Novelle

Part 18

Chapter 183,947 wordsPublic domain

Ora di queste fazioni lasciando le cose che a' politici e militari sarebbero più importanti, vengo a quello che importa a noi, alla parte che v'ebbe Perico. Trovandosi già da qualche tempo intorno a Menjibar, e conoscendo que' luoghi meglio di nessuno, egli era stato di quelli che avean passato il guado con Reding, anzi, innanzi alle truppe di lui; e n'avea poi fatto come la vanguardia, o il battitor di strada fino a Baylen. Nè ivi pure erasi fermato; che, occupata la terra dal grosso di Reding, questi l'avea spinto anche più in là ad unirsi con altre guerriglie e bande leggeri di sollevati che vedevansi sopra i monti, dalle parti di Cordova. Fazione importantissima, perchè compiuta quell'unione, era così compiuto il cerchio dentro al quale volevasi racchiudere Dupont, e fuor del quale escluder Vedel. E Perico eseguì l'incarico con gran brio e prestezza, e in breve pe' suoi corridori fu in comunicazione con quell'altre guerriglie; e fermossi allora a prender posto. Ma poco andò, e scôrse appressarsi una schiera di Vedel; e temendo allora non bastare a resistere, chiamò pressato aiuto a quelle guerriglie, e intanto, siccome era uomo stato sempre valorosissimo anche nelle sue male imprese, or tanto più nelle buone, credendo importantissimo il posto che teneva, senza contare i nemici nè i suoi, colle forze che aveva, entrò, come si dice, in ballo, e incominciò bravamente a difendersi. Tuttavia, incalzati da' nemici che erano superiori e pur s'andavano via via accrescendo, egli e i suoi sarebbero stati costretti a cedere; se non che in breve videro da lungi staccarsi da quegli altri guerriglieri, e prontamente dirigersi verso essi, e allegramente avanzare una buona schiera di quelli; e tosto li udirono dar liete grida, e rispondendo a quelle, finalmente li videro arrivare a due tiri di schioppo, e il capitano che pareva più di niuno ardente, fermarsi pure e rivolgersi, e fermare sua schiera pochi istanti per riordinarla; e, riordinata, di nuovo poi a passo raddoppiato muoverla fin quasi a toccar le spalle de' combattenti di Perico, ed ivi di nuovo fermarla. Allora, perchè in mezzo al fuoco e al fumo non si potea distinguere, il nuovo capitano chiedendo dove fosse il colonnello o comandante del posto, ed essendogli additato, pieno d'ardore si avanzò verso lui, ed abbassata, come a superiore, la spada: «I miei superiori» diceva, «mi mandano agli ordini vostri...» e volea dir, colonnello; ma mettendo gli occhi in lui, ed incontrandoli, e riconoscendosi, disse l'uno: «Perico!» e l'altro: «Don Luis!» e diedero indietro un passo, e quasi furono per rivolger i ferri l'uno contra l'altro. Ma riprendendo i sensi primo Don Luis: «Colonnello,» disse franco allora, «io sono agli ordini vostri; e, benchè nuovo qui, niun subalterno mi passerà in obbedienza. Parmi poi non abbiate tempo a perdere in farne pruova. Qual posto è il mio?» «Qui, accanto a me» disse Perico rasserenato già, «qui, accanto a me; io scelgo sempre il miglior posto, e voi ne dovete avere vostra parte. Fate avanzare vostra schiera in buon ordine, ben formata.... com'ella è, che sta bene. Fatela avanzare a prender il posto di questa brava gente che incomincia ad essere stanca, e un po' scomposta per que' vuoti un po' numerosi che fa il cannone. Avanti, avanti, in buon ordine. E voi altri figliuoli, adagio, indietro tra gli intervalli, e sostenete il fuoco finchè principii l'altro ben caldo.... Bene così, bene così adagio, indietro, adagio. E quando siate a dugento passi, tu il Nero e tu il Rosso, e tu il Guapo, li farete riposare alcuni minuti, e distribuirete nuovi cartocci; e poi riformerete i pelottoni, che ce ne sien pur meno, ma non sieno così piccoli come sono qui ora; che fa troppo mal vedere, e troppo piacere ai nemici.... Bene, bene così. E voi altri: passo di carica, avanti.... Ed ora, alto là; incominciate il fuoco.» E così dicendo ed afferrando la sua buona carabina, e più di niuno lesto caricandola, solo de' suoi, non ritraevasi a riposare; ed andava porsi allato a Don Luis, e a combattere con lui. Don Luis ancor egli, vedendo ciò inguainava la spada e prendeva uno schioppo, e faceva da buon soldato In breve, riposati e riordinati quelli primi di Perico rientravano in linea; e allora, tutti insieme già più forti del nemico, avanzarono arditi contra lui, e sforzaronlo a ritrarsi, benchè in ordine, e fermatosi di tempo in tempo a resistere. Comandò allora Perico che avanzassero ad inseguire prima i suoi, e poi quelli di Don Luis, e poi di nuovo i suoi, e gli altri sottentrando a vicenda; fuori che egli e Don Luis sempre erano di quelli che avanzavano, anzi, alla testa amendue, senza lasciarsi mai un momento, quasi che all'antiche mal augurate disfide fosse tra i due una nuova più opportuna sottentrata, a spese de' nemici della loro patria. In ultimo, rivolta già in fuga la ritratta di questi, tutti insieme gli Spagnuoli diedersi ad inseguirli di corsa fino al grosso dell'esercito francese; ed allora solamente fermatisi Perico e Don Luis, ed entrati in comunicazione co' proprii generali, ebbero ordine di rimaner insieme e guardare i Francesi quella notte, e finchè finissero i trattati incominciati. Ed essi così fecero, e disposero a ciò la loro gente; e, a notte già avanzata, si ridussero poi al medesimo fuoco ed al medesimo _rancio_, insieme co' loro principali.

E finita poi la cena, e ritrattisi gli ufficiali a loro posti, rimasero finalmente là soli i due avversari a quattr'occhi; che è un momento desiderato e temuto da chiunque, avendo cuor franco e ardito, vorrebbe, ma non sa se dovrebbe far pace, e ad ogni modo desidera finir il dubbio e rimaner amici o nimici. Appena furono scostati i subalterni, incominciò Don Luis: «Uomo, egli è gran tempo che non ci siamo veduti soli. All'ultima volta, tu avesti forse ad esser mal contento di me; come io forse potetti essere di te poi. Ma, che che sia di tutto ciò, e di quanto io udiva dire di te; certo, io non avevo pur udito il più importante, quello che or veggo co' miei occhi: te colonnello e condottiero per la nostra patria, e per l'infelicissimo nostro signor re, che Dio guardi, Don Fernando; e condottiero poi certo buono e pro', quanto niuno che militi per questa santissima causa. Nè io sono uomo, dopo ciò e in questi tempi, da serbare i pregiudizii della nascita o della educazione, o che creda non si possa acquistar nobiltà colle nobili gesta, o non veda che nobilissime sono ora le tue.... Così è, cavaliero; e d'ora in poi, te considerando come pari e non indegno di qualunque maggior signore, te terrò.... Ecco mia mano, se ti piace; te terrò d'or innanzi sempre.... per mio degno nimico.» Perico aveva già al primo invito fatta innanzi la mano; ritrassela, come involontario, all'inaspettata proposta ma poscia, in un attimo e con un lieve sorriso, più altiero forse che non le altiere parole di Don Luis, sporsela di nuovo, anzi afferrò quella di lui; e, tenendola stretta: «Or bene,» disse, «per nimici sia; ed io così t'accetto; ma te n'avverto, senza quella gratitudine che tu sembreresti richieder da me. Io 'l so, io 'l sento, nè ho mestieri di tua concessione oramai: disuguale a te da principio, sia pure per condizione; più disuguale certo per la trista vita ch'io feci alcun tempo: ora tuo uguale, anzi, se vuoi mirare a mie divise e udir il titolo che mi è dato, tuo superiore divenni per le mie azioni in campo. Quindi io potrei, come tu già ricusasti me quasi troppo basso nemico, così, ora io ricusar te. Nè io te ricuserei tuttavia perciò.... Ma ad ogni modo.... nemmen t'accetto.» E così dicendo respinse indietro la mano di Don Luis, che sdegnosa e involontaria si portò a sua spada. Ma continuò Perico, oramai men dal grado, men dalle azioni in campo, che dalla superior generosità de' suoi sensi fatto superiore all'avversario: «Odi, Don Luis, non son tempi da queste gare, nè tempi da far computi d'ingiurie a chi n'ha date o ricevute più; nè tempi nemmeno.... da ricordar amori, nè da lasciarsi ammorbidire il cuore; quando, occupata tutta la Spagna dagli stranieri, rapito, toltone scelleratamente il re nostro, e Spagna e re chiamano tutti i nostri sforzi, tutti i nostri pensieri, nostre spade, nostri coltelli, nostre braccia, anima e corpo, tutti noi a quella sacra difesa, a quella sacra ricuperazione. Mira là giù quei reggimenti, que' cannoni, quell'esercito che dicevano invincibile. Ora il buon Castaños, il buon Reding, e posso dire, per sua poca parte, anche il buon Perico il contrabandiero, l'hanno vinto, lo hanno avvilito, l'hanno chiuso là come un toro furibondo ma spossato e impotente in una piazza, onde già è destinato a non uscir più se non morto, e cadavero vile strascinato per la rena. E noi, noi pur siamo, noi stolti che ci credevamo dammeno di costoro! Noi che gli abbiamo ridotti a ciò! Or che pensiero aver fuor di questo? Che altro che far il medesimo a tutti i loro compagni? e tutti cacciarli non che della bella Andalusia, ma anche della Mancia e di Castiglia, e di tutta la penisola! Noi anderemo a liberare i Portoghesi; noi a tor agl'Inglesi la paura, noi forse a invader Francia, a liberare tutti i popoli dall'usurpatore. Or è sonato il giorno della Spagna. Ora, liberati dall'infame Godoy, abbiamo scosso il collo, alzato il capo; ora siam tornati Spagnuoli degni di quel Cortes, di quel Pizzarro, di quel Gran Capitano, di quel Fernando e Isabella, di quel Cid, di quel Gusman il buono che cantiamo ognidì, e vanno così nomati e gloriosi.... Oh forse un dì sarà famoso anche il nome di Perico il contrabandiero. Uomo, vuoi tu precipitar tutto ciò con pensar a cose dappoco, a cose che già più non sono? Uomo, ecco la mano, io te lo dico; ecco la mano d'un amico se la vuoi.... me nemico non avrai se non quando avrò agio a ripensarci, passata la Bidassoa e sulle terre di Francia.» Don Luis era stato a udire tacito, ma palpitante: ed anch'egli giovane, anch'egli Spagnuolo, anch'egli datosi tutto cuore a quella santissima causa, non aveva potuto non infiammarsi anch'egli di quei pensieri e quegli affetti caldamente espressi da Perico, ed accompagnati poi di quella voce e quell'espressione di verità e persuasione che è degli uomini d'azione, e che persuade sovente più che non le stesse parole. Ondechè, sporgendo anch'egli di nuovo la mano, tolse quella di Perico, e tenutesi pochi istanti congiunte, congiungendosi, e per così dire toccandosi anche gli sguardi, e per essi i pensieri e gli animi, ambi a un tempo aperte le braccia, precipitavano al collo l'un dell'altro; e alcune rade virili lagrime spargendo, giuravansi eterna amicizia.

E la serbarono, e perchè s'erano pacificati senza nemmeno spiegazione intorno alla prima causa di lor nimicizia, che sovente è il miglior mezzo di pacificarsi, spiegaronsene poi; e videro che avevano tutti e due avuto men torto assai che non se n'eran creduto; e rispetto alla Marichita, capacitandosi ognuno che l'altro non ne sapea più di lui, ambi conchiusero che ella si fosse fuggita in quella stessa notte dell'invasione de' contrabandieri nella casa di Ciclana. Don Luis confessò che non sapeva pur egli nemmeno ciò che si volesse in quella sua passione, ed era innamorato tanto da non volerle far torto mai di niuna maniera, non tanto poi da risolversi a farla sua sposa. Onde andava vivendo di dì in dì, e compiacendosi del vederla ed amarla ed esserne amato, come credeva, ma finalmente, vedendola mutarsi e farsi mesta, era forse per rompere il ghiaccio e probabilmente per isposarla, quando ella era sparita. Perico narrò la scena della notte all'inferriata; e i suoi dubbii pure di torla per moglie, e sua risoluzione poi di rapirla ad ogni modo quell'altra notte, che ancor egli era stato ingannato in non ritrovarla. E quindi perdendosi in vane congetture, e talor rimanendo gran tempo senza riparlarne, talor riparlandone concordemente, nulla fu mai più che guastasse la loro amicizia. Don Luis rimase con Perico quasi tenente o secondo od eguale suo, che non si sapea quale; levando insieme tutti e due una numerosissima schiera, ed insieme capitanandola più anni nella prospera e poi nell'avversa fortuna di lor patria, quasi fratelli. Tanto che la guerriglia, invece di chiamarsi come prima del contrabandiero, chiamossi poi per gran tempo la guerriglia de' due fratelli; ed era in tutta Spagna famosa non solamente per la straordinaria loro prodezza e disciplina e prontezza, ma anche per quel fratellevole amore, così per amor della patria succeduto all'accanita inimicizia.

L'ufficiale narrator di questa novella fu prigione de' due guerriglieri, e vide quella lor virile unione; e trattato umanissimamente, contro il consueto degli altri guerriglieri, ebbe da essi medesimi la narrazione. E domandando loro se mai più non avessero avuto notizia nè sospetto di Marichita, dissero: che al principio del 1810, quando superata da' Francesi la Sierra Morena, invasa Andalusia, presa Siviglia, e stretta Cadice, volò il duca d'Albuquerque a serrarsi in questa città, essi che erano dell'esercito di quel pro' giovanetto, non volendo, siccome guerriglieri, andarsi a racchiudere entro una piazza, lo lasciarono; e insieme poi se ne furono a guerreggiar alla spicciolata in Estremadura, anzi su' limiti di questa e di Portogallo. Dove, capitati una sera a una terra che non vollero dir quale, ma che non era quasi altro che un convento di donne e sue dipendenze, ed entrati in chiesa in sull'imbrunire, all'ora dell'ultimo ufficio, udirono nel salmeggiare dal coro una che risonò in cuore ad ambedue; e involontarii miser gli occhi in viso l'un all'altro; e sostati alquanto, finito l'ufficio uscirono insieme, e datisi le mani ed abbracciatisi, disse Perico: «Vogliam noi andare al nimico?» E Don Luis: «Camminando tutta la notte, potrebbesi sorprenderlo all'aggiornare.» «E così scostarlo» aggiunse Perico «da questo refugio di pace.» Abbracciaronsi i due fratelli di nuovo, e chiamato, il tamburo, fecero dare il segno della partenza.

NUOVE NOVELLE NARRATE DA UN MAESTRO DI SCUOLA.

(INEDITE.)

*PREFAZIONE ALLE NUOVE NOVELLE.*

Post varios casus et tot discrimina rerum.

Uno scrittore a cui per la prima sua opera sia toccato in sorte tanto di favor pubblico da superare le proprie speranze, pare che dovrebbe aver poi tanta più fiducia quando ei si presenta per la seconda e terza volta al medesimo pubblico già provato così benevolo. Eppure non succede sempre così. Siamo come i capitani giovani e vecchi; che i giovani non avendo che la vita propria ed altrui da esporre, le espongono allegramente; dove i vecchi avendo una riputazione già fatta da perdere, la perdono sovente per troppo stare in pensiero di essa. Il fatto sta che le continuazioni, le appendici, le ultime sorelle delle opere favorite, hanno cattivo nome, e sovente lo meritano.

Io temo assai che tale sia il caso delle presenti Novelle. Quando feci senza pensarci le prime, ero più assai in disposizione di novellare, e tuttavia moralizzai, e forse troppo, quantunque sotto il nome del Maestro di scuola. Ora invecchiato meno dal numero che dalla qualità degli anni passati intanto, mi sono avveduto fin dalle prime pagine che il mio novellare si faceva un moralizzare perpetuo; che i fatti men numerosi e meno strani che mai nelle mie troppo semplici composizioni, non erano guari più se non come un quadro riempito poi di discorsi e pensieri serj, gravi e poco abituali alle persone le quali sogliono prendere in mano un libro di Novelle.

Pensai di mutare titolo. La prima parola di un libro è a parer mio la più importante di tutte sempre per la buona riuscita di esso. Se è scelta bene, ella ti deve dire che cosa è il libro, e per conseguenza in che disposizione l'hai da prendere o lasciare. Coloro che vivono una vita leggitrice (e se avessimo libri un po' divertenti a sufficienza, certo noi Italiani che abbiamo tant'ozio in soprabbondanza, vivremmo tutti volontieri così), coloro, dico, che vivono leggendo gran parte della loro vita, difficile è che non si trovino successivamente in tutte quelle disposizioni opportune a leggere ora l'uno ora l'altro libro più o meno serio. L'essenziale per essi è non trovarsi ingannati; e quando vorrebbero per esempio un romanzo, e dal titolo credono prenderne uno, non trovarsi in mano poi un libro di erudizione, d'economia politica o di filosofia. La colpa è allora tutta dell'autore, se il leggitore butta via indispettito il libro; ch'egli avrebbe forse letto volentieri se non ingannato l'avesse preso meno a leggere che a studiare, e in disposizione men da romanzo che d'erudizione, d'economia politica, o di filosofia. Quindi è che sentendomi cadere in simil colpa, io cercava un altro titolo al mio libro. Peccato che non lo trovai. _Storie_ non lo sono le seguenti; _narrazioni_, _racconti_, supponeva anche più fatti che _novelle_; _conversazioni_, non era quello; _pensieri_, _saggi_, _meditazioni_, _discorsi_, ec. ec., peggio che mai, che avrebbero mostrato la pretensione contraria di dare un libro più seriamente fatto che non è questo. Lasciai dunque il titolo primitivo; riserbandomi solo di fare la presente protesta o raccomandazione: che queste son Novelle, non so se morali, ma certo moralizzanti; novelle d'un vecchio di cuor serio, mesto, e riandatore delle miserie della vita; onde che, se i leggitori miei non si trovino in disposizione un po' simile, faranno bene a lasciare questo mio rimbambito cicalare.

A quelli poi che dopo tal protesta continuassero, dirò per consolazione mutua di essi e di me: che per verità (e quanto più son vivuto in questi tempi pur così fecondi d'eventi, tanto più l'ho veduto), gli eventi strani e complicati sono in realtà molto più rari che non si crede. Quindi i racconti fondati sovr'essi mi sembrarono sempre più inverosimili. Quanti romanzi sono bellissimi e naturalissimi finchè dura l'esposizione, e si strigne il nodo con eventi usuali, ma diventano poi improbabili allo scioglimento che l'autore vuol rendere strano e inaspettato! Quindi i migliori autori di siffatti racconti hanno fuggito quelle catastrofi ricercate, ed hanno saputo trovare ne' casi più consueti, e nei termini inevitabili di questi casi, il matrimonio o la morte, un fonte ricchissimo d'interesse e d'affetti. Ma non è egli, dopo tanto scrivere esaurito oramai quel fonte? Certo sì, quando si prendono a descrivere sempre quegli stessi casi così volgari nelle stesse circostanze di luogo, di tempi, e di costumi. Ma mutando tempo o paese, non è dubbio che si muterebbero le tinte del colorito, e queste basterebbero a quel tanto di novità che è necessario oramai per li tanti leggitori contentabili facilmente. Alberi, e case, e prati, e monti, e cielo, vi sono dappertutto; ma hanno contorni e tinte diverse in ogni paese, e chi sa queste riprodur sulla tela, fa paesi molto diversi. Che più dissimile d'un Claudio e d'un Ruisdael? Benchè sì più dissimile ancora è un Rafaello da un Rubens; perchè la natura umana è anche più varia che non quella degli alberi, o delle rupi, o dei cieli. E noi scrittori buoni o cattivi della natura umana avendo il vantaggio di questa somma varietà di essa secondo i tempi e i luoghi diversi, se sapessimo profittare di tal varietà e ben descriverla, potremmo senza dubbio far quadri sempre nuovi, sempre varj, sempre interessanti.

Ma poi, a ciò vi sono le sue gravi difficoltà. Gli alberi e le rupi si lasciano ritrarre sempre con pazienza, a piacimento del paesista. Ma le nazioni, o certe classi delle nazioni, e massime le classi più ristrette e ridotte quasi ad individui, non amano i ritratti dal vero e parlanti. Vogliono, dico, un po' d'ideale, e non mancano loro argomenti, e parolone per ciò; le quali ridotte a parole semplici di buona prosa, vorrebber dire che domandano ritratti abbelliti. Non hanno tutto il torto. I ritratti non voglion essere presi dalla parte brutta d'una persona; e mal sia d'un pittore che mi voglia ritrarre dalla parte dell'occhio guercio o del naso storto, sotto pretesto di più somiglianza. Ma il pretendere a una faccia ovale quando s'ha tonda, o ad occhi neri quando s'han bigi, è pretender troppo poi da un ritrattista, o almeno da un ritratto.

Eppure i ritratti sono una gran bella cosa quando son veri. Lo specchio non è, come dicono alcune madri alle ragazze, un così cattivo consigliere. Mirati, vo' dire io alla mia; mirati ogni giorno allo specchio; vedi oggi che sei stata così buona, così dolce, così amorevole pel vecchio padre tuo, mira come sei bella, fa d'esser bella così domani e doman l'altro; fa d'essere così sempre, finchè hai ad amare il padre tuo sopra ogni cosa terrena. E poi... poi se verrà un giorno che tu ami un altro più che il padre tuo, mirati di nuovo nello specchio il giorno che ti sentirai d'amarlo più che mai; e se ti trovi allora anche più bella, fa i giorni appresso e poi sempre di rimanere bella così. Quasi che non darei altro precetto alla mia fanciulla da maritare o maritata.

Imperciocchè belle e virtuose sono le fanciulle che serbano in volto la purità e tranquillità della nostra celeste origine. Ma anche a noi uomini che abbiamo sformato e solcato il viso dalle nostre passioni, dai moti della nostra argilla animale, anche a noi potrebb'essere buon consigliero lo specchio. Quando sei infiammato d'un'ira che il tuo cuore agitato non sa discernere s'è santa o colpevole, mirati fiso e cerca a' tuoi occhi, alle due labbra, a tutta l'espressione del tuo volto, se vi sia l'odio, l'egoismo, l'invidia, il disprezzo, o solamente l'inutile dispetto; ovvero se non vi sia più che uno sdegno virtuoso contro il vizio o contro l'oppressione altrui. Credimi; il tuo specchio te lo dirà. E quando credi di amare con purità, e ti fai di te stesso un romanzo, mirati che vedrai se ne sei un degno eroe; ovvero se tutt'altro non vi scopri di quello che vorresti, e credevi forse d'avere in cuore. E quando ti perverti di giorno in giorno, quando da un sentimento qualunque, forse virtuoso all'origine, oltrepassi il segno della virtù e cadi nel vizio sempre limitrofo, mirati ogni giorno allo specchio solamente con occhi imparziali, se puoi, e procura di poterlo; e saprai meglio che con altro mezzo, a che punto tu sia di quella trista progressione.

I romanzi e le novelle sono specchi dell'età in che si scrivono ad uso dell'età immediatamente seguente. Quindi è che, passate due o tre età, l'utilità d'un romanzo, ed anche l'interesse, suol passare o almeno scemare di molto. Hanno comune questa sorte colle commedie, coi libri di ritratti (come i _Caractères de La Bruyère_), e con tutti i libri in generale che ritraggono le minutezze dei costumi di un tempo. Lo stesso divino Molière non s'apprezza più alla metà nemmeno da Francesi che lo tengono a ragione come la più bella perla della loro letteratura, dappoichè dopo la Rivoluzione sono di tanto o del tutto mutati i loro costumi, mutato anzi quasi il loro carattere nazionale. E se mi si conceda qui un'osservazione propria appunto del tempo, noi stessi abbiamo veduto farsi siffatta mutazione ai nostri anni. Ai tempi dell'Imperio, quando erano ancor fresche le memorie del tempo antico (_l'ancien régime_), ed anzi si volevano dall'imperatore risuscitare siffatte memorie, ed erano pur anco verdi ancora molti rimasugli di quel tempo, allora le commedie di Molière erano vedute e corse anzi con grande impegno da grandi e piccoli ne' palchi e alla platea. Oramai non si vanno a vedere se non per così dire istoricamente, per conoscere que' costumi invecchiati, anzi antichi del tutto. Ma in Molière, e in La Bruyère, e in Don Chisciotte, e in ogni libro fortemente fatto, oltre questa parte più speciale di pittura dei tempi, è poi anche la pittura dei grandi e costanti lineamenti della figura umana. Epperciò se piacciono meno sulla scena o ai leggitori superficiali, rimangono, e rimarranno perpetuamente per quest'altra loro più essenziale virtù. Ma quanto pochi Molière e Cervantes vi sono eglino nella universa letteratura!