Novelle e riviste drammatiche

Chapter 7

Chapter 73,741 wordsPublic domain

Il progetto della mia esistenza si disegnava esatto, saldo, nel mio cervello, e lo formulavo già in quattro parole:--_Sarò un grande geometra._--Ma ci eravamo arrestati davanti al vastissimo ingresso dell'edifizio che stava in fondo della spianata. Parecchi immensi cartelli variopinti stavano appesi alle pareti. William Wood, che parlava un poco il chinese, mi disse allora (proprio mentre stavo pensando:--_Sarò un grande geometra_):--Ecco il mio circo e tu, Yao, sarai il mio giocoliere. Entriamo.

E qui, diletto Meng-pen, soffri che interrompa un poco la scrittura. Ho sete, porgimi una tazza di thè; piglia anche tu la tua, e supponi che mentre noi stiamo qui bevendo passino dieci anni sulla mia storia.

Il recinto nel quale io vissi dai dieci anni ai venti dell'età mia, è (dico "è" perché esiste ancora) un circolo perfetto, scoperto sotto la luce del cielo. Il suo diametro consta di 855 _tsci_; sulla sua circonferenza s'ergono alte mura, lungo le quali ricirculano tre ordini di scaglioni giganteschi, occupanti un punto del diametro, cerchi minori, concentrici, inchiusi nel circolo massimo. Il punto dove l'infimo scaglione degrada, dista dal centro 255 tsci e questo spazio, tutto libero e piano, è coperto da una certa rena, proveniente dalle sponde del Rimàc, fulgida e rossa perché mista alle scorie dell'oro e a molta parte di ferro. Ogni quarto di cerchio del semplice edificio che descrivo, era, a' miei tempi, segnato da una immensa lettera dell'alfabeto latino, la quale serviva a contraddistinguere il sottostante ingresso, e quelle quattro cifre, A B C D, cooperavano non poco a rendere il maestoso circo simigliante a una figura geometrica, tracciata sull'altipiano di Lima come per un prodigioso teorema. Parecchie corde tese dall'uno all'altro emiciclo ne frazionavano l'area in guisa di tangenti, e da queste pendevano tre trapezi e sei parallele.

Quante volte, aggrappato ad uno di quei trapezi, alti 215 piedi dal suolo, stetti a meditare sull'enigma insolubile che ogni circolo rinserra, fin che mi coglieva la vertigine, non già dell'abisso materiale, ma dell'abisso scientifico, assai più profondo.

Tanto andavo compenetrandomi nel cerchio in cui vivevo, e da dove in dieci anni non escii neppur per un attimo, che mi pareva d'essere diventato un punto mobile di quello, agitantevisi entro e delineante coi passi mille angoli e mille curve matematiche. I principali assiomi della geometria mi si rivelarono allo spirito giovanetto solo nel percorrere quel ricinto immenso ch'era il _Circo dei tori_ della città di Lima.

William Wood lo aveva preso ad appalto per un decennio, promettendo al pubblico peruviano una _caccia di tori_ ogni quindici giorni e nei rimanenti dì del mese molte altre rappresentazioni minori. Egli aveva percorso la Spagna, l'Inghilterra, la Boemia, l'Africa, la China allo scopo di raccogliere i tori, i cavalli, gli uomini, le donne, le scimie che gli abbisognavano per la sua intrapresa, ed era riuscito a radunare una popolosa carovana di persone e di animali. Quand'egli, giunto a Lima, si trovò in possesso di tutta la sua baraonda, aperse il circo che prese la denominazione di _Circo Wood_, e divise i suoi spettacoli in _grandi e piccole rappresentazioni_. Le _grandi rappresentazioni_ erano diurne, incominciavano prima del cader del sole, sotto la luce dello splendido cielo americano, ed erano caccie di tori, corse di barberi, assalti di fiere, _fantasie_ orientali e incendi pirotecnici quando calava la notte. Le _rappresentazioni piccole_ avevano luogo di sera, al coperto, in un padiglione provvisorio che si poteva erigere ed abbattere in poche ore, nel mezzo del circo ed ivi s'ammirava dal pubblico le pantomime, le prodezze dei volteggiatori, dei ginnasti, i lazzi dei _clowns_ e cento altri minori trastulli.

O paziente Meng-pen, ti sarai già meravigliato indovinando ciò che ora sto per affermarti.

Sì, varie e spesso bizzarre sono le vie del destino. Io _Yao-sse_ o _Dottor Yao_, come mi chiamano gli scienziati europei, io che ora scrivo e che porto il bottone di corallo sul berretto e sulla toga, presi parte alle piccole ed alle grandi rappresentazioni di William Wood nel circo di Lima.

In molte esatte piacevolezze ero destro. Alcune te ne citerò, se non t'annoio.

Solevo spesso comparire davanti al pubblico con sette campanelli di legno di sandalo fra le mani (di quelli che noi chiamiamo _mu-to_), intuonati variamente tra loro secondo le leggi musicali. Incominciavo il mio esercizio facendo balzare uno di questi campanelli in aria, per modo che giunto al sommo della sua parabola, col suo battocchio squillasse e ricadesse lieve nell'altra mano. Poscia ad uno ad uno rapidissimamente li facevo tutti girare, avendo cura di così avvicendarne il turno che insieme componessero il suono d'una vera melodia leggiadra. La cantilena che intercalavo più sovente nel mio artificio era quella nostra:

Kuan-tsin-tsi-Kuan

del _Libro de' versi_, nobile tanto. Pure al pubblico molto non garbava, e se volevo finire il mio esperimento in mezzo ai più entusiastici applausi, dovevo ritornar sempre ad una volgarissima canzone spagnuola: la _jotta aragonese_.

Alle volte, invece del _mu-to_, erano cinque palle di spingarda che scattavano dalle mie mani come uno zampillo di fonte, mentre con una sfera di piombo assai grave, attaccata per mezzo d'un gancio alla mia tenacissima coda, descrivevo nel vuoto, dondolando placidamente la testa, un moto rotatorio orizzontale come un'immensa aureola che tagliava nelle sue intermittenze, il giro delle cinque palle, esattissimamente, senza mai trovare un inciampo. Più ancora che la precisione dei miei movimenti pareva al pubblico, la di cui maggioranza era composta di teste calve, meravigliosa la robustezza della mia chioma che roteava con tanta facilità un peso già forte da sollevarsi colle mani.

Intanto la mia celebrità s'aumentava di giorno in giorno e sui cartelloni del _Circo Wood_ si leggeva scritto in lettere rosse, d'un cubito l'una, il nome di _Yao_ che adescava la folla.

L'uomo s'acconcia presto alla propria gloria da qualunque parte essa gli venga, ed io mi stimavo già lieto d'essere lo scopo di tanta curiosità, il centro di tanti sguardi, la causa di tanta meraviglia e di tanto diletto.

Mi confortavo nella massima di Mencio che dice: "_weï-kueï_", massima che un latino plagiò quando scrisse: "_populus est prae omnibus mobilis_". Mi confortavo anche ripensando a ciò che Confucio racconta dei savi dell'antichità, "i quali mettevano la loro gioia nella gioia del popolo", e non disperavo di far apprezzare un dì o l'altro ai miei spettatori la cantilena

Kuan-tsin-tsi-Kuan

del _Libro dei versi_, dignitosa tanto.

Applicavo la matematica alla ginnastica.

Analizzavo la forza di ripercussione d'un'asse inclinata, calcolavo il peso del mio corpo, stabilivo tre punti, come a dire tre angoli d'un triangolo ottuso colla base rovesciata. Spiccavo un salto dal primo angolo, cadevo sul secondo ch'era l'estremità elastica dell'asse, da dove rimbalzavo sul terzo, a 15 o a 20 palmi di distanza, giusta il calcolo fatto. Sotto il mio corpo, per tutto lo spazio del salto, facevo disporre molte lancie acutissime, sulle quali sorridendo trasvolavo. Il salto pareva prodigioso al pubblico, che attribuiva alla mia robustezza ed al mio ardimento ciò che era il risultato infallibile d'una legge d'angoli riflessi e di forze ripercosse.

Io avevo a quel tempo venti anni. Ramàr, snellissimo sempre benché ingrandito nel corpo, era un satellite de' miei trionfi. Egli contava forse allora dieciott'anni. Molti celebri esercizi eseguivamo insieme. Uno fra questi era il _giuoco delle freccie_. E consiste, come già sai, nel lanciare molti strali lungo il contorno d'una persona addossata ad un tavolato, in modo che sul tavolato restino confitti, senza ferire il corpo offerto a bersaglio.

Ramàr, colle braccia e colle gambe nude, e stretto le anche e il torso in una maglia olivastra come la sua pelle, attendeva i miei colpi a 15 passi di distanza. Durante tutto l'esperimento quelle sue membra, sempre oscillanti, s'intirizzivano come davanti ad un gelo de' miei occhi. Ci leggevamo nelle pupille: egli prevedeva sempre il luogo dove io stavo per ferire, e la stessa fermezza appariva nel suo atteggiamento come nella mia mira. Io disegnavo a punta di stile sull'assito ov'egli stava le linee del suo corpo elegante collo stesso paziente affetto col quale un dipintore ritrae l'immagine d'una persona amata.

Quando ogni contorno era marcato e Ramàr era ingombro di freccia sulla testa, ai piedi, al collo, sotto le ascelle, fra le dita, lungo ogni parte del suo corpo, egli si staccava gaiamente dal tavolato e partivamo insieme in mezzo ad un fragore d'applausi. Io dividevo con Ramàr volentieri le acclamazioni del pubblico, le quali del resto venivano a me più che a lui. Ma se su d'esso si riverberava la mia gloria, io sentivo nella vicinanza della sua persona un non so quale contatto di grazia e di formosità che nobilitava me a me stesso. Avevo sentito parlare di un _re degli zingari_ che doveva essere eletto in quell'epoca, e pensavo che Ramàr avrebbe saputo essere quel re, giacché nessuno più di lui poteva mostrarsi in pari tempo più zingaresco e più regale.

Ma un dì giunse persona nel nostro circo (fu il giorno del solstizio d'estate, quarantatrè anni or sono) che staccò a poco a poco il bel Ramàr dalla mia gloria ed alla sua lo attirò. Questa persona fu una donna, una giovanetta andalusa, danzatrice, già attesa in mezzo a noi da molto tempo.

Questa giovinetta aveva una vaga età: sedici anni; e un bel nome: Ambra, ed essa era più bella de' suoi anni e più vaga del suo nome. Appena apparve danzando, trionfò. Savio Meng-pen, chi non vide la donna europea, non conobbe la vera bellezza, e tu sei fra questi. Tu che ammiri pudicamente delle nostre dame i minutissimi piedi, tenui triangoli sui quali esse appena si reggono, sappi che l'andalusa aveva le piante minute così essa pure, ma per gentilezza della natura, non per arte crudele d'una nutrice. Ed erano liscie e soavi, un levigato avorio dall'amore stesso miniato, le dita che succedevansi con ordine armonioso di gerarchia dal robusto pollice al mignolo tenerello, morendo in curva d'ala; e come la lodola sui vanni picciolissimi altissima vola, così sui picciolissimi piedi Ambra volava. Era suo capriccio il tenerli nudi quando volteggiava sul dorso, pur nudo, del suo nero puledro. Un lungo pezzo di raso or cinereo, or ceruleo, or fosco le avviluppava le spalle, i lombi, le ginocchia fino ad una spanna dal malleolo; lì, perché la strettissima gonna non isvolazzasse, una fascia annodata la raccoglieva. Tutto quel raso scintillante aderiva alle forme d'Ambra come una di quelle foglie di lucido talco colle quali sono avvolte le nostre confetture di miele e d'aromati. Uno spiraglio di nudità scendeva dalla gola a mezzo il seno. Il suo volto pareva una fusione di pallido argento e la chioma d'oro fulvo sparsa in una miriade di trecce sottili, massiccie e sferzanti l'aria; gli occhi essa aveva di crisopazio, te lo affermo, o Meng-pen, di ametista viola, proprio viola (non sorridere a ciò che scrivo), ed erano dolci e cupi. Occhi come come quelli non vedrò mai più sulla terra. La bocca, perennemente chiusa, pareva non doversi aprire che al bacio e custodiva perle. L'uomo che su quella bocca divina posò una volta le labbra, dovette poi, se più non l'ebbe, per tutta la vita esser casto.

La stupenda fanciulla, forse per amor del suo nome, non s'adornava che di vezzi d'ambra. Come al raggio del sole si schiudono le conchiglie sulla spiaggia del mare, quando Ambra passava nel circo, le labbra degli uomini si schiudevano ammirando.

Fu questa la donna che mi rapì la dolce fratellanza di Ramàr.

Un giorno vidi sui programmi del circo il mio nome scritto, come sempre, in grandissimi caratteri; ma senza il nome di Ramàr, che da tanti anni teneva il suo posto immediatamente sotto il mio con lettere meno appariscenti, e lessi invece, più discosto, tre parole di lucid'oro collegate in una sola linea così:

AMBRA E RAMAR

Non t'accadde mai d'udir favellare i caratteri? Per me quei due nomi risplendevano non solo, risuonavano anche. Il mio orecchio percepiva fonicamente ciò che il mio occhio abbagliato leggeva. E andavo ripetendo: _Ambra e Ramàr!_ Quell'"e" situato in mezzo ai due nomi sonava maligno e pareva più che una congiunzione grammaticale. Per una stranezza tipografica quell'"e" splendeva singolarmente, quasi fosse fra le cinque lettere d'_Ambra_ e le cinque di _Ramàr_ un centro luminoso, un punto focale di convergenze e di raggi.

Quanta affinità fra i due nomi! cinque cifre nell'uno, cinque nell'altro, bisillabi ambidue, e nell'uno e nell'altro una sola vocale, la più pura, la più umana, dominante e due volte ripercossa. Oh! come dolcemente preludiava quella vocale e cadenzava il nome d'_Ambra_! Con arte parimenti perfetta la più romoreggiante fra le consonanti vibrava al principio ed alla fine del nome di _Ramàr_. Una indistinta femminea soavità emanava dal primo, tutta la baldezza virile irrompea nel secondo; eppur l'uno parea composto coll'armonia dell'altro. Già i due nomi s'amavano nei loro bei caratteri d'oro. E il nome di _Yao_, tutto solo, se ne stava quasi reietto nella sua gloria.

_Yao_ e _Ramàr_ simboleggiavano parecchie profonde antitesi: il calcolo e l'intuizione, l'esattezza e l'audacia, la pazienza e l'impeto, la scienza e l'arte. _Ambra e Ramàr_ una più profonda sintesi più sublimemente stavano per simboleggiare: _la Bellezza e la Forza nell'armonia dell'Amore_.

E due vere figure da simbolo parevano quando sui loro bruni corsieri entravano nell'arena avvinti in un plastico allacciamento. I cavalli, alteri del loro carco, incedevano con lenta violenza incurvando il collo e le zampe anteriori come archi tesi fino all'estremo. Il pugno possente di Ramàr tendeva colle briglie quegli archi pronti a scattare. A un tratto le briglie cadevano e i cavalli volavano scagliati nella rotazione della corsa, colle membra leggiere, distese, eleganti, furibonde, sfrenate, e incominciava il poema d'Ambra e Ramàr, poema più chimerico d'un sogno, pieno di emozioni terribili e vaghe. Io lo miravo dal di fuori dello steccato, confuso nella folla dei palafrenieri e dei _clowns_.

Quel poema principiava come una fuga e finiva come un trionfo.

Nei primi aggruppamenti lo zingaro e l'andalusa spiravano tanta ansietà d'orrore che parevano evasi dall'antro d'un drago. I nodi dello spavento avviticchiavano quei corpi e quelle anime. Lo zingaro guidava la fuga inginocchiato col ginocchio sinistro sul dorso del suo cavallo, premeva col piede la groppa dell'altro. L'andalusa si aggrappava al collo dell'ansimante Ramàr. I due puledri, lanciati a briglia sciolta, alternavano i loro valchi come due onde d'uragano; le loro brune criniere sferzavano il volto d'Ambra, più pallido di un'agonia, spume tenebrose; ed il plastico gruppo era ad un tempo equestre ed equoreo.

Io m'immaginavo, tanto il terrore tragico m'invadeva, di seguire coll'occhio non già una finzione mimica ricirculante intorno allo stesso cerchio, ma una vera fuga attraverso una distesa di terreni spaventosi. Ed erano deserti immensurabili percorsi in un baleno dai due fuggiaschi, o precipizi varcati miracolosamente, o boschi fantasmati dal raggio della luna, irti di mandragore e di serpi. Ma a poco a poco Ambra si ridestava alla vita, al sorriso, e già nei due vaghi erranti l'abbracciamento della paura mutavasi, per la sola trasfigurazione dei volti, in abbracciamento d'amore. Ed allora anche il fondo immaginario del quadro si trasformava, e vedevo una plenitudine di paesaggi aerei disciolti in un'iride immensa. Il rapido gruppo spiccava in nero or sulla zona d'oro, or sulla verde, or sulla rosea dell'iride, come un'ombra chinese del cielo, sfilante di plaga in plaga. E l'iride apriva lentamente il suo arco, simile ad un colossale ventaglio. Questa immagine dell'iride pigliava certamente le sue cause dalla forma circolare dell'anfiteatro e dalle sue conseguenze prospettiche e dalle magiche irradiazioni del tramonto, e dallo scintillare della sabbia scossa sotto le zampe dei corsieri, e dalla vertiginosa rapidità della corsa e dal fluttuar della folla che or allargava or ristringeva lo spazio davanti ai miei sguardi, ma più ancora dalla stessa equestre visione che nel suo volo e nel suo aspetto portava un non so che di meteorico.

Quando, verso il fine, la fuga diventava apoteosi, Ambra e Ramàr ad ogni giro mutavano aggruppamento. Le pose che essi, inebbriati, trovavano, non sono paragonabili a scultura terrena, e in verità mi pareva che un nuovo Zodiaco si svolgesse davanti ai miei occhi con istrana e sublime novità di segni. Ambra e Ramàr erano invasi da una vera ispirazione delle membra. Spesse volte Ambra gettava al collo del suo puledro un velo bianco ed alle sue estremità s'aggrappava, e tale in quel momento era il furor della corsa, che il leggerissimo corpo dell'andalusa rimaneva sospeso d'attimo in attimo, come uno di quei cervi volanti che i nostri avi trascinavano in battaglia per incantare i nemici. Le pose dell'andalusa e dello zingaro per effetto della rotazione incessante pendevano fuori di piombo e da ciò ne veniva un'impressione di slancio meravigliosa. Le zampe del corsiero di Ambra non battevano più la sabbia, ma attratte da una violentissima forza centrifuga, scalpitavano sul parapetto stesso dell'arena con un fragor di tempesta, mentre il corpo della fanciulla, tutto convergente verso il centro, disegnava una linea obliqua, inclinata sull'orizzonte, vaga ipotenusa.

Ad ogni giro, quando Ambra e Ramàr, avvinti nelle loro pose, passavano vicino a me, mi sentivo combattuto da due moti contrari, da un fascino e da un terrore; volevo torcere gli sguardi per non veder quei corpi e li figgevo con maggior forza in essi; e in quell'estrema vicinanza mi pareva che gli otto ferri dei cavalli scalpitanti battessero tutti sul petto mio; poi, quando s'allontanavano, respiravo più liberamente. Spesso m'univo ai clamori entusiasti del pubblico o anche li biasimavo, perché non ti nascondo che gli atteggiamenti dell'andalusa, pur idealissimi, facevano salire al mio volto di quando in quando il sangue del pudore ferito.

A giorni, cotanta interna confusione mi turbava che desideravo gettarmi sotto i corsieri accorrenti. Inorridivo con orror di fratello all'idea che le due belle creature cadessero; e altre volte (vedi contraddizione), come si coglie un malfattore all'agguato, coglievo il mio pensiero spiante l'attimo della caduta.

Un giorno caddero. L'urlo della folla fu tragico e tragico il silenzio che lo seguì. Io avevo presentito la catastrofe e l'aspettavo. Vedevo chiaramente che quei due si perdevano. L'abbraccio era troppo intenso e l'animo dell'uno e dell'altra troppo errante sulle pupille. Il circo, i cavalli, il pubblico, il mondo, la vita, la morte, tutto essi parevano obbliare pei loro voli. Uno dei cavalli, indovinando l'obblio, rallentò d'un attimo la ferocità della corsa e si staccò dall'altro. Sotto Ambra e Ramàr s'aperse una voragine: precipitarono annodati alle briglie in mezzo al furiar degli scalpitii. Quando poteronsi arrestare i cavalli, Ramàr tentò sollevarsi da terra, ma ricadde tosto tramortito; Ambra stette immobile e distesa come una morta.

La rappresentazione fu interrotta; si trasportarono i due svenuti all'ambulanza del circo. Parecchi medici accorsero dalle loggie del pubblico per soccorrere Ambra e Ramàr. Molti giovani ammiratori della bella andalusa affollavano l'ambulanza e chiedevano con elegante zelo il verdetto dei medici.

Dentro e fuor della sala era un favellio sommesso, un timido agitarsi di pedate: William Wood, pallido, s'affaccendava colle più cortesi supplicazioni a diradar la calca.

Mezz'ora dopo, accanto ai due letti rimanevo io con William Wood e con tre medici, compreso il medico di guardia.

Né Ambra, né Ramàr non avevano ricuperato i sensi. Il fiero urto cerebrale si manifestava in Ramàr colle forme del delirio, in Ambra, assai più gravemente, colle apparenze della catalessi. Ramàr sanguinava, Ambra no. Un rigagnolo rosseggiante scorreva dalla fronte dello zingaro, si stagnava un poco sulle sue labbra, poi discendeva sul petto, e quel corpo immobile d'un color di bronzo, stillante sangue, rendeva immagine di statua ferita. Col pugno destro lo zingaro serrava tenacemente l'amuleto d'oro che gli pendea dal collo fin dagli anni più teneri. La ferita salvava Ramàr alleggerendo col sangue scorrente la congestione del cerebro.

Sul corpo d'Ambra né contusione, né scalfitura: immacolato ma spento. La bella donna nel suo sereno aspetto pareva aver preferito entrar nella morte conservando intatta la bellezza sua, anziché sopportare la vita collo sfregio d'una cicatrice.

Mentre i medici deliberavano intorno al letto d'Ambra, io me ne stavo accanto all'amico, tutto chino a rassodare le bende, a tergere il sangue della sua fronte piagata, e appena il ghiaccio si liquefaceva sul bollente capo, m'affrettavo a ricollocarne dell'altro con quella attenta pazienza per cui vanno decantati i popoli della nostra razza.

Quando gli ripigliava il delirio, io mi mettevo in disparte; non volevo arrischiare di sorprendere qualche sua segreta idea nei vaneggiamenti suoi e volgevo gli occhi dalla parte d'Ambra.

Quasi nuda giaceva la tramortita fanciulla sotto le mani dei medici. La catalepsi aveva resistito ad una forte applicazione di corrente elettrica; gli strofinamenti coi lini caldi avevano valso a rianimare la circolazione del sangue, non a sgombrare la stupefazione cerebrale. Era urgente un più efficace soccorso. Vidi il medico di guardia avvicinarsi al braccio d'Ambra con una lama piccola e lucidissima. Quello stesso ribrezzo fisico che ci coglie alla vista di un'unghia che striscia su d'un pezzo di raso, mi fece torcere gli occhi per non vedere più avanti.

Ritornai pian piano alla destra del capezzale di Ramàr, lungo il muro. I medici dall'altro lato s'agitavano nella stretta che divideva i due letti e occultavano colle loro spalle, a me seduto, la fanciulla. La luce del giorno s'era tutta spenta. William Wood sollevava una lampada accesa sul letto d'Ambra. Io quietavo le mie pupille su Ramàr dormente. Nessuno più si curava dello zingaro. Il suo braccio sinistro, là dove era tatuato, trascolorava a seconda dell'allentare o dell'incrudelir della febbre come il marchio dei cavalli arabi di purissimo sangue. Se rinnovavo spesso le bende ghiacciate sulla fronte dell'amico mio, il suo sopore diventava più calmo, il tremito febbrile cessava e la cicatrice del braccio, in cui si leggeva il suo nome, illividiva. Se permettevo invece che la _compressa_ si riscaldasse sul suo capo, il tatuaggio assumeva poco a poco una tinta pavonazza e il delirio ripigliava il suo corso. Io potevo dunque a mio capriccio temperare o sconvolgere quella organizzazione così squisitamente impressionabile. I miei pensieri si rivolgevano a Ramàr spinti da tenerezza verace.

--O buon Ramàr,--pensavo--, sarebbe stato assai meglio che quella fanciulla, non ti fosse apparsa mai, perché ora tu non saresti qui, tremebondo, col cranio spaccato. Yao solo sapeva stornare i pericoli dalla tua testa, il suo occhio vigilava su te, cauto ed acuto, la vertigine non ti coglieva guardandolo, e quando insieme al tuo vecchio amico ti dondolavi nell'aria, sospeso ai cordami del circo, eri più sicuro che in una culla.

I miei pensieri erano accompagnati da un picchio uniforme come d'una grossa goccia cadente, ad ogni minuto secondo, in una vasca metallica colla regolarità d'un oriolo ad acqua.

Già la mia mente incominciava ad essere distratta dalle cose esterne, quando udii queste frasi staccate proferite da diverse labbra:

--Tentativi inutili!

--Sostengo che il deliquio era vinto...

--Ora si tratta stagnare il dissanguamento.

--Avrei bisogno d'una mano paziente e ferma.