Novelle brianzuole

Part 12

Chapter 122,716 wordsPublic domain

Ma l'Agnese, dopo una tale batosta, non è più quella. Non le dà il cuore di lasciarsi vedere attorno, onde in casa a piangere, a strillare. Se sta su, tutto le fa ricordare di lui: se si corica, non vi dico altro. Guai se un mobile scricchiola di notte! guai se ode sbatacchiare una finestra! guai se un cane ulula per la strada! Passano e passano giorni, ma il dolore non si disacerba. Suo padre, che la sente ogni tratto mettere singhiozzi da soffocare, le dice: — Ti compatisco: gli volevi bene, eh, a Sandro? perchè non me n'hai fatto motto, ma ora che vuoi crepargli dietro? Si dava ad intendere di consolarla, ed era come si scarificasse una piaga, fresca tuttavia e sanguinante: onde ella dava in nuovi scrosci di pianto, e diceva cose che nessuno la capiva. La gente vedendola così accorata, la lodava di fedeltà; alcune tolsero a confortarla, pensando più al ventre che al cuore, come fanno spesso le comari; molti ragazzi dicevano alle loro belle:

— Badate mo l'Agnese. Quello si chiama voler bene. Ma voi, se io morissi, vi voltereste ad un altro; e chi n'ha avuto n'ha avuto; è vero?

Unico ristoro le era la Bia. Con lei si cavava la voglia del piangere; con lei diceva quel che le passava in cuore, quel che doveva nascondere a tutti gli altri! con lei andava al camposanto a recitar il rosario per quella povera anima. Ma poi se la pigliava anche contro di essa, la riguardava come il solo testimonio del suo delitto; come un essere da cui dipendeva il renderla la più misera delle creature: e tremava che un giorno o l'altro potesse manifestarlo. E per quanto si sforzasse in vista di far la disinvolta e accarezzarla e tenerla colle belle belline, dentro se ne rodeva, e tutto quel che la Bia facesse, lo prendeva per traverso. La udiva cantare? le pareva insultasse al suo dolore. La vedeva parlacchiare con qualche altra? ne entrava in gelosia. Sentiva zufolarsi le orecchie? — Sarà la Bia che rinvescia tutto. Le parlava talvolta di quel povero figliuolo? — Lo fa a bella posta per rinfrescarmi il dolore. Se la Bia diceva, — Tienmi i ragazzi finchè io vada al mulino o a risciacquar il bucato, — Ecco (pensava ella) fin da serva la mi fa fare. Se le cercava un pugno di sale, — Due, rispondeva; ma fra i denti brontolava: — La si vuol far pagare perchè non soffi. In ogni occhio che la fissasse credeva leggere la sua accusa: — Certo colui o colei sa il caso mio; e chi può averglielo detto se non la Bia? Al vederla dunque le veniva verde il sangue; e perchè quando c'è una cosa nel cuore, è come la tosse, che non si può nasconderla, certi atti bisbetici, certe frasi piccose che le scappavano contro voglia, lasciarono alla Bia comprendere il vero. Così cominciarono a raffreddarsi, a gattigliare, e stare ciascuna sulla sua; e l'Agnese a odiare quell'altra come il mal di capo, e crescere così il suo pericolo immaginario. Più non si vedeva innanzi che fantasie paurose; non sognava che la giustizia; il pronostico fatto dalla strega a sua madre le ribolliva nel capo come vicino ad avverarsi, e tutto in grazia di chi? in grazia della Bia. E credeva vedere che costei andasse a darla fuori, a servir di testimonio, onde le pareva di non potere aver più bene al mondo finchè al mondo vi fosse colei. La morte di essa era il voto che mattina e sera faceva nelle sue orazioni: quando tornavano le solennità, vi si preparava colle novene, col digiunare; poi confessata e comunicata, inginocchiavasi sulla nuda terra, e storcendo le mani, e colle lacrime agli occhi, diceva: — Caro Signore! pei meriti della vostra passione, vi prego, vi scongiuro, fate morire la Bia.

Ma la Bia, non s'insognava di morire. Anzi una volta, avendo ricevuto dall'Agnese non so che torto, la Bia che doveva avere mal desinato, ripicchiò; e qui botta e risposta, se ne dissero fino ai denti, e la donna si lasciò scappare di bocca che la dovesse badare a quel che diceva, perchè in fine de' fini stava da lei il mandarla col muso alla ferrata.

Non l'avesse mai detto! L'Agnese se prima andava a spasso col cervello, allora, vi diede volta affatto. Quella notte la passò come sulle ortiche. Quando, spossata dal piangere si addormentò, che sogni! che paure! Cani rabbiosi che le saltavano adosso, un toro che la inseguiva perchè era tutta rossa di sangue: le pareva di scappare in camera, serrarsi dentro; ma ecco le finestre sbatacchiare benchè chiuse, e pel buco della toppa entrare un fantasma e succiarle il sangue di sotto le ugne dei piedi: essa lo affissava, e quello andava tutto a fuoco e fiamme, sporgeva gli occhi dalla livida faccia, come gli aveva veduti a Sandro in quella sera funesta e le diceva: — Son dannato in grazia tua. Essa faceva per gridare e non poteva, perchè sentivasi strozzare: toccavasi al collo, era il capestro che le aveva messo il boja. Stralunava gli occhi intorno: ecco lì tutta la gente del suo paese, tutte le sue camerate a vederla impiccare; ed una fra queste sporgersi su, e beffarda ghignarle in faccia: — era la Bia.

Balzò dal letto atterrita, trambasciata: tutto quel giorno una orribile convulsione l'agitò; acciocchita dava al capo per tutti i muri: le pareva di avere il fuoco nella testa, e s'appoggiava agli stipiti dei camino, ai ferri, per sentire un momento di refrigerio: si buttava su quella cassapanca, e non piangeva più. Usci col secchio per andare attingere, poi quando fu fuori, non si ricordò più: e va e va... Avete sentito, ragazze, di certi che vanno in volta bell'e dormendo. Tal quale l'Agnese. E va e va, trovasi dinanzi al cimitero: è aperto il cancello; s'avanza. — Ove diamine andate? lo grida una vociaccia. Era il sepoltore che stava scavando una fossa. A quel suono risentitasi, ella diede uno strillo, guardò intorno, si rinvenne; e coi capelli irti come un pettine di lino, fuggì a rotta di collo, come se alcuno le corresse dietro.

Quel giorno non mangiò, non parlò, non pregò. Sulla sera crebbe la tempesta. Tra il fosco e il chiaro, seduta coccolone, colle tempie fra le mani e le mani sui ginocchi, stette un pezzo a ruminare: poi come risoluta, balzò su a scatto di molla, ed esclamò; — Conviene che ella muoja! abbrancò un coltellaccio, salì dalla vicina, e cogliendola sola e sprovvista, glielo cacciò nella gola.

— O Madonna santa! esclamano prese di ribrezzo le villane ascoltatrici, mentre comar Giuditta raccoglieva il fiato: e stringendosi l'una più presso dell'altra, le domandano ansiose: — E sicchè, e sicchè?

— Sicchè (continua la vecchia) tardi tardi, secondo il solito, e secondo il solito ubbriaco, torna casa il marito della Bia, e trova questo spettacolo. Si pone a gridare, a chiamare accorr'uomo; traggono i casigliani, trae il vicinato, vedono, oh vedono la donna che dava i tratti in un lago di sangue.

Chi può mai essere stato? Non i ladri, perchè non manca un bruscolo: nessuno ella aveva per nemico; non può apporsene che a suo marito. Egli solo andò in casa: era avvinazzato: l'avrà intesa arrangolare perchè entrò tardi, e le avrà dato. Il bargello, fondandosi sulla voce del popolo che è voce di Dio, mette senz'altro le mani su lui; presto presto, per dare un terribile esempio, si fa il processo sul luogo: lo interrogano, egli nega, lo mettono alla tortura.

Voi non sapete, ragazze, cos'è la tortura, eh? perchè adesso non la si usa più. Ma al tempo mio, quando uno era sospettato d'un delitto, fosse come capo di ladri, o come strega, o bestemmiatore, o un di quelli che untavano per far venire la peste, lo pigliavano: il signor giudice gli domandava, — Sei stato tu? Se l'altro schiodava, dio con bene: se no, il signor giudice ordinava: — Mettetelo alla corda.

Voi tutte avete visto il macello, quando il beccajo, dopo scannato il bue, lo tira su, legato per le gambe ad un verricello. Su quel fare immaginate la tortura. Il reo, ossia l'accusato ch'è tutt'uno, veniva legato colle mani dietro, così; con una corda incarrucolata l'alzavano, e a volta a volta davano delle buone strappate, come si fa col martino quando si conficcano i pali nell'argine; e lo facevano saltare dieci, venti volte, quante al signor giudice piacesse. Di ragione, se colui non voleva che le braccia restassero attaccate alla fune, conveniva che confessasse; e così si scoprivano i malfattori, poi s'impiccavano, si squartavano, s'inrotavano. Di questi esempii non passava, sto per dire, settimana, che non se ne udissero; e perciò delitti non ne succedevano. Ora tali usanze sono dismesse, e il far il ladro è divenuto una bazza.

L'uomo della Bia fu dunque posto al tormento, e lì il signor giudice, — un fior di giudice, dalle cui unghie non era mai uscito alcuno savio; ma insieme una brava persona, pieno di pazienza e piacevolone che diceva barzellette fin nel condannare alla morte. Il signor giudice, come dicevo, prima lo esortò colle buone a dir la verità; poi, vedendo che negava, ordinò, — Tiratelo su.

Nel suo seggiolone, appoggiato il gomito al tavolino e il mento alla mano, stava egli osservandolo, e con tutta pazienza aspettando che confessasse; ma quegli duro. Allora il signor giudice: — Ehi, dategli un pajo di strappatine. L'altro pianse, strillò, invocò il Signore, la Madonna, san Giuseppe, ma tenne saldo.

Al vederlo così ostinato, sarebbe montata la stizza anche al santo Giobbe: ma il signor giudice colla solita calma, vòlto al manigoldo e facendogli d'occhio gli disse:

— Ebbene, com'è così, calatelo giù.

L'aguzzino, che capi il segno, calò l'accusato tanto vicino al pavimento che lo rasentava colla punta dei piedi. L'uomo che erasi sentito resuscitare da morte a vita in ascoltare quell'ordine, vedendosi ora così presso terra, che un poco più che si allungasse la toccherebbe, per raggiungerla stiravasi da sè medesimo di tutta forza e così per la speranza di finirli, accresceva nel più orribile modo i suoi tormenti.

A vederlo sgambettare, il manigoldo schiattava dalle risa: l'istesso signor giudice turava la bocca, perchè non gli scappassero: in fin che l'altro, non potendo resistere a quel nuovo spasimo, domandò per amore, per misericordia che lo calassero affatto, e avrebbe detto ogni cosa.

Di fatto confessò che era stato lui ad ammazzare sua moglie, perchè n'era sazio, perchè rantolava sempre, perchè voleva torne un'altra; insomma tutto quello che il signor giudice gli suggerì. Questi contento della buona uscita del suo processo, buttò fuori la sua brava sentenza con qualmente il reo fosse scopato e poi impiccato; e andò a desinare.

La giustizia, cioè il boja, venne subito da Milano, con un carro a tiro a due, e suvvi ceppo, ruote, corde, tanaglie, un arsenale di roba da mestiero; e a vedere e non vedere, ebbe piantata la forca sulla piazza. Al domani tutto il paese, tutto il vicinato corsero in folla per vedere castigare lo scellerato uccisore di sua moglie; e il boja trattolo fuori di prigione, cominciava a scoparlo. Quand'ecco accorrere una ragazza scarmigliata, ansante, pallida, contraffatta, sfondando la folla e gridando come una indemoniata:

— È innocente; non ne sa nulla.

Tutti ravvisarono subito l'Agnese, e cominciò a levarsi un bisbiglio: perchè sebbene l'uomo della Bia si trovasse sempre aver bevuto davvantaggio, non si sapeva che avesse mai torto un capello a nessuno; onde molti avevano penato a crederlo capace di tanto eccesso prima che il signor giudice avesse proferita la sentenza. Proferita questa, fu un altro cantare, perchè la sarebbe grossa che avesse a sbagliare il giudice; e quando una cosa passò in giudicato, non se ne deve più dubitare.

Ma allora udendo le parole dell'Agnese, cominciarono alzar la voce, e corsero dal signor giudice e gli raccontarono l'occorrente.

Questi si trovò allora in un bel imbarazzo. Il processo era stato fatto in tutte le regole; in tutte le forme data la sentenza; e poi, si sa, a ciascuno piace esercitare la propria abilità. Perciò sulle prime egli procurò di buttar per matta la ragazza e che intanto la condanna si eseguisse; ma poi, sentendo il gridìo della gente, e massime le ragioni del signor curato, ordinò che si sospendesse l'esecuzione. E udendo il boja star di mal umore per aver fatto il viaggio per niente, gli disse: — Colpa tua, dovevi sbrigarti più lesto.

Intanto la ragazza, e non fu bisogno di corda, spiattellò di punto in punto tutta la storia, dalla morte di Sandro in avanti: visitata la casa, si trovarono i panni sanguinati, si trovò il coltello. Figuratevi che dire ne fu per il paese! Vi basti che fino il giudice pareva quasi averle compassione e diceva che quanto a lui, non gli sarebbe importato niente anche a salvarla. Ma il bianco sul nero c'è per qualche cosa, e la legge canta: Chi ammazza muoja.

Il marito della Bia lo tennero un poco in prigione per aver deposto il falso in giudizio, poi lo mandarono all'ospedale a guarir delle storpiature; ed il boja tornò a consolarsi, perchè il giuoco che doveva fare all'uomo lo fece all'Agnese.

— Povera ragazza! esclamano le fanciulle asciugandosi gli occhi.

— Povero suo padre! esclama un vecchio; e si fa attorno un silenzio meditabondo. Questo silenzio pare a comar Giuditta il miglior elogio che possa farsi al suo racconto, e però, dopo un pezzetto, ripiglia: — Guarda mo! quell'acqua cheta, quella ragazza così florida, così bella, chi l'avrebbe detto che aveva a finire così? E non è già questa una pastocchia, ma un caso vero, quanto è vero che le comete annunziano malanni. Il paese è qui dalle vostre parti, e mia madre aveva parlato con delle vecchie che erano vive quando questo è accaduto. Imparate dunque, o ragazze...

— A non chiudere l'amoroso nella cassapanca, l'interrompe la Savina; e uno scroscio di risa universale tien dietro a quest'arguzia. Poi, come, avanti giorno, un passero che cominci a zirlare basta perchè sull'istante si sveglino tutti gli altri che dormivano, ed è uno stormire, un cinguettìo, un frascheggiare di mille uccelli, così, rotto l'incanto, si suscitano trenta voci discordi, che fitte fitte si succedono, s'intralciano, s'interrompono. E l'una dice; — Oh! di queste cose non ne succedono più; un'altra: — Ma che colpa n'aveva quella povera zitella? la terza: — Per uno scappuccio, alla forca!

— Oh! soggiunge la morale Simona; ogni colpa è di sua madre, che maltrattò quella strega, e per questo bisogna guardare a chi si fa del male.

— Sapete che? salta su la Betta, quella tal sufficiente: La vera ragione è che l'Agnese era nata sotto un cattivo pianeta.

Comar Giuditta prova e riprova di ricondur il silenzio, la meditazione e tornar padrona della veglia per potere spacciar alquanto di quella morale onde son piene le fosse: ma chi arresterà la girandola dopo appiccata la scintilla? Cresce anche di più in più il bisbigliare, il chiaccolare, che è una sinagoga; finchè nel lucerniere si pianta il gancetto d'un lumuccio a mano, fioco siccome quello che si accende ai morti; e la Savina, non senza un'occhiata al suo giovinotto, con voce viva da passare il tetto, comincia a cantar allegramente _Mamma mia, non mi sgridate_: tutte le altre le si accordano; e lo spavento col quale la comare sperava d'aver fatto più frutto che un padre delle missioni, si dilegua in un vivace biscantare.

Così la sinfonia che accompagnò al cimitero un soldato estinto, con flebile armonia da mettere l'angoscia nel cuore, non appena è gettata sul cadavere la terra, intuona una coraggiosa marciata, che dissipa la melanconica impressione, quasi sia troppo il continuare più di mezz'ora la compassione all'uomo, il cui mestiero è il patimento e la morte.

1834.

FINE.

NOTE:

[1] Schiaccerà la tua testa.

[2] Il Signore dal cielo in terra guardò, per udir i gemiti degli incatenati, per sciorre i figliuoli degli uccisi.

[3] I sacerdoti si astengano da cacce, uccellagioni, taverne, danze e giuochi.

[4] Vidi l'empio innalzato e sublimato più che i cedri del Libano; ripassai, ed ecco più non v'era.

[5] Dall'inferno esclamai, e tu, Signore, ascoltasti la voce mia.

[6] Per intendere queste e le precedenti allusioni, bisogna ricordare che questa novella ed altre delle seguenti furono scritte in prigione di Stato.

[7] Come dileguasi la cera al fuoco, tal periscano i peccatori dalla faccia di Dio, ed i giusti banchettino ed esultino in allegrezza. _Salmo_ LXVII.

[8] Vedi l'aggiunta dopo questa novella.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.