Part 8
La faccenda fu subito accomodata, senza romore di giudizio, senz'avvocati e tribunali. Laggiù, dietro la chiesuola, li fucilarono sullo sterrato, e ancora si veggono i buchi neri delle palle nel muro. Quello del muso rotto si voleva a forza confessare, lagnandosi che gli perdevano l'anima col mandarlo all'altro mondo senza quel sacramento. Così il sergente Mazzarella, intenerito, gli fece la proposta che s'acconciasse con lui ch'era stato chierico tant'anni addietro. Ma come gli accostò l'orecchio alla bocca l'altro glie l'afferrò tra i denti e se lo mangiò come niente. Un orrore!
Bernardino s'era messo a sedere sulla tavola zoppa, con le gambe penzoloni, le palme strette fra i ginocchi.
Il sole di luglio irrompeva lì dentro con una vampa che ardeva la carne e toglieva il respiro; bruciacchiava sotto l'uscio le fette di melanciane che si torcevano, raggrinzendosi, sul solaio. La chioccia beccava fra i chicchi sparsi, chiamando i pulcini che si rincorrevano pigolando. Un cagnolo puntava le zampe sull'orlo dell'orciuolo e vi allungava il muso sporco, lambendo l'acqua che al sole era diventata tepida.
Fuori un silenzio pesante per tutta la spianata fin dove arrivavano l'ultime case, ove il terreno s'incurvava leggermente e apparivano le cime spogliate dei primi alberelli.
— A Battista de Limátula l'hènne missa ncuollo 'a taglia, — disse Bernardino, di colpo, levando gli occhi sulla moglie.
Lei s'era allungata sopra un fianco, sbadigliando, sorreggendo la testa nella mano, mentre attorno le ronzavano le mosche, nell'afa.
— Mille duchète.... — soggiunse lui. — E nc'è pure l'avviso sotto a lu Municipio.
— E quante fanno? — disse Mariangela, che nel voltarsi a udire il marito mise un piccolo grido di dolore.
— Eh! — disse lui. — Fanno mille duchète, fanno, e tutto Durazzano nu li vale.
Vi fu un silenzio. Il marmocchio era arrivato sotto l'uscio, carponi, e s'afferrava al manico della vanga, tirandosela addosso. L'altro, il rosso, lo guardava fare sorridendo; poi s'alzò, gli venne ad accoccolarsi accosto, lo afferrò alle spalle e se lo rovesciò sul petto. Il bimbo nudo strillava, impazientendo, con le manine che volevano difendersi. Poi, steso bocconi sul fratello, gli rise con la bocca su la bocca, mettendogli le dita negli occhi. L'altro si schermiva, armeggiando con le mani, vellicato dalle carni fresche e sode dei fratellino.
— Sempre mille? — sospirò Mariangela, sputacchiando come se avesse bevuto fiele. — Vivo o muorto?
— Ecchè? — fece lui, sghignazzando. — Isso nun se fa pijà vivo!... Sapessero addò sta, sapessero! Siente, neh, io saccio addò sta.... Sta là nfunno, sott'a la pagliara e' Dunat'Auricchio, va!... E siente....
Ma lei, nel sopore che succedeva agli spasimi, taceva, con la bocca schiusa, già quasi addormentata: il sudore le luceva sotto gli occhi affossati.
Bernardino scese dalla tavola e s'accostò a guardarla.
— Mbè?
Aspettò un momento che rispondesse, poi le volse le spalle, andò su e giù per la stanzuccia, con le mani che frugavano sbadatamente nelle tasche della giacchetta. Si fermò innanzi alla botte sfasciata ove alloggiava la chioccia e si chinò a prendere qualche cosa ch'era nascosta là dentro, fra la paglia.
I bambini ridevano. Il rosso mordeva leggermente un braccio all'altro e sbarrava gli occhi, e ringhiava come il cagnuolo.
Bernardino si chinò sul marmocchio e gli dette un gran bacione sul capo, tra i capelli sottili e dorati. Uscendo camminava a piccoli passi, poi tirò innanzi affrettandoli, e pel sentieruolo storto che s'inerpicava di faccia al casolare si fece il segno di croce.
In quell'ora il sole dardeggiava in un immenso bagliore accecante, nel cielo turchino ove a un punto s'allargava un'irradiazione abbagliante. Dalla finestretta si poteva vedere la via larga e deserta allungantesi di fianco al sentieruolo sino ai castagni che la sbarravano. Il terreno bruciava sotto quel bacio infocato, nell'afa insopportabile, nell'alito ardente che lo lambiva come fiato di belva. Da lontano il monotono piagnucolio d'un cuculo arrivava debolmente, mettendo in quella spianata gialla e disperata la tristezza d'una landa.
Prima dell'Avemaria, Mariangela si svegliò di soprassalto, tra le fitte orribili delle ultime doglie.
— Ah! Santa Catarina, aiuteme!
Allora il rosso le si accostò, spaventato, non sapendo che dire.
— Tata se nn'è juto, — mormorò. — S'è levète li scarpe.... se nn'è juto....
— Ah! Santa Catarina! — sclamava lei. — E cussì me lasse!
Il rosso si mise a correre su pel sentieruolo. Ma quando fu in cima il fiato gli venne meno: era tutto sudato e i piedi gli dolevano. Lassù la boscaglia cominciava. Un gran pino stendeva a terra un'ombra gigantesca; una pina caduta s'apriva al sole, già secca. Il bambino si fermò, la raccolse e la mise in saccoccia. Poi s'incamminò lentamente, voltandosi qua e là, con l'istinto curioso dei fanciulli che cercano. Allo svolto, ove la spianata ricominciava avvallandosi, adocchiò una lucertola che s'era stesa pigramente al sole, con la pancia all'aria. Strisciando, con gli occhi spalancati, le mani pronte, il rosso l'acchiappò sotto il berretto. Sedette a terra, allargando le gambe; avvolse la bestiolina in una pezzuola lacera e la cacciò in saccoccia. E rimase a baloccarsi col pezzetto di coda che s'era staccata alla lucertola e balzava torcendosi sull'erba come un serpentello. Poi s'alzò e si mise a correre daccapo.
Dopo cinquanta passi il muricciuolo che riparava la pagliaia di Donato Auricchio gli si parò innanzi. Era tutto diroccato, tra l'erbe selvagge, tra un roveto arso che lo assaliva alle spalle.
Il ragazzo s'arrampicò sino in cima, sporse fuori il capo a guardare, afferrandosi con le mani alle pietre, calde ancora. Le ultime canne della pagliaia bruciavano nella cenere nera, a terra, e se ne levava una spira di fumo sottile, e saliva nell'aria greve. Più in là, a due passi da un gigantesco faggio, un corpo si disegnava bocconi, tutto nero, sull'erba che rosseggiava co' suoi fili nani sotto a quella testa con una gran macchia scura.
Il rosso chiamò:
— Tata! Tata!
Nessuno rispose. Ma egli aveva riconosciuto il padre, dalla giacchetta verdognola di velluto stinto, dalle scarpe, enormi, irte le suola di bullette, le punte in sotto. L'ammazzato si vedeva poco in faccia, si vedeva appena il profilo adunco del naso e una ciocca di capelli scompigliati. Le mosche gli ronzavano attorno a frotte, correndogli a una mano che spuntava di fra l'erbe, tutta pesta e sanguinosa, aperta.
Il ragazzo sedette sul muricciuolo ch'era troppo alto perchè egli avesse coraggio di saltarlo. Guardò lungamente, senza comprendere. Poi tornò a chiamare:
— Tata! Tata!
In quel momento il sole tramontava. Nel cielo azzurro salivano due nuvole macchiate nel bianco argenteo di strie brunastre, come se per entro vi fossero passati i denti d'un pettine. Nel lontano, ove lo sguardo si perdeva nella stesa immensa dei campi, dalla parte del sole una nuvola aranciata s'orlava di spruzzi sanguigni. E da' campi, dalla boscaglia respirante a ondate il zeffiro della sera, arrivavano susurri indefinibili e incessanti, ronzii d'insetti in amore, pispigli brevi e sommessi; arrivavano gli odori acri del bosco, ancora fumigante d'arsura.
— Tata! — chiamava il piccino, — Tata, mamma chiange e ti vo'!... Oi, tata!...
S'impazientì. Si stese boccone sul muricciuolo, mise fuori la lucertola dallo straccio, le attaccò uno spago al mozzicone di coda sanguinante e la fece camminare, rattenendola con improvvise strappate, gridandole dietro:
— Ah! Ah!... Isce!...
Bambini
I.
Dai tortuosi vicoletti del Mercato arrivavano pian piano. Sbucarono a piazza Dante, si fermarono un pezzetto sotto l'arco istoriato della Porta Alba, guardarono qua e là, incantati. La piazza larga era piena di gente che andava e veniva, i giardinetti vi segnavano, più in là, a destra, un quadrato tutto verde, screziato di bianche achillee in fiore, di dracene eleganti, di peonie ritte, sveltissime. A sinistra, dietro il muro d'un palazzo che faceva angolo, Toledo romorosa cominciava; ne veniva un immenso mormorio, in cui di tanto in tanto le fruste schioccavano, gli organini si lamentavano sotto alle finestre e un carro pesante rotolava sul selciato.
Erano tre — due bambine e un maschietto.
Il maschietto poteva aver cinque anni; gli avevano messo in testa un berretto che non era suo, troppo largo; gli scendeva sulle orecchie. Portava in mano una cannuccia e per la via se ne serviva come di bastone, appoggiandosi. La cannuccia gli dava una grande gravità. Aveva le scarpe sdrucite, senza tacchi, tutte arse. Il colletto della camicia gli si rivoltava sul panciottino, al quale tre bottoni mancavano; degli altri tre due erano bianchi, uno nero, attaccato col filo bianco. Attorno alla vita una cordicella gli assicurava i calzoni rattoppati alle ginocchia. Cacciava a ogni momento una mano in saccoccia, metteva fuori uno scatolino da fiammiferi vuoto, ne osservava sbadatamente le figurine, lo apriva, lo rinchiudeva, rimettendolo in tasca, con sopra la mano. Era biondiccio come la più piccola delle sorelle: come lei aveva gli occhi azzurri, il nasino all'insù, il mento rotondo.
A quella, più grande d'un anno, mancavano due denti superiori, tra la filza bianca e allineata. Vestiva di panno scuro, con un piccolo grembiale bianco, senza tasche. Sulla fronte le si dividevano i capelli fini, cascandole sulle tempie, arricciandosi naturalmente dietro la testa, alla nuca, ov'erano mozzati. Uno scialletto da pupa le copriva le spalle: la vesticciuola troppo corta le giungeva appena al ginocchio, lasciando vedere i due nastrini azzurri che sostituivano le giarrettiere alle calze bianche e rosse a fasce.
Parlava sola, sottovoce, con una manina in quella della sorella grande, che stava in mezzo; passando agitava il braccio ciondoloni, indicava qualcuno con l'indice teso, toccava leggermente, in punta di dita, le vesti delle signore, ragionando da sola, pigliando pose di donna fatta, interrogandosi, rispondendosi. A un momento, mentre si fermavano, dette una strappatina alla frangia d'uno scialle, tentata dalle palline di vetro che vi lucevano.
— Bestia! — fece la sorella, arrossendo, tirandosela dietro pel braccio, mentre la signora dallo scialle si voltava, sorpresa.
E la trascinò via, mormorando, menandole uno scappellotto. La piccina fece il muso e non disse nulla. Ma dopo quattro passi si volse, cautamente. La signora, appoggiata al braccio del marito, ancora la guardava con gli occhi che volevano parer severi. Allora lei le tirò fuori tanto di lingua, con una smorfia, socchiudendo le palpebre, mettendosi in fianco il pugno, piegandosi in una riverenza comica.
In piazza Dante, sotto la statua, si fermarono.
— Vogliamo restare qui? — disse la grande.
Sì, sì! Non chiedevano altro, volevano restare lì un poco. La piazza, piena di sole, piena di monellucci liberi che facevano baccano sulla terra battuta, li entusiasmava. Subito il piccino abbandonò la mano della sorella.
— Dove vai? — disse lei.
— Qui.... qui....
Aveva adocchiata una comitiva di ragazzetti seduta per terra in giro. Giocavano con certe pietruzze in un quadrato con tante caselline, disegnato col gesso sullo sterrato. Lui s'avvicinò lentamente, trascinando la cannuccia. Rimase lì in piedi a guardare, con le mani dietro sul dosso, immobile. Poi si stancò, sedette per terra anche lui. Allora, dopo un momento, uno de' monellucci che non giocava lo urtò col gomito. Il piccino si volse.
— Tu che fai qui? — disse quello.
— Niente.
— A chi sei figlio?
— A papà, — disse il piccino.
Disse l'altro ridendo:
— Grazie!
— A Giovanni il lustrascarpe, — si corresse il piccino.
Si guardarono. Il piccino cominciava a impensierirsi. L'altro lo esaminava con gli occhi vivi, pieni di malizia. Poi chiese:
— Mi vuoi dare questa cannuccia? Cosa ne fai?
— Mi serve, — balbettò il piccino, tirandosi un poco indietro.
— Vattene! — disse quello.
Il piccino s'alzò impaurito, puntando a terra le palme, senza lasciare la cannuccia. Se ne andò senza voltarsi, passo passo, co' calzoni sporchi di terriccio. Le sorelle sedevano sotto alla statua, sul gradino più largo. La più piccola piegava in quattro un moccichino, stirandolo sulle ginocchia con le palme delle mani; l'altra guardava innanzi a sè distratta, con le mani in tasca.
— Malia, — piagnucolò il bambino accostandosele, — quello lì voleva la cannuccia!...
— Siedi, — fece lei.
Egli sedette accanto alla piccola, con la quale si mise a parlare sottovoce, raccontando il fatto. Malia guardava ancora; le era parso di riconoscere nel piccolo servitorello inguantato, che se ne stava ritto allo sportello d'una carrozza, il figlio del macchinista il quale, un tempo, abitava di faccia a loro, al mercato. Ah! sì! era proprio Peppino!
Ora la carrozza, lasciando le signore che entrarono in un palazzo, girò e venne a mettersi nella piazza. Il servitorello scese, gironzò un poco attorno, guardò in aria, s'accomodò sulla testa la tuba lucida, e rimase lì impalato, sbadigliando.
— Sentite, — disse Malia a' bimbi, — aspettatemi qui, ora vengo, non vi movete....
Passò dietro alla statua, sedette su uno de' poggiuoli di marmo, e sciolse i capelli, mettendosi in grembo le forcinelle. Rifece la treccia, passò due o tre volte la palma della mano sulla frangetta ribelle che il vento le avea scompigliata in fronte e strinse dietro la vita il nodo dello scialletto. Tornò a' bimbi. Il maschietto già sonnecchiava, la testa sprofondata nel berretto, sino agli occhi.
— Levati, su! — disse Malia. — Andiamo....
Gli aggiustò in capo il berretto, gli nettò dal terriccio i calzoni e se lo prese per mano.
Il servitorello non si moveva, guardando ai balconi di rimpetto. A un momento se la vide passare innanzi lentamente, in mezzo ai bimbi.
— Buongiorno, — sorrise Malia.
— Oh! — fece lui. — E che fate qui?
— Niente; camminiamo; la mamma è uscita.
Carina, con quella sua veste a fiori! Il ragazzo se la mangiava cogli occhi. Era alta quanto lui, avevano la stessa età, dodici anni. Lui veniva su atticciatello, co' capelli neri crespi e gli occhi castagni.
— Fatevi in qua, — disse. — Da quanto non vi si vede! E la mamma vostra come sta?
— A servirvi, — disse Malia.
— Favorirmi, — disse il servitorello.
Vi fu un silenzio. I bambini lo guardavano: il maschietto esaminava curiosamente i grandi bottoni dorati, che lucevano, sul soprabito attillato, in due file.
— Voi vi siete fatta grande. Che fate? — disse il servitorello. — Fate la sarta?
— Eh! no, — rispose lei, — ci vuol tempo. Mi son messa con una stiratrice. Sto imparando.
— Ah! davvero? — e s'incamminavano co' bambini dietro. — Allora le camice mie le voglio fare stirare a voi. Quanto mi fate spendere?
Ella sorrise e lo guardò, arrossendo un poco.
— Se foss'io la padrona, — mormorò, — non vi farei.... Ve le stirerei per niente....
— Davvero? — disse lui.
E con uno sguardo di ragazzetto impertinente la fece arrossire anche più.
— Venite con me, — disse ai bambini.
Li condusse innanzi alla panchetta d'uno che vendeva i ceci arrosto, ne comprò per due soldi, n'empì loro le mani. Il maschietto se li cacciava in tasca e ne mise perfino nella scatola de' fiammiferi.
— Oh! — diceva Malia, confusa. — E perchè fate questo?
— Lasciate andare, — rispose lui, gettando i due soldi sulla panchettina, come un signore.
Tornarono indietro passo passo. I piccini si erano messi a rosicchiare i ceci, in silenzio. Malia accosto al piccolo galante si dava un'aria di languore, socchiudendo gli occhi al sole, guardandosi le mani, con la testa china.
— Voglio venire a trovarvi; — ripigliò il servitorello, — voglio salutare mamma vostra che non vedo da tanto tempo. Abitate ancora laggiù, di faccia alla bettola?
— Sì, — fece Malia, rialzando il capo, — non vi potrete sbagliare. Ma lo dite per dire, voi non ci verrete....
— Oh! parola d'onore! — giurò, stendendo la mano.
E afferrò e strinse quella della bambina, che lo guardava sorridendo.
— Ahi! Mi fate male! — disse Malia.
Di colpo, a un fischio acuto, il servitorello si volse, lasciò andar la mano.
— Diamine! — esclamò. — Le signore scendono.... addio.... statevi bene.... arrivederci!...
Prese la corsa a capo basso.
— Ricordatevi la promessa! — gli gridò dietro Malia.
Egli accennò di sì col capo, galoppando per trovarsi in tempo allo sportello, con le ali del soprabito che svolazzavano. Malia si fece innanzi sul marciapiedi, per vederlo passare. Il servitorello, seduto in serpa accosto al grosso cocchiere tutto serio, la salutò con un lungo sorriso. Ella tenne dietro con lo sguardo alla carrozza che s'allontanava, sino a quando, nel lontano, sparve.
Per via il piccino chiese alla sorella:
— Chi è quel signore?
Malia gli strinse il braccio con un'aria circospetta e maliziosa, e gli ammiccò, coll'indice sulle labbra.
Il marmocchio non capì, ma fu contento della risposta silenziosa. Si rimise a rosicchiare i ceci, trascinando la cannuccia.
Malia andava innanzi di due passi, la testa alta, tutta compresa dell'idillio. Gli occhi grandi, attraverso alla frangetta, ridevano.
II.
La via larga era piena di sole, quasi deserta, quantunque dalla piazzetta di Porto si potesse, attraversandola, arrivar presto alla marina. Era come un silenzio fra que' due continui romori della piazzetta e del Molo. A Porto, sotto gl'immensi ombrelli incatramati, sotto le tende larghe, sotto le tettoie di zinco luccicanti, i venditori urlavano dall'alba, le spighe bollivano nelle caldaie enormi, le frittelle s'ammonticchiavano a piramidi, tra un fumo di tizzi scoppiettanti, in un odore di strutto bollente ch'entrava in gola come un'arsura e faceva venir la tosse stizzosa.
I marciapiedi sparivano sotto le ceste dai fianchi gravidi, una voce gridava ai passanti il sapore e il colore bello de' pomodori, de' peperoni gialli, delle prugna more ammucchiate su per le panchette, in piattelli. Gli odori si confondevano: a volte dal gran magazzino di coloniali usciva un profumo dolce di alcool travasato.
In giù il mercato del pesce era tutto un formicolio, lo favoriva la giornata di magro. Dai tronchi immani dei tonni il sangue scorreva gocciolando nelle pozze, metteva qua e là sul selciato sdrucciolevole delle larghe macchie rossastre. La povera gente, la borghesia meschina si decideva pei tonni, tentata dalle fette doppie e rotonde che ne tagliavano, tutta carne. Pei signori i cuochi venivano a pigliare i merluzzi e le orate rare e le triglie lucenti, macchiate di carmino sul dosso, stese sul letto verde di musco, le bocche spalancate.
Al Molo era un commercio più largo, un movimento più romoroso. Passavano i carri a tre, a quattro, in fila, carichi di balle, di botti enormi, con un fracasso di frustate, di cigolii aspri di ruote, di scricchiolamenti di balestre, di «arri», urlati alle bestie affaticate arrampicantisi sulle rotaie del tramway che davano sbalzi improvvisi alle carrozzelle frettolose, agli omnibus lenti e pesanti. A destra, sul mare, l'inferriata a lance s'allungava perdendosi nel lontano, come fusa in una parete di ferro luccicante, dietro cui s'intricava la ragnatela de' pennoni, de' lunghi alberi delle navi ancorate. In cima agli alberi le banderuole colorate pendevano nell'afa, immobili.
Questa via larga e deserta sbucava a Porto per un capo e per l'altro metteva al Molo. Era una scorciatoia, ma i vicoli attorno, pieni d'ombra e di frescura, la lasciavano abbandonata. Si passava per questi vicoli girando quel tratto di strada lungo e soleggiato, ove scottavano i lastroni, ove tutto era giallo di sole.
Le tre bambine, dopo aver guardato qua e là, si fermarono in questa strada, andarono a cacciarsi sotto un androne, sedettero a terra e cominciarono a chiacchierare, gesticolando.
Parlavano a bassa voce, dando a volle occhiate rapide nella via, quando qualcuno passava discutendo. La più grande mise fuori delle strisce di pannolino vecchio, infilò un ago, fece a pezzetti uno straccio. Le altre guardavano attentamente, aspettando.
— Rosinella, — disse lei.
Rosinella stese il braccio e tirò in su la manica della camiciuola.
— Non mi pungere.... — mormorò.
— Via! — disse l'altra.
Le aggiustò attorno ai polso dei pezzetti di quello straccio, risalendo sino a metà del braccino scarno.
Avvolse tutto in una delle bende e si tirò il braccino sulle ginocchia, tenendovelo fermo, cercando l'ago. Poi cominciò a cucir la benda perchè non si svolgesse. A Rosinella salivano de' brividi per tutto il corpo: spalancava gli occhi e seguiva l'ago paurosamente. A un tratto, come le parve che questo entrasse troppo, ritrasse il braccio con un piccolo grido.
— Che è stato? — disse Peppina.
— Tu mi pungi!... — mentì Rosinella, per trovar la scusa.
— Non è vero! — disse Carmela, la più piccola. — Non l'hai punta, vuol far la preziosa.
— Non fare la preziosa! — disse Peppina.
Quand'ebbe finito, strofinò sulla fasciatura due ciliege, spremendone il sugo, sporcandola di una macchia rossa che pareva sangue.
— E una, — disse.
Carmela stendeva il braccio, sorridendo. Era una piccola grassottella scapata, con i capelli biondicci, con la bocca rossa fatta per ridere e per mangiare.
— Oh! aspetta! — disse a un momento, — qui no, qui ci ho l'anello.
Infatti, si ricordava, al dito mignolo della manina aveva un cerchietto di stagno, una galanteria che voleva mostrare. Stese l'altro braccio e si lasciò fare tranquillamente. All'ultimo le due piccole fasciarono Peppina.
Così le tre minuscole mendicanti si facevano storpie. S'avviarono. Per le vie popolose e affaccendate di Porto allungarono il passo senza chiedere; i piccoli affari, l'occupazione della vendita e delle compere non potevano distrarre i passanti. Le urtavano, se le toglievano di fra le gambe con una spinta, non le guardavano nemmanco. Solo Peppina nella piazza si mise dietro a un marinaro russo, che arrotolava una sigaretta, camminando con le gambe allargate. Lui da prima le sorrise bonariamente, guardò il braccio ch'ella stendeva tutta piagnucolosa, le borbottò qualcosa in una lingua che lei non capì.
— _Carasciò!_ — fece Peppina, chiamandolo con la sola parola russa che i monellucci conoscono, — guardate, carasciò, mi son fatta male alla mano, non posso lavorare....
Il marinaro le accarezzò i capelli, tornò a sorriderle, le offrì la sigaretta....
— Grazie, — disse Peppina, — non so fumare, dammi un soldo.
Gli s'afferrava alla giacchetta, le dava delle strappatine, invogliandolo, con gli occhi supplichevoli.
— Via, via, carasciò, un soldo!
Lui non le credeva, voleva scherzare, voleva acchiapparle il lobo dell'orecchio in punta di dita. Allora lei, seccata, lo piantò.
Salì lentamente per via San Marco, andò alla fontanella accosto a cui, per un momento, la tennero intenta delle parolaccie che si scambiavano due femmine del popolo, scalmanandosi, con le braccia all'aria. S'allontanò, sbadigliando, quando si rappaciarono. Camminava a caso. Passando innanzi a una di quelle sorbetterie che hanno fuori nella strada il gran banco, chiese al garzone un po' di sorbetto ch'era rimasto in fondo a un bicchierino. Lo ingoiò in fretta, avidamente, con gli occhi socchiusi. Più in là trovò per terra un mozzicone di sigaro, quasi mezzo sigaro, ancora acceso. A qualcuno era caduto in quel momento; un signore che passava in vettura si voltò indietro, era suo, gli era scappato di mano. Lei se ne accorse, ma lo spense strofinandolo contro il selciato e se lo mise in tasca lo stesso.
S'avvicinava a Toledo. Le sue curiosità ricominciavano innanzi alle vetrine, alla varietà delle bacheche. Sovra tutto i giocattoli l'attiravano. Contemplò lungamente, nella vetrina di un mercante di giocattoli, un cosacco barbuto che ingollava soldati, afforchettandoli. Se ne andava piena di desiderii. Vi fu a un tratto un affollarsi di carrozze e di pedoni; si traevano da parte per far luogo a un mortorio. Appariva in alto, a dieci passi, lo stendardo, barcollante, d'una confraternita. La piccina si perdette in quella confusione.