo due o tre volte nella settimana; lo avevo promesso anche a Fortunata. Cominciato novembre, dovetti abbandonare i miei studi di mare e il vicolo Giganti. Questa Napoli ha un clima variabilissimo; una bella giornata calda, soleggiata e poi, al giorno appresso, acqua, vento e tempesta. A novembre pigliai una mezza bronchite che mi inchiodò nel letto per dodici giorni. Pioveva, pioveva sempre. Una grande malinconia, caro Paolo, dei tristi giorni e il padrone di casa che mi spediva messaggi, e tutte le mie pratiche andate a male e tutte le mie speranze fallite....
Nei primi di dicembre, in un sabato, il tempo era bello. Uscii, tornai al vicolo Giganti che in quel punto era pieno di centinaia di femmine che aspettavano l'estrazione dei numeri del lotto e ne discutevano a gran voce. Cercai Fortunata. Era lì in casa, a lavorare all'uncinetto, accosto alla tavola, sulla quale si raffreddava la minestra in un piatto. Quando mi vide si levò, pallidissima; levò le braccia in atto disperato e balbettò, tra' singhiozzi:
— _Signo'! È muorto! È muorto!_
Ti giuro, cominciai a piangere anche io, come un fanciullo. Ella, ricaduta a sedere, aveva poggiato le braccia sulla tavola e sulle braccia nascondeva il volto, singhiozzando. Io era rimasto in piedi, dinanzi a lei, muto; non sapevo che dirle. Fortunata levò la testa e mi guardò con occhi così spauriti, che parve fossi io che le portassi la mala notizia.
Il mio ritratto del piccino era accapo al letto, tra un ramo di olivo e la palma benedetta. Accompagnandomi fino alla porta, Fortunata mi diceva:
— Voleva vedervi.... Dimandava sempre del _pittore_....
I singhiozzi la soffocavano.
Me ne andai. Per via camminavo come intontito. Il piccino, benedetto piccino, il piccolo amico mi seguiva. Mi seguiva la sua vocetta tenera, come ora mi parla mentr'io scrivo di lui a te. Perchè in questa malinconica mattina di marzo, _egli_ è qui, accosto a me. E nel silenzio della mia cameretta, _egli_ mi ripete ancora, dolcemente, con un balbettio:
— _Vulite 'o vasillo? Vulite 'o vasillo?..._
Serafina
Martedì — Maggio 86.
Il portinaio dello spedale dei Pellegrini è un burbero rossiccio, il quale, quando in certi giorni ha infilato un soprabito che gli batte alle calcagna, tutto stinto e sparso di macchie d'olio, quando s'ha posta in capo una tuba gigantesca, crede d'essere il guardaporta di Palazzo Reale. Ha conservato un accento calabrese e la insolenza dei soldati borbonici; certo ha dovuto servire nell'esercito di _Re Mbomma_. Tra l'altro poco ci vede, per una congiuntivite che gli arrossa tutto intorno le palpebre. Sarà stato per aver continuamente avuto sott'occhi gente insanguinata.
Ieri questo cerbero digeriva il pranzo, trattenendosi a chiacchierare con un vecchietto il quale gli faceva delle confidenze presso al casotto. Poco prima la campanella di avviso aveva suonato due volte — un tocco solo vuol dire: _ferito semplice_, — due vogliono dire: _ferito in grave stato_, — tre: _ferito moribondo_. Era stata trasportata su, alla sala delle medicature, una donna, una giovane. Cinque coltellate, nè più, nè meno. La donna si lamentava, si guardava intorno smarrita, mormorando:
— _Sant'Anna mia! Ve faccio nu voto!... Scanzateme!... Uh, Madonna mia!... Chiano chiano!..._
Veniva da Piazza Francese, da una delle due suburre napolitane. Aveva denti e capelli splendidi, una mano piccolissima. Gli occhi grandi, azzurri, pieni di lacrime, lucevano. Si chiamava Serafina.
*
Laggiù, presso al casotto, il portinaio fumava la pipetta. Il gran cortile dei Pellegrini era tutto occupato dal sole, così che il cuoco, un uomo grasso, ne profittava per sciorinare il suo gran moccichino, a quadroni scuri, sulla spalliera d'una seggiola. Due guardie di Pubblica Sicurezza leggevano insieme un libretto di _Nuove canzoni napolitane_, comentandole. Il brigadiere era salito in sala di medicatura per raccogliere la deposizione di Serafina.
Diceva il vecchietto al portinaio:
— La vedete così, ora, perchè lei è nata con la mala sorte, come me. Due anni fa avreste dovuto vederla! Era un fiore. Tutti si voltavano per la via. Allora, come v'ho detto, io lavoravo da quel sarto alla Giudecca. Io dormivo nella bottega, sopra un divano sconquassato, e pensavo sempre a lei che se n'era fuggita. Tre mesi senza vederla! Consideratelo voi che siete padre!... Avete figlie?...
— Caspita! Figlie? Ne tengo tre.... _Peppenella! Peppenè!_... — e chiamava una ragazzetta ch'era uscita nella via a giocare. — _Trase, viene ccà!... Siente!_... Quella è una.
— Il Signore ve la guardi. E badatele, ve lo dico come a un fratello....
Il portiere sorrise. Fece scivolar la mano tra lo stipite del casotto e il muro e tirò fuori un bastone.
— Vedete questo?... Questo ci pensa.... Senza eccezione pure per _mògliema_. Dicevate?...
— Dunque una sera.... che sera!... Io non ho vergogna di dirvelo.... La verità, m'era messo in giro per chiedere l'elemosina. All'angolo del vico Sergente Maggiore vedo una signora che comprava fiori. M'accostai.... _Signò_, qualche cosa a un povero galantuomo!... — Non c'è niente. — Io avevo fame e la fame, capite, non conosce educazione. Insistetti.... Allora lei si voltò per dirmi, seccata, che me ne andassi.... Non mi guardò neppure....
— Era lei.
— _Sarrafina._
Il vecchietto sospirava, si guardava le mani scarne, dondolava il capo.
A un tratto guardò in su al balconcello della sala di medicatura. Un inserviente preparava filacce, presso alla balaustra, e parlava col cuoco, che disotto gesticolava e rideva.
— _Che lle starranno facenno?_ — mormorò il vecchietto.
Due lagrime gli vennero giù lentamente per le gote. Il portinaio vuotò la pipetta nella mano e, dopo un silenzio, chiese:
— _Mbè?_
— Quanto durò quella vita? _N'anno._ Poi fu come una caduta. Come uno che cade da una terrazza, all'ultimo piano, e si trova a terra.... Povera figlia! Stette malata due mesi e perdette tutto. Diventò un'altra. Cappello tolto, anella pegnorate, vesti vendute.... Che mestiere, _frate mio_, che mestiere! Gesù!...
Ora piangeva pianamente, con lo sguardo a terra, con le mani strette sul petto.
— E all'ultimo è arrivata a Piazza Francese. _E l'hanno fatto chesto!... Me pare nu suonno!_
— Ma chi glie l'ha fatto?
— _Doie cumpagne, pe gelusia._
Arrivò in quel momento una vettura; dentro vi si abbandonava un giovanotto, che aveva buttato un braccio al collo della guardia la quale lo sorreggeva, guardandolo. Un sottil filo di sangue gli scendeva sulla camicia bianca, dal collo.
La vettura entrò nel cortile, rincorsa da una folla di gente curiosa. Il vecchietto, anche lui, si accostò, e cacciò la testa sotto il soffietto della vettura.
Il guardaporta afferrò la fune della campanella. Tre tocchi. La guardia di Pubblica Sicurezza gli avea fatto certo segno disperato....
Poi la gente fu cacciata via e il portone chiuso.
— _E chisto è n'ato!_ — disse il guardaporta, tornando al vecchietto.
Quello mormorò:
— _Puveriello!_...
Dopo un momento chiese:
— Serafina resta qua?
— Non si può. Dopo medicata andrà agl'Incurabili. Donne qui non se ne ammettono, — rispose il cerbero, tornando feroce e voltando al vecchio le spalle.
*
Serafina fu scesa a braccia e collocata in vettura con le guardie. Fu levato il soffietto e nessuno più vide niente. Ma ella aveva visto il vecchietto. Una mano venne fuori tra serpa e soffietto, e chiamò. Il vecchio accorreva. Dalla vettura uscì una voce femminile, commossa:
— _A Nnincurabile!... Venite llà.... Nun è niente.... Nun avite paura!..._
Il vecchietto si mise a galoppare dietro alla vettura, con gli occhi pieni di lacrime, ansimando, chiamando:
— _Sarrafì!... Sarrafì!..._
L'abbandonato
— Che si dice? — chiese Gaetanella Rocco a Carmela la serva, la quale passava sul marciapiedi e parlava sola, come al solito.
Carmela si volse e tornò indietro. Il vento le penetrava di sotto lo scialle, di cui svolazzava un lembo; l'altro ella stringeva in mano, accostandolo di tanto in tanto alla faccia.
— È morta or ora, — annunziò. — Signore Iddio! Io sono così fatta che ci penserò tutta la giornata. E voi non l'andate a vedere?
Gaetanella, impassibile, guardava la serva, mettendo fuori il capo di su il paravento di legno tra la casa e la strada. Carmela, sul marciapiedi, rabbrividiva pel vento secco che le veniva di faccia e le appiccicava le sottane alla carne.
— Ci vado più tardi, — disse Gaetanella, — ancora ho la casa sossopra. Iersera è arrivato il fratello di mio marito, il caporale di cavalleria. Ha avuto il permesso sino a mezzanotte, e sono stati qui tutti, con gli amici, a cantare e a bere. Immaginate voi!
— Lasciate fare, sono giovanotti. Che ne vediamo della vita? Si muore, così, da un momento all'altro!
— Difatti, — sospirò Gaetanella, buttando sul marciapiedi bucce di castagne e di mele.
— Me ne vado, — disse la serva. — Buongiorno.
— Se ripassate e voi chiamatemi. L'andremo a vedere insieme....
Era morta donna Nena la romana, una vecchia che non faceva male a nessuno e che leggeva le lettere alle vicine della via, senza occhiali. Era venuta da Roma, al sessantacinque; la si poteva tenere per napolitana. Le vicine conoscevano un po' la sua storia, ma nessuna aveva potuto entrar troppo addentro in certi particolari che la vecchia sapeva a tempo scansare.
Lassù, a San Pasquale al Corso, donna Nena abitava da tre anni, nel cortile del monastero, in una stanzuccia rimpetto al pozzo. Pareva, in quella immensa quiete, una badessa sopravissuta alle sue monache, bandite per sempre, a far posto ai carabinieri della caserma.