Novelle

Part 25

Chapter 253,873 wordsPublic domain

«Sicuro che vi dirò tutto! Però, siccome qua ci potrebbe mancare il tempo, e poi non vorrei neanche dar troppo nell’occhio, così per stasera non vi dico che quattro parole. Dunque dovete sapere che, fin da quattro o cinque mesi fa, vedevo qualche volta al caffè seduto a un tavolino vicino al mio, un signore, un bel giovanotto, che si capiva che non era milanese, ma che nullameno pareva un uomo a modo. Un giorno lo salutai; un’altra volta gli diedi il giornale, dopo averlo letto io; poi si scambiò qualche parola; egli aveva con me un fare molto rispettoso; io ero gentilissimo sempre.... insomma, finii una volta col dirgli ch’ero il signor Giovanni Figini, sergente della settima compagnia; lui allora mi disse che era l’avvocato Massimo Della Valle; e si diventò amici. Era la prima volta che questo signore passava a Milano una settimana tutta di seguito, figuratevi! Ha veduto questo? gli domandavo io; ha veduto quest’altro?... Non aveva veduto niente!... Venga con me! venga con me! Lo condussi sul Duomo, e rimase per tutto quel giorno con la bocca aperta. Eh! comincia così presto lei a andar in visibilio? gli dicevo io. Vedrà! vedrà!... Lo condussi di qua, lo condussi di là, sul Corso, in piazza d’Armi, in omnibus, in teatro, in casa mia, nei caffè dove si fanno i migliori sorbetti, negli alberghi dove si pranza meglio: naturalmente pagavo io; lui non voleva, faceva dei complimenti, e ogni tratto esclamava: — Ma i Milanesi son tutti così! — E infatti, se volete, per il forestiero ci vogliamo noi altri!...»

«Bisognava sentire cosa dicevano di me i Francesi nel cinquantanove!» interruppe Ambrogio.

«E di me, cosa non dicevano! Ma tornando all’avvocato, un giorno gli domandai: E lei di che paese è? Io sono di.... e mi disse un nome lungo, che non avevo mai sentito, e che comincio appena adesso a imparare; un nome stravagante e che non vuol dir niente, come usano questi foresi. Mi disse poi che questo suo paese era lontano un quaranta o cinquanta miglia; e per allora non gli domandai altro. Passa una settimana, ne passano due, ne passano tre, e intanto l’avvocato veniva a cercarmi a ogni tratto; non poteva staccarsi da me, proprio come un bambino di sei anni! e sì che capii subito che era un talentone, sapete!... ma insomma non faceva più nulla se non aveva un parere del signor Figini! Egli era sempre in casa mia e.... era tanto innamorato di me, che a poco a poco finì con l’innamorarsi anche di mia figlia! Piano! piano!... alto là!... alto là! pensai subito tra me. Qui non si scherza.... patti chiari, amicizia lunga! La cosa però, capirete, era difficile e delicata. E qui, bisogna che ve lo confessi, ho dovuto proprio persuadermi che, in fatto di saper condurre le cose come va, la cedo a pochi. Chi sa cosa avrebbe fatto un altro? Chi sa che pasticci!... Io cominciai a fingere di non capir nulla, tenendo però d’occhio a tutti....»

«E domandando intanto le informazioni necessarie....»

«Adagio! adagio! Prima di domandare le informazioni agli altri, ho voluto farlo cantar lui, per poi fare i confronti, capite!»

«Ah!»

«E così discorrendo, come si fa, della politica e del bel tempo, venni a risapere che l’avvocato ha del suo più di quello che lui non creda; che ha una casa che guarda su una piazza; e che ha avuto per di più anche una eredità. Vi par che basti?»

«Eh sicuro!»

«Ma Giovanni ne volle sapere di più! E seppe che l’avvocato aspetta da un giorno all’altro un impiego, ma che impiego! Seppe che l’avvocato ha degli amici in alto, e nelle Camere e dappertutto; che nel suo paese poi è il _factotum_ dei primi signori, di due o tre marchesi, e che è l’amicone, indovinate un po’ di chi?... dell’ingegnere Mevio...»

«Oh! di quell’ingegnere.... così allegro....»

«Che avete veduto tante volte al caffè....»

«E che quando vuole un bicchier di vino dice: datemi la mia semata! Eh! lo conosco; mi saluta sempre.»

«Ed è un uomo di gran talento, sapete? è un omone! Dunque, appena seppi che l’ingegnere Mevio conosceva il mio avvocato, ho detto subito tra me: siamo a casa! faremo cantare anche l’ingegnere, noi! Pensate, come ho dovuto esser fine io, per cavare dall’ingegnere tutto quello che ho voluto, senza che egli ne capisse un bel niente! E ci ho cavato tutto, tutto! Anche ieri m’ha detto d’aver pranzato con l’avvocato Della Valle in casa d’uno di questi marchesi. Pensate se mi voglio divertire quando gli dirò: l’avvocato Della Valle diventa mio genero, e in questo matrimonio c’è entrato un poco anche lei, signor ingegnere, proprio anche lei! Manco male, le manderò i confetti!»

«Dunque è affar conchiuso! E il matrimonio si fa presto?»

«Presto, prestissimo. Che volete? mentre io facevo le mie indagini, questi due ragazzi se la intesero subito, loro. La mia Enrichetta si faceva ora pallida, ora rossa; mandava dei sospiri lunghi lunghi, e voleva come non lasciar capir niente. Ma io pensavo tra me: ci vuol altro! anche tu hai il cuore fatto di pasta dolce, com’era a’ suoi tempi quello di tuo padre! Però, siccome eravamo da principio, io facevo l’indifferente, con la mia faccia solita, e tenevo duro a non capir niente. Finchè, un giorno.... guardate un poco cosa succede quando non ci si pensa prima! vedendo Enrichetta più malinconica del solito, cercai di farla parlare: ella taceva; io insistevo; e il fatto è ch’essa finì col buttarmi le braccia al collo, e a piangere, a piangere.... Povera figliola! io credetti proprio che in quel punto mi rimanesse soffocata nelle braccia. — Sì, Enrichetta, so tutto! Sono tuo padre.... farò il possibile.... ho già avuto tante notizie sul suo conto.... notizie bonissime. — E non era vero niente. Ma vi domando io, caro Ambrogio, come si fa a rispondere diversamente quando non potete ragionarla un poco a lungo?... e io in quel momento, cosa volete! mi sentivo alla strozza un certo non so che, che c’è voluto fatica a mandar fuori anche quelle poche quattro parole. Per fortuna le notizie, quando vennero, furono buone davvero. Però da quel momento io avevo detto tra me e me: Giovanni, qui bisogna decidersi e far presto! Se vi volessi dire come feci a tirar l’avvocato sul discorso, come si combinò ogni cosa tra noi tre; e poi gli abbracci, i complimenti, l’allegria, non la finirei più. Insomma quando sono con l’avvocato mi pare d’esser io Enrichetta, e quando sono con l’Enrichetta, mi pare d’esser io lo sposo! Non ho mai ricevuto tanti baci in vita mia!... Mi amano!... mi amano!...»

«Mi fa proprio piacere che vi sia toccata questa consolazione!»

«Grazie, caro Ambrogio. Di voi n’ero sicuro. Son due mesi che teniamo la cosa in gran secreto, perchè c’era pur qualche affaruccio da spicciare. Anzi l’avvocato avrebbe voluto aspettare, prima di stringere i nodi, che di questo tal impiego ci fosse proprio anche il decreto sulla gazzetta; e avrebbe voluto poi che fossi andato al suo paese a domandar conto di lui; a mettere il naso ne’ suoi affari; a verificare, a sindacare.... figuratevi!... ma io, delicatissimo del pari, per quanto lui insistesse, mi misi al muro, e non ho voluto saperne. Eh diamine! È vero che quest’impiego, come dice l’avvocato, non c’è ancora, ossia non hanno ancor detto: voi andrete a sedere in quell’uffizio od in quell’altro; ma queste, soggiungo io, son cose di pura forma, son quasi cerimonie quando si hanno delle promesse, quando si hanno certe lettere in mano, come le ha l’avvocato. Per l’impiego, sia detto tra noi, chi s’è preso l’impegno è un deputato, ma uno dei primi deputati del Parlamento! Questo signore, fin da quattro mesi fa, ha presentata la supplica al ministro, il quale la prese, la lesse, poi la mise nientemeno che nella tasca in petto del soprabito, dicendo: l’avrò a cuore, non dubiti, l’avrò a cuore! — Ma c’è di più! Siccome il deputato insiste, e scrive al ministro direttamente com’io potrei scrivere a voi, così il ministro gli ha risposto un mese fa, con queste precise parole: _Sarà difficile che possa trovar così subito_.... ma notate che è passato un mese.... _una nicchia per il suo raccomandato; ma le ripeto che l’avrò a cuore, e che farò per lui quanto mi sarà possibile, se le circostanze lo permetteranno_. E sotto c’è il nome del ministro scritto di tutto suo pugno. Capirete che quando un ministro, che può far tutto, dice _farò quanto posso_, per chi è buon intenditore, ce n’è fin troppo! Le altre parole.... son parole, e queste lettere diplomatiche bisogna poi anche saperle interpretare. Cosa ne dite?»

«Eh! è chiaro, chiarissimo. Quando si hanno di queste protezioni....»

«È quel che dico anch’io. Per cui pensate che fortuna è capitata alla mia Enrichetta! Sposare in un colpo solo un avvocato, un impiegato, e uno che ha del suo finchè ne vuole!»

«Ricco anche del suo!»

«Eh altro! Lui ha una casa che guarda su una piazza; lui ha i suoi camperelli, i suoi capitalucci.... Sicuro che a sentir lui sono un niente, e ogni giorno mi vorrebbe tirare al suo paese perchè vedessi le cose coi miei occhi. Ma io li conosco questi campagnoli!... tutti eguali!... pieni di denari, non sanno d’averli, e fanno il povero! N’ho conosciuto una volta uno di questi campagnoli, che a sentirlo gli avreste fatta la limosina: ebbene, quando è morto, gli hanno trovato nel canterano un sacchetto pieno d’oro! Capite! Volete che io vada a far le stime, e gli inventari, come un usciere, o come un rigattiere? Bella confidenza che ha il futuro suocero! direbbero in quel paese. E così farò veder loro, a quei campagnoli, con un tratto nobile, come si faccian le cose dai cittadini.... e cosa siano all’occorrenza i Milanesi!...»

«Bravo il nostro Giovanni!»

«Eh? le sappiamo fare a dovere le cose, noi di Milano? lo dico sempre io! Ma non è tutto qui: vi conterò una qualche volta, con più comodo, che contegno è stato il mio quando appunto, in queste cose di denaro, s’è dovuto mettere un poco di nero sul bianco. Ho trattato come un vero cavaliere! e ne sono ben contento. Ogni giorno ho un motivo di più per poter dire che pari all’avvocato Della Valle ce n’è pochi, e che alla mia Enrichetta è capitata una gran fortuna! Ma la mia Enrichetta, dico il vero, la meritava!... La mia buona Enrichetta!... L’avevo io il presentimento, fin da quando era bambina, che sarebbe salita in alto, in alto! E per questo non ho badato a spese: la mi è costata un occhio! ma ne sono contento. Fin due maestri a un tempo le facevo venire! La calligrafia poi gliela ho insegnata io. Se vedeste che bel corsivo inglese è il suo! E oltre il corsivo, conosce profondamente due o tre altri caratteri; sa fare qualche iniziale allegorica, con frecce, o foglioline d’alloro.... insomma anche in quanto alla calligrafia mia figlia può andare nelle prime società, senza soggezione di nessuno.»

«Benissimo! Con tutto questo però, ve ne rincrescerà fino all’anima, povero Giovanni, a staccarvi dalla vostra figliola!...»

«Staccarmi dalla mia figliola? Oh questo mai!... E poi l’avvocato è troppo innamorato di me! non ve l’ho detto? Guai se parlassi di lasciarli andar soli!»

«A proposito, vostro genero avrà l’impiego in Milano?»

«Pare di sì.»

«E se poi gli toccasse d’andar via?»

«Gli andremo dietro! Dovete sapere che tutti i forestieri coi quali ho parlato, m’hanno sempre detto che si capisce ch’io avevo una gran disposizione per viaggiare! E infatti, io la vedo piuttosto di buon occhio anche la gente degli altri paesi. Sicuro! caro Ambrogio; chi sa che una qualche volta non ce lo vedano proprio anche il vostro Giovanni in qualcuno di questi paesi lontani! Se ci vado, lasciate fare a me: ci penso io a mettere in ordine dappertutto la guardia nazionale! Lo farò veder io a quella gente cosa dev’essere la guardia nazionale! Chi sa che disordine! che babilonia! che indisciplina ci trovo!...»

«Ehi! signor sergente!... Se dorme, la si svegli! Non c’è la stufa qua fuori! La mia ora è finita da un pezzo!»

A questa chiamata improvvisa, il nostro sergente saltò in piedi, e vide sulla porta del camerotto la sentinella, con la faccia intirizzita, e col piglio di cattivo umore.

«Oh! la mi scusi.... vengo subito. Son così matti questi orologi!... non ce n’è due che vadano d’accordo!» esclamò il nostro Giovanni, mentre la sentinella ritornava al suo posto, borbottando: «Dimenticare le sentinelle con questo freddo.... bella disciplina!...»

«Ehi là! a chi tocca!... signor Pietro!» continuava il sergente avvicinandosi alle brande.... «Eh! dormono come tassi!... Abbiate pazienza, Ambrogio, fatela voi adesso la vostr’ora, ve la terrò breve... e poi continueremo il nostro discorso.»

V.

Dunque nel caffè di Castelrenico le cose le si sanno, e non ci si dicon frottole! È là che abbiam sentito per la prima volta che l’avvocato Massimo prendeva moglie; e che la cosa fosse vera, lo possiamo ora attestare anche noi tutti, che abbiamo udito il discorso del signor Giovanni. Se in Castelrenico c’era qualche incredulo, questo ebbe presto sotto gli occhi le prove del contrario, perchè Massimo, pochi giorni dopo la sua partenza, scrisse a quattro o cinque de’ suoi amici, e diede loro la nuova del suo matrimonio. Sopra questo fatto in caffè si discusse molto. — «Ah qui c’è del mistero!... Qui non ci si vede chiaro!... Non dir niente a nessuno.... andare a Milano.... dopo una settimana scrivere che s’è sposi.... insomma non ci si vede chiaro!... Massimo non è più lui, e caso mai voglia darla a bere a qualcuno, pigli i Milanesi, ma non quelli di Castelrenico!» — A chi parlava così s’univan poi quelli ch’eran piccati che Massimo avesse scritto ad altri e non a loro. La conclusione unanime fu che non gli si doveva rispondere, e quelli che avevan avuta la lettera furono i più fieri in questo partito: l’avvocato Massimo però riceveva da ciascuno, il giorno dopo, una risposta tutta congratulazioni e proteste d’amicizia.

Diremo a giustificazione di Massimo, che se questa volta s’era tenuto un poco abbottonato con gli amici, era stato in grazia d’un certo timore che l’aveva preso prima di partire, che cioè l’affar dell’impiego potesse andar per le lunghe; e fino allora egli era stato sempre fisso che senza impiego non si faceva matrimonio. Ma giunto a Milano, le istanze del signor Giovanni e della sposa furon tali che dovette cedere; e così per il matrimonio si fissò il giorno, e si permise all’impiego di arrivare anche un po’ dopo. Questa condiscendenza però aveva lasciato al nostro Massimo qualche scrupolo; non pochi nuvoli attraversavano di tanto in tanto la sua contentezza, e per diradarli egli era andato in que’ giorni tempestando di lettere il suo amico deputato, perchè spicciasse questa faccenda dell’impiego or che tante ragioni lo facevano diventar urgente. Il deputato aveva risposto cento belle cose, ma sempre mietute nel campo delle speranze: la risposta che doveva metter la gioia in tutti non arrivò proprio che il giorno stesso del matrimonio.

In quel giorno, uno de’ primi del gennaio, non c’era stato un minuto di riposo in casa del signor Giovanni. Era stato un andirivieni continuo di parenti, di amici e di curiosi: il campanello di casa aveva risonato tanto da assordare. Eran visite o ambasciate; era la sarta o il parrucchiere; eran fattorini con ceste di focacce, paste dolci e bottiglie, perchè c’era invito di amici per la sera. Insomma avevan tutti tanto di testa, e fin gli sposi auguravano in cuor loro che finisse presto questo giorno, che pur avevano aspettato come il più bello della vita. Verso il tramonto ci fu un po’ di tregua. Non eran rimasti che quattro amici, tra cui l’ingegnere Mevio e Ambrogio, il compagno d’armi di Giovanni, che dovevan fare da testimoni, e una parente che doveva accompagnare Enrichetta alla chiesa. Alla chiesa si doveva andare più tardi, dopo aver pranzato tutti in compagnia.

Tutti s’eran detto da un pezzo che a quel pranzo ci doveva essere tanta allegria, che nessuno avrebbe saputo come star nella pelle. L’ingegnere Mevio cominciò infatti a tavola qualche barzelletta a proposito del matrimonio e degli sposi, e gli invitati fecero il possibile per rider proprio di cuore. Anche Giovanni, per far gli onori di casa, dava di tanto in tanto in una gran risata; ma la risata finiva presto senza ch’egli lo volesse, e quasi a suo dispetto. Allora guardava i suoi sposi, i quali gli ricambiavano un sorriso in cui c’era tutt’altro che quell’allegrionaccia che tutti s’eran promessa. Pareva anzi che su quel sorriso fosse disceso un leggier velo di malinconia. Eppure que’ due sposi eran felici davvero! ma ogni minuto che li avvicinava a quell’ora tanto solenne, raccogliendo gli animi loro, vi suscitava una gioia, ma insieme una trepidazione di più. Era parso loro mille volte d’aver proprio bisogno di dire il loro affetto al mondo intero; ma in quel punto s’accorgevano che anche que’ pochi quattro amici eran di troppo.

Alle frutte si udì una nuova scampanellata. Giovanni fece un moto d’impazienza, come a dire che, a quell’ora almeno, avrebbero dovuto desinare, e starsene a casa loro, anche i seccatori. Poco dopo entrò la serva con una lettera diretta all’avvocato Della Valle. Questi la prese, riconobbe la mano di scritto del suo amico deputato, l’aprì, la lesse rapidamente, e diede in una così lieta esclamazione che fece balzar in piedi il signor Giovanni, e deporre coltelli e forchette a tutti i convitati. Sulla faccia di Massimo era comparsa a un tratto un’allegria così schietta, quale nessuno gli aveva veduta mai. «Leggete, leggete pure,» diss’egli rizzandosi; e Giovanni che non ne poteva già più per l’impazienza, prese la lettera, si mise gli occhiali, e lesse ad alta voce:

«Carissimo Avvocato,

»In questo punto mi vien data una buona nuova per voi, e ve la scrivo in tutta fretta per non ritardarvela d’un minuto. Poco fa, nell’uscire dalla sala del Parlamento, passai vicino a quel ministro, a cui vi avevo così calorosamente raccomandato. Il ministro, vedendomi, si rizzò, mi strinse la mano e mi disse: — Sono lieto di poter fare finalmente qualcosa per il suo raccomandato: il posto c’è, e tra pochi giorni potrò firmare il decreto. Il suo raccomandato desidera rimanere in Milano, nevvero? È cosa che si potrà combinare facilmente.... ne parleremo; passi da me....

»Dopo queste precise parole mi strinse la mano di nuovo, e ritornò al suo posto. Dunque, come vedete, la cosa è fatta. Fra qualche giorno andrò dal ministro, saprò di quale impiego si tratta, e farò tutto il possibile perchè rimaniate a Milano. Vi scriverò dunque di nuovo e prestissimo, perchè abbiate più completa la bella nuova d’oggi.

»Vi stringo la mano, e mi congratulo di cuore con voi.»

La fine di questa lettera fu accompagnata da un batter di mani e da un evviva generale. Tutti si levarono da tavola, e Massimo corse a stampare un bacio sulla fronte di Enrichetta: non si sarebbe detto più che que’ quattro amici presenti fosser di troppo! La gioia di sentirsi quel lungo dubbio giù dalla coscienza, era stata più forte d’ogni altro sentimento più ritenuto e delicato.

«Che bella lettera! Come scrive bene questo deputato!» aveva esclamato per prima cosa Giovanni, togliendosi gli occhiali, e tenendo la lettera spiegata. «Eh, ne abbiamo degli uomini!»

«Evviva il nostro consigliere di governo!» gridava l’ingegnere Mevio, alzando un bicchiere da cui non s’era staccato nel lasciar la tavola.

«Eh sicuro! qui si tratta d’un posto di consigliere,» diceva uno dei convitati.

«E a dir poco!» soggiungeva un altro.

«Piano, piano, non sarà poi tanto!» disse alla sua volta anche Massimo con una certa modestia.

«O consigliere o non consigliere, qui si tratta di qualcosa di grosso!» ripigliava Giovanni. «Credete voi che un ministro si levi dal suo posto, che è il posto dei ministri, per discorrere di una bagattella? Voi siete sempre l’uomo dei dubbi, caro Massimo. Quante volte non mi avete detto che non avevate fiducia negli attuali ministri, che bisognava cambiar l’indirizzo politico del ministero!...»

«Eh, li credevo proprio, come li dicono i giornali, guidati da idee piccole, poco liberali.... amici e fautori solo dei loro amici....»

«E cosa vi rispondevo io? Vi rispondevo che prima di parlare, bisogna veder le cose coi propri occhi; vi rispondevo che bisogna andare adagio nel mancar di rispetto a chi comanda, se no non si troverà più un cane che ubbidisca; vi rispondevo che le chiacchiere son chiacchiere, e che io sarei sempre corso col mio uniforme e col mio fucile per mantenere il buon ordine!»

«Insomma avevate ragione voi, non parliamone più.»

«Così mi piace! Ma se parlavo così, era perchè io avevo capito da un pezzo che quel ministro era un brav’uomo. _Finalmente sono lieto_, son sue parole, e ci si vede anche l’uomo di cuore! Rizzarsi premuroso.... stringer la mano.... mi par di vederlo quel brav’uomo! E in quell’aver capito a colpo d’occhio che voi siete proprio fatto per un impiego.... in quel veder subito il modo di aggiustare le faccende.... lasciarvi a Milano.... come si capisce l’uomo di Stato!...»

«Però, s’io ero nei panni di quel signor deputato,» interruppe l’ingegnere Mevio, «facevo un poco di faccia tosta, e gli domandavo lì per lì di che impiego si tratta, per non tenervi sulla corda una settimana ancora.»

» Eh, vi pare,» gli rispose Giovanni; «la sarebbe stata poi una indiscrezione!...»

«Capisco, ma sapete come son fatto io! Intanto, beviamone un bicchiere alla salute del ministro, degli sposi, e del nonno dei consiglierini che nasceranno!»

Questa piacque a tutti, e principalmente a Giovanni, che fu subito in faccende a sturar bottiglie, a empir bicchieri, e a ricambiar degli evviva con tutti quanti.

«A proposito!» saltò su a un tratto l’ingegnere Mevio, «ho un’imbasciata per voi, avvocato, e per la sposina.... proprio anche per la sposina! Indovinate un poco di chi?... Del marchese Renica. Sicuro, il marchese mi ha domandato conto di voi più d’una volta; s’è parlato del vostro matrimonio, e ieri mi ha detto che desidera di conoscere la sposina, _la sposina che dicono tanto bella_! son sue parole.»

«Oh diamine! quel signor marchese ha detto così!...» interruppe Giovanni. «E voi, Massimo, che non gli avete fatto ancora una visita, dopo che siete a Milano!»

«Ne avevo tante per il capo! Ora ci andrò.»

«E bisognerà condurci anche Enrichetta: cosa ne dite, ingegnere?»

«Lasciate fare a me, combinerò io ogni cosa.

Domani, scommetto, me ne discorre lui per il primo, perchè sa che oggi si faceva il matrimonio, e che io passavo la serata in casa vostra.»

«Per cui il marchese avrà parlato anche del suocero!» disse Giovanni. «A quanto ne sento, dev’essere un omone quel marchese! Avevate fatto proprio male voi, Massimo, a non andarci finora! Quando si aspetta un impiego di tal fatta, quando si è in alto come lo siete voi, ci vuol tutto in proporzione, anche gli amici! Il quartierino, per esempio, che avete preso qui vicino al mio, vi pareva fin troppo grande, troppo di lusso. Andate là, andate là! dicevo io. E adesso, vedete un po! non so neanche se basterà. Cosa ne dite, ingegnere? vi pare che quel quartierino possa bastare, caso mai ci venisse in visita il marchese Renica, o qualche altro personaggio?...»

«Le carrozze! ci son le carrozze!» venne a dir la serva in tutta fretta, mettendosi a un tempo il velo in testa, per correr subito alla chiesa anch’essa, e vedere la padroncina a prender marito.