Part 26
La signora che doveva accompagnare Enrichetta all’altare, e che fino a quel punto non aveva detto sillaba, colse quel momento, in cui anche lei diventava un personaggio d’importanza, per prendere la direzione degli ultimi preparativi. Fu lei che mise il velo bianco alla sposa; che si levò di dosso qua e là una dozzina di spilli per tenerle in riga un fiore, un nastro, una piega del vestito; che le diede gli avvertimenti necessari sul modo di scender di carrozza, e di inginocchiarsi all’altare, senza sconciar nulla. Anche gli altri in fretta si attillavano alla meglio, per far buona figura. Giovanni, tutto rosso in faccia, era alle prese con un guanto nuovo che gli si era piantato a metà della mano e non voleva più andar avanti. «Facciamo presto.... non facciamoci aspettare....» diceva di tanto in tanto per non tenersi tutta la responsabilità del ritardo.
Infine, la signora, com’ebbe data l’ultima lisciatura, e un’occhiata generale alla sposa, girandole intorno due o tre volte, e come s’ebbe acconciati anch’essa allo specchio, con la debita cura, i capelli, il cappellino e la mantiglia: «Noi siamo pronte,» disse con molta gravità; «andiamo.»
«Nessuno ha dimenticato niente?» domandò Giovanni.
Enrichetta s’avviò per la prima, la comitiva le andò dietro; scesero le scale e presero posto nelle due carrozze che aspettavano in corte.
I curiosi corsi in chiesa a veder gli sposi eran molti. C’era tutto il vicinato, i bottegai del quartiere, mezza la compagnia dei militi di cui era sergente il signor Giovanni. Il conoscer mezza Milano, era una delle cose a cui Giovanni teneva di più; e a questa mezza Milano egli non aveva fatto, da parecchi giorni, che parlare pomposamente, più che aveva potuto, del gran matrimonio della sua figliola, annunziando a tutti la sera in cui lo si sarebbe fatto.
Mentre si avviava all’altare, nel mezzo della lunga navata della chiesa, quegli occhi rivolti su lei, quel bisbiglio, quelle parole che da ogni parte le giungevano confusamente, diedero a Enrichetta una commozione nuova, improvvisa, e quel senso quasi di timore di chi muove il passo sur una strada che non conosce. Sentì, in quel momento, che le si affacciava come una vita nuova; sentì finita l’esistenza tranquilla, ignorata della fanciulla; si trovò in mezzo alla gente, osservata, giudicata. Non vide più nulla fuor che i ceri accesi dell’altare, e non ebbe che un’ansietà, quella di poter presto appoggiarsi al braccio del suo sposo.
Eppure, in quel bisbiglio, in quelle parole, non c’erano ancora i giudizi severi, inesorabili, senza appello e senza grazia, di cui c’è tanta abbondanza nel consorzio umano, e di cui tutti sono a un tempo dispensatori e vittime. In quel bisbiglio e in quelle parole non c’era che un’ammirazione unanime per la sposa; anche dello sposo i più dicevano che era un bell’uomo: i motteggi non mancavano, ma andavan tutti sulle spalle di quei della comitiva. Ed Enrichetta infatti era pur bella! Aveva un bel vestito di seta bianca; un velo bianco le scendeva dal capo e ravvolgeva, senza nasconderle, le forme snelle, eleganti della persona; i suoi capelli biondi, i suoi grand’occhi celesti, e quello stesso pallore maggior del solito, davano alle linee purissime del suo volto qualcosa di così quieto e soave, che in mezzo al buio della chiesa la potevano quasi far parere un angelo staccatosi dal quadro annerito d’un altare.
Ecco perchè tanto quei del vicinato, che i militi della compagnia del signor Giovanni, tutti di così difficile contentatura nell’argomento del bello, quella sera si dichiararono soddisfatti.
«Tutto è andato proprio bene, benissimo!» disse Giovanni nel rientrare in casa con la comitiva, e nel levarsi quel guanto che era stato fino a quel punto il solo ostacolo alla sua piena felicità. «Peccato che un matrimonio sia così subito fatto, e che una così bella cerimonia finisca così presto!» Allora non si faceva il matrimonio civile, e Giovanni non potè avere una consolazione di più. «Oh, ma cosa vedo io mai!» esclamò interrompendosi bruscamente. «Enrichetta, non hai messo al collo la bella croce a pietruzze che t’avevo fatto fare appositamente! Oh che peccato! ma sicuro! ma come mai....»
Enrichetta tirò da parte suo padre, e gli disse all’orecchio, con un accento dolce, tranquillo, e che voleva parere meno mesto delle parole: «Babbo, lo so! Vedi che cosa ho messo invece?... ho messo questo coricino dove c’è il ritratto della povera mamma.... La povera mamma me lo mise al collo prima di morire, dicendo che me lo tenessi sempre, perchè m’avrebbe fatto pensare a lei.... e mi avrebbe fatto indovinare, nei momenti seri della vita, i suoi consigli.... poichè essa non poteva darmeli più. M’ha detto che lo tenessi sempre, e che mi avrebbe portato fortuna....»
«Hai fatto bene!... hai fatto bene!» disse Giovanni asciugandosi una lacrima. «Se ci fosse la mia povera Carolina... come sarebbe contenta!...»
Ma intanto la sala si empiva di invitati, e da ogni parte era un domandare: «Dov’è la sposa? dov’è il signor Giovanni?»
E il signor Giovanni e la sposa dovettero troncare quel loro discorso, pigliare a prestito in fretta un po’ di faccia allegra, e correre a ricevere le congratulazioni e a far gli onori di casa.
Degli invitati ce n’era parecchi che, pigliando alla lettera quello che loro aveva detto Giovanni di venir senza cerimonie e in confidenza, non s’eran dati neppur l’incomodo di mutarsi i panni messi la mattina. Altri, pigliando una via di mezzo, s’eran rassettati un pochino e s’eran messi i guanti. E c’era finalmente anche di quelli che, a far vedere come si fanno le cose, eran venuti in giubba, guanti gialli e cravatta bianca. A questi Giovanni mostrava, con ogni sorta di attenzione, la propria riconoscenza. Anche alcuni militi, che per far onore al loro sergente, eran venuti in uniforme, avevano toccato il cuore di Giovanni, e s’eran trovati subito al medesimo livello di quei della giubba.
Mentre venivan gli invitati, ogni tavola e ogni tavolino della sala era stato coperto di vassoi ricolmi di confetti, paste dolci, torte, sorbetti, chicchere di zabaione, bicchieri, bottiglie di vino.
Giovanni, Massimo, l’ingegnere Mevio, aiutati da qualche altro tra i più volonterosi, cominciarono a servire tutta quella imbandigione, ora facendo coraggio agli invitati perchè si avvicinassero ai tavolini, ora portando in giro vassoi e porta-dolci. Mevio era dappertutto; chiamava, gridava: a tutti ne diceva una; faceva ridere o rideva lui per tutti. Giovanni, mostrando d’aversela a male se qualcuno non si serviva per quattro, aveva un gran da fare a raccomandare che soprattutto si lasciasse da parte l’etichetta.
E l’etichetta fu lasciata da parte prestissimo senza molla fatica. Mano mano che si vuotavan bottiglie e vassoi, lo schiamazzo andava crescendo, e non ebbe più ritegno quando Mevio, levata di tasca una cartolina, lesse un sonetto, come diceva lui, ossia quattro facce di strofette in versi, molto sciolti, quantunque rimati.
Mentre l’ingegnere declamava per la seconda volta il suo sonetto, la serva portò in sala un panierino e una lettera che venivano da Castelrenico, ed eran per l’avvocato Massimo. L’avvocato Massimo riuscì appena a prender la lettera, poichè sul cestello mise le mani Giovanni: «Un regalo!... un regalo per gli sposi!... apriamo.... vediamo!»
Mevio dovette raccorciare il sonetto e saltare alla chiusa, perchè i più s’eran già fatti in giro al panierino, e ognuno voleva dare una mano a Giovanni che si studiava d’aprirlo. L’avvocato Massimo, tiratosi in disparte, lesse la lettera che diceva così:
«Carissimo cugino,
«Avendo saputo che domani è il giorno del vostro matrimonio, tanto io che mia moglie vi mandiamo proprio col cuore le nostre felicitazioni. Non potendo venire in persona, c’è venuto in mente di mandarvi qualche piccola cosa per farvi festa anche noi alla meglio. Mia moglie si fa coraggio di far accettare alla vostra signora sposa un piccolo astuccio, che era tra gli oggetti che ho ereditato anch’io dallo zio, e che io le avevo regalato, ma che non è cosa adattata alla nostra condizione.
«Io, non avendo di meglio, vi mando due pernici. Non mi costano un soldo, ma valgon molto perchè me le ha regalate un mio amico cacciatore, che di solito non piglia mai niente.
«Scusatemi la confidenza, e accettatele di buon cuore. Non mi dovete neanche dir grazie. Volete che io mangi delle pernici? Queste, ho detto, devono proprio essere per l’avvocato il giorno del suo matrimonio.
«Siamo in casa un poco melanconici perchè in questi giorni il mio figliolo maggiore. Tonino, è partito per la Svizzera condotto da un mio amico, per imparare con perfezione il nostro mestiere. Dovrà star lontano un paio d’anni.
«Di salute però stiamo bene.
«Tanti rispetti alla vostra signora sposa. Io valgo poco, ma però in quel poco comandatemi sempre.
«Vostro affezionatissimo cugino
«MARTINO DELLA VALLE.»
Giovanni intanto aveva aperto il panierino, l’aveva vuotato, e n’era rimasto alquanto deluso. Nell’astuccio c’eran due orecchini d’oro di filagrana, con una perluccia nel mezzo, e una catenina di Venezia antica a più giri da portare al collo. Nè la catenina nè gli orecchini piacquero ad alcuno. Giovanni e gli astanti non lo dissero, ma palesarono unanimi che non si regalano di queste cianfrusaglie a una sposa di riguardo. Tanto tanto, le due pernici parvero un poco più adatte alla circostanza. Enrichetta domandò allo sposo da chi veniva quel dono; e l’avvocato, che aveva messa la lettera in tasca, rispose un poco imbarazzato che lo mandava un tale del suo paese... un buon uomo... ma un poco originale!
«Un originale» ripeteron parecchi: «si capisce!»
«Questi campagnoli non conoscono le convenienze;» pensò tra sè Giovanni, e mise il panierino da parte. L’ingegnere Mevio ricominciò il suo sonetto, e pochi minuti dopo era ricominciato anche lo schiamazzo di prima.
VI.
Due giorni dopo le nozze, l’avvocato Massimo, per aver pace col socero, era andato a far visita al marchese Renica, e gli aveva annunziato il suo matrimonio. Il marchese, con l’aria un pochino di protezione, ma con molta dignità e galanteria, gli aveva detto che sarebbe lietissimo di conoscere anche la sposina. E Massimo, dopo qualche complimentuccio ingarbugliato, aveva finito col rispondere che si sarebbe fatto premura egli stesso di condurgli e presentargli sua moglie. Il marchese aveva sorriso leggermente, e non aveva risposto altro; ma il giorno dopo facendosi accompagnare dall’ingegnere Mevio, e con una cert’aria galante e conquistatrice che amava ripigliare di tanto in tanto, era andato a fare una breve visitina alla signora Enrichetta Della Valle.
È facile immaginarsi la desolazione del signor Giovanni quando seppe che il marchese Renica era passato dinanzi al suo uscio, era stato nel salottino di sua figlia, e se n’era andato proprio pochi momenti prima ch’egli tornasse a casa.
«Ma guardate che combinazione!» andò ripetendo Giovanni per tutto quel giorno. «Potevo essere a casa mezz’ora prima!... ma signor no! a cento passi dalla mia porta do il naso proprio in un forestiero!... mi ferma, e mi vien fuori con uno di que’ linguaggi che si direbbe, poveretti, che sono imbarazzati anche loro a capirli! Lo aiuto alla meglio a spiegarsi, e concludo che costui voleva andare in piazza del Duomo. Ho cercato io di insegnargli la strada... parlando chiaro e forte che quasi non avevo più polmoni... ma fu inutile! Son duri questi forestieri, duri! E ho proprio dovuto accompagnarlo io, in persona, fin là!»
Ma, pochi giorni dopo, un nuovo avvenimento metteva sossopra il nostro Giovanni ancora di più. Il marchese Renica aveva trovato che la signora Della Valle era bellissima, bella come le signore d’una volta, e come non ne vedeva da un pezzo; ragione quest’ultima per cui aveva anche smesso, come diceva lui, di far la corte alle signore moderne. Sua nuora, don Gilberto e qualch’altro della conversazione d’ogni sera, dopo aver fatto gli increduli, e dopo avere scherzato col marchese più giorni a proposito della sua ammirazione, cosa per lui tanto insolita, finirono con l’aver tutti una grande curiosità di conoscere anch’essi questa signora così bella, e trovata così di fresco.
Il marchese li pigliò tutti in parola, e col fare ringalluzzito, e come disponesse di cosa sua disse: «Ebbene, vi farò conoscere qui, in questa sala, e tra poche sere, la mia bella sposina!» Ne aveva infatti un’occasione vicina e favorevolissima, quella del suo onomastico. E detto fatto, il marchese incaricò l’ingegnere Mevio di invitare in suo nome l’avvocato Della Valle e sua moglie a prendere una tazza di thè, la sera di sant’Antonio.
Questo invito fu un avvenimento non piccolo, come dicemmo, per Giovanni, il quale trovò modo di parlarne con gli amici, col vicinato, e in quartiere coi superiori e cogli inferiori, senza omettere l’incontro con quel tal forestiero che gli aveva fatto perdere la mezz’ora. E concludeva col dire: «Già era tutt’uno, perchè se non m’imbatteva col forestiero, mi sarei imbattuto poi col marchese, il quale, dopo avermi conosciuto, avrebbe voluto per forza tirarmi a casa sua.... Figuratevi! fare delle nuove conoscenze alla mia età!... Oh, quanto ai miei sposi è un altro par di maniche! È il loro tempo!... Ma, come dicevo, posso ringraziare quel forestiero, perchè se rientro in casa cinque minuti prima, ci sono!... L’ho schivata bella!... l’ho schivata bella!...» E il suo vicino di casa, Ambrogio, cercava di persuaderlo che non sarebbe stato poi un gran male.
Venuto il giorno di sant’Antonio, alle ore nove della sera, l’avvocato Massimo e sua moglie, condotti dall’ingegnere Mevio, facevano il loro ingresso solenne in casa del marchese Renica, preceduti, seguìti, osservati da capo a piedi da altri signori e signore che mano mano andavano affollando la sala. Il marchese Renica che di solito era piuttosto brusco e altiero, ma che teneva in serbo per le occasioni quella cortesia che si chiama _d’altri tempi_ quand’è perfetta, accolse l’avvocato e sua moglie come accoglieva tutti quella sera, senza differenza per alcuno, con ogni sorta di belle maniere e di parole gentili. Il marchese presentò la signora Della Valle a sua nuora, la marchesa Giulia, la quale fu cortese anch’essa, ma col fare un tantino di protezione e di curiosità; un fare un po’ più moderno.
Sulle prime, la soggezione che in loro mettevano i padroni di casa e tutte quelle facce nuove che si vedevano in giro, gli addobbi ricchissimi della sala, le lumiere, le livree dei servitori, e fin Mevio che non era più quel giovialone di tutti i giorni, diedero a Massimo e all’Enrichetta un grande imbarazzo e un improvviso desiderio di trovarsi lontani di lì. Ma poi, a poco a poco, finirono anch’essi col trovare la loro nicchia.
L’avvocato Massimo, che s’era tirato adagio adagio nel vano d’una finestra, ci trovò il consigliere Rocca, che in Castelrenico non aveva mai potuto digerire, ma che qui gli parve uno zucchero; e con lui avviò un lungo discorso sui diritti ipotecari, che avevan poco che fare con la festa di sant’Antonio, ma che erano in quel punto un porto di salute.
Enrichetta si trovò seduta vicino a una vecchia signora, di maniere gentili, con la quale cominciò a ricambiare qualche parola. Qualche parola di tanto in tanto veniva a dirgliela con galanteria il marchese Renica, cercando d’esser veduto e sentito soprattutto da don Gilberto; e frattanto le aveva presentati i suoi due figli, Giorgio, marito della marchesa Giulia ed Emanuele, elegante uffizialetto di cavalleria; poi, qualcuno dei suoi amici che aveva veduto avvicinarsi con curiosità.
Don Gilberto, per una vecchia abitudine di mettersi in concorrenza col suo amico il marchese Antonio, e per poter dare il suo giudizio sulla signora Della Valle, giudizio ch’egli riteneva il più autorevole di tutti e il solo decisivo, discorse a più riprese con Enrichetta, ora con l’aria di farle la corte parlandole piano del bel tempo, ora con l’aria di chi si ridesse un pochino di lei a seconda di chi lo osservava.
Enrichetta, che non sapeva di subire in quella sera il suo esame d’ammissione, rispondeva a tutti col fare semplice che le era abituale, col suo bel sorriso pieno di grazia e di modestia, e con nessuna di quelle parole pigliate a prestito che danno così facilmente in una stonatura. Il risultato dell’esame fu dunque buono, e anche don Gilberto finì col conchiudere tra sè con un «non c’è male.»
L’esame fu sospeso da un pezzo a quattro mani sul pianoforte che fece finire a un tratto le conversazioni, e obbligò a trovarsi un posto in qualche modo e in qualche cantuccio anche tutti quelli che fino allora eran andati girellando per la sala discorrendo qua e là. Dopo il primo pezzo, ce ne fu un secondo, poi un terzo; e fecero le loro prove una signora, un maestro, e un pianista che si degnava prodursi, per eccezione, anche in quella semplice riunione di famiglia. Un dilettante, che dilettava poco, cantò una romanza francese; alla scarsa voce suppliva con la molta espressione, cioè guardando molto il soffitto, stralunando gli occhi, e tenendosi le due mani sul cuore per non lasciarselo scappare. Ogni pezzo finiva tra i soliti _benissimo_ e _bravissimo_, che ognuno proferiva con un fare convinto e con una smorfia che desse al vicino un concetto non piccolo della propria intelligenza musicale. La marchesa Giulia prima di ammirare voleva sapere il nome dell’autore, per non cadere nel cattivo genere d’ammirare uno di quegli autori che possono essere ammirati da chicchessia. Quindi nel gruppo dov’era lei, e che era quello delle tre o quattro signore più eleganti, si ammiravano meno cose, ma per quelle poche c’era più calore e più disciplina.
Qualcuno, per far capire che aveva degli scaffali di musica in mente, pregava il maestro, ch’era un uomo compiacentissimo, di sonare sul cembalo il tale o tal altro pezzo che, per fortuna del maestro, non era necessario cercare in scaffali troppo polverosi. Fu pregato anche quel tale della romanza di cantar qualche altra cosa, ma il pover uomo stentava ancora a riavere il fiato e non ne poteva più. Qualcuno osservò che l’anima troppo sensibile e la troppa espressione che dava al canto lo facevan soffrire, e lo si lasciò tranquillo.
Il maestro a un tratto cominciò a sonare un valzer, che fu il segnale di una rivoluzione. Il marchese Antonio, che quella sera faceva tutto di vena, chiamò subito due servitori perchè accostassero al muro qualche mobile ch’era nel mezzo della sala, e si mise a far animo a tutti perchè facessero quattro salti. Qualche giovanetto di buona volontà, senza farselo dir due volte, trovata la compagna delle gioie o delle pene d’un valzer, s’era messo subito, prima ancora che tutti avessero fatto largo, a ballare con uno slancio degno di maggiore spazio. Dopo i giovanetti, e quando ci fu un poco più di posto, vennero quelli che ballano col fare serio e convinto, con le ciglia aggrottate e con l’attenzione di chi è alle prese o con un problema di matematica o con un brano difficile d’una lingua straniera. Poi quelli che aspettano un pezzo la battuta col piede levato, come il bracco che spia la selvaggina; quelli che si fan rossi in viso e scalmanati da far pietà, che faticano, soffrono, ma tengon duro fino alla fine. Vennero quindi i ballerini sentimentali e i ballerini eleganti, che fanno la loro comparsa non per regola ma per eccezione; e da ultimo qualche ballerino vecchio, di quei della guardia che muore ma non si arrende; e qualche signora un po’ in là con gli anni, di quelle che in teoria non ballano più, ma che in pratica ballano sempre.
Tutto insomma il personale danzante rispose all’appello del pianoforte, e poco mancò non ballassero anche il marchese Antonio e don Gilberto. La marchesa Giulia, intenta ora a far gli onori di casa, ora a fare un poco di conversazione con le amiche e con gli amici più intimi, non fece che qualche giro di danza, di tanto in tanto, conceduto ben inteso a qualcuno dei ballerini più eleganti, e della categoria di quelli che ballano per eccezione.
Enrichetta, guardata da principio con curiosità e un poco alla lontana da quelli che la vedevano per la prima volta in quelle sale, poi invitata a ballare da qualcuno, bella, agile, gentile, s’era presto veduta all’ingiro una numerosa clientela di ballerini che se la rubavan tra loro.
Tra questi spiccava don Emanuele, l’uffizialetto, come uno dei più assidui e dei più prepotenti: cosa che don Gilberto si affrettò di far osservare al suo amico il marchese Antonio.
«Il nostro Emanuelino non è di cattivo gusto, eh!... Si direbbe che non gli dispiaccia del tutto quella donnina dell’avvocato di Castelrenico!... E non c’è che dire, la è un bel bocconcino davvero!»
Don Gilberto guardò in faccia al suo amico, aspettandosi una smorfia non bella; ma il marchese Antonio invece gli rispose con un certo sorrisetto di compiacenza, che gli era abituale ogni qual volta gli si parlava di suo figlio Emanuele.
«Guardate un po’ se l’ha adocchiata subito!» continuava don Gilberto. «E m’ha l’aria di volersela proprio tutta per sè!...»
«Se ci si mette lasciatelo far lui... quel cattivo soggetto!» rispose il marchese con una compiacenza anche maggiore.
«È tutto suo padre!» ripigliava don Gilberto. «Vi ricordate di quei tempi?...» E questa volta il marchese si accontentava di rispondere con una fregatina di mani.
«Temo che mi pigli il passo!» disse poi, dopo una pausa, «perchè a ventidue anni ha già avuti quattro duelli, mentre io a quell’età non ne avevo avuto che uno. Buon figliolo però, leale, coraggioso, e tutto cuore! Un mese fa mi sfidò uno perchè lo fissava sempre, e quando s’accorse che era losco gli fece le sue scuse e non volle più battersi con lui; si battè invece con uno dei padrini, ben inteso. Di tanto in tanto già me ne fa qualcuna, ma poi corre subito a dirmela lui per il primo. Il babbo allora gli dà la sua ramanzina a dovere;... ma il mese dopo, di solito, me ne fa un’altra. Tutte cose onorate, intendiamoci!... qualche debituccio, qualche donnina, qualche impertinenza.... Raccomando sempre al suo colonnello che me lo tenga con una mano di ferro; ma ci vuol altro! Quel diavolo ha già rubato il cuore anche del colonnello....»
«E stasera vuol rubar quello della signora Enrichetta!»
«Oh vi dico io che è un bel soggetto!» E così dicendo, il marchese Antonio si allontanò con una nuova fregatina di mani.
Poco dopo don Gilberto era seduto vicino alla marchesa Giulia, la quale faceva crocchio con alcune signore sue amiche, e con qualche elegante adoratore che capitava di tanto in tanto.
«Chi proprio m’ha l’aria goffa più del bisogno è quel povero diavolo d’avvocato che se ne sta là, da un’ora, nel vano della finestra, senza trovar modo d’uscirne!» diceva don Gilberto alla marchesa Giulia, che sorridendo gli rispondeva: «Veduto in Castelrenico, pareva meno male....»
«Ma qui, cara marchesa, proprio non va!» continuava don Gilberto. «E avere una moglie così bellina!... Eh! è venuto in un cattivo paese, quell’avvocato!... È stato un bel rischiarsi!... E per mettersi al sicuro non basta sempre, come stasera, il vano d’una finestra!... con una moglie così bellina!»
«Bellina! è la parola che ci vuole,» soggiunse la marchesa, «perchè a esser bella davvero, diciamolo, ci manca assai. Basta bellina.»
«Come vuol lei, marchesa. Diremo bellina, ma bellina poi sì! E anche carina; di modi semplici; discorre benissimo, è un poco imbarazzata, è vero... si capisce che è appena venuta fuori del guscio... ma è una donnina che ha dell’avvenire!... Quanto poi all’avvocato....»
«Convengo, don Gilberto, che la signora Della Valle possa farsi anche migliore,» riprese la marchesa, «senza pretendere, ben inteso, che acquisti quel non so che, che uno ha ma non impara....»
«Bisognerebbe insegnarle un poco ad abbigliarsi,» soggiunse una delle signore del crocchio. «Un passo ancora, e poi que’ nastri e nastrini farebbero pensare alle acconciature dei cagnolini ammaestrati....»