Novelle e ghiribizzi

Part 4

Chapter 43,868 wordsPublic domain

Quella orribile pettata[45] per altro parve loro molto faticosa, ed arrivaron lassù mezzi trafelati; ma non senza ammirare la òrrida bellezza del luogo, non senza una lieta compiacenza di aver superato in sì piccolo tempo una vetta sì ardua. Calmátosi lo stupore, si risentì l'appetito; e si cominciò a discorrere di mangiare. Si svaligiarono i muli: si distese la tovaglia su un bel prato, e tutti cominciarono a mangiare, dandoci dentro di santa ragione, e trincando come tanti Lanzi. Prima di alzarsi furono fatti brindisi, cantate canzoni simposíache, dette, come suol farsi, un mondo di barzellette: all'ultimo Pietro fece un brindisi al Tigri di questo tenore: «Beviamo alla salute dell'illustre e venerando abate Tigri, stupendo cantore delle castagne e dei necci, nel suo gran poema _Le Selve_: duce e lucerna di queste montagne nella sua Guida e nella sua celeberrima _Selvaggia_: scopritore novello del Medio evo, dove ora ci rallegriamo. Beviamo alla salute del gran letterato, onore di Pistoja e delle Cortine[46].» E qui si gridarono furiosi _Evviva_; si votarono parecchj bicchieri: poi tutti si alzarono, e passo passo ritornarono a Popíglio, dove passarono la nottata, per tornare a Pistoja la mattina appresso, come veramente fecero. Pietro aveva parlato con un suo amico della celia che voleva fare a quegli Alpinisti ignoranti, e indettátosi con esso per farla essere più solenne: di fatto, quando i rèduci dal Medio evo furono verso la porta al Borgo, si fece loro incontro una brigata di giovanotti, che gli accolsero a risate ed a fischj. Pietro, che era di balla, si fece avanti, ed a nome di tutti i compagni, rampognò acerbamente il villano procedere di quei giovani, verso persone benemerite della scienza alpinista. Allora uno di essi giovani, a nome di tutti rispose beffardamente: «Bellina quella scienza, che va a cercare il Medio evo sulla montagna! Asini che non siete altro!» Qui ci fu un gran battibecco[47]; gli Alpinisti citavano l'autorità del prete Tigri; quegli altri rispondevano parole di scherno; e si sarebbe certo venuti alle mani, se Pietro, chiamato da parte il capo di que' giovani schernitori, il quale era appunto l'amico con cui si era indettato, non si fossero trovati d'accordo a cessar per allora la lite, e rimettere la cosa al giudizio di persone competenti. Si prese dunque il partito di ritrovarsi il giorno di poi, quattro di ciascuna parte, alle _Stanze_[48]: quivi si sceglierebbero di comune accordo i giúdici; e poi quel che dicessero essi, si avesse per rato e per fermo. E così fu fatto. Scelti i giúdici, fu disteso il quesito nella forma seguente: prima si raccontò per filo e per segno come la cosa era andata, cominciando da quel passo della _Guida della Montagna pistojese_, della quale si mandava a' giúdici una copia, affinchè lo vedessero lì al luogo suo; e poi si domandava: «C'è ragione sufficiente da schernire gli Alpinisti, che sono andati al Medio evo, quando il più illustre letterato di Pistoja mette il Medio evo sulla Montagna pistojese?»

La commissione giudicatrice, studiato e ristudiato il passo della _Guida_, ponderato, ventilato, stacciato e abburattato ogni cosa, rispose con questa sentenza: «Secondo le regole della sintassi, nel luogo della Guida, quello che è alto 822 metri sopra il livello del mare non può essere se non il Medio evo; e questa intelligenza è confermata dalle parole _avanzi di tali arnesi di guerra del Medio evo_, come quelle che sembrano dire, quegli arnesi essere già stati le fortificazioni di un tal paese, e non di un tal tempo. Il lettore erudito per altro, il quale sa che il Medio evo non è se non un periodo di tempo, cerca a che cosa mai può essere riferibile quell'_alto sopra il livello del mare_; e vedendo in cima al periodo le voci _questo poggio_, si accorge che lo scrittore, ignorante delle regole elementari di sintassi, non si è saputo fare intendere; ma che ha voluto proprio riferire alla voce poggio quell'_alto sopra il livello_. Ma noi parliamo di lettori eruditi. Chi per altro non va tanto in là con la erudizione, e non intende se non ciò che suonano la parole, e ciò che la sintassi consente, intende necessariamente che il Medio evo è alto sopra il livello del mare, e che per conseguenza è un luogo, non un tempo: il perchè giudichiamo che i signori Alpinisti non sieno da schernire, se l'hanno inteso così, e, se mossi dalla grande autorità dell'illustre Tigri, hanno fatto la loro gita al Medio evo. Tutta quanta la colpa pertanto vuol recarsi alla ignoranza dell'illustre Tigri: se qualcuno merita riprensioni e beffe, è lui solo e non altri.»

A tal sentenza le parti si acquietarono: si rifecero le paci; e la sera fecero tutti insieme una bella ribòtta, mangiando, bevendo e ridendo allegramente.

NOVELLA XV

IL DIAVOLO SCOLARO DE' GESUITI.

Quanti fossero i giochetti, i gingilli, le arguzie, per via delle quali si infondeva la scienza ne' giovani scolari dai R. R. Padri Gesuiti, lo sanno tutti coloro che punto punto conoscono la storia della pede....--no, volevo dire della pedagogía italiana, e ne fanno tuttora testimonianza parecchie opere scolástiche composte da loro, tra le quali basti guardare il _Miles Rethoricus_ del P. Forti. E non solo ne' libri di testo, ma anche negli esercizj giornalieri della scuola i maestri tenevano esercitato l'ingegno de' giovani in fanfaluche di ogni maniera, tra le quali una, che per dir vero non è al tutto sgarbata, mi darà materia a questa Novella.

Quando nel Collegio Cicognini di Prato vi erano i Gesuiti, un maestro di rettòrica, del quale non so dirvi il nome, essendosi una mattina dimenticato di preparare il tema per la composizione del giorno di poi, dettò a' suoi ragazzi il seguente raccontino: «C'era qui ne' contorni di Prato una famiglia composta di padre, madre e due figliuoli, l'uno di quattro o cinque anni, l'altro tuttora in fasce. Il padre aveva allevato un capretto, e lo teneva per casa: avvenne che una domenica mattina, andando egli e la moglie alla messa, lasciarono il bambino piccino in custodia all'altro fratello, il quale, scambio di badare al fratellíno, stava a ruzzare col capretto: il bambino che era nella culla, cominciò intanto a strillare e a smaniare; e quell'altro, dátogli ora l'un balocco ora l'altro, nè trovando il verso di racchetarlo, all'ultimo gli diede un coltello; ma egli tutto stizzito, come fanno spesso i bambini, glielo tirò contro, e colpì nella gola il capretto, che era appunto lì presso la culla: il capretto si inviperì, e dando delle forti cozzate nella culla, la sfondò, e venne a dare una cozzata sì spietata al bambino che lo ammazzò. L'altro fratello, spaventato, e temendo il furore del babbo, apre una finestra che riusciva sul pozzo, e vi salta dentro. Intanto eccoti la madre, la quale, veduto quello spettacolo, fece un laccio, e s'impiccò: il marito, tornato poco di poi, al vedere quella spaventevole strage, fu còlto da apoplessía e morì istantaneamente.»

Il Padre Maestro, dettata questa storiellina, disse a' suoi giovani: «Su, ragazzi, a chi riesce di metter questa storiellina in meno versi latini, quello avrà il tal premio così e così.» Immaginatevi se que' ragazzi s'arrabattavano; ma nè i grattamenti di capo, nè il rodersi le ugne potevano fare che niuno la potesse mettere in meno di dieci versi. Uno di essi, il più studioso e il più vispo, si era messo in capo di farla in un solo distico; ma sì! aveva almanaccato per quattro o cinque ore, nè gli si apriva il più piccolo spiraglio; il perchè, preso dalla stizza, e pure impuntato di voler fare quel distico, gli scappò detto: _Lo vo' fare quand'anche m'avessi a raccomandare di Diavolo_. Il Diavolo, il quale come sapete è quel _Leo rugiens, che circuit, quærens quem devoret_, udite tali parole, gli comparve súbito in forma d'un bel giovinetto per non ispaventarlo, e gli disse: «Senti, Ignazino, il distico te lo detterò io; ma se tu mi prometti di ajutarmi in un mio disegno.»--«Bene, disse il giovane, èccomi qua: ma bada, me tu m'ha' a risparmiare.--Sta bene, disse il Diavolo; e gli dettò il seguente distico:

Hircus cum puero, puer alter, sponsa, maritus, Cultello, lympha, fune, dolore cadunt.

Dettato il distico, Berlic[49] disse a Ignazino che si ricordasse della promessa, e badasse bene di mantenerla, o lo porterebbe all'inferno in anima e in corpo. Ignazino giurò; e si lasciarono da buoni amici. Venuta l'ora della scuola, niuno degli scolari era riuscito a nulla di buono, e il nostro ragazzo, se ne stava in un cantuccio, gongolando fra sè. All'ultimo si alzò, e: _Padre maestro, io l'ho fatto in un solo distico_. Tutti si meravigliarono, mostrandosi desiderosi di udire tal distico, che appena letto, rimasero mezzi sbalorditi: e quel ragazzo ebbe il premio, e lodi sopra lodi dal maestro e da' superiori. Berlic si lasciò rivedere il giorno appresso, e trovato Ignazino tutto lieto e contento, gli disse: «Senti, Ignazino, per una mia bizzarria, vo' venire qui alle scuole de' Gesuiti; agévolami l'ammissione, che non te ne pentirai.» E il nostro ragazzo tanto fece, che Berlic fu accettato come scolare esterno nelle scuole de' Gesuiti, dopo uno splendido esame che egli sostenne. Ammesso ch'e' fu, seppe così insinuarsi nell'animo de' superiori, e seppe dar tali prove d'ingegno e di dottrina, che in pochi anni diventò il _factotum_ del Collegio, e si può dir che tutta la musica andasse alla sua battuta: nè c'è da demandare se egli se ne prevalesse per venire a' suoi fini: al qual effetto avendo già destinato di servirsi di Ignazino, che già era diventato Padre Ignázio, lui sempre ajutava in tutte le occorrenze, per forma che prese fama di uomo solennissimo, e ben presto ebbe i primi gradi dell'Ordine, e faceva alto e basso, massimamente nelle cose d'istruzione, la quale egli ordinava e governava secondo il consiglio del fido Berlic. Questo diavolo accorto non lasciava scoprire a P. Ignázio il suo fine perverso; e tanto sapeva aggirarlo e offuscargli la mente, che non conosceva il veleno nascosto negli ordinamenti e nelle dottrine, cui egli faceva insegnar per le scuole. Il giuoco durò per un pezzo: durò tanto che il seme gettato dal diavolo fruttò largamente per le scuole de' Gesuiti; e P. Ignázio morì disperato, accortosi troppo tardi del male fatto alla civiltà per suggestione diabòlica.

Berlic poi, il quale è il diavolo delegato alle cose della Istruzione, si dice che cerchi di far sua arte da capo, ma per altro verso, qua in Italia; e però stia attento il Ministro, e badi di non fare come P. Ignázio.

NOVELLA XVI.

L'IPÒCRITA CÓLTO AL LACCIO.

Cominciando da Gesù Cristo, e venendo giù giù noverando i grandi uomini di 19 secoli, tutti hanno predicato che gli ipòcriti sono la peggior canaglia che viva sotto la cappa del sole: e sono da reputare benefattori dell'uman genere coloro che gli scherniscono, o qualche volta riescono a strappar loro la maschera, scoprendo la loro furfanteria. Essi quanto sono tristi tanto sono furbi: pure anche delle volpi se ne piglia, e qualche ipòcrita rimane anch'esso còlto al laccio; come accadde ad uno di sì fatti ciaccherini[50], del quale voglio adesso raccontarvi.

Carlo Medici, orefice fiorentino, del quale fui amico nella mia gioventù, fu uno de' più arguti begliumori che io abbia mal conosciuto, e fu parimente ardentissimo nemico degli ipòcriti, de' bacchettoni, de' Sanfirenzini[51] e simili lordure. Oltre la bottega che aveva sul Ponte[52], ne aveva un'altra in Piazza di Santo Spirito, non ricca di giojelli e di pietre preziose, ma abbondante di lavori d'oro, come quella che forniva tutti i benestanti del prossimo contado. Una mattina il caro Medici va da sè ad aprir la bottega, e trova fatto repulisti di tutto il miglioramento[53]. È facile l'immaginare come rimanesse quel pover'uomo, il quale, non dico che fosse un uomo povero; ma di certo non aveva nulla da buttar via, e quel grosso furto era un vero spianto per lui. Come per altro era uomo accorto, non ne fece grande scalpore: ma fatta la sua denunzia, riportò altra roba in bottega, e tirò innanzi come se nulla fosse stato; sempre però mulinando e almanaccando per veder di scoprire il ladro. Passò molto tempo, e nè egli nè la polizia avevano potuto aver sentore di nulla; e quasi non vi pensava più; quando una mattina, alzátosi, come era sua consuetudine, innanzi giorno, esce di casa col suo sigaro in bocca, e cápita là verso Santo Spirito. La chiesa non era ancora aperta, nè per la piazza c'era anima viva; quando a un tratto vide scantonare un uomo imbacuccato, che gli parve andare sospettosamente guardingo. Gli balenò un pensiero nella mente, e si pose ad osservare ogni mossa di quello sconosciuto; il quale, come si accorse di essere appostato, andò diritto diritto verso la chiesa; salì la scalinata; si inginocchiò dinanzi alla porta maggiore, e lì segni di croce e baci in terra, che neanche un Sant'Ilarione. Il Medici, veduta questa gran divozione, disse fra sè: _Tu se' tu_; e come san Pietro, _sequebatur eum a longe_, nè più lo perse d'occhio. La chiesa si apre: il divoto entrò dentro, ed entrò anche il Medici, che andava in èstasi vedendo con quanta devozione quell'animína di messer Domineddio strizzava limoni[54], e faceva ardentissime stralunature d'occhj: e quando fu giorno chiaro, conobbe essere un certo vecchietto del vicinato, che presso tutti passava per un santarello; ma che non era mai stato nel suo calendário. Ciò lo confermò nel primo sospetto; anzi il sospetto prese nella sua mente tal forma di certezza, che non dubitò di andare alla polizia a dare degli indizj contro costui circa al furto fattogli; e la polizía, che in altra occasione aveva avuto qualche barlume di questo birbone, non esitò un momento, e senza metter tempo in mezzo, fece le sue indagini: e la mattina di poi mandò i suoi agenti a casa di lui con ordine di farvi una minuta perquisizione. Il povero Santo, che tutt'altro si aspettava, rimase più morto che vivo; ma seppe dissimulare: «Padroni; vengano pure: témono forse ch'io sia un cospiratore?»--«Eh! qualcosellina di peggio: ma saranno calunnie.»--«Il Signore vuol darmi questa mortificazione, ed io chino il capo. Sia laudato il suo santo nome. Egli fa tutto a buon fine; e forse permette ciò per far maggiormente brillare la mia innocenza, e confondere i calunniatori.» Aveva finito appena queste parole, che gli agenti scòrsero un usciolíno a muro: «E di qui dove si va?»--«In una dispensína, dove tengo poca roba per uso della parca mensa.»--«Apra.»--Il Santo va per la chiave, e apre; e l'occhio grifagno del capo birro, si accorse che la mano gli tremava, e che lo sgomento gli si dipingeva sulla faccia. Entrano: fiaschi, bottiglie, frutte in aceto, prosciutti, salami, e non altro: solo in quella stanzuccia mezza buja c'era un órcio assai grosso, chiuso a lucchetto.--«O quest'órcio?»--«È quel po' d'olio per la famiglia.»--«Apra.»--«Ma... non ho la chiave...»--«Apra, o lo mando in pezzi.»--Allora il nostr'uomo, vedutosi al perso, si gettò in ginocchioni dinanzi al caporale piangendo come una vite tagliata, e raccomandandosi che lo salvasse dal disonore: poi, accostatosegli all'orecchio: «Per lei ci saranno mille lire prima che esca di casa mia.» Questo tentativo di corruzione fece venir la mosca sul naso al caporale, che diede al vecchio un bravo ceffone, intimandogli che aprisse. L'orcio era tutto pieno d'involti, scátole, astucci, borse, ogni cosa contenente gioje, oreríe, monete, medaglie; un vero tesoro: e giù in fondo una cassetta, dove erano parecchie chiavi di varj ingegni e grossezze, grimaldelli, leve, e altri arnesi ladreschi. Ogni cosa fu sequestrato e sigillato: il sant'uomo fu messo in gattabuja; nè si penò molto a scoprire che egli, non solo aveva scassato la bottega del Medici, ma che altri infiniti furti aveva fatto, non mai potuti scoprire; e per i quali erano state condannate altre persone. Il processo era già a termine, e presto doveva trattarsi la causa alla pubblica udienza; ma una mattina, entrata la guardia nella prigione, trovò il Santo penzolone dalla trave del palco. Aveva fatto strisce di un lenzuolo, ed appiccatosi per fuggire la vergogna e la pena durissima.

Lettore, impara da questa novella a non ti fidare di coloro che ostèntano devozione, moralità, ed ogni catonesca virtù: e ricordati sempre del Medici, orefice fiorentino, il quale appunto da simili ostentazioni prese certezza a denunziare per ladro uno reputato santo da tutti.

NOVELLA XVII.

LA PASTA FROLLA.[55]

Nei primissimi anni della mia gioventù, quando mi ero messo a studiar le scienze mediche nella scuola assai fiorente che era in que' tempi allo spedal di Pistoja, tra quelli spedalini, come si chiamavano gli scolari, che tutti passavano per scapati e un po' rompicolli, io ero forse il più rompicollo ed il più scapato di tutti.

Una volta che tutta la mia famiglia era andata in campagna, proposi ad alcuni miei compagni spedalini di fare un desinare in casa mia: ciascuno portasse una pietanza, e coceremmo ogni cosa noi nella cucina mia: io, che spesso avevo veduto fare la pasta frolla alla mia povera mamma, che mi voleva tanto bene, e alla quale davo tanti dispiaceri, io avrei fatto per il desinare una bella torta di pasta frolla, reputandomi un gran che nell'arte del pasticciere. Non prima erano usciti di casa i miei, che la occupammo noi; e ci mettemmo al lavoro. Uova, farina, burro, zúcchero, latte per far la crema, tutto era preparato per il mio gran lavoro: scamiciato, sbracciato, con un grembiale dinanzi, mi metto all'opera, spettatori e assistenti tre o quattro di que' miei compagni. Faccio il mio monticíno di zúcchero e farina; faccio il buco nel mezzo, ci metto tre o quattro rossi d'uovo e del burro, e comincio a impastare, maneggiando e rimestando quell'intriso che parevo un pasticciere de' più consumati; ma quella pasta non voleva stare insieme. _C è poca farina_, dice uno degli assistenti; e io metti della farina, e maneggia, e rimesta; la pasta tiene: _Bravo, bene, sentiamo_. Non sa di nulla! e tutti ad una voce ci troviamo d'accordo che ci vuol dell'altro zúcchero: fo il buco, metto lo zúcchero, impasto; ma era venuta dura come un sasso. _Qui bisogna metterci del burro_:--fo il buco da capo, metto il burro; lavoro di dita e di mani; e intanto la massa cresceva maledettamente. _Ma che ti par pasta frolla codesta?_ esclama Pippo Pacini[56]; _la pasta frolla dev'esser gialla, e codesta par pasta da pane._ E io piglio altri quattro rossi d'uovo, fo il solito buco, impasto, e mi preparo a spianare[57]. Eccoti un altro che ne assaggia un pezzetto: _Ma che hai fatto? o se non si sente il dolce!_ e tutti una gran risata.--_Qua lo zúcchero_;--e venuto lo zúcchero, giù zúcchero senza misericordia: ma allora non istava più insieme. Per farvela corta, ora rimettendo zúcchero, ora burro, ora uova, ora farina, venne una massa spropositata di pasta, la quale ogni altra cosa poteva essere da pasta frolla in fuori. Mi misi poi a far la crema per il ripieno; e col solito modo dell'aggiungere e levare ingredienti, impazzò ogni cosa[58]. Ma la torta doveva pur farsi: spianai la pasta, a distender la quale ci volle una téglia spropositata, benchè il foglio della pasta lo avessi fatto molto grosso, per adoprare tutta quella gran massa: misi la crema sopra il primo strato della pasta; la ricoprii con quell'altro strato; ci feci sopra de' girigògoli pur di pasta, e un bel contorno: inzafardai ogni cosa col chiaro d'uovo, e la mandai in forno, tenendomi per un pasticciere più bravo di Doney. Venuta l'ora del desinare, si mangia e si beve lietamente: di parecchj fiaschi vedemmo il fondo, ed erano lì quattro bottiglie di vin santo da beversi sulla mia torta. _Ecco la torta, ecco la torta._ Si mette in tavola questo gran teglione che l'occupava tutta. _Permío! questa è l'arca di Noè_.--_Chiamiamo gente che ci ajuti a finirla._--_Guarda guarda, quante screpolature!_ Insomma chi ne diceva una, chi un'altra. Io la cominciai ad affettare, e la prima fetta la presi per me. Mi cascò il fiato: la crema a quel mo' impazzata, pareva una torta di panico; e quella pasta non si sapeva di che sapore fosse: in alcuni punti era risecchíta; in altri flòscia e inzuppata; qua e là ci erano rimasti de' gavòccioli duri come palle da schioppo. _Ora sto fresco!_--E di fatto, come prima que' demonj ebbero assaggiato questo pasticcio, non vi so dire se gli scherni e le canzonature piovevano: il più benevolo complimento fu quello di battezzare la famosa torta col nome di _Polpettone_, e di paragonare me a Gragnuola, che chiamavasi così un di questi chiccaj da ragazzi[59], vecchio, súdicio e sciatto, il quale andava attorno con una sua tegliaccia di paste, che i ragazzi compravano a un quattrin l'una, e che ad una persona pulita non ne sarebbe giovato a toccarle neppur co' guanti. Votammo però le quattro bottiglie di vin santo; ed io stavo lì a succiarmi tutte le canzonature per il polpettone, ridendo e bevendo con essi: poi, a quel mo' mezzi brilli, andammo col teglione sul terrazzino di casa mia, e a quanti ragazzi passavano, a tanti scaraventavamo un pezzo di quella torta, i quali tutti allegri se la pappavano e ne portavano a cielo me, che l'avevo fatta.

GHIRIBIZZI DRAMMATICI

LA VISITA DI UN ISPETTORE SCOLASTICO

COMMEDIA FATTA PER CELIA

PERSONAGGI

FABRIZIO CERCHI, Sindaco. GIULIA, sua moglie. LEONE FEROCI, Ispettore scolastico. Il Commendatore RODOLFO FABRIZI, fratello della Giulia. CARLO FEI, Direttore del Ginnasio. ELVIRA BASSI, Maestra comunale. GASPERO GRAFFI, Segretario del Comune. LAURA, Cameriera della signora Giulia. GIOVANNI, Servitore. CATERINA, vecchia. Giovani scolari, tre de' quali parlano. Il Custode della Scuola. Varj invitati.

La scena è a Chiusi

ATTO PRIMO

Scena Prima.

FABRIZIO e GIULIA.

Seduti ad un tavolino che fanno colazione.

GIULIA--Ma, caro Fabrizio, con questo tuo sindacato mi par d'esser diventata vedova. Questo momento della colazione... il pranzo a fuggi fuggi... poi, o c'è consiglio o c'è l'adunanza...

FABRIZIO--Hai ragione; ma tu lo vedi da te, non ho un momento di bene. Che, che! non ne vo' più io: vo' pensare alle cose mie le quali, se duro un altro po' a fare il sindaco, vanno tutte a rotta di collo.

GIULIA.--E anche alle cose della moglie potevi dire, che non è ancora da mettersi in un cantone, mi pare.

FABRIZIO--In un cantone? Bella e fresca come una rosa la mia cara Giulietta! _(La piglia per il ganascíno)_ Del resto, in quanto alla moglie, se non l'ho rammentata, ci si intende che il primo pensiero dev'esser sempre per lei. Vedrai, quando avrò buttato via la ciarpa di sindaco!... non voglio uscirti un momento di torno.

GIULIA--Oh! il troppo, poi, stròppia!

FABRIZIO--Come sarebbe a dire?

GIULIA--Non lo vedi che fo per celia? _(Ridendo)_

FABRIZIO--Bene. Dunque oggi stesso scriverò la lettera di rinúnzia... Sicuro, se prima mi riuscisse d'avere un po' di nastro all'occhiello...

GIULIA--Ma fammi il piacere! Eh! c'è proprio da essere ambiziosi d'avere una croce, ora che si veggon dare persino a' giovani di banco...

Scena Seconda.

GIOVANNI con una lettera.

GIOVANNI--Signor Padrone, c'è' questa lettera.

FABRIZIO--Vediamo. _(Prende la lettera)_ Che ti pare, Giulia? Neanche questi due momenti che son qui con te!

GIULIA--Speriamo che finisca presto.

FABRIZIO--_(che ha aperto la lettera)_--Chi è che scrive? (_volta la pagina e guarda la firma)_... Permío! La sola sottoscrizione è una mezza lettera.--Cavalier professore Leone Feroci, regio ispettore scolastico di circondário.--E poi una bestia feroce! Sentiamo. _(Legge)_

«Illustrissimo Sig. Sindaco,