Part 11
Tita cominciò a far l'uomo posato; e starsi in casa. Oh! la casa ha una tale attrattiva in sè, che chi la gusta da vero una volta, non se ne svia mai più. Tornò affezionato al mestiero, tornò alla parsimonia, tornò alla quiete: e temperante, e assennato, stette colla moglie al bene e al male che occorre nella vita: bene che tanto s'accresce, male che s'allevia tanto allorchè si divida con una buona compagna. Egli stesso confessa che se qualche volta (per usare la sua espressione) il diavolo lo tenta per tirarlo alle pratiche vecchie, non ha rimedio migliore che ricordarsi i pugni dati a sua moglie.
La Laurina, lieta quanto si può dire, non rifina di ringraziare la Madonna. Alla nuova stagione, eccola ricomparire alla filanda con un bambino in collo: ricomparire festiva e vivace come quando era da marito, e discorrere e canterellare.
Se mai v'accade di passare per quella borgatina, lì sul canto dello sdrucciolo a mancina, per cui dalla strada maestra s'esce ai campi, v'occorrerà alla vista una botteguccia raccoltina, nella quale una donna siede a girar un aspo, mentre un fantolino appena divezzato va baloccandosi sul pavimento coi ritagli di panno che cascano da una tavola, sulla quale un uomo assiduamente lavora, nel tempo che fa bordone alle allegre canzoni di una setajuola. Sono la Laurina, il marito suo e il loro bambino; un inferno mutato in paradiso per la prudente pazienza di una moglie virtuosa.
AGNESE
O LA VEGLIA DI STALLA
Quando gennajo copre di nevi o di brine le campagne, e tutto ringhiaccia alla buffa del tramontano, e sugli ispidi stecchi degli alberi non si fa intendere più lo stormire dei passeri a folate e il crocitare dei corvi, sogliono i contadini temperar lo stridore della stagione facendo crocchio nelle stalle; e a quel tepore lavorando, discorrendo, pregando, dispensare i giorni melanconici e le interminabili serate. Le vecchie già vi si sono crogiolate, non appena al mezzodì si furono refiziate col povero desinare; e poichè alquanto ebbero adoperato la striglia contro il tale e il quale, volentieri si rifanno sui casi di loro gioventù, quando, a sentirle, il mondo camminava così diritto, così allegro, così onesto; rammemorano le persone con cui vissero, e che ora da un pezzo dormono tra i più; e come predicava il curato, antecessore dell'antecessore del presente; e come l'andava innanzi che capitasse il Buonaparte; e del tempo quando v'erano tuttora le streghe e le paure, che ciascuna di esse ha veduto, ha udito cogli occhi, cogli orecchi suoi proprii. L'una rammenta quel palazzotto poco discosto, ove guai che qualcuno si fosse arrischiato di dormire, perchè sulla mezzanotte, vi correva di su di giù la fantasima con grande fracasso di catene, dopo che il diavolo se n'era, corpo ed anima, portato via il padrone, il quale era così ingordo avaro, che in una gran carestia avendo ammassato di molto grano, eppoi essendone scaduto il prezzo, per disperato s'appiccò.
— Io non so darmi pace (così dice la Simona, vecchia impresciuttita e rubizza) di certuni, che queste cose non le vogliono credere. E in castello? Al tempo dei tempi vi stava un cavaliero, che aveva una moglie delle belle che si potessero vedere con un par d'occhi. Ora, venuto geloso d'un bel paggetto, un giorno egli lo fece squartare, gli cavò il cuore, e bell'e fritto, quel cuore lo imbandì alla sua signora. Quando la signora se n'è accorta, si traboccò dalla finestra nella fossa. Il cavaliero poco dopo fece anche lui cattiva fine; e per questo, Iddio ci guardi dal commettere omicidi. Io stessa, non conto ciance, io stessa ho veduto, una volta come mille, un uccellaccio strano, che aveva la forma d'un ferro di lancia, aliare sulla sera attorno ai merli del castello, ed era l'anima di quel cattivo.
— Ma (interrompe comar Giuditta, mentre sbracia il veggio) dopo che vi alloggiarono dentro i Giacobini, quell'uccellaccio non s'è lasciato più vedere, come non ci s'è più sentito in palazzo.
— Uh! coloro, torna su la Simona: erano frammassoni, senza nè legge nè fede, che si ungevano gli stivali coll'olio santo, e giocavano alle palle colle teste dei preti.
— L'avete visto voi anche questo? domanda un'ingenua ragazzetta, che, sopra un sediolino, sta tutt'orecchi a quei paurosi racconti.
— No, risponde l'altra; ma lo dicevano tutti: e questo poi è frumento secco, che non andavano a messa neppure la festa.
— E sì, la festa bisogna rispettarla, aggiunge biascicando le parole la sdentata Teresa. E voglio dirvi questa, che mi contò, deh quante volte, fra Spiridione buon'anima sua. Che, quando si fabbricò il loro convento, avevasi a portare un masso smisurato, da collocare per fondamento al campanile. Sicchè il padre guardiano, il quale era un sant'uomo, pregò i terrazzani che la domenica venissero con tutte le leve, i carri, i bovi a trasportarlo. Si trattava di un'opera in servizio di santa chiesa, eppure quei buoni villani risposero, — Riverenza no; e che sarebbero andati piuttosto il lunedì, prima che cominciasse la giornata. Sapete che? quando comparvero, il padre guardiano si fece loro incontro e disse: — Buona gente, ecco fatto: il Signore, per chiarire come gli sia gradita la devozione che avete al suo giorno, ha voluto far un miracolo; e mostrò loro... indovinereste? quel ceppo, che così massiccio com'era, di per sè erasi levato dal suo posto, e collocatosi dove aveva a stare, nè più nè manco.
— E l'han creduto tutti? domandava la bambinuccia.
— Mi fai giusto da ridere, ripiglia la vecchia. Non volevi che si credesse una cosa tanto straordinaria?
Qui comar Giuditta entra dicendo: — E fu durante la fabbrica stessa, io credo, quando v'era quel converso, il quale faceva di sì spessi miracoli e sì strepitosi, che, per toglierlo dal rischio di levarsi in superbia, il padre priore gli intimò di non farne più senza sua permissione. Ora, mentre il converso stava guardando a murare, ecco si fiacca un palco, e un muratore casca giù fin dal tetto. — Ajuto, fra Vincenzo, gridò il meschino. — Ajuto, replicarono maestri e manovali. E fra Vincenzo tutto cuore avrebbe voluto fare su' due piedi un miracolo, ma n'avea la proibizione, onde stesa la mano, gli gridò: — Fermati, tanto che io corra a domandarne licenza. E corse; ma il miracolo era bell'e fatto, perchè colui si fermò a mezz'aria, come fosse stato in piana terra.
— Eh, i frati! attacca un'altra sospirando. Del gran bene facevano i frati. Tutto il dì, tutto l'anno mai non facevano niente, per poter pregare anche per quelli che non pregano, e massime per noi villani, che, costretti a faticare il giorno intero, non ci avanza tempo da dare a Domenedio.
— E i benefizi che compartivano, dite poco? (È la Simona che parla.) Mai non venivano alla cerca, che non regalassero o una coroncina, o un santino, od almeno non benedicessero il mal di madre, i figliuoli ammaliati, e scongiurassero i bruchi e le formiche.
— E voi cosa davate loro? chiede quella tal ragazzina.
— Oh, un poco di tutta quella grazia di Dio che si coglieva. Caspita! non erano state le loro preghiere che l'aveano salvata dalle brine e dalla gragnuola? Ma non si portava mai al convento una coppia di polli o qualche stajo di grano, che non ci ricambiassero or coll'insalata, or con le carote... Che sgrigno è cotesto? Chiacchierina! porta rispetto, chè di fame non moriva nessuno, e il Signore faceva andare sempre co' fiocchi la campagna: il melgone si comprava a otto lire il moggio, e la gente non era così spessa. E quando d'un figliuolo non si sapea che cosa farne, c'era dove collocarlo: e se il marito o la suocera ci facevano mandar giù degli stranguglioni, si aveva dove andar a vuotare il sacco e chiedere un parere.
— Voi non dite male, no, Simona: così la Teresa. E vorrà forse essere per altro, ma quest'è un fatto che allora non si pativa tante malsanie. Confessate in verità vostra: vi ricorda che, da qui indietro, si parlasse tanto di catarri, di reumi, di tutti questi acciacchi che ora non si dice altro?
— Quanto a questo, rompe il ghiaccio la Betta, che di tutte è la più sufficiente; ho sentito io soggetti che la sanno lunga, assicurare che la causa n'è l'innesto del vajuolo vaccino. Non parliamone nè anche di questo scandalo d'innestare una bestia, e una bestia di quella fatta, sopra i ragazzi, e peggio sulle bambine, che è forse per questo che non hanno ancora gli occhi rasciutti, e già le pajono così maliziose. È bensì vero che molti morivano, molti rimanevano conci nemmeno da vedere; però era uno spurgo necessario come tant'altri, e dopo si campava sani come acciajo. Ora hanno voluto andare contro a quello che veniva di lassù; non so che dire: tal sia di loro.
Fra questi e simili discorsi fatto notte, sopraggiungono vispe, leste le più giovani, e dietro ad esse i garzoni, moscheggiando, barzellettando, soffiando sulle mani aggranchite ed esclamando: — Oh che freddo! Allora così al bujo, è un via vai, un passerajo di cento voci che una soverchia l'altra, una l'altra interrompe; onde se tu volessi trovarne il filo, oh va raccapezzare quel che si ciancia sur un mercato. Dispongono quindi i trespoli e gli scannelli, e cominciano ad acchiocciarsi, a quetarsi. E la Savina dopo aver allegramente contato quel che fece, quel che disse, quel che intese fuori per la giornata, piglia la rocca, e sbattendo il pennecchio del lino — Su via (dice) facciamola finita; è ora d'accendere il lume e lavorare, se ho da ammannire il corredo della biancheria per quando mi fo sposa. E, nel dire, stazzona col gomito un giovinotto che le sta a spalla.
— La lingua batte ove duole il dente, n'è vero? scappa fuori una camerata invidiosetta. Oh, si sa bene che hai l'innamorato.
— Ah ah! ride la Savina. Chi? io? ti par egli? sei pur la dabbene! Così fosse! Ma chi vuoi che mi musi? Ha da venir neve rossa.
— Sì, sì, insiste l'altra. Non farmi la forestiera. Non ti ho forse io scorta jeri quando andavi per acqua, eh? Egli ti pedinava, e che paroline t'ha detto? Oh, se mi tocchi, squatterò io gli altarini. Scommettiamo...
— Neanche un quattrin bucato, interrompe la Savina. Io non me ne ricordo niente. Sarà stato un caso... E poi... se anche fosse, c'è del male? Han fatto così anche le nostre madri, sicchè...
— Adagio, adagio, salta la Teresa. Io so che le vostre madri avevano più giudizio di voi, farfarelle; e, non fo per dire, ma si era belle tanto e più che voi. Eppure si sposava quello che i parenti proponevano, delle volte senza nemmanco avergli parlato; si facevano le cose come andavano fatte; e non si cercava alla fine che di adempire le intenzioni di santa madre Chiesa.
— Non c'era tanta premura d'andar a marito, aggiunge una pulzellona di cinquant'anni. Ma ora voi altre non avete appena i venti, e già vi puzza il fiato, e parlate d'amore, frasche!
— Tempo passato perchè non ritorni, eh? ripiglia la giovane; sempre fu sole e nugolo, grano e loglio. Però, dico io, noi del male ne facciamo noi?
— Questo non si può dire, piglia la parola comar Giuditta. Ma in tali faccende non si va mai cauti che basti, perchè il primo scappuccio, Dio sa dove porta. L'è giusto appunto come quando i puttini scivolano sul ghiaccio: presa una volta l'andata, vatti accatta dove si fermeranno. Ve l'ho ben raccontata, eh, la storia dell'Agnese?
— No, no, replicano le giovani per una bocca. Contatela, comare: contate la storiella: e così al fosco, colle mani sotto al grembiule, se le stringono più da presso per ascoltarla. Essa comincia:
— Era l'Agnese una fanciulla bella come un'immagine, tenera come latte spremuto, ma anche dabbene, che, chiedete e domandate, neppur le vicine poteano dir altro che lodi. Le era morta sua mamma mentre era ancora d'otto o nov'anni, ed essa appena cresciuta un poco, tirava innanzi la casa e la bottega con tanta capacità ed amore, che suo padre non sapeva finire di dirne, e le ripeteva: — Tu sarai la mia consolazione. Udirete che pezzo di consolazione.
In que' tempi la devozione era molto più d'adesso: e la sera del giovedì santo si costumava una bella processione, dove i garzoni e le giovinette rappresentavano il mistero della Passione, coi Giudei, con Pilato e il Cireneo che ajutava nostro Signore, e le Marie che lo piangevano, e tutto. L'Agnese si vestiva da Maddalena, perchè l'aveva la più ricca treccia di capelli, che lasciava cascare sulle spalle; e quanti la vedevano esclamavano: — Oh la bella Maddalena!
Viveva allora nello stesso villaggio un tal Sandro, un garzonotto così d'un vent'anni, non somigliante a questi tisicuzzi d'oggi, fatti di calza disfatta; ma un pezzo d'uomo, ben formato e ben fondato, con due bracciotti da vangar una vigna da sè a sè. In quella processione egli figurava da Giudeo, e toccandogli di stare a fianco della Maddalena per tener dietro colla lancia la folla, cominciò in quell'occasione adocchiare l'Agnese, ed essa lui. Poi, quando in appresso si scontravano per via, essa diventava rossa come una ciliegia, ed egli, passandole a lato, la pigiava un pocolino col gomito: pigiarla; che male c'era? Cominciarono poi a farsi un motto; esso le presentò qualche volta un garofano, e lei lo accettò. — Che male fo io? diceva tra sè.
Venuta poi la state, qualche sera egli pigliava la sua brava zampogna, e su e giù sonandola girellone per la via dove l'Agnese stava di casa. Faceva caldo, ed essa, tanto per godere una boccata d'aria, si metteva un po' sul balcone. Quand'egli passava sotto la salutava colla mano. Sulle prime ella non mostrò di vedere, poi non stette al martello, e fece anch'essa altrettanto: alla fin dei conti che male c'è?
Una sera egli la chiamò in basso tono, e — M'occorre di dirvi una parola. — Ditela pure, essa replicò. — Ma volete? qui così dalla strada? Fatevi abbasso. — Non posso, rispose ella; c'è il mio babbo.
Al domani il babbo non c'era; ella discese a sportello, mise fuori la testa ed ascoltò. Ma il discorso non potè terminarsi quella sera, e al giorno appresso, poi l'altro, e l'altro, sempre egli aveva a ragionarle qualche cosa; e poi quando ella era dabbasso, non si ricordava più, e bisognava riportarsi al giorno seguente.
Di tutto questo non aveva ella fatto confidenza se non ad una sua vicina, che si chiamava la Bia, una buona pastocchiona, di quelle che credono tutto bene, e che, invece di darle una lavata di capo come va, le diceva: — Gli è un dabben ragazzo, se fa per di buono, puoi aver trovato la tua fortuna, e ringraziare Iddio d'aver dato il capo in un buon muro. Guardati però dal far del male, perchè altrimenti il Signore castiga con de' guai grossi ma grossi.
A questo modo tiravano innanzi i due innamorati; poi una sera parve che quello star lì in sulla soglia non fosse che un far bella inutilmente la piazza. Il padre non c'era; era andato alla fiera di Bergamo: ond'ella tolse dentro Sandro e chiusero la porta. Non aveano fatto che entrare quando si sente battere trafelato al picchietto della porta.
— Oh signor Iddio! chi sarà mai? Scappate.
— Non si può.
— Nascondetevi.
— Ma dove?
All'Agnese non suggerì altro nascondiglio migliore che farlo rannicchiare alla meglio in una cassapanca, che teneva da piè del suo letto. Poi corse alla porta e domandò:
— Chi è?
— Chi vuol che sia? sono tuo padre.
Essa tirò il catenaccio, e li sui due piedi inventò una di quelle fandonie che voi ragazze sapete così bene, per iscusare il ritardo e la confusione, che anche un orbo le avrebbe letto in viso. Ma suo padre, che le voleva un bene all'anima, ed avrebbe trovato per lei il latte di gallina...
Ma ora che mi ricordo, bisogna che torni un passo indietro, e vi dica che, quando sua madre era grossa di lei, entrando una volta in casa, trovò accoccolata sul focolare una vecchia, brutta, magra, stenta, con una faccia grinza come pesche alide, che non prometteva niente di bene; abbrezzava tutta e batteva i denti come una gru. S'appose che quella doveva essere una strega; e dandosi a gridare a quanto gliene usciva dalla gola, tolse la scopa di dietro l'uscio e a colpi la cacciò. Non l'avesse mai fatto! Quella befana voltatasele contro con due occhi di basilisco, e facendole una croce sul ventre, rantolò:
— Che quel che tu porti possa essere anch'egli scopato.
Ora per seguitare... Ma dove sono restata?... Ah, mi rinvengo. Suo padre dunque, che avrebbe fatto per lei moneta falsa, la salutò tutto grazia, la trasse in camera, e quivi sedette sulla cassa appunto in cui era chiuso quell'altro: e le cominciò a narrare della fiera, d'un mondo di gente che ci aveva; Tirolesi con cinture di cuojo trapunte e cappellacci lunghi come ombrelli; Turchignotti col mammelucco e la barbaccia e le bracacce; d'un savojardo che mostrava la gran bestia; d'una zingara che contava la ventura; poi seguitava informandola del quanto avea comprato il sapone o i vomeri e le coltri di lana; e perchè fosse tornato un giorno prima, e d'altre cose di egual importanza. Ma l'Agnese, che avea tutt'altro per il capo, stava a cento miglia, e rispondeva sì o no a braccio, e come veniva veniva. Ond'egli le domandava: — Di' su, hai sonno eh? Anch'io. Via, cuocimi due bocconi da cena.
Lesta lesta gli friggeva essa una coppia d'uova, e non vedeva la sant'ora di metterlo a dormire. Ma egli sarebbesi detto che faceva apposta a temporeggiarsi, contando, ripetendo, addomandando.
Basta! quando Dio ha voluto, egli se n'andò. L'Agnese, che era stata come in croce, sente allargarsi il cuore; si chiude in camera, corre alla cassapanca, dà una voce all'amico.... e, non risponde. Che dorma? Gli alza un braccio, ricasca. Gesummaria! gli tocca la fronte... è fredda marmata. Che serve? era morto soffocato.
Come allo sdrucciolare d'un ghiacciuolo per le reni, così la pelle s'accappona alle ragazze, intente al discorso di comare Giuditta, ed esclamano: — Morto? soffocato? O santa pazienza! Che se da prima avevano tenuto gli occhi desti, credendo che la storia dovesse riuscire al solito scioglimento, ora raddoppiando d'attenzione, socchiuse le bocche, sporgono i menti verso la narratrice che il bujo impedisce di vedere: e la Savina ritira la mano che col favore dell'oscurità, si era, senza accorgersi, lasciata stringere nella mano del giovinetto.
Tanto un pochettino d'orrore giova a crescere l'interesse, sia in una panzana da veglia, sia in un racconto da album o da strenna. E la vecchia dello stesso tono proseguiva:
— Quale restasse l'Agnese, voglio lasciarlo pensare a voi. Lì, sola, con un uomo morto; lei che prima sarebbe svenuta di paura a vederne uno anche di lontano: e questo uomo era il suo damo: era morto allor allora; morto in grazia di lei, e quel ch'è peggio, senza neppur confessarsi. Gridare non poteva: suo padre era lì muro a muro, baciava livide e assiderate quelle labbra, che vive non aveva baciato mai; e l'inondava di lagrime silenziose. Si provò di levarlo fuori; oh adesso! pesava il doppio di lei: appena che potesse muoverlo, e la cassa era fonda. Lo spruzzava d'acqua diaccia, gli dava ad annusare aceto, gli scaldava dei panni sul cuore: tutto incenso ai morti.
Che farà? Se lo sa la gente, Dio ne liberi! chiamare suo padre? Cosa direbbe mai? aver tirato in casa un giovane, averlo ammazzato!
Non le soccorrendo miglior partito, risolve di andare per ajuto alla Bia sua vicina; essa conosceva già quell'intrigo; le teneva anzi la corda. Piano piano adunque schiude l'uscio, sguiscia fuori: le ginocchia le si piegavano sotto, come avesse avuto tre mesi la quartana. Monta per la scaletta, e — Bia! Bia! domanda.
— Che chiami, Agnese? caspitere! di quest'ora?
— Zitta, e aprite per carità!
Poi come fu dentro, piangendo, sbattezzandosi, le rivelò il caso.
— Morto! Sandro! andava quella replicando, e spalancava gli occhi, torceva le mani, se le cacciava nei capelli.
— Sarà forse solamente svenuto.
— Magari! soggiungeva la fanciulla. Venite dunque per carità! per amor di Dio! venite, soccorretemi.
La Bia si trasse a compassione, e andò da lei. Già suo marito non era pericolo che tornasse a casa, perchè era un ubbriacone, che non lasciava l'osteria se non quando ne lo cacciavano. Va dunque alla camera, osserva anch'essa, brancica, muove, solletica: — è proprio morto, morto stecchito.
Tutto questo si faceva a chetichella in peduli spiegandosi a gesti, senza trar fiato, per timore che il padre non sentisse. Ma stracco del viaggio questi aveva attaccato, senza bisogno della nanna, e presto fu sentito russar della bella. Visto dunque inutile ogni tentativo, la Bia diceva all'altra, — Calmati; che vuoi? Quel ch'è fatto è fatto. Ora bisogna pensare a rabberciarla, non a fargli il pianto. Qui non c'è altro. Leviamolo fuori; portiamolo sulla strada e lasciamolo lì. Il primo che passa lo troverà, e dirà che cascò d'un accidente.
— In istrada! gettar là così il mio povero Sandro? come un cane? ed è morto per me! Io no, io no. E se gli buttava sopra, e piangeva e singhiozzava, convulsa, spasimante replicando pure, — Io no, io no.
Onde la Bia stringendosi nelle spalle, — Allora non so cosa dire: pensaci tu, e chi s'è visto s'è visto; e faceva viso d'andarsene. L'Agnese la richiamava, la rimboniva, tornavano a consultare, e la risoluzione era sempre la stessa: onde trovandosi tra l'uscio e il muro, anche l'Agnese dovette acconsentire. Fra tutte e due a stento lo cavarono fuori, e chete chete trascinatolo in sulla via, più lontano che poterono, rinvennero ciascuna a casa sua.
Che notte per l'Agnese! Altro che le passate, quando, appena giù, dormiva per ore ed ore della grossa, senza un pensiero al mondo, oppure fra pensieri sereni, giulivi, sinchè svegliavasi col nome del suo Sandro sulla lingua. Ora, altro che dormire! se una pulce basta a tenerci sveglie, figuratevi, con questo posolo sul petto. Lì, presso quella cassapanca, con sugli occhi irremovibile quel cadavere, che smanie, che batticuore! Si gettava di qua di la pel letto: si copriva sotto le coltri: si tappava gli occhi, gli orecchi; ma sempre le pareva di vederlo; sentivasi ancora sotto le mani, sulle guance, alle labbra il tocco di quel gelo inanimato. — Ma chi sa? forse quello non fu che un male, uno svenimento passeggiero: si sarà riavuto, tornato a casa sua, e domani lo vedrà ancora. Che consolazione, rivederlo vivo!.... Ma.... che gli dirò? averlo gettato fuori a quel modo? E raddoppiava il pianto, come cresce la pioggia dopo che un lampo rischiarò per un momento l'oscurità. Poi aveva da venire la mattina: la voce si sarebbe sparsa: suo padre comparirebbe, e non poteva non accorgersi dello stato di lei. Cosa dirgli? come scusarsene? come contenersi con chi le racconterebbe la morte del povero Sandro?
Di fatto la mattina buon'ora si sente un pissi pissi, un via vai per la strada, un visibilio di congetture; il padre si affaccia alla finestra e domanda: — Che novità c'è?
— Non sapete? risponde uno che passava. Hanno trovato morto Sandro.
— Cosa mi dite! ammazzato?
— Mai più: non ha nessuna ferita, non gli hanno tolto i soldi; deve essere stato un colpo d'apoplessia. Povero giovane! e tirava innanzi.
Il padre corse alla camera della figliuola. Che coltellata per lei allorchè sentì tirare il catenaccio! Sforzatasi a dissimulare, quando esso le contò l'occorso, si finse nuova di quel caso, ma non potè a lungo tenersi di non rompere in un pianto dirotto, e dare sfogo al crepacuore represso. A suo padre parve quel cordoglio fuori di misura, pure pensò fra sè e sè: — Bisogna che fosse un po' briciolata di lui, tanto più che, uscendo, intese dirsi dalla gente: — Porterà il bruno, eh, la vostra Agnese, che gli parlava!