Novelle e riviste drammatiche

Chapter 6

Chapter 63,765 wordsPublic domain

Dopo il momento ch'io rimasi rattrappito nel più profondo della stiva, sulla soglia tragica che ti scrissi, con due violenti fulgori sul volto, la luce della lanterna e lo sguardo del _gin-mù_, la mia rimembranza s'estingue. Mi ritrovo poi immobile, placido, imperterrito a cavalcioni della più eccelsa antenna d'artimone, dominante il mare. Come io fossi saltato sulla tolda e arrampicato sull'albero maestro, non lo rammento. Ma so che il piccolo Yao, che prima se ne stava accovacciato fra le tenebre, non era più quello stesso che s'ergeva librato fra le sartie della nave, col sole nelle pupille e colla fronte al vento. La mia mente pareva essersi sollevata col mio corpo fra quelle libere altezze, sentivo trabalzar il mio cuore con rapidi e fierissimi slanci, come se la sferzata di quel manigoldo avesse mosso nel mio petto un meraviglioso palèo. Il senso della dignità offesa è più delicato e più puro nel fanciullo che nell'uomo, perché in quello il risentimento è più ingenuo e lo sdegno prodotto dalle tracotanze umane più nuovo. Aggiungi a ciò che fin dalla tenerissima infanzia ebbi la coscienza di possedere un sentimento di giustizia irresistibile, sentimento che m'accompagnò per tutta la vita.

La giustizia apparve sempre nel mio pensiero esatta, evidente come una verità tutta fisica. Quando nella mia età matura incominciai a studiare le matematiche, un diritto leso ripugnò alla mia coscienza nello stesso modo che un calcolo errato al mio intelletto.

Riabilitare il diritto o correggere il calcolo, era per me tutt'uno e mi trovavo formidabilmente spinto verso le vendette da un chiaro e calmo principio scientifico. Attacco e difesa, azione, reazione, angolo percosso, angolo riflesso, identici assiomi che dimostravano lo stesso vero sotto vari aspetti. Il dubbio, il mistero, tutto ciò che è vago e indefinito, fu sempre contrario all'indole mia; non ho mai potuto sopportare a lungo un aspetto, un problema insoluto, una menzogna; s'agita in me un vasto bisogno di constatazione. Ho sempre odiato le tenebre e le fantasie dei romanzi; ho avuto sempre paura dell'ignoto, del noto mai. Ecco perché spiante nell'ombra allo spiraglio della stiva, intravvedendo la bieca fantasmagoria di martirii che ti accennai, tremavo; quello era l'ignoto. Ecco perché la sferzata precisa ed evidente del _pastore d'uomini_ mi aveva ridonata la calma e colla calma la forza.

Placido sull'antenna, pensavo; pensavo che quella mia discesa nella stiva era stata giusta e saggia, perché ne avevo dedotto la certezza che quel _gin-mù_ ingannava mia madre. Il carico di schiavi l'avevo visto co' miei occhi; nessun'altra mercanzia apparve né sotto né sopra il ponte. Sentivo d'essere caduto in potere di un feroce nemico, e fanciulletto e solo, provavo il bisogno di difendermi, di armarmi, di conquistare le nobili forze del corpo e della mente, tanto più che difendendomi mi pareva di vendicare mia madre. Sotto i miei piedi penzolanti nel vuoto vedevo l'equipaggio della nave muoversi, affaccendarsi; tutta quella folla mi sembrava ostile. Compivo in quel giorno undici anni; mi rammento di aver fatto questo computo.--Undici anni!--pensai con orgoglio, e levando il mio berretto marinaresco dal capo, mormorai gravemente come compiendo un voto sacro:--Sii tu il mio _Kuan_, il mio berretto di virilità; sono uomo!--E mi ricoprii fieramente la testa. Anticipavo così di nove anni la tradizionale imposizione del _Kuan_ e m'ero consacrato uomo da me stesso.

La luna spuntava sull'orizzonte e l'aura del giorno non era ancora scomparsa. Io rimanevo sulla mia antenna, immerso nelle brezze marine co' miei pensieri. A un tratto, nel torcere gli occhi in giù, vidi un non so che di bruno che s'arrampicava sull'albero maestro con maggior sveltezza e rapidità che una scimmia. Un attimo dopo riconobbi un fanciullo bizzarrissimo nel volto e nelle movenze, il quale cavalcava già l'antenna accanto a me.

Appena ch'egli ebbe inforcata l'antenna di fronte a me, quel fanciullo ed io ci guatammo come due esseri di razza contraria che si vedono per la prima volta; attoniti, serii, faccia a faccia e muti.

Per un istinto tutto bambinesco di vanità e di difesa misurai collo sguardo le nostre due stature. Le punte de' suoi piedi, penzolanti nel vuoto, giungevano al malleolo de' miei ed i suoi occhi non arrivavano al mio mento. Arguii, dunque, con tacita compiacenza, che sul suolo io sarei stato d'un palmo e mezzo più grande del mio aereo compagno. Il suo corpicino snellissimo s'agitava tutto senza posa, come uno di que' vibrioni d'acqua che vivono in una oscillazione perenne, e la mobilità del suo volto era anche più rapida che quella delle sue membra. Le sue chiome apparivano più nere e più lucide di questo inchiostro col quale scrivo, e prolisse e pendenti e attortigliate come le corde che sopravvanzano dalla testa delle nostre citàre. Di quei capelli foltissimi nessuna parte era rasa; il vento li scuoteva dolcemente di qua e di là, come una pianta di zonarie marine dondolante nell'onda. La sua pelle aveva il colore dell'oliva acerba e sotto i pori sembrava gli traspirasse anche l'untume dolce di quel frutto. Quella testina livida e ardente pareva impregnata d'un balsamo oleoso; il mio sguardo scivolava su di essa senza potersi arrestare a nessun punto, tanta era la instabilità del fanciullo. Fra un guizzo e l'altro del suo volto, lo potei mirare negli occhi, neri così che mettevano raggi come due carboni elettrici, raggi intermittenti ed acuti. Tutto quel corpo era un magnete. Si pensava, a vederlo, che una elettricità più che un'anima lo vivificava. Benché io, giovanetto, a quell'epoca non conoscessi ancora le leggi di certi fenomeni fisici, presentivo che se avessi avvicinato un mio dito alla fronte di quel fanciullo, ne sarebbe scaturita una scintilla. Non credevo allora, come non credo oggi, alle cose soprannaturali; pure una strana inquietudine m'agitava accanto a quella bizzarra creatura d'aspetto fantastico. Oltre gli occhi, altri due punti su quella figura brillavano: i denti fulgidissimi e una piccola moneta d'oro che gli penzolava sul petto nudo. Vestiva una zimarra bruna e sdruscita e squarciata in mille modi e ridevolmente amplia che, sbattuta dal vento, gli svolazzava d'intorno, spandendo al cielo un'allegria di brandelli scossi.

A un tratto egli scoppiò in una sonora risata e con intensa curiosità indicò la mia coda, che fin da quegli anni avevo bellissima, e che dalla sommità del cocuzzolo sfuggendo di sotto al berretto, pendeva lunga lunga e solenne.

Io, a quello scroscio di risa, rimasi muto, immobile e un poco offeso.

L'altro allora incominciò a parlarmi un idioma armonico e strano che non avevo inteso mai; il suo accento terminava come interrogandomi. Quella voce mi penetrava nell'udito così soave che il mio sdegno nascente scomparve e fece luogo a un moto primo di simpatia.

Le cose ch'egli mi chiedeva pensai che dovessero essere, senza dubbio, argomenti di affettuosa inchiesta. Mi immaginai ch'egli mi domandasse, non so perché, di mia madre. E fermo in questa supposizione, risposi con tutta semplicità nel mio linguaggio:--Mia madre è una povera _Kùa_! (vedova).

A quelle parole il fanciullo fu colto da una frenetica ilarità. Strillò sghignazzando:--Ah! _Kùa! Kùa! Kùa!_ Ah! _Kùa! Kùa!_--capitombolando sull'antenna più svelto d'una girandola. Poi fra le vociferazioni e le risate si lasciò piombare colla testa all'ingiù, si abbrancò ad una fune, e scivolò così capovolto fin sul ponte, più ratto di una pietra e più leggiero d'una piuma; e scomparve.

Io rimasi ancora sull'antenna, sorpreso, meditabondo. L'apparizione di quel fanciullo, là sulle alture dell'albero maestro, fra il cielo ed il mare, mi aveva scosso, né arrivavo a immaginarmi da dove poteva essere sbucata quella pazza creatura che non avevo veduta mai prima d'allora sul vascello.

Intanto il vascello correva gagliardo, la vela sotto di me si gonfiava maestosamente piena d'aria. S'era fatto notte. Lungo il mio corpo vidi repente scorrere un lume che si fermò alla cima dell'albero; era la lanterna del bastimento. Il rintocco d'una campana annunciò la cena della ciurma e discesi sul ponte.

Diletto Meng-pen, l'occhio tuo diligentissimo ha seguito fin qui i preliminari del mio racconto, troppo, forse, lentamente svolti dalla mia penna. Perdona all'involontaria prolissità d'un vecchio che ritorna col pensiero sui più giovani anni della sua vita. Mille particolari del passato si presentano alla mia mente che li coglie come se ti favellassi, e dimentico che scrivo e che tu leggi accanto a me le diffuse parole che vado delineando. Ma di questa prolissità minuziosa esiste (lo temo e lo sento confusamente), esiste anche una causa volontaria in parte.

Questa causa sta nel ribrezzo che provo d'avvicinarmi a quella stessa catastrofe la di cui narrazione è lo scopo di questo racconto. Mentre mi soffermo qua e là nello scrivere, osservando e dissertando allontano dalla mia penna e dal mio pensiero l'incontro dell'ultimo avvenimento verso cui fatalmente s'avvia questa mia storia. E appunto nella esposizione di quella catastrofe, più assai che altrove, mi converrà adoperare tutta l'arte della più minuta e scrupolosa analisi.

Ma il tuo volto atteggiato ad espressione di nobile pazienza mi conforta a ripigliare il mio tema.

Dopo ch'io m'imbattei sull'antenna con quel fanciullo bizzarro che ti descrissi, non passò ora che non fossimo insieme. Egli, nei dì anteriori era stato rinchiuso dal suo padrone in una cabina del bastimento per castigo di non so più quale colpa.

Ecco perché non l'avevo mai scontrato sul ponte nei primi giorni della navigazione. Quel fanciullo esprimeva colle riflessioni della fisionomia, colla vivacità dei gesti e col modular dell'accento tutto ciò che, in sulle prime, il suo barbarico gergo aveva d'incompreso per me. Egli parlava un misto di latino e d'orientale, e la sua nazionalità era ibrida più che il suo idioma. Apparteneva a una schiatta di popoli errabondi, senza patria e senza nome, o, per dir meglio, di più patrie e di più nomi. Sul ponte egli esilarava la ciurma che si componeva di marinai di vari paesi; alcuni lo chiamavano, sorridendo, _Tartaro_, altri _Pharaòhnepek_; gli americani lo battezzavano per _indiano nero_, _Hind-Kales_; gli olandesi lo qualificavano _Heidene_ (idolatra); parecchi gli dicevano sorridendo _gypsi_, parecchi altri _gitano_ o _zingaro_.

A tutti questi appellativi diversi egli rispondeva indifferentemente. Ma quando alcuno lo richiedeva del suo vero nome indicante la sua propria personalità, il piccolo _zingaro_ denudava il suo braccio sinistro e con un gesto grazioso e solenne poneva l'indice della mano destra su d'un tatuaggio che ornava la gagliarda curva del suo bicipite, e pronunciava la parola _Ramàr_, secca, sonora come due colpi di tamburo. Ramàr ed io diventammo amici prestissimo. Io capivo i suoi gesti, egli arrivò in poco tempo a intendere le mie parole. Gl'insegnavo la lingua chinese con un sistema assai semplice. Mettevo, per esempio, la mano al posto del cuore e articolavo la parola _sin_ (cuore), ch'egli ripeteva ridendo; oppure allungavo le palme e dicevo _tsci_, oppure additavo l'azzurro e dicevo _lì_ (cielo). Questi ammaestramenti pareva lo dilettassero assai, perché sghignazzava ad ogni urto un poco aspro di consonanti come d'un effetto fonico ridevolissimo. La sua sfrenata gaiezza, ch'ei non sapeva contenere neanche in presenza delle cose più serie, mi era qualche volta uggiosa, forse perché contrastava fin d'allora coll'indole mia. L'instabilità di Ramàr m'indispettiva anche un poco e l'impeto delle sue parole, delle sue azioni e de' suoi sguardi. Ramàr sconcertava la mia individualità nascente, e questa era senza dubbio la causa dell'uggia. Io, là, solo, senza soccorsi, migrante su d'un vascello che viaggiava per un paese a me ignoto; io disamato da tutti, disarmato contro tutti, stavo appunto in quei giorni raccogliendo i miei istinti per cingermi di forza e di difesa. S'operava entro me un lavorio morale simile in tutto a quello del baco da seta che fila il robusto suo bozzolo, ed ecco che quello _zingaro_ spensierato, irriverente, leggiadro, confondeva l'opera mia.

Non mi perdonavo il fascino di curiosità ch'egli m'imponeva e dal quale non potevo sciogliermi.

Ricorrevo spesso alla lettura di Confucio per rassodarmi nelle mie aspirazioni, intuivo più che non capissi letteralmente le profonde massime dell'_Invariabilità nel centro_; l'anima di quel libro passava nella mia, quasi attratta da un elemento omogeneo. Dopo quelle letture sentivo la coscienza della mia superiorità e contemplavo Ramàr con affettuoso disprezzo. Quel povero fanciullo ignorava perfino il vero senso dei nomi di _madre_ e di _padre_. Un giorno che io gli chiesi chi era suo padre, Ramàr mi mostrò un signore gigantesco, coi capelli rossi, cogli occhi celesti, un americano del Nord puro sangue, che passeggiava sul ponte. Compresi che Ramàr confondeva il nome di _padre_ con quello _padrone_. Fin che fui sul vascello non potei raccapezzare nessun altro dato intorno alla condizione sociale del mio piccolo amico.

Quando io gli domandavo:--sai leggere? sai scrivere?--o qualche altra consimile domanda, egli mi rispondeva invariabilmente con uno stranissimo accento di convinzione:--Io so volare.

La stagione, che era piuttosto fredda al principio del viaggio, andava mano mano temperandosi. Mi pareva di essere balzato dall'autunno alla primavera. Ripensavo alle lune che avevano brillato sul mare durante la nostra navigazione e non riuscivo a computarne più di tre. Secondo i miei calcoli, dovevamo esser vicini al solstizio d'inverno, e il caldo aumentava. Questo fenomeno atmosferico m'inspirava meraviglia e turbamento. Tutto era enigmatico intorno a me, il vascello in cui viaggiavo, il _gin-mù_ che lo guidava, il piccolo Ramàr, e l'aria stessa che respiravo e la meta verso cui ero rivolto. Il mio istinto di esattezza s'angosciava in mezzo tutta questa incertezza strana che componeva la mia vita, e mi ribellavo contro il mare, contro l'aria, contro gli uomini, tacitamente, ma con un gran tumulto di pensieri. Nessuno mi parlava tranne Ramàr, il quale pareva abbandonarsi spensierato su tutto ciò che gli sembrava ignoto o misterioso. Io avevo un solenne disdegno d'interrogare gli altri su tutte le cose gravi che non capivo; volevo indagare, indurre, dedurre, scoprire tutto da me. Questo sistema era senza dubbio il più dignitoso per non intender nulla, ma non il più spiccio per arrivare al fondo degli arcani che mi agitavano.

Pure sentivo che quella vita di mare non poteva essere che passeggiera per me, e benché mi rammentassi quelle parole di mia madre:--_Diventerai un grande navigatore_,--pensavo che l'arte marinaresca non sarebbe stata il mio destino, dacché nessuno s'occupava ad istruirmi in quella, né il _gin-mù_ esigeva da me fatica di sorta sul vascello, e da ciò mi risultava ancora più evidente l'inganno in cui doveva esser caduta la madre. La madre! ed allora mille incertezze assai più crudeli mi assalivano e pensavo:--Quella affettuosa donna mi allontanò dalle sue braccia per causa della carestia che infieriva; mi salvò così dalla fame; diede il suo oro per salvarmi, quel poco d'oro che essa aveva raccolto con tanto sacrificio di lavoro e di astinenze: il pericolo dunque doveva essere estremo, la necessità ineluttabile. Dunque, se mia madre sofferse ch'io mi distaccassi da lei, è segno che vivere in due non si poteva; fuggire in due, neanche; ma essa?--E mi si parava davanti alla memoria, terribile, il granaio deserto e quegli ultimi _ping_ di riso misurati dalla povera donna piangente. Una deduzione orrenda sorgeva sempre alla fine di questi pensieri. Allora, per isfuggire dallo sguardo degli uomini, salivo al mio rifugio, l'albero maestro, e mi sedevo non più sull'antenna, bensì sulla cima stessa dell'immenso pino, come un augello che più sale volando e più si salva. Quando l'angoscia persisteva, quando quella immersione nell'azzurro non bastava a calmarmi, afferravo colle mani la punta dell'albero e mi abbandonavo con tutto il corpo penzolante a seconda del vento e rimanevo così finché le forze me lo permettevano. Quella stiracchiatura di muscoli violenta distraeva l'ansia del pensiero.

Spesso Ramàr, che mi vedeva dal ponte e che credeva ch'io facessi per giocare, mi raggiungeva. Allora s'incominciava una sequela di evoluzioni ginnastiche stranissime, portentose, egli ridente, io piangente quasi ed in preda ad una specie d'esasperazione nervosa. Ciò che mi affascinava in quelle evoluzioni altissime e pazze era l'imminenza del pericolo. I marinai sul ponte ci ammiravano beffandoci. Un giorno m'accadde di compiere una prodezza che mi valse, per così dire, il loro rispetto.

Quel giorno io me stavo accovacciato presso la bussola, studiando le oscillazioni dell'ago magnetico, quando mi scosse un gaio vociar della ciurma. Mi avvicinai ad un crocchio di mozzi; costoro guardavano in alto qualcosa che destava la loro curiosità. Era uno di quegli uccelli gialli di montagna che noi chiamiamo _mièn-man_, smarrito non so come nei deserti del mare; s'era posato sull'albero di prora, stanco, sfinito, immobile. La ciurma proponeva un premio a chi avrebbe atterrato quell'uccello. Il _gin-mù_, a cui, in quel dì, sorrideva l'umore, permise la gara. Si caricarono i fucili, la mira appariva difficilissima per la piccolezza del _mièn-man_ e per l'altezza ove posava. Tutti tirarono e sbagliarono il loro colpo. Ad ogni fucilata il _mièn-man_ fuggiva dall'albero con ala incerta, girovagava per l'aria, poi, spossato, si riduceva sul primo appoggio. Dopo l'ultimo colpo io corsi a cercare la mia frombola che avevo portato meco, la armai d'una grossa palla di piombo e mi posi nell'atteggiamento di chi compie un calcolo mentale, fisso coll'occhio al mio bersaglio. I marinai, il _gin-mù_ e il padrone di Ramàr mi contemplavano ironicamente. Convien qui notare che il colpire colla frombola un bersaglio piccolo, alto e lontano è ardua impresa per i più esperti, giacché la parabola del proiettile varia secondo il peso e lo slancio. Pure, dopo due giri di corda, feci scattare la palla ed il _mièn-man_ cadde morto in mare. Un applauso scoppiò dalla ciurma. Io vinsi il premio, che era una moneta d'argento.

Il padrone di Ramàr mi pose la sua poderosa palma sulla spalla in segno di approvazione; poi s'allontanò sollecito col _gin-mù_ a fianco.

Il giorno dopo di quel fatto, all'alba, vidi una linea biancastra all'estremo dell'orizzonte sul mare, lontanissima, immobile. Vidi poi a poco a poco questa linea ingrossare da un lato, diminuire dall'altro. Percepii alcuni vaghi contorni di montagna. Era la terra, e quale terra? Lo ignoravo; pure m'invase una gran gioia. La terra mi rappresentava una meta qualunque e ciò mi bastava per rasserenarmi. In quella meta io costruivo già le mie speranze, i miei progetti.

Il vento ci spingeva verso la costa con una rapidità prodigiosa. Un paese incantevole s'offerse ai miei occhi verdeggiante, luminoso. Una piccola città appariva sulla spiaggia; i marinai la segnavano col dito dicendo la parola _Callao_. Poco dopo ci trovammo alla foce di un gran fiume che si chiamava Rimàc. Questi nomi risuonavano stranamente al mio orecchio. Ci mettemmo nel fiume a vele sciolte, navigando fra due spalliere di colli meravigliosi. Verso il cader del sole apparve sulla spiaggia immensa del fiume una strana città, rosseggiante come le nubi del tramonto che infocavano l'orizzonte. Le sue case parevano tinte di sangue. Era Lima. Quel paese si chiamava Perù.

Nella confusione dei marinai e dei mozzi che preparavano il vascello per lo sbarco, il _gin-mù_ mi chiamò, mi prese per mano, poi mi condusse davanti al padrone di Ramàr dicendogli:--Sir William Wood, ecco Yao.

Un'ora dopo percorrevo le contrade di Lima col piccolo Ramàr, condotti entrambi per mano del gigantesco sir Wood.

Attraversammo un largo viale costeggiato da salici e da aranci; poi ci mettemmo per una immensa piazza nel cui mezzo appariva una colonna di bronzo; su questa colonna s'ergeva una statua mirabile per la solennità del suo atteggiamento. Non potei trattenermi dal dire a Ramàr, sottovoce, accennando alla colonna:--Ventidue piedi di altezza.--Sir William che m'aveva udito, mi chiese:--Come fai a saperlo?--Io risposi:--Gli occhi sono le due punte del compasso mentale.--Poi drizzando il gesto alla statua, esclamai:--La Gloria.---Quella statua impugnava una immensa tromba e dalle fiere gote pareva che vi soffiasse dentro uno spiro possente. Dal padiglione della tuba sgorgava una cascata d'acqua perpendicolare, che si raccoglieva in una vasca, a' piedi della colonna. Io, pur camminando, non istaccavo gli occhi da quel bronzo effigiato e lo ammiravo e m'aggiravo già col pensiero nei forti sogni dell'orgoglio. Lo scroscio di quella fontana percoteva l'aria come un grido incessante di trionfo; io pensavo:--Se quella fontana non inaridisce mai, l'artefice che la ideò conobbe realmente il concetto della vera gloria.--Sentivo il bisogno di dare al mio nome il rimbombo continuo di quell'acqua. Interrogavo l'animo mio: la nuova terra che calpestavo, aveva ridestato in me quella _personalità_ che s'era un poco assopita in mezzo alla vaga immensità del mare. Il mio _individuo_ intellettuale e morale ringagliardiva tutto al contatto del suolo, come una fronda. Stringevo sotto l'ascella, gelosamente, Mencio e Confucio. Mi passava per la memoria un capitolo del _Lun-yu_, dove è scritto:--Convien por mente alla professione che si vuole abbracciare; tutta la nostra esistenza s'informerà da quella. Lo scopo dell'uomo che fa delle freccie, è di ferire gli uomini; lo scopo di quello che fabbrica delle corazze e degli scudi, è d'impedire che gli uomini siano feriti.--Questo versetto, che ricordavo, mi dimostrava come lo scopo di tutte le opere umane sia beneficamente o maleficamente fatale. Sentivo la gravità di questa sentenza piuttosto dal punto di vista filosofico che dal punto di vista umanitario. Ferire gli uomini o impedire che sieno feriti, pensavo che erano due scopi opposti, ma non concedevo a questi due scopi una grave importanza per ciò ch'essi riguardassero gli uomini, ma per ciò ch'essi mi rappresentavano due moti elementari e contrarii delle facoltà umane.

Interpretato a questo modo, il versetto di Confucio mi appariva in tutta la sua chiara maestà, ed io già mi schieravo tra i _feritori_ della parabola. Sì, ferire, cogliere nel centro con una freccia o con un'idea, una cosa o un problema, o un'occasione o un bersaglio, un astro, un cerchio, o il cuore di un _mièn-man_ o il cuore di un uomo, era per me, fin d'allora, un solo fatto fisico, un solo fatto intellettuale. Il _Centro_ (_to tschiung_): in questa parola sentivo spuntare la vocazione della mia esistenza. Ripetevo mentalmente queste parole del libro sacro:--Il giusto mezzo non è colto: il dotto lo oltrepassa, l'ignorante nol giunge. Oltrepassare il segno non è coglierlo.--Ma io lo coglierò,--soggiungevo entro me, e i miei pensieri affluivano tutti a questo ideale di giustizia e di moderazione con accanimento feroce.

Lima si avvolgeva già nella penombra della sera; io, Ramàr e sir William, dopo aver lasciato dietro le spalle la _plaza mayor_ e quattro o cinque contrade, ci trovammo in una grande spianata. In fondo a questa ergevasi un immenso edificio circolare. Sir William Wood dirigeva i nostri passi verso quell'edifizio. Io continuavo il corso delle mie meditazioni. Ignoravo perché la mia piccola mano era congiunta al pugno colossale dello strano personaggio che mi guidava, e dov'egli mi guidasse ignoravo anche, né mi degnavo di chiedergli com'egli fosse subentrato al _gin-mù_ ne' miei destini. Sentivo che il mio passo era schiavo del suo, ma l'ardita indipendenza delle mie aspirazioni mi rassicurava. Il mio piede correva ad una meta ignota, ma nell'anima mia si precisava sempre più la meta dei miei pensieri.