Novelle brianzuole

Part 7

Chapter 73,843 wordsPublic domain

Chi drizza a quella volta, già da assai lontano ode una romba, simile al romoreggiare della marina. Ed ecco le strade, che d'ogni parte vi capitano, brulicare di gente, contadini, artigiani, mestieranti, soli, a coppie, a gruppi, a frotte. Giovinetti con cappelli di paglia artificiosamente trecciati a trafori, adorni con piume, specchietti, galanterie quali contenti del frustagno e del taglio all'antica, mentre gli altri vestono giubbe più moderne, colla cocca del fazzoletto affacciata alla tasca e con larghi pantaloni, invano e dal curato e dal fattore rinfacciati loro siccome indizio evidente d'insubordinatezza e d'irreligione; pigliansi al collo gli uni degli altri, a spintoni rompono la calca, od in ischiere arditamente festanti colla zampogna fanno risonare concerti, che sentono il sole e il vento della montagna. Le caute madri, tutte occhi a vigilare le ingenue fanciulle, quel giorno permettono che, per devozione, esse vadano a Imbevera. Tu scerni la Brianzuola alla snella corporatura, ai _baldanzosi fianchi_ che davano per la fantasia al mio Parini, ad un'aureola d'argento al capo: distingui la briosa Bergamasca al bustino cortissimo di vita, ai vezzini d'oro, ai cincinni della fronte, ad un agone a trafori infisso nelle trecce cascanti bizzarramente da una banda, a certi sguardi bricconi. E tutti ne' vari loro dialetti chiedono, cianciano, gridano, fanno fiera. Il garzone, che per la prima volta vi trae, interroga curioso un vecchio, che ci veniva prima del 96, quando vi comparivano indemoniati strillando, e buli che deponevano alla soglia della chiesa la omicida loro carabina; che si ricorda quando i Giacobini in nome della libertà proibirono quella sagra, e quando Russi e Cosacchi, tornandoci cattolici, l'ebbero ristabilita; c'è venuto coi Francesi repubblicani, coi Francesi imperiali, ed ora seguita da vent'anni a venirci con cotesti, sperando venire coi loro successori.

Nel bosco e sul piazzuolo s'innalzano assiti e baracche, si spiegano tende, curvansi e intrecciansi i rami a pergole, a capricciosi frascati, si dispongono tavole, trespoli, sediuoli; è un mondo di gente, è un tremoto di faccende. Qui fierajuoli a sfoggiar mercanzia: là bettolieri a rosolare braciuole e friggere galletti: il buzzurro allessa e brucia le castagne primaticce: un gruppo di villani già mezzo brilli urlano a chi più i punti della mora, altri straziano costolette così guascotte, e le irrorano di acquavite, di vino, di mosto appena spremuto dall'uva non ben matura. La fanciulla compra un santino per la nonna devota: la nonna gingilli per ispassar il bambino quando il portano a mimmi; il becerume, bocca ed occhi spalancati, attende alle forze, o al bagattelliero che ha rimedii per tutti i mali e per altri ancora, o al cantambanco che sul cartellone dimostra vita e morte del famoso Pacino, l'incendio di Mosca e l'inondazione del Danubio; o a qualche Orfeo che, strimpellando la ribeca o raschiando un violino, attira le pietre. La chiesa, che fu già occasione della festa, è la meno che si visiti: in quella vece fitti, serrati, vanno come un'onda di su, di giù, per la spianata e pel bosco vicino.

Così la pedonaglia. Ma quelli di maggior bussola non compajono se non nel basso del giorno, tanto più tardi quanto ciascuno è, o si crede da più. Monza, Milano, Como, Bergamo (e si v'è due passi) risentono ai corsi loro la mancanza della crema o della schiuma dei cittadini e dove sono? al bosco d'Imbevera. Zerbinotti che sbraveggiano su sbuffanti puledri, o trionfano in _tilbury_ eleganti: gran signori rimpettiti in comodi cocchi, con ambiziose mute, condotte a centinaja di zecchini dai pascoli dell'Holstein e dell'Olanda: fittajuoli che staccarono dalla benna e dall'aratro i robusti ronzinanti svizzeri, e rivestirono di nuova livrea il carrettiere: nobili scadenti, o sorgenti plebei, i quali noleggiarono ad alto prezzo un calesse, due rôzze e un vetturale, il quale cornando e schioccando fa rumore per quattro: particolaretti che coll'industria sperano quando che sia mutar in carrozza la timonella di cui ora mal s'accontentano: il granajuolo nella sedia o nel baroccio che lo porta il sabato ai mercati di Lecco o alle calende a Bergamo; tutti insomma qui piovono a darsi aria, a vedere, a farsi vedere. Gli alberghi più capaci della città appena basterebbero a tanto concorso, non che le meschine bettole del contorno, poco migliori di quella ove, ducencinquanta anni fa, vendeva vino il nostro Cipriano. Quindi vedi i cavalli affidati a ragazzi su pei prati; e da tutte le bande disposti in fila cocchi a centinaja, che dico? a migliaja: e tra quelli sparsi i pitocchi, che sporgono la mano o il bossolo, ostentando al passeggero piaghe, moncherini, una nidiata di puttelli, e strillando _Pietà, limosina._ — Concordanze sociali!

Chi credesse che una sagra campestre dovesse far luogo a quella semplicità, che aggiunge tanto più allegria, quanto più la scioglie dagl'impacci, sarebbe troppo in inganno. Il lusso più ricercato, le più sontuose gale di vesti, di fronzoli, di gioje, sono di balzo trasportate dal corso delle città al bosco d'Imbevera. La signorina, venuta, già è un mese, a villeggiare qui poco lungi, fra il grosso bagaglio non si dimenticò di qualche bel capo o di un vestitino a posta per questo bel giorno: la fidanzata vi fa la prima comparsa coi vezzi donatile dallo sposo: quella sciarpa, quella cappottina furono rinnovate per farne spocchia alla Madonna di Imbevera. Belle dall'arguto pallore e dal fuoco raccolto degli occhi pensosi, meraviglia dei teatri e dei ridotti cittadini; forosette dalle gote rubiconde e piene come melerose, che nelle solenni processioni del villaggio sentonsi dire _Ve' com'è bella,_ qui compajono insieme: le prime appoggiate ad uno sposo fedele, beando di lusinghiero ritenuto sorriso il fedele milordino, che con membra e con andar femmineo sbircisce colla lente e susurra meditate cortesie; l'altre colle compagne, dando ascolto e risposta ai vivaci scherzi ed alle espressioni più clamorose quanto più cordiali, del bifolco e del bottegajo; finchè vanno queste a tracannare l'acquavite e la spumosa birra, l'altre a gustar la gramolata, il sorbetto e le paste sfoglie sotto ai padiglioni dell'effimero acquacedrajo.

Chi di là gira lo sguardo, vede brulicare una folla di teste; cappelli da villano, da signore, da prete, da cittadino; brillanti colori e delicati; il sedan ed il velo crespo alternati colla stamina e col bambagello; fogge testè arrivate da Parigi presso a quelle da un anno abbandonate alle provinciali, all'altre che già discesero al contado, alle arcaiche, custodite dalle matrone in commemorazione de' tempi migliori. Qui le piume d'uccello di paradiso ondeggiano a canto al pennacchio del gendarme, la cui vista fa sguisciar via il tagliaborse, frena l'allegria d'un ubbriaco e le ominazioni di due baffuti, che battendo i tacchi, ragionavano della buona causa. Qui gli uomini creati dalla natura a consumare e godere, misti con quelli da essa destinati a sbracciarsi e stentare per la soddisfazione dei primi: contadini imbruniti e ingagliarditi dal sole e dalle fatiche sono riurtati sdegnosamente dal prediletto dalla fortuna, gonfio per dieci generazioni di antenati, al par di lui oziosi, il colore e le membra dilicate del quale fanno prova del sangue più gentile, cioè degli squisiti bocconi e del non far nulla. Qui un veterano della legion d'onore e dai mustacchi bruciacchiati dalla polvere d'Ulma e d'Austerlitz, e che sarebbe colonnello se le cose, dic'egli, fossero ite come dovevano, trovasi a fianco del coscritto che una sola notte passò in caserma fra gli stravizzi, il fumo e le facili beltà. Qui la schifiltosa mantenuta pavoneggiandosi raccomanda al suo ganzo che le sontuose trine da lui donatele non lasci mantrugiare dal contatto del ruvido guarnellino che la setajuola guadagnò di sacrosante fatiche.

Quando poi, veduto ed ascoltato intorno il linguaggio de' ventagli, de' fazzoletti, delle lenti, lo sguardo ansioso di chi cerca, il dolente di chi troppo ha trovato, il confidente susurrio delle recenti spose, e l'inesorabile cicaleccio delle terribili madri che hanno tre fanciulle da maritare, tu volgi dall'altra parte ove sale il bosco, ecco per tutta la pendice una mobile decorazione di gruppi che disposti nel più pittoresco modo tra le fratte e i castani e sul molle tappeto del muschio, godono la merenda e lo spettacolo che l'onda della folla scendendo e poggiando cangia ad ogni batter d'occhi al loro piè.

Deliziata a tale scena, la vispa zitella esclama, — Deh! com'è bello! nel mentre stesso che un'altra, coll'ingrata maestà del quarantesimo anno, ripete contraendo il labbro, — Al confronto d'anni fa: non c'è la metà gente, la metà lusso, la metà allegria.

Così il giovane, cui l'età del primo amore dipinge tutto a color di rosa, trova qualcosa di gajo tale mescolanza del boschereccio collo scialoso, della naturalezza coll'eleganza, della franca giovialità campestre colla contegnosa della città; intanto che un altro, cui l'esperienza rese itterico lo sguardo, raggrinza il naso esclamando: — Pazzie! venirsi a pompeggiare in un bosco!

V'è intanto chi si perde per la selva a cercare una pianta remota, dove, anni sono, in questo giorno istesso incise un nome, — il nome d'una fanciulla, con cui si erano giurati eterno inseparabile amore. La pianta crebbe, crebbe il nome con essa, ma l'amore svanì; ed egli appena ricordò l'amica perchè la rintoppò laggiù, contenta madre dei figliuoli d'un altro.

Ancora v'ha chi, non logoro dai diletti cittadini a segno da non sentire l'incanto delle semplici bellezze naturali, guadagna le vette, e di là vagheggia il cielo che s'inazzurra sui poggi e sulle valli della Brianza: quel cielo che gli stranieri credono un'esagerazione quando lo vedono dipinto nelle tele dei gran maestri: e che in quell'ora, imporporandosi ai tremuli raggi del sole che declina, fa spiccare all'occhio ammirato la sommità dei colli e dei monti che formano cornice ad uno de' più graziosi paesaggi; mentre gli augelletti...

Ma che ha qui a fare quest'arcadica descrizione?

Che ha a fare?

Ah! lo sa il mio cuore, che alla sconsolante realtà del presente procura sottrarsi col figurare come sa più al vivo quei luoghi di care memorie ed incolpate. O miei monti, o miei colli! Deh quando il sereno spirare del vostro orezzo pioverà ancora la pace sul mio solingo cammino? Quando l'alba mi troverà sulle vostre vette ad aspettarne il primo biancheggiare? Quando la sera accoglierà il saluto che manderò al patetico astro di Venere? Quando il sole mi vedrà, in gara col capriuolo, libero come l'aria che vi si respira, balzar di pendice in pendice, aspirare l'aroma del cisto e dello spigo selvatico e l'autunnale fragranza delle eriche fiorite; tuffarmi nei torrenti della luce ond'esso v'ammanta; esultare sentendomi al disopra dei tumulti dell'umanità e più vicino al tempio del Creatore? Quando, quando? — Ah forse mai più!

Perdonate, lettori, se da voi mi son dilungato, come perdonereste al vetturino che vi guida in viaggio, e che s'arrestasse per abbracciare un bambino che gli ricorda il suo fanciulletto, ahimè! rapitogli dagli assassini. Sono con voi, se volete che tornando alla campestre festa, scrutando i cuori, cerchiamo tra quel nugolo di gente alcuni successori di don Alfonso, ma che, grazie alla crescente civiltà, sostituirono al ratto la seduzione, alla violenza il raggiro, alla legge sfidata la legge illusa, alla vendetta scoperta la denigrazione e il bacio di Giuda: od anche qualche imitatore di don Alessandro, col proposito, più generoso che prudente, di assumere la difesa del debole contro il soverchiatore, massimamente se questo non sia troppo grosso, nè l'affare importi pericolo.

Potremmo anche o maligni rivelare alcune fortunette che la boscaglia e la folla mal coprì; o morali compiangere tante che vennero a perder l'innocenza per festeggiare un giorno in cui l'innocenza fu salvata; e i molti che gozzovigliano un dì per digiunare una settimana coll'affamata famigliuola, e che non abbandonano il tumultuoso stravizzo se non dopo che la ragione è sfumata a rinforzi di bicchieri, e che il vino o la gelosia fece cacciar a mano i coltelli; — solite appendici delle sagre, solite conseguenze delle devozioni clamorose, qui ed altrove, ai nostri tempi e a quelli dei nostri buoni vecchi.

A tutto mette fine la sera. Al domani ecco il luogo spopolato; pochi operai intenti a riporre le trabacche, a sgomberare il lieto apparecchio; poi tutto ritorna nel silenzio. Fronde intrecciate, rami aggruppati o schiantati, l'erba calpesta, qualche tronco abbronzato dal fuoco, reliquie di cibi, sono tutto quello che rimane del tumulto di jeri, che si rinnoverà da qui ad un anno per terminare ancora nel modo istesso.

Così nell'anno dei secoli passano le generazioni. Quella che oggi a calca si affanna su quest'ajuola del mondo, dimani sarà scomparsa; agli splendidi clamori che oggi ne rintronano, succeduto il silenzio; al tumulto delle futili importanze, la solitudine, il disinganno del sepolcro; gli edifizii che noi ci architettiamo, verranno levati come il padiglione d'una notte: altre generazioni succederanno poi a tripudiare e gemere, a compiangere ed esser compiante, a soffrire e far soffrire, sintantochè, giunta a sera la loro giornata, daranno luogo alle successive; — nulla più ne indicherà l'esistenza, nulla se non le ruine.

1834.

LA BATTAGLIA DI VERDERIO

PREGATE PER LI POVERI MORTI NELLA GRAN BATTAGLIA TRA FRANCESI E AUSTRO-RUSSI QUI COMBATTUTA IL 29 APRILE 1799.

Quest'iscrizione, apposta a un crocione di legno, piantato nei campi a pochi passi da Verderio Superiore, io leggeva tornando da una vicina sagra, il giorno di santa Teresa del 1833, — la leggeva forse per la ventesima volta, eppure, come la prima fosse, mi commoveva d'intima melanconia il paragone fra questa _grande_ battaglia di poche migliaia d'uomini e i _gloriosi_ macelli di Wagram e di Jena; mi commoveva quell'indistinto ricordo di tanti infelici, quivi periti, lontan dalla patria, sconosciuti, incompianti; uccisi non sapendo da chi; combattendo senza conoscere il perchè. Dove il masnadiere scanna un viandante per derubarlo, si pianta un segnale; e il passeggero vi recita un suffragio pel mal capitato, nè sa frenare un moto di sdegno verso l'omicida. Qui furono trucidati tanti insieme, sul campo della irrazionale obbedienza che chiamano campo d'onore: — appena la religione benedisse la tomba de' prodi, e rimosse la bestemmia da chi ne fu cagione.

Questi pensieri mi teneano fermo, col capo scoperto e le braccia sul petto incrociate, dinanzi a quella croce, allorchè un vecchio, al quale io non avevo fatto mente dapprima, interruppe il mio meditare, dicendomi:

— Ell'era ancora _in mente Dei_ quando avvennero quei casi. Ma io, ho proprio vedut'io con quest'occhi ciò che ella legge.

Ingordo sempre d'ascoltare racconti da coloro che ne furono testimonii, e coi quali par che si prenda non solo interesse, ma parte, pensate se lasciai cadere quelle parole. — Mi volsi anzi ad esso pregandolo a ripetermi quel ch'egli sapeva di tali avventure. Sebbene più verso i sessanta che i cinquant'anni, era florido e rubizzo, talchè non gli disdiceva il fucile che alle spalle recava: sedea sopra un paracarri rasente la via; ed io, postomegli di fronte, attento l'ascoltavo, mentre egli così prese a dire:

— Io era giovane, ben giovane e saldo prima di quei tempi; e servivo da lacchè nella casa degl'illustrissimi padroni di quel palazzo e di questi poderi. Quando a un tratto mutano le cose: i Tedeschi, i quali (chi sa da quanti secoli?) qui se la gavazzavano in pace da padroni, sono costretti a fare fardello, ed arrivano i Francesi, i Giacobini.

Sa lei che differenza corre tra 'l venerdì e il sabato grasso? in quello, ciascuno attento a' fatti suoi, serio, operoso: al domani una baldoria, un correr all'impazzata, a travestirsi, a saltabellare; e fin gli uomini più assennati pigliare un ramo non so se mi dica di pazzia. Faccia conto che nè più nè meno avvenisse in quell'occasione. Allora non più arciduca, non più imperatore; abbasso le aquile, cancellati gli stemmi: ognuno mette al cappello una coccarda a tre colori; bandiscono che siano liberi tutti, tutti eguali, il padrone al villano, il nobile all'artiero, il servo al suo signore; e feste, e falò, e sulle piazze, pe' sagrati, da per tutto piantare un albero, che voleva dire la libertà e non aveva radici; e attorno a quello cantare, ballonzare, far scene e arringherie, sinchè il capriccio di qualche caporale, in nome della libertà, non interrompesse la baldoria.

Lor giovani, è inutile, non ne vedranno più di vicende simili; ed io, se campassi dugent'anni, non mi uscirà mai di memoria il trapestio di quel tempo.

Io non aveva mai veduto nè sentito altrettanto: giovane del resto e perciò volonteroso delle novità, se in sulle prime mi parevano follie, non tardai a pigliarci gusto come gli altri; come gli altri mi lasciai inorpellare, e mi credetti divenuto un gran che. Capperi! non ero io cittadino? non potevo dar del tu alla signora contessa, e dir cittadino al signor marchese?

I ricchi, ai quali, un giorno peggio dell'altro fioccavano addosso pesi, imposizioni, angherie, dovettero tirar i remi in barca e limitare le spese. I nuovi predicatori poi trovavano crudeltà che un uomo dovesse correre a prova de' cavalli innanzi alla carrozza dei padroni, a rischio spesso di farsi calpestare, sicuro di rovinare la salute: onde l'uffizio mio di lacchè cessò; ed io non trovando di prender servizio altrimenti, se volli strappare un boccone di pane, dovetti tornare in paese. Merito dell'eguaglianza.

Anche qui tutto era mutato, tutto sossopra. I miei compagni con festa m'accolsero; ed io imitando quel che avevo visto giù a Milano, feci piantar l'albero della libertà nel nostro e nei paeselli vicini.

Ma che sto a dirle? Certo lei avrà udito contar queste cose delle volte chi sa quante; e poi loro leggono i libri dove si trovano descritte per filo e per segno.

— Si; è vero (gli soggiunsi io), ma se sapeste come ognuno le narra diversamente, secondo che con diversi occhi le ha vedute, non vi farebbe meraviglia ch'io senta tanta voglia d'udirle da voi novamente. Quanto ai libri, poveretto chi vorrà dai libri giudicare que' giorni! Onde, ve ne prego, seguitate, e ravviatemi un po' su quei giorni che parevano promettere un procelloso e vivace secolo ad una generazione, destinata invece a passarlo mogia e dormigliosa. Ditemi almeno quel che accadde a voi in particolare.

— A me? oh io feci quel che fecero gli altri, e messami la giubba verde e la tracolla rossa, entrai guardia nazionale: soldati senza soldo, che stavamo a casa nostra per far guarnigione al paese, e per salvarlo se mai venissero nemici. Se questi si fossero affacciati, io non so quel che avremmo fatto: so bene che, quanto sia alla quiete e al tenere sgombro da malandrini, non c'è a che dire, mai non s'è inteso d'una prepotenza qui intorno pel corso di que' tre anni.

Io però era sazio di quel trambusto irriposato: non mi parea trovar poi quella fratellanza che predicavano, quel ben volersi un l'altro; massimamente mi dispiaceva quel vedere malmenati i preti, e disturbate le chiese e i sacramenti, e ne prevedevo poco di bene. In fatto la primavera del 99... allora dicevano ad un altro modo, perchè erasi mutato tutto, e fin gli anni e i mesi e le settimane, ma da noi non vi si dava ascolto, e la domenica si faceva festa, e a Natale si mangiava il panatone, e a Pasqua le uova e confessarsi. La primavera, come dicevo, del 99, s'intendono di strane novità, prima bisbigliate all'orecchio de' più fidati, poi si divulgano; che è, che non è; si scrive come 'l quale i Francesi scappano, e tornano i Tedeschi con Russi e Cosacchi e che altre genti so io, a ristabilire i troni e la religione.

Allora un farnetico di saper di novità, anche noi villani, avvezzi un tempo a lasciar fare ai padroni, senza curarcene più che tanto; un continuo domandarci. _E sicchè? abbiamo notizie?_ E secondo si udiva _Hanno battuto; Furono battuti; Vengono; Si ritirano,_ alcune facce si facevano tanto lunghe, altre ridenti e giulive: come quando il sole mostrasi attraverso ai nugoloni, che ad un tratto fa lucente questo prato, mentre quel poggio sta nell'ombra, poi di subito sparge sul poggio la luce, e lascia il prato nell'oscurità.

I più però erano quelli, che, tutt'allegrezza, esclamavano: _Tornano i Tedeschi; vengono i castigamatti; i nostri buoni, i nostri cari padroni; non più contribuzioni non più Giacobini, non più andar soldato; e la roba nostra sarà nostra; e i figliuoli nostri torneranno a star in casa ad essere obbedienti, e lasciar comandare a chi tocca. E quel ch'è il cap'essenziale, la religione si rimetterà in onore; potremo ancora far le processioni e scampanare finchè ci piaccia._

Mentre da noi si discorreva, quegli altri venivano. A Lecco, sentiamo dire s'è data una battaglia, come quelle scritte sulle gazzette: poi i Francesi hanno fatto saltare il ponte, e si ritirano per difendere Trezzo e Vaprio e Cassano. I Russi sono di là dall'Adda; onde le nostre contrade possono dormire i loro sonni in pace. Quando improvviso arrivano novelle di mala sorte; che i Russi hanno a Brivio varcato il fiume e si difilano adosso a noi, e quel ch'è il peggio, sputano fuoco, rubano che che trovano, bastonano gli uomini, malmenano le povere donne: fanno scempio de' Giacobini come degli Aristocratici, di chi conservò la coda e i calzoni, come di chi va zuccone e colle brache a pantaloni.

Allora, amici o no de' Tedeschi e de' Russi, ciascuno dà spesa al suo cervello per ascondere quella poca grazia di Dio: è un corri d'ogni banda a tramutar le bestie, a sotterrare i quattrini, a trafugare ogni miglioramento.

Ma dove? se nessun luogo era sicuro, se da per tutto arrivavano a grappare quelle picche maledette?

Io, come tutti gli altri miei commilitoni, voleva ella che facessimo i valent'uomini contro un esercito? Prima nostra cura fu dunque di nascondere, chi sa dove, le nostre divise verdi e le coccarde, che guai se ce le trovavano! poi star aspettando, e pregare Dio che la mandasse buona.

Quanto a me, non avevo nè genti, nè parenti; onde, seppellito alla meglio quel che mi avanzava, posi tanto di stanga traverso alla porta della mia casuccia, solo per non parere men savio degli altri: chè del resto tanto sarebbe valso il lasciarla spalancata; poi... Già la carne non mi pesava; uscito da un abbaino d'in sul tetto, con questo schioppo ad armacollo, la diedi per le campagne. Il mio schioppo, qualora l'ebbi a lato, mi sentii sempre valere il doppio: de' campi, de' boschi, nessuno più pratico di me, onde speravo campare, intanto cominciano a sfilare Francesi buzzi buzzi, senza quell'aria di me ne infischio dell'altre volte; e dietro a loro picchetti di Barbetti e Cosacchi, con facce da posali li, su cavalli che correvano come il vento: erano soldati di Bagrazion, di Rosemberg, di Wukasowich, d'altri nomi che adopriamo ancora per ispauracchio de' ragazzi. Venire e far netto era tutt'uno; sicchè la gente, vedendo che, gialli o verdi, era assai salvar la pelle, chi potè fuggire non rimase; e senza mancar maglia, chi qua, chi là se la batterono ai monti, alle cascine più fuor di mano, per cansare la mala ventura. Quanti n'ho io scortati che i giorni innanzi stavano tant'alto, e mi voleano rimangiare quasi fosse tornato il tempo loro; e adesso scappavano da coloro che tanto aveano ribramati! Davvero io me ne sentiva la bocca amara, e avrei voluto dar loro almeno una mostacciata: pure morsi la lingua, feci servigi a chi potei, e me ne trovo contento, ancorchè essi poi m'abbiano pagato di sconoscente arroganza, non più ricordandosi di quei lumi di luna, quando mi dicevano: _Carlandrea, sono nelle vostre mani._