Note di un viaggio in Persia nel 1862
canto l’ardire de’ Turcomanni crebbe a dismisura. Nella vicenda delle
rappresaglie qualche abbastanza severa lezione toccò anche a costoro, e già ho accennato a quella sessantina di fucilati sulla piazza d’armi di Teheran, ma questi esempi non produssero alcun salutare effetto, od effetti contrarj. Bisogna aggiungere inoltre che fra i Turcomanni ed i Persiani lo stato permanente di ostilità è invelenito dall’odio religioso fra sunniti e sciiti.
Era intenzione di noi naturalisti di comprendere la gita al Demavend nel nostro viaggio di ritorno in Europa, ed allora, poichè già eravamo sul cammino, fare un’escursione nel Mazanderan, e raggiungere il battello a vapore russo ad Astrabad; ma coloro ai quali communicammo questo progetto, e specialmente i nostri compatrioti residenti in Teheran, ce ne disuasero affatto, in vista delle continue scorrerie de’ Turcomanni nella parte Orientale di quella provincia, e del pericolo che vi corrono particolarmente gli Europei, dopo che l’esempio del sig. de Bloqueville ne aveva tanto rialzato il valore sul mercato.
Adunque, siccome ho detto già altrove, profittammo del lasso presumibile di tempo, che ancora ci separava dalla udienza dello Schah, per fare subito un’escursione al Demavend. Eravamo già nel ritorno presso l’ultima tappa, quando ci venne incontro uno de’ nostri servi, colla guida di un soldato, recante un biglietto del cav. Gianotti per sollecitarci, coll’annuncio che la solenne cerimonia doveva compiersi il giorno 18. Ci trovavamo già naturalmente in misura, epperò non ebbimo che a proseguire del nostro passo. Giunti alla nostra residenza di Tedgrisch, fummo dolorosamente sorpresi dal vederla convertita in ospedale. Quattro de’ nostri compagni giacevano a letto colti da febre intermittente, con predominante carattere gastrico. Fu quello il segnale che la stagione delle febri incominciava, e che si doveva pagar il tributo all’inesorabile clima. Volendo pur cercare un fomite di miasma in quell’aridissima regione, non poteva rinvenirsi altrove che nel rigagnolo scorrente presso il muro della nostra residenza. Un canaletto derivatone dall’alto per l’irrigazione de’ campi metteva di quando in quando il rigagnolo all’asciutto, ed allora ne’ bacinetti, fra le balze del suo letto sassoso, rimaneva stagnante l’aqua, d’onde esalavasi fortemente il tanto caratteristico odor di palude. Dovrei insistere sulla realtà di questa causa febrifera pel fatto che la febre onde quasi tutti, a diversi intervalli, fummo colti, scemò quando fu ridata l’aqua al rigagnolo, e si riaccese quando ne fu tolta di nuovo.
Frattanto, nella tema che non giungessimo in tempo, il comm. Cerruti aveva ottenuto di far differire di due giorni la nostra udienza dallo Schah. Il matino del 20 agosto gran tramestio nelle nostre celle, onde esser tutti pronti in abito di gala per l’ora convenuta. Anche gli appena convalescenti fecero forza a loro stessi: rimase condannato al letto il solo atletico, e tanto caro a noi tutti marchese di S. Germano, pel quale incominciava allora una lunga iliade di febri persiane, non vinte che assai tardi nel clima benefico della sua patria. Ci occorreva un dragomanno di rango, e mancandone la nostra ambasciata, convenne accettarne uno della legazione di Francia. Il dragomanno titolare di questa legazione vivendo ritirato, come ho detto altrove, in aperta scissura col conte Gobineau, questi offerse il suo cancelliere sig. Querry, che fu bene accetto al nostro ministro. È a sapersi che nelle solenni udienze dello Schah, ed anche in quelle del Sultano a Costantinopoli, l’etichetta richiede assolutamente che la communicazione fra il sovrano e l’ambasciatore straniero si faccia col mezzo di un interprete, anche quando i due personaggi principali potrebbero intendersi direttamente.
Una ventina di cavalli delle scuderie dello Schah piuttosto modestamente bardati, uno stuolo numeroso di _ferrasch_ e di soldati, erano già raccolti all’ingresso della nostra abitazione. Alle 10 ore montammo in sella, e la lunga processione, preceduta da un forte picchetto di guardie, sfilò al non lontano castello di Niaveran, ove lo Schah stava aspettandoci. Ma ora è bene farci un’idea dell’altezza del personaggio al quale andavamo a far riverenza.
Se il decantarsi grande vuol dire esserlo, non v’è certamente grande nazione al mondo quanto la Persia, non v’è tanto sublime regnante che sia all’altezza di colui che siede sul trono di Dario e di Ciro. Schah significa re, ma propriamente il sovrano della Persia ha il titolo di _Schahynschah_, ossia Re dei Re, parola che il linguaggio araldico d’Europa non ha saputo tradurre altrimenti che _imperatore_. È però sottinteso che in questo titolo si abbiano a mentalmente compendiare tutti gli altri, che nel discorso non si potrebbero recitar di fila senza perder il flato. L’elenco di questi titoli non corrisponde, come pe’ sovrani europei, ai vari dominj che riuniti hanno costituito il reame o l’impero, ma è una litania magniloquente di appellativi di grandezza, in stile orientale. Eccola, quale Chardin si è preso il gusto di trascriverla:
«_Il più alto dei viventi — Surgente della maestà — Surgente della grandezza, della potenza, e della gloria. — Capo dei grandi re, il cui trono è la staffa del cielo. — Agente del cielo nel mondo — Centro del mondo — Oggetto de’ voti di tutti i mortali. — Dispensatore dei buoni e grandi nomi. — Signore delle sorti. — Capo della più sublime setta dell’universo. — Sedente sul trono imperiale del primo essere temporale. — Il più grande, il più luminoso. — Principe de’ fedeli. — Nato e uscito dal trono che è l’unico trono della terra. — Re del primo ordine. — Monarca de’ sultani e de’ comandanti dell’universo. — Ombra di Dio massimo sparsa sulla faccia delle cose sensibili. — Primo nobile e della più antica nobiltà. — Re, figlio di re, discendente dai più nobili re. — Sovrano, figlio di sovrano, discendente dai più nobili sovrani. — Imperatore di tutti i tempi e di tutti gli esseri corporali. — Signore delle rivoluzioni e del mondo. — Padre delle vittorie. — Principe della potenza sovrana. — Dispensatore delle corone e de’ troni._»
Nas’r-ed-din, attuale Schah di Persia, appartiene alla stirpe turcomanna de’ Kagiari, originaria di Astrabad, la quale, nelle guerre civili che desolarono la Persia, nella seconda metà del secolo scorso, erasi già fatta indipendente, e regnante sul Mazanderan, quando nel 1793 Aga Mohamed Khan, l’eunuco, giunse ad impadronirsi del trono di Persia. Nas’r-ed-din, quarto Schah di questa dinastia, successe a suo padre Mohamed nel 1848 nella giovanissima età di dieciotto anni. È uomo di bella corporatura, di aspetto intelligente e piacevole, con due grandi baffi neri e due grandi sopraciglia, che gli artisti suoi sudditi dipingono con tale esagerazione da spiccar soli nell’ovale del viso. La caccia forma la prediletta sua occupazione, ed in questo esercizio spiega tutto il fasto e la potenza d’un sovrano d’Oriente. Lo seguono dignitari di corte, l’archiatro Tholozan, e milliaja di ferrasch e di soldati, quelli per ammirare la sua veramente grande destrezza, questi per stendersi in catena e muovergli incontro la grossa selvaggina, della quale soltanto l’imperiale Nembrod si diletta. Relativamente all’ampiezza ed alle tradizioni del potere degli Schah Nas’r-ed-din è di animo buono e mite, inclinato alla giustizia, favorevole agli Europei. Assai culto egli stesso nella sua nazionale letteratura, apprezza per istinto la scienza straniera che gli si manifesta per immediate utili applicazioni, e vorrebbe trapiantarne i germi nel suo impero: infine è per la Persia un principe civilizzatore.
Attorno alla villa imperiale di Niaveran stava accalcata, al nostro arrivo, una folla immensa di curiosi, contenuta da due battaglioni scelti, bene armati di fucili moderni, in assetto di parata, che in doppia fila al nostro passaggio ci fecero gli onori militari con precisione europea. Scesi di cavallo, ci accolse dapprima una gran tenda, ove i ministri dello Schah ed altri personaggi, fra i quali l’immancabile Iahja Khan, compierono il prologo della cerimonia con inchini, saluti, felicitazioni, colle libazioni consuete di thè e di _scherbeth_, e la consueta circolazione de’ kalian. De’ Persiani i soli militari portavano un uniforme semieuropeo: le altre dignità, non avendone alcuno, vestivano la lunga tunica in tessuto ricamato a fiorami. Tutti sfoggiavano al petto la stella dell’ordine del leone e del sole: il ministro degli affari esteri inoltre portava pendente al collo da un nastro cilestro il distintivo supremo del ritratto dello Schah contornato di brillanti; ed impugnava, come emblema del suo rango, un bastone con gran pomo tempestato di preziosi giojelli. Entrammo poscia tutti nel cortile del castello, ove ci salutò il rullo de’ tamburi, ed il presentar delle armi di altri soldati disposti in quadrato. Lì il mastro della cerimonia, nel mezzo della corte, rivolgendosi all’unica sala superiore o talar, quella precisamente ove stava attendendoci lo Schah, pronunciò ad alta voce non so quali parole; poi salimmo noi stessi, per un’angusta ed erta scaletta, alla sala d’udienza. Bisogna che io ricordi qui che i Persiani stanno in casa co’ piedi scalzi ed il capo coperto, e che questa tenuta è di assoluto rigore alla corte. Non permettendoci il nostro costume di cavar gli stivali, lasciammo invece a piè del talar le soprascarpe delle quali ci eravamo appositamente calzati; e tenemmo noi pure, ben s’intende, il nostro cappello in testa. Il Re de’ Re stava in piedi, quasi nel mezzo della sala: a’ suoi lati, ed a certa distanza da lui, stavano parimenti in piedi i ministri e le altre dignità persiane: noi ci schierammo lungo il lato della porta d’ingresso. Un magnifico tappeto, un gran cuscino ricamato, alcune sedie a bracciuoli in legno dorato, formavano tutto il mobiliare della sala.
Prima nostra impressione fu lo stupore per l’abbagliante ricchezza del vestito dello Schah. Indossava egli una tunica di velluto azzurro ricamata a grandi rabeschi di brillanti: sul berettone o kolà scintillava una gran rosa di magnifici brillanti: tutta l’impugnatura e tutto un lato del fodero della sciabola erano d’oro coperto d’un fitto mosaico ancora di grossi brillanti: alla sua cintura luccicava uno dei più grossi diamanti conosciuti al mondo, il famoso _deria-i-nur_ (mare di luce).
Il nostro ministro cominciò un discorso che il sig. Querry andava traducendo periodo per periodo. Parlò delle antiche relazioni dell’Italia colla Persia[42], e del bene di riannodarle, ora che l’Italia era risurta tutta unita a nuova potenza; parlò dell’alta stima del re Vittorio Emanuele per sua maestà imperiale, e della prova solenne che gliene dava coll’inviargli il gran collare del suo ordine supremo dell’Annunciata. A questo punto il cav. Gianotti s’avanzò colle insegne dell’ordine che lo Schah si pose ad osservare con visibile compiacenza, consegnandole poscia al suo ministro degli affari esteri. Rispose lo Schah rallegrandosi delle nuove condizioni d’Italia, e mandando felicitazioni al suo re.
Il commendatore Cerruti fece in seguito la presentazione dei componenti l’ambasciata, declinando di ognuno i titoli e gli offici, sui quali lo Schah domandava di mano in mano nuovi schiarimenti. Quando si venne al prof. Lignana, qualificato come professore di lingue orientali (la parola filologia comparata sarebbe stata incompresa): «Di lingua araba» soggiunse lo Schah. «Non di questa sola, rispose il ministro, ma anche di persiano.» All’udir questo, lo Schah rivolse direttamente la parola al nostro collega, il quale rispose con franchezza ed in buona lingua persiana, riportando dall’augusto esaminatore un sorriso di approvazione. Venne poi il turno del sig. Montabone. Lo Schah, sentendo come fosse distinto fotografo, espresse il desiderio di vedere i suoi lavori e di farsi egli medesimo ritrarre. Infine chiuse l’udienza lo Schah stesso, esprimendo il suo interessamento per la nostra salute, dicendo che non ci aveva ricevuti subito al nostro arrivo per lasciarci ben riposare, che però ogni giorno aveva voluto avere nostre notizie. Di questa accoglienza, e sovratutto dell’esteriore persona dello Schah Nas’r-ed-din, ci è rimasta assai gradevole impressione.
Passati poscia nuovamente sotto la tenda a ricevere i complimenti per l’alto favore di sua maestà imperiale disceso sovra di noi, il ministro degli affari esteri chiese alla sua volta una particolar contezza dei membri dell’ambasciata. Egli aveva un qualche sentore degli avvenimenti pe’ quali s’era fatto il regno d’Italia, ma li interpretava alla persiana; sapeva cioè che uno Stato piccolo ma forte, col quale la Persia era già stretta in patto d’amicizia, s’aveva un dopo l’altro uniti altri Stati, e volle sapere anche quali di noi appartenevano allo Stato forte primitivo, quali invece ai paesi che egli pensava conquistati.
Il commendatore Cerruti sodisfece immediatamente l’onesta curiosità indicandoci uno per uno. Ma qui bisognava vedere il diverso contegno del ministro persiano, secondo che il presentato era, come diciamo noi, delle antiche provincie, oppure delle nuove: al primo rispondeva il buon uomo con un inchino in aria compunta ed ossequiosa, al secondo con ridere sgangherato ed un dar colla mano tagli obliqui al vento, come, sarebbe a dire: «Ah! te l’hanno fatta! ti sei lasciato prendere!» Le idee di una volontà nazionale, di una forza conquistatrice diversa da quella del cannone, della sciabola e della corda, non entreranno mai in un cervello persiano.
Ritornammo alla nostra abitazione discretamente stanchi, ma più e meno contenti di questa fazione diplomatica: contentissimi poi coloro pei quali era così raggiunta la fase culminante del viaggio.
La coda di questa cerimonia doveva essere una frotta di vampiri, ossia dei più o meno titolati anche di seconda e terza sfera, del seguito dello Schah, che piombarono a Tedgrisch, a ricevere dalle mani del nostro ministro, sotto l’apparenza di regalo, la tassa convenuta tradizionalmente in simili occasioni. Non mancò il buffone di corte, non mancò neanche il boja, il quale almeno, in compenso di una bella manciata di tomani, ci portò a regalare un sacchetto di nocciuole.
Noi eravamo stati, fin dal primo giorno del nostro arrivo, in contatto giornaliero colle legazioni europee, ma in forma privata. Dopo l’udienza imperiale le visite ripresero in forma solenne, le quali però, in grazia dei nostri precedenti rapporti, e di quella cordialità che lega subito europei di diverse nazioni in un paese come la Persia, ha consistito semplicemente nel vestir l’abito di spada. E prima e dopo l’udienza quasi ogni giorno alcuno di noi era convitato agli accampamenti di Francia, d’Inghilterra o di Turchia, o addetti a queste legazioni sedevano al nostro desco, a subire gli intingoli di _monsù_ Martin; ma poi venne anche il turno dei pranzi diplomatici. Infine anche nelle steppe e sotto la tenda, od in capanne di fango, abbiamo fatto un discreto sciupio di cravatte bianche e guanti gialli.
Più animato si fece anche il ricambio delle visite coi nostri compatrioti; e fu come una festa di famiglia quel giorno in cui sedettero essi alla nostra mensa colle loro gentili signore. Parlammo della patria lontana, delle vicende che l’avean fatta risurgere, delle lutte che l’avvenire le teneva ancora preparate. Ma se la nostra presenza era per essi una consolazione, era pure un tormento, come quella che faceva loro sentire più acuta la spina della nostalgia. Del resto, ben retribuiti, tenuti in considerazione dalle autorità persiane, la vita materiale trascorrerebbe loro abbastanza agiata. Alle occupazioni, non punto gravose, del loro officio, altre aggiungono per elezione. Il colonnello Pesce, abilissimo fotografo, ha radunato un prezioso _album_ di vedute della Persia, molte delle quali rappresentanti grandiosi monumenti dell’antica Persepoli. Il colonnello Andreini si diletta di collezioni di oggetti naturali, ed il museo di Torino deve alla sua liberalità un buon numero di belli esemplari. Possano queste poche righe giungere loro come un saluto, ravvivar la memoria dei pochi giorni passati insieme nelle oasi del Schemran, e la speranza di rivederci presto sotto il cielo della commune patria.
XVI.
Partenza pel Demavend. — Ingresso nell’Elburz. — Hafdscheh. — Valle del Lar. — Ask. — Grande formazione di travertino e di conglomerato vulcanico. — Reinah. — Abigerm. — Stazione Thomson. — Roccie del Demavend. — Salita al gran cono. — Ritorno alla stazione. — Precedenti ascensioni e misure del Demavend. — Resto di attività di questo vulcano. — Sua probabile epoca. — Leggenda del re Zuhaq. — Cenni zoologici. — Città di Demavend. — Ritorno a Tedgrisch.
Grazie alle sollecite disposizioni del nostro ministro, ai consigli ed alla cooperazione attiva de’ signori Fane e Watson, segretari della legazione d’Inghilterra, in meno di due giorni tutto fu allestito per la nostra escursione al Demavend. La brigata riescì composta di me, Lessona, Orio, Ferrati, Clemencich, Doria, Centurioni, e del sig. Champain, capitano del genio dell’armata delle Indie, gentile e colto signore, ospite del signor Alison. Mirza Alì fu incaricato del doppio uffizio di dragomanno e di _golam_.
Il 9 agosto sul meriggio, muoviamo pieni di lena dal nostro quartiere generale di Tedgrisch, verso oriente, per viottoli e campi, lunghesso le falde della grande parete del Schemran, fin dove questa si abbassa per aprire un varco, deviando alquanto verso il nord, e spiccando un contraforte verso mezzogiorno, che, decomposto in una zampa d’oca di colline aridissime di tritume marnoso, va perdendosi nella steppa. Passando a ridosso di questo contraforte raggiungiamo ben presto la strada di Teheran, per la quale ci impegniamo nella salita della montagna. Giunti sull’altura, ecco aprirsi al nostro sguardo una valle profonda, ben cultivata, con alberi e villaggi, e per un pendìo assai ripido vi scendiamo. La sponda opposta della valle è scoscesa, e lambita da un fiumicello, e nell’ampio taglio che si presenta a noi di prospetto vedesi in basso un’emersione porfidica; per tutto il resto calcare marnoso, che a contatto del porfido diventa screziato. Più in basso, seguendo alquanto il corso dell’aqua, la scarpa è tagliata in un immenso deposito di tritume. Lì, passando il fiumicello su di un ponte in muratura, dopo breve ascesa si giunge a Sinak, bel villaggio fra campi e prati e filari di piante, oltrepassato il quale si passa di nuovo su di un ponte, il ramo principale del Dschadscharud, limpido, vivace, rumoreggiante fra grossi massi di puddinga. Tutt’attorno, come in ampio anfiteatro circoscritto da pittoreschi scogli, i zampilli, i rivoletti che si portano al fiume, animano la vegetazione. Eravamo in questo punto entrati nell’Elburz, e da questo punto non si presentano più al nostro sguardo che nude gigantesche rupi, e nelle valli freschi verdeggianti pascoli.
Dopo una mezz’ora di cammino nella valle, riprendiamo la salita lungo il ciglio di un profondo burrone nel cui fondo, rotto da cascatelle, scorre un altro piccolo affluente del Dschadscharud. Qui si incontra ancora puddinga alla base, e sovra di essa strati inclinati di marna argillosa alternanti con altri di calcarea, i quali, più resistenti alla corrosione, sporgono a guisa di muraglie. Probabilmente queste roccie spettano alla formazione carbonifera. Eravamo saliti così ad una nuova altura, ad un altro scalino dell’Elburz, e già annottava; ma un bel chiarore di luna ci illumina la via e tutta la scena dintorno. Passiamo presso il villaggio di Kubad sepolto fra grandi alberi, in un profondo vallone sulla nostra sinistra, e giungiamo infine alla stazione di Hafdscheh, ove prendiamo alloggio nel castello del Sadrazam. La notte fresca, serena, chiara, ci lascia scorgere distintamente il bel paese che si domina dal terrazzo, le case sul pendìo del monte, e la popolazione che si è posta a dormire sui tetti. Inanzi radunarci per la partenza, il mattino seguente, profittammo fin della prima luce per spartirci in piccole scorrerie ne’ dintorni, e deliziarci all’aspetto di una natura così differente dalla triste monotonia delle steppe. Tutto il villaggio apparteneva all’infelice Sadrazam, del quale mi è occorso far cenno nel capitolo precedente. Il castello è principesco, solidamente costrutto di pietra da taglio e di mattoni, in vari grandiosi corpi connessi fra loro per ampie gradinate a terrazzi e giardini, sull’erto fianco del monte, d’onde lo sguardo scende pei vari accidenti di una valle pittoresca. I pianerottoli, le convalli, i burroni circostanti, sono rivestiti di bella vegetazione, con folto cespugliame e grandi alberi in dense macchie od in filari intersecanti campi cultivati e prati naturali.
Gli uccelli da me visti in questa breve escursione sono:
_Pica caudata, Pyrgita domestica, Euspiza melanocephala_ (giovani in branchi numerosi), _Hirundo rustica, Chelidon urbica, Parus major; Muscicapa grisola, Luscinia lusciola, Ruticilla phœnicura_, e, come novità, un’altra specie non descritta per lo addietro, la quale per vari caratteri, e specialmente per la livrea e pei costumi, deve formar il tipo di un genere apposito nella famiglia delle _Saxicolinæ_. È la mia _Irania Finoti_.
Da Hafdscheh, ripigliando la salita, la strada serpeggia per lungo tratto sul culmine di un immenso dosso tutto costituito da tritumi incoerenti e massi di varia mole frammisti senz’ordine, ricolmante una profonda valle, e solcato a’ suoi lati dalle aque torrentizie. Più oltre procedendo, qua e là ai lati del nostro cammino, si scorgono altre convalli ingombre da formazioni di ugual natura. È un fatto meritevole di particolare attenzione la grande potenza di questi depositi di tritumi nell’Elburz, perchè nelle Alpi simili formazioni di trasporto sono dovute in parte principale all’azione dei ghiacciaj, mentre nell’Elburz si cercherebbero invano le traccie anche remote di un periodo glaciale, come non riescì al sig. Abich il trovarne nel Caucaso.
Dopo una breve discesa che ci conduce in un piano che sembra un letto di torrente, pieghiamo sulla destra, ove il piano si allarga come ad anfiteatro, e di là s’incomincia la salita di un monte calcareo, per un sentiero angusto tortuoso ed erto, fra dirupi e burroni. La nostra marcia è resa ancor più difficile dall’incontro di una carovana lunga e spezzata di muli, carichi di carbone del Mazanderan. Varie interessanti specie di uccelli mi si offrono in questo tratto di strada: di nuovo l’_Irania Finoti_, una _Saxicola_ o meglio _Dromolæa_ di nuova specie, nettamente caratterizzata (_Dr. chrysopygia_ De F.), la _Fringilla nivalis_, il _Serinus pusillus_, frequente in numerosi branchi, e nell’istesso modo frequente una _Otocoris_ che io ho chiamata _O. larvata_, l’_Emberixa hortulana_, la _Cotyle rupestris_ e la commune _Saxicola oenanthe_ in gran numero.
Valicata quest’altura scendiamo nella valle del Lar, nella quale troviamo stabilita una famiglia di pastori nomadi. Le aque del fiume, limpide come cristallo, si diramano in un ampio letto fra isolotti e praticelli. La _Ferula_ del galbano, in piena fioritura, copre, specialmente verso la sponda sinistra del fiume, lunghe liste di terra, colle grandi foglie e gli steli oltre l’altezza d’un uomo. Oltrepassata questa valle e tagliato un altro ramo del fiume, incassato in un profondo solco, ridiscendiamo al Lar, il cui ampio letto è rivestito di giunchi e pingui pascoli. Le bellezze di una natura alpestre e selvaggia si spiegano sempre più col nostro avanzare. Ci si presenta qui in tutta la sua mole l’eccelso cono del Demavend, ma non ancora la roccia di questo gran focolaio vulcanico; i monti che rinchiudono la valle sono sempre di calcarea grigia. Il sole indorava ancora le alte cime circostanti, quando i nostri _ferrasch_ ci allestivano le tende per la notte presso il casolare solitario di Hanlar-khan unico per grande estensione in queste valli. Potei dunque profittare dell’ultimo ritaglio del giorno per un’escursione attorno al nostro campo. Il terreno è tutto bucherato da una piccola specie di _Arvicola_ ch’io ho chiamata _A. mystacinus_. Molte specie di uccelli hanno qui il loro convegno estivo: _Serinus pusillus, Carpodacus erythrinus, Saxicola oenanthe, Pratincola rubetra, P. rubicola, Phyllopneuste trochilus, Anthus arboreus, A. aquaticus, Coturnix dactylisonams, Aegialites minor, Totanus ochropus_. Seppi dagli abitanti del casolare essere qui frequenti l’_Argali_, la _Capra ægagrus_, ed il _Tihu_ (_Ammoperdix griseogularis_). Tra i rettili devo indicare l’immancabile _Stellio caucasicus_, ed una piccola lucerta, assai ovvia anche a più elevato livello, e che, malgrado il ventre rosso di fuoco, non si può distinguere dalla commune _Lacerta muralis_ d’Europa, mancante al piano. Copiosa vi è pure la rana commune. Il Lar abonda straordinariamente di trote, tanto che ne ebbimo ad esuberanza pel nostro desinare. Il pieno disco della luna surse a vestire di nuovo incanto questa scena maestosa. Conversando e passeggiando fino ad ora assai tarda, malgrado le fatiche della giornata, passammo una notte deliziosa. Il termometro segnava +11° C.
Il mattino seguente (11 agosto), per la sponda destra della valle, ricca di profonde cristalline surgenti, seguiamo il corso del fiume, quindi lo passiamo a guado, ove, dalla sinistra della valle, vi affluisce un rivo di aqua lattiginosa, probabilmente per contenere in sospensione del caolino. Di lì attraversiamo un ampio pascolo, circondato da una gran curva del fiume, ed animato da numerosi armenti e da tende della tribù nomade de’ Curdi Biati, che, guidata da Hanlar khan, sorta di principe vassallo, lascia ogni anno in estate la pestifera steppa paludosa di Veramin, per riparare alla fresca ubertosa valle del Lar. Questi Iliati non sono rapaci come i Curdi del confine; le loro donne tengono il viso scoperto, e mostrano i tratti d’un bel tipo. Mentre le pecore e le capre pascolano sul pendio de’ vicini monti, il piano verdeggiante è di preferenza riserbato ai cavalli. Il nostro Mirza Alì, che avevamo perduto di vista, ci raggiunge guidando un bellissimo puledro che egli dice aver acquistato al prezzo di 14 tomani, e che al prezzo medesimo cede o finge di cedere volontieri al capitano Clemencich. Al ritorno, quando già eravamo ad una sola marcia da Teheran, il puledro scompare, e Mirza Alì giura e bestemmia che gli fu rubato, che non gli sarebbe possibile il ricuperarlo; ma una comminatoria secca ed energica del nostro amico, una minaccia pronunciata con tutto il tono di volerla mantenere, fanno sì che l’innocente Mirza Alì ribatta la strada, e riprenda felicemente il puledro ai ladri, ossia lo sleghi dal nascondiglio ove l’avea trafugato.
Oltrepassato questo pascolo, ove il Lar si ripiega verso il Demavend, rinchiuso in un profondo burrone, incontriamo per la prima volta la roccia vulcanica. Essa forma una corona di monti depressi attorno al gran cono, ed è tutta screpolata a grossi frantumi angolosi, ingombranti anche i circostanti campi, onde è reso molto difficile il nostro cammino. Da questo luogo si può rilevare come un lembo della massa vulcanica si estenda oltre il fiume, in un avvallamento della montagna calcarea: fatto importante che si collega ad altri osservati nel seguito, e si riferisce ad una delle ultime grandi fasi di questo centro vulcanico. Codesti monti sono parte di una immensa corona che circonda il cono proprio del Demavend, come Somma circonda il Vesuvio. Qua e là, per grandi breccie in questa corona, scappa fuori un enorme ventaglio di tritumi vulcanici.
La linea che battiamo quasi sempre senza traccia alcuna di strada o di sentiero, è un grande arco di cerchio alla base del Demavend. Inanzi giungere ai monti che sovrastano ad Ask, il nostro progredire è fatto straordinariamente difficile, per l’ingombro di enormi frane. Quindi valichiamo un dosso di grossolano conglomerato vulcanico, per scendere ancora nel solco del fiume, dalle cui pareti s’erge una bella vegetazione che ci preannuncia un luogo popoloso. La discesa è così difficile che alcuni di noi, ed io fra questi, reputiamo prudente il farla a piedi; ma giunti in basso eccoci ad un ruscello d’aqua fortemente ferruginosa, sì grosso che per guadarlo mi è forza risalire a cavallo. Da questa parte lo stesso cemento della puddinga è ferruginoso a notevole altezza sull’ima valle. I monti del lato opposto del fiume sono pure di conglomerato vulcanico. Una grande scogliera di basalto prismatico s’erge dirupata a dominare il sentiero che ci porta ad Ask.
Ask è una piccola città, capo luogo del distretto del Laridjan, rinomata in tutta la Persia per le sue aque minerali, salino-termali, solforose, ferruginose, che in larghe vene, come produtti dell’azione vulcanica, zampillano da molti punti nelle sue adiacenze, e nella città stessa. Quantunque il paese abondi naturalmente dei migliori materiali di costruzione, la città è quasi per intiero formata del solito fango, qui non più di necessità, ma di inconcepibile elezione. Le sue case, fra le quali ve n’ha di grandi e signorili, sono in modo assai pittoresco accavallate sulla sponda sinistra che scende per erto pendio al fiume, spumeggiante nel profondo, fra dirupi di travertino. Pel declivio delle stradicciuole anguste, tortuose, quasi impraticabili, che mettono all’unico ponte gettato ove il burrone del fiume è più angusto e scosceso, andiamo a prendere quartiere al di là del ponte, in un abituro isolato. La scelta di questo sito non poteva essere più favorevole, e per godere dell’incantevole orrida bellezza della valle, e per osservare i tagli naturali delle sponde, ne’ quali sta scritta la storia delle ultime fasi di questa contrada vulcanica.
Il travertino, in istrati irregolari e grandi mammelloni occupa il fondo della valle. È in massima parte compatto o leggermente cavernoso, ma passa per gradi a’ due stati estremi di tufo e di alabastro, e contien anche straterelli di gesso cristallino candidissimo. Esso è stato sepolto da un immenso deposito di sabbia e ciottolame vulcanico, che ha dovuto, un tempo, ostruire la valle. Seguendo per breve tratto la corrente del fiume, ove questa forma un angolo, si vede la parete sinistra della valle tagliata a picco, per un’altezza (misurata ad occhio) dai 200 a 250 metri. Tutto questo taglio è nella puddinga e nella ghiaja vulcanica, con disposizione in strati orizzontali. Risalendo dal lato opposto ad un centinajo di passi dal ponte, si arriva ad altro taglio elevato e scosceso nello stesso deposito di sabbia e ghiaja vulcanica, ora incoerente ora cementata, e qui si può vedere benissimo la transazione del travertino alla ghiaja, in modo che gli strati superiori del travertino sono sabbiosi, gli strati inferiori della sabbia sono più o meno solidificati da cemento calcareo. In questi strati veggonsi eziandio copiosamente sparsi cristalli isolati di gesso, a dimostrar sempre più il legame fra il travertino e il deposito incoerente che lo ricuopre.
La roccia solida in posto, che costituisce i monti del lato destro della valle, è una calcarea grigia, compatta. In faccia alla città, oltre il ponte, ove una grande scogliera scoscesa forma un piccolo seno, anche le frane della roccia calcarea sono state legate da cemento di travertino. Più verso il nord, dicontro all’angolo del fiume, si può vedere un piccolo promontorio della stessa roccia calcarea grigia inviluppata da una gran crosta di travertino, che ha riempita anche una fessura, a guisa di un piccolo filone.
Chiunque guardi la posizione di Ask, le nude e verticali pareti della valle, il burrone sul quale è gettato il ponte, deve necessariamente acquistar la convinzione che qui la massa del travertino, la cui recente formazione non potrebbe mettersi in dubio, con tutto quanto le sta sopra, è stata spaccata sotto un violento parossismo della forza vulcanica, onde venne aperto un nuovo passaggio alle aque del Lar. Questa spaccatura gira per grande tratto intorno alla base del Demavend, e in generale segna il limite fra il circo proprio del vulcano e quello più esterno delle montagne calcaree, però non senza che lingue di roccie vulcaniche si sovrapongano alla calcarea alla destra del fiume, e inversamente propagini de’ monti calcarei passino alla sua sinistra.
Il giorno 12 lasciamo Ask di buon mattino, nell’intento di portarci a pernottare al piede del cono proprio del Demavend. Fuori della città si entra subito in una scura gola, aperta nel conglomerato vulcanico, e nelle cui pareti gli abitanti hanno scavate molte grotte, alcune delle quali sono chiuse da imposte. Poscia la via ripiega a destra sul monte, erta e difficile, fra l’ingombro di massi enormi, che ci incutono serie apprensioni sul passaggio de’ nostri muli col voluminoso carico delle tende e delle provvigioni. Questo monte è dello stesso conglomerato, con varia tenacità del cemento, onde lo sporgere orrendamente confuso delle masse che hanno più resistito alle corrosioni delle aque meteoriche. Vinta la salita si giunge ad un altopiano ben coltivato, e quindi a Reinah[43], gruppo di case ombreggiate da grandi alberi. Mirza Alì, tutto fiero di farci vedere un _echantillon_ di donne persiane, ci mette in attenzione della decantata bellezza di queste che avremmo incontrate nel villaggio. Accorsero infatti, allo scalpitar della carovana le donne, che non avean pensato a coprirsi il viso; ci guardarono il tempo necessario a soddisfar la loro e la nostra più discreta curiosità, poi fuggirono a precipizio. Mirza Alì aveva ragione.
Oltre Reinah il cammino, girando sempre attorno alla base del Demavend, attraversa dossi arrotondati, propagini de’ monti marnosi-calcarei separati dalla massa principale dalla grande spaccatura del Lar. La roccia eruttata dal vulcano ha invase le depressioni fra questi dossi. In più luoghi si vedono anche breccie e puddinge vulcaniche con cemento ed incrostazioni di travertino.
Eran le 9 dello stesso mattino quando scendemmo di cavallo ad Abigerm. Lì, in praticelli a’ piè dell’erto pendìo del monte, ombreggiati da filari di salici, fumano le surgenti termali che danno il nome al villaggio. Il getto principale si versa immediatamente in un bacino cinto da un muricciuolo, d’onde l’aqua trascorre in rigagnoli ed in vaschette a certe costruzioni che hanno più l’aspetto di tumuli che di celle da bagni. Alcune donne nude stavano lavando pannilini, ed al nostro approssimarsi si posero frettolosamente un cencio sul capo, e fuggirono al villaggio. La temperatura dell’aqua, allo sbocco della sorgente, era di +63,5° C. Dovemmo far sosta per l’asciolvere, per aspettare i muli co’ carichi più pesanti, e sovratutto per fare gli ultimi preparativi per la salita. Mirza Alì spedito al prossimo villaggio in cerca di guide, di alcune delle quali, già sperimentate nell’ascensione de’ Prussiani e degli Inglesi, avevamo il nome scritto, ritornò con alcuni uomini di mala voglia, i quali, forse per caricare la mercede da pattuirsi, esagerarono la difficoltà dell’impresa, la lunghezza del cammino, ed insistevano onde si pernottasse in Abigerm. Tenemmo consiglio, e riescì felicemente a trionfare la fermezza del capitano Champain; onde si deliberò di partir subito, e passar la notte nel circo interno del Demavend, a’ piedi del gran cono. Mentre noi eravamo affaccendati a semplificar i bagagli, onde non portar lassù con noi se non le provvigioni e gli equipaggi di prima necessità, le guide persiane si raccolsero in numero di dieci, prepararono bastoni, e certe scarpe di strana foggia, formate da pezzi di pelle di capra con trafori nel lembo, pei quali si passa una correggia che stringe il piede come in una borsa. Sottometto questo modello di scarpe all’approvazione de’ club alpini; dirò intanto che pochi di noi si decisero ad adottarlo.
Partimmo ad una mezz’ora dopo mezzo giorno. Passato il villaggio di Abigerm la salita si fa subito molto erta, in un vallone le cui pareti sono di strati fortemente inclinati e ripiegati di arenaria e di marna alternanti (del terreno carbonifero?). La vegetazione arborea s’arresta al villaggio; continua invece una svariata e rigogliosa vegetazione erbacea. Incontriamo un’altra surgente ferruginosa, di sapore sommamente piccante e stitico. La ripidezza della valle e tutta la difficoltà del cammino crescono col mutar della roccia, col passare ad un potente deposito di conglomerato vulcanico che sporge in erte scogliere, ed ingombra il terreno di frane; quindi si incontra la roccia vulcanica massiccia, tutta rotta in massi angolosi, sui quali si perde ogni traccia di sentiero: è questa la roccia che forma la corona basale del Demavend. Alle 5 scendiamo dall’orlo dirupato di questa corona nell’immenso circo da me già paragonato a quello del monte Somma, orribilmente ingombro di frantumi angolosi, eppure non spoglio di verdura. Vi trovammo infatti una mandra di cavalli al pascolo. Piegando sulla sinistra andammo a cercare un posto conveniente per passarvi la notte, e dopo varie esplorazioni ci riescì trovare due ajuole rettangolari, circoscritte da informi muricciuoli formati co’ massi tolti dall’interno: testimonianza sicura che già qui, prima di noi, altri europei aveano fatta stazione. Qui dunque ci arrestammo. D’ogni intorno gorgogliavano rivoletti e cascatelle, od allo scoperto o ne’ profondi vani fra i massi petrosi. Il nostro cuoco si diede ad ammannire un parco desinare, i nostri _ferrasch_ a preparar l’unica tenda della quale potevamo disporre, essendo caduto e morto per via un mulo che portava l’altra. Alcuni di noi, ed io precisamente fra questi, dovettero rassegnarsi a passar la notte, come dicono i Francesi, alla _belle étoile_. Pieni di lena passammo una lietissima sera, e non ci coricammo prima di aver ad una voce battezzato questo sito col nome di stazione _Thomson_. Preghiamo i viaggiatori futuri, e sovratutto chi farà la carta del Demavend, a conservarlo, in memoria del primo europeo che toccò la sommità di quell’eccelso cono.
Qualche _touriste_ ha cercato lasciare più stabile memoria di sè. Sulla parete verticale di un masso prossimo all’accampamento io trovai scolpite queste lettere A B P, come principio di una iscrizione incompiuta. Non mi riesce interpretare questo enigma con alcuno de’ nomi a me noti de’ visitatori del Demavend. Quel masso intanto starà come un segnale della stazione Thomson.
[Illustrazione: Fig. 7. — Veduta del Demavend e del nostro accampamento alla stazione Thomson. Da un disegno del capitano Champain.]
La notte fu molto fredda: al mattino il termometro segnava ancora -3° C, e d’ogni intorno brillavano croste e stallattiti di ghiaccio. Per buona sorte eravamo bene proveduti di mantelli e di coperte. Più che il freddo riescì molesta a me la rarefazione dell’aria, a quell’altezza di 3,600^m; ond’ebbi a provare un grave insulto di asma notturno.
Io ho sempre parlato fin qui di roccie vulcaniche in genere, senza mai pronunciare alcun nome particolare, evitando perfino di servirmi della parola spicciativa _lava_ che adoperano i viaggiatori quando parlano del Demavend. Egli è che in fatti sulla strada da noi percorsa, non si incontra in alcun luogo una vera lava, come quella, per esempio, che io ho trovata presso Hissar, o come quella eruttata da vulcani attivi d’Europa. La sola distinzione netta e precisa che si possa fare delle roccie onde è costituita la gran massa del Demavend, è quella delle due categorie che hanno per tipi rispettivi il basalto e la trachite, presentanti ciascuna varietà secondarie di struttura, di colore, di diverse proporzioni de’ minerali elementari. Le roccie basaltiche, ben caratterizzate anche dalla presenza dell’olivina, hanno la pasta ora compatta ora cristallina, e contengono in varie proporzioni cristallini feldspatici, fino ad assumere la vera struttura porfidoide, come, per esempio, accade del basalto prismatico di Ask. Le roccie trachitiche presentano due estreme varietà ben distinte di colore, l’una bianca, con struttura più cristallina, e mica nera, l’altra rossa, con struttura più compatta, e mica color tombacco: l’una varietà si fonde nell’altra per tutti i possibili passaggi. Il nome di lava si potrebbe tutt’al più adoperare per indicare la crosta di trachite rifusa, leggermente scoriacea e bollosa, sulla quale si cammina per lungo tratto in salire alla sommità del cono. Nella collezione di saggi di roccie fatta in Persia dall’insigne botanico russo Buhse, e scientificamente descritta da Grewingk[44], si parla di pomici, di lave, di pietra picea, che possono tutt’al più riferirsi a qualche rara ed affatto isolata varietà di roccie delle suaccennate due categorie.
Altri autori parlano di pomici del Demavend, Kotschy specialmente, il quale per di più segna nella sua carta, al lato nord-ovest intorno al cratere, grandi monticoli e scarpe di lapilli e frantumi di questa sostanza. I saggi di Buhse sono stati raccolti sulla strada medesima da noi percorsa, e fino alla base del monte presso Abigerm. Per quanto io facessi particolare attenzione alle roccie sul nostro cammino, non mi venne mai dato di trovare alcun frammento paragonabile veramente, e pei caratteri e pel modo di formazione, alle vere pomici dei vulcani d’Italia. Gli stessi saggi di Buhse che io ho visti nel Museo mineralogico dell’Academia delle scienze di Pietroburgo, non mi sembrano esattamente determinati come pomici. Alcuni pezzi di assai apparente aspetto pumiceo raccolti dal prof. Lessona intorno al cratere, uno fra gli altri coperto da bellissimi cristallini di ferro oligisto, sono frantumi di trachite profondamente alterata da soffioni solforosi: vi si possono infatti distinguere colla lente minuti cristallini, anche della caratteristica mica, sfuggiti all’azione di vapori alteranti. Io credo perciò che, fino a nuova più sicura prova del contrario, si possa mettere in dubio l’esistenza di vere pomici al Demavend, per quanto la produzione di questa sostanza sia ne’ vulcani legata coll’esistenza delle roccie trachitiche.
È impossibile determinare in una semplice escursione, e per un solo lato del Demavend, l’ordine di successione delle emersioni trachitiche e basaltiche. Il solo fatto che mi sia risultato ben chiaro è questo: che le prime sono prevalenti nel cono centrale, le seconde nella corona basale del vulcano. È pure da notarsi, come assai importante che, nel perimetro di questa corona, le roccie eruttive riposano generalmente sovra conglomerati, i cui frammenti sono ancora delle stesse roccie basaltiche e trachitiche. In alcuni luoghi, come per esempio presso Ask, il basalto è compreso fra due depositi di conglomerati. Questo prova che l’aqua ha avuto una parte molto importante nelle dejezioni del Demavend, come in generale di tutti i vulcani.
All’alba del 13 agosto incominciò la salita vera del cono. Avevamo avuta la previdenza di far tener pronti alla stazione Thomson i nostri muli, i quali ci giovarono per circa un’ora di cammino, frammezzo alle frane, infinchè l’erta cessò dall’esser praticabile anche da muli persiani. La superficie del cono è assai ineguale, ma i rilievi e gli avvallamenti hanno una visibile disposizione come di raggi che partono dalla sommità, e si allargano verso la base. Gli avvallamenti, non occorre il dirlo, sono letti di neve. In qualche sinuosità più riparata ne avevamo già viste alla base alcune pezze isolate; queste crescono naturalmente di numero e di estensione coll’altezza, così che, verso la sommità, imponenti distese di nevi perpetue occupano tutto lo spazio tra le coste del monte. Seguimmo da principio per lungo tratto una cresta, poi scendemmo in un gran letto di lapillo trachitico, onde il procedere era fatto ancora più faticoso. Da questo passammo su di una crosta scoriacea di trachite rossastra che si continua fin presso la sommità del monte, come una gran colata fluita dal cratere.
L’effetto della rarefazione dell’aria non tardò molto a farsi sentire in alcuni di noi. Da prima si arrestò una delle nostre guide di Abigerm presa da vomito, poi Doria; ed infine, a quattro quinti della salita, dovetti io pure rinunciare con profonda invidia a dividere co’ miei compagni la gloria di toccare la cima del grande vulcano. I sintomi che ebbi a provare furono nausea, vertigini, affanno di respiro, ed un sonno invincibile non appena m’arrestassi a prendere alquanto riposo. Dovetti quindi cedere e ridiscendere alla stazione, accompagnato da una delle guide.
Prendo dalle relazioni verbali avute sul luogo il giorno istesso, e specialmente dal giornale del mio amico Lessona il racconto del resto della salita. Piegando alquanto verso oriente si lascia la roccia solida per passar ancora sul lapillo, da cui escono qua e là punte e scogli di trachite; quindi si arriva al passo più pericoloso, al così detto _Bamsi bend_ (passo del gatto), che è uno stretto sentiero da indovinarsi attraverso un immenso ripidissimo letto di neve entro un avvallamento della montagna. All’opposto lato la difficoltà cresce ancora per lo sporgere della roccia, sotto la quale conviene curvarsi per passare, dividendo l’attenzione fra la testa ed i piedi; e se un piede manca, si è irreparabilmente perduti, scivolando nell’abisso. Il prof. Lessona ed il capitano Champain furono i soli che, governando prudentemente il bastone, escirono da questo passo senza ajuto delle guide, mentre altri due non furono salvi che per la prontezza onde furono soccorsi. Al di là di questo passo l’erta riprende faticosissima su di una cresta rocciosa, poi di nuovo su di un’erta di lapilli più ripida delle precedenti. Da questo punto si vede già l’orlo del cratere tutto giallo di solfo. Succede un nuovo avvallamento occupato da una gran massa di neve meno erta della precedente, ma non meno pericolosa in altra ora od in altra stagione, quando, solidificata dal freddo, non ceda sotto il passo. Qui il prof. Lessona ed il capitano Champain sentirono contemporaneamente uno scoppio dalla cima del monte, e videro sollevarsi un denso getto di vapore: l’aria d’ogni intorno era piena di esalazioni solfuree. — Si compie l’ultimo tratto della salita nella neve cosparsa di polvere di solfo, o nella roccia incrostata di solfo. Primo a toccar la sommità (eran le 2 pomeridiane) fu Orio, che fece sventolar il fazzoletto sulla punta del bastone, gridando _viva Italia_. Fu immediatamente raggiunto dal capitano inglese, poi dagli altri. Mirza Alì, ed alcune guide che soffrivano della rarefazione dell’aria, s’arrestarono più in basso, in una caverna scavata nello solfo.
Il cercine del cratere ha la figura di un’elisse, il cui maggior diametro, dall’ovest all’est, misurerebbe, all’occhio del prof. Lessona, trecento metri, l’altro ad esso perpendicolare, forse cento. All’est ed all’ovest vi sono due depressioni, al nord e al sud due rialzi. Tutto il cercine era coperto di neve, meno che dalla parte tra l’est ed il sud, ove tutta la apparente sua massa era purissimo solfo. L’interno era un piano di neve e di ghiaccio sul quale nessuno osò avventurarsi. Quando i miei compagni vi arrivarono vi si vedeva ancora dalla parte verso l’est un vano circolare che in breve si chiuse: era forse di là partito il getto di vapore osservato poco prima.
Il barometro del capitano Champain si era guasto per via: quello del prof. Ferrati invece, perfettamente conservato, giunse felicemente alla cima. I miei amici vi si promettevano la vista delle selve del Mazanderau e, più lungi, del Caspio: non videro invece, verso il nord, che uno sterminato mare di nebbia, al sud-ovest l’immensa distesa dell’altopiano iranico, dalle altre parti nubi e vertici di montagne, che dal basso sembravano giganti e di lassù pigmee. Rimasero sull’orlo del cratere un’ora, spesa anche in parte nelle osservazioni barometriche; scrissero i loro nomi su di un foglietto che fu riposto in una bottiglia, e questa, ermeticamente chiusa, abbandonata colà, come documento ai futuri _touristes_.
Alle 3-1/2 le guide instavano onde si discendesse precipitosamente. Una nuvoletta avea ravvolta per un istante tutta la brigata, altre maggiori accennavano di seguirla ingrossando, ed il pericolo era imminente di non poter discernere più, nel fitto della nebbia, il buon cammino. La discesa fu senza inconvenienti. Alcuna delle nostre guide, sui piani inclinati di neve, si lasciava scivolare in basso. Mirza Alì per discendere in questo modo, s’accoppiò stranamente con un altro persiano, ma presto rotolarono entrambi, e furono ben fortunati di poter riprendere il cammino più lento ma più sicuro della roccia. Io medesimo, avendo incautamente ceduto alla seduzione di questo mezzo accelerato, corsi pericolo estremo di vita.
Alle ore sei eravamo tutti radunati alla stazione Thomson, lieti del successo, ed il nostro amico prof. Ferrati lietissimo di poter intervenire autorevolmente nella discordia delle cifre dell’altezza del Demavend. Al desinare, mancandoci il vino che avevamo espressamente lasciato ad Abigerm, un po’ d’aqua tinta di rhum ne tenne le veci al _toast_. Lì pernottammo di nuovo, e il dì seguente fummo di ritorno ad Ask così per tempo da passare in quell’interessante località tutta la giornata.
L’unica via per la quale si possa ascendere il Demavend è quella che abbiamo seguita; per tutto il resto del perimetro del gran cono l’erta è impraticabile, od almeno non fu ancora tentata. Ho già detto come il Demavend, visto dai contorni di Teheran, si presenti col suo asse sensibilmente inclinato verso ovest, come se la sua base fosse stata sollevata verso oriente. La posizione di Ask corisponde appunto alla elevazione del piano di questa base, onde viene che da qui la retta applicata sul pendio, in un piano verticale all’orizonte, formi con questo un angolo più acuto che non altrove. È importante l’osservare subito che a questa parte del monte corrisponde pure la grande spaccatura che aprì il corso alle aque del Lar: sulla quale circostanza dovrò tornar fra poco.
Quasi ogni anno i montanari di Reinah e di Abigerm salgono alla cima del Demavend per raccogliervi solfo, e si racconta che non rari siano i casi di pagare colla vita l’avidità del guadagno: ma per lungo lasso di secoli nessun viaggiatore europeo aveva ardito affrontar una simile impresa. Doveva naturalmente toccare ad un figlio della bionda Albione il dare il buon esempio, e ad altri poi seguirlo. Il paese che sotto varj aspetti è ancora una terra incognita, le difficoltà d’ogni genere che vi si incontrano, il rango di quella montagna fra le più elevate del globo, la sua stessa natura, le misure discordi ottenute in varie riprese della sua altezza, fanno sì che, negli annali de’ viaggi, la salita del Demavend sia ancora adesso un fatto meritevole di registrazione. Ecco in breve, ed in ordine cronologico, le notizie che ho potuto raccogliere sulle ascensioni e sulle misure ipsometriche di questo grande vulcano.
1837. Nel settembre. Taylor Thomson è il primo europeo che si cimenti alla salita del Demavend, portando seco un barometro, ma essendo la sommità del monte ravvolta tra le nebbie s’arresta ad una caverna alcune centinaja di metri più in basso, e quivi prende le sue misure termometriche e barometriche. Ainsworth su queste misure calcolò approssimativamente l’altezza del Demavend in 13,793 piedi parigini. Humboldt invece, sui dati medesimi, arriva ad una cifra assai più elevata: 18,400 p. p.
1838-39. Il capitano Lemm è spedito in Persia dal governo russo, per accompagnare un invio di doni allo Schah ed al governatore del Korassan, e coll’incarico di determinare l’esatta posizione geografica de’ principali punti sulla sua strada. Dalla sua tabella estraggo queste altezze, misurate trigonometricamente da Teheran.
Teheran: casa della legazione russa 3,579. p. p. sul livello del mare.
Cima del Schemran 12,247. — Cima del Demavend 18,846. —
1843. Kotschy, dalla metà di giugno ai primi di agosto, percorre in varie direzioni la base ed i contorni del Demavend, specialmente per ricerche botaniche. Agli ultimi di luglio intraprende la salita del cono: ne dà una minuta ed esatta descrizione, ed assai belli disegni. Percorre l’orlo del cratere in 378 passi. La sua relazione, stampata molti anni più tardi (_Mittheilungen di Petermann_, 1859), è quanto di meglio finora fu scritto sul Demavend.
Kotschy non prese misure ipsometriche. All’occasione della stampa della sua relazione sentenziò esser molto esagerata la cifra dell’altezza del Demavend data dagli Inglesi; giudicando ad occhio da esperto alpigiano, com’egli stesso dice, e dalla natura della vegetazione, concede tutt’al più un maximum di 15,000, p. p.
1852. Czarnotta, ufficiale montanistico austriaco al servizio del governo persiano. La sua ascensione (in agosto) è qualche cosa di romanzesco. Abbandonato dalle sue guide passa una notte solo, privo di coperte e di provigioni, alla distanza di due ore dal cratere, sotto una buffera di gelo che gli intirizzisce le membra, e fa discendere il termometro a -17 R. (!!). Dopo stenti infiniti arriva alla sommità e passa una seconda notte a poca distanza dal cratere. Incontra individui estranei che sembrano attentare alla sua vita; le stesse sue guide che più tardi lo raggiungono, dopo averlo derubato de’ suoi istrumenti e delle sue pistole, non dimostrano più miti intenzioni. Tratta per la sua salvezza, gettando a quella gente quanto danaro aveva. Ritornato a Teheran poche settimane dopo muore di tifo. (Vedi ancora le _Mittheilungen di Petermann_, 1859).
1854. Renold Thomson, fratello dell’altro citato più sopra, e lord Kerr, salgono il Demavend, ma per mancanza di istrumenti nè fanno osservazioni nè publicano relazione alcuna.
1858. Gli stessi, in compagnia del sig. di S. Quintin, addetto alla legazione francese, e del sig. Castelli (di Tauris), ripetono la salita con un eccellente ipsometro ad ebullizione di Casella. Questo sig. Thomson è il medesimo che ebbimo la fortuna di conoscere personalmente ne’ nostri frequenti convegni colla legazione inglese. Il suo rapporto, publicato nel giornale della società geografica di Londra, è molto ben redatto. Il risultato dell’osservazione fatta in questa circostanza darebbe al Demavend un’altezza di 20,192. p. p.
1859. Il sig. Beguer, segretario della legazione russa, ed il sig. Barthelemy francese, morto poco dopo a Teheran, ribattono il medesimo cammino, e toccano la punta del Demavend, ma non fanno osservazioni.
1860. Il barone Minutoli, il sig. Grolman, il sig. Brugsch della ambasciata prussiana, accompagnati dai signori Watson, Fane e Dolmage della legazione inglese, intraprendono l’ascesa del Demavend verso la fine di luglio, essi pure muniti di un ipsometro ad ebullizione, mentre il sig. Nicolas, stando al piede del vulcano, alla stazione di Abigerm, istituisce contemporaneamente osservazioni di confronto. I dati ottenuti conducono ad attribuire al Demavend un’altezza di circa 20,000 p. p.
1861. La spedizione russa del Caspio, sotto la direzione del sig. Iwastschinzow, determina l’altezza del Demavend mediante osservazioni trigonometriche alle due stazioni dell’isola Aschuradah, nella baja di Astrabad, e dello sbocco del fiume Tedjen presso Ferhabad. La media ottenuta è di 17,326 p. p. al disopra del livello del mare generale.
1862. La sezione dell’ambasciata italiana. Le misure barometriche del nostro collega com.^e Ferrati intervengono molto a proposito fra tanta discordia di cifre. Sebbene per la natura stessa del metodo siano da ritenersi come semplicemente approssimative, esse hanno su tutte le altre precedentemente prese il grande vantaggio di esser state confrontate con osservazioni barometriche e termometriche eseguite nel giorno stesso ed alla stessa ora, alla stazione russa di Aschuradah, sul Caspio, presso la base al nord del Demavend, con istrumenti regolati, come quelli medesimi del Prof. Ferrati, all’osservatorio meteorologico di Tiflis.
Ecco ora le cifre datemi dall’egregio collega, come esprimenti altezze sul livello medio dell’oceano.
Teheran 1240 metri Ask, presso il ponte 1795 » Abigerm 2275 » Cima del Demavend 5670 »
È un errore soventi ripetuto ne’ libri che il Demavend serva di faro ai naviganti del Caspio. Non potrebbe essere tutt’al più che un faro diurno ed a ciel sereno, poichè non getta mai fuoco, ed il languido persistente suo lavoro vulcanico si manifesta ora soltanto con fenomeni secondarj. Il suo cratere attuale è sproporzionatamente piccolo in confronto della immensa mole del cono; e nessuna conosciuta memoria storica accenna a masse fuse di là eruttate. Quella colata di trachite scoriacea, di cui ho fatto cenno, è ben poca cosa al paragone della massa compatta attraversata da potenti _dicche_ onde tutto il cono è formato. La sommità del monte è una solfatara attiva. Lo solfo che incessantemente vi si sublima, accompagnato da soffioni di vapori aquei, è in fiori ed in minuti cristalli, inquinato da gesso. Vi si trova anche, nella trachite alterata da questi soffioni, qualche sublimazione di ferro oligisto. Alla stessa causa interna, onde è alimentata la solfatara della sommità, si collegano le surgenti termali e solforose della base.
L’attività vulcanica del Demavend è manifesta eziandio da terremoti. Morier ha fatto una relazione di quelli del 1805, e del giugno del 1815; il quale ultimo, come risulta pure da un rapporto di Bell, ha cagionato gravi sconvolgimenti. Alla base del monte verso occidente, sulla strada da Amol a Teheran, tra Karu e Balkulum, Bell ha visto, come effetti di questo terremoto, rovine di edifizj, ponti distrutti, i cui pilastri non si corrispondevano più. Molti villaggi pure furono sconquassati, e le strade fatte impraticabili per due anni dopo l’avvenimento.
Abbiamo precedentemente veduto: 1º che la formazione di travertino di Ask, e la ingente massa di tritume e conglomerato vulcanico che vi sta sopra, si debbono considerare come di formazione recente; 2º che il burrone del Lar, circuente per gran tratto, a sud-est, la base del Demavend si è aperto nel travertino stesso. È molto probabile che il medesimo terremoto, per forza del quale si è fatta questa grande spaccatura, abbia sollevata da questa parte la base del vulcano, ed inclinatone l’asse verso occidente. Aggiungerò pure come sia antica tradizione, tuttora vigente in Teheran, che il Demavend abbia cambiato di forma.
L’età moderna di questo vulcano si desume anche da altri dati. È impossibile non vedere una continuità di processo tra la formazione del travertino del burrone di Ask, e le aque solforose-termali che sgorgano da questa parte in sì gran copia; fra il ruscello d’aqua ferruginosa che si passa arrivando ad Ask da Teheran, ed il cemento ferruginoso fino ad assai notevole altezza della puddinga vulcanica a’ piè della quale scorre il ruscello stesso.
Devesi poi fare particolare attenzione a questo, che, per quanto risulta dalle mie osservazioni, nè le tanto caratteristiche roccie del Demavend, nè altre roccie vulcaniche in istretto senso, trovansi rappresentate nel tritume generale degli altipiani della Persia occidentale; per il che sarebbe da concludersi che le formazioni vulcaniche dell’Elburz sono posteriori alla dispersione de’ tritumi onde quegli altipiani furono costituiti. Abich ha osservato la stessa cosa nel Caucaso e nell’Armenia. Certamente poi la ingente mole del Demavend non è surta tutta in una sol volta, ma prima si formò la corona basale, poscia il cono centrale. Nel tratto percorso della base di questo monte, io ho quasi dapertutto osservato che le masse eruttive delle roccie, e specialmente delle basaltiche, riposano sovra strati più o meno potenti di conglomerato vulcanico.
Ho accennato più sopra alla mancanza di un attendibile documento istorico di lave roventi eruttate anticamente dal Demavend. Un qualche dato della antica maggiore attività del vulcano sembrami tuttavia trasparire dal velame della leggenda mitologica del re Zohaq, ancora oggi tanto popolare fra gli abitanti del nord della Persia, e così poeticamente narrata dal loro immortale Firdusi. L’empio Zohaq, nato ne’ deserti dell’Arabia, erasi legato in patto infernale con Arimane, e coll’ajuto di questi aveva ucciso il proprio padre, per usurparne la corona. Il genio del male che, sotto forma di un bel giovinetto, erasi posto al suo servizio, e lo nutriva di sangue, gli chiese un giorno di potere imprimer sulle di lui spalle un bacio, come segno e mercede della sua fedeltà. Non appena le labbra infuocate di Arimane toccarono le spalle del suo signore, spuntarono da queste due neri serpenti, che nessun arte valse a distruggere, e che si dovettero satollare di cervella umane. Zohaq, eletto poscia re dagli Irani, stendeva sul paese da oltre un secolo il suo terribile scettro, ed ogni giorno gli erano immolate due vittime umane; quando il fabro Kawe, al quale erano stati presi sedici figliuoli per farne pasto ai serpenti, sul punto di vedersene tolto ancora uno, chiamò gli Irani all’insurrezione. Un giovine eroe, Feridun, nato nelle aspre gole del Demavend, intraprese la lutta col potente Zohaq, e, fattolo prigioniero, lo rinchiuse nell’immensa interna spelonca di quella montagna, ove carico di catene _strepita_ e _mugge_ il vinto tiranno. Come segno che doveva annunciare tutt’all’intorno la vittoria, Feridun accese, sulla sommità del Demavend, _un fuoco di gioja_. Ogni anno, l’ultimo giorno di agosto, nella città che trae il nome dal grande vulcano, la festa commemorativa della caduta del re Zohaq è celebrata con grandi clamori, corse tumultuanti di cavalli, e fuochi[45].
Ora se anche in questa, come in ogni altra leggenda tradizionale, è lecito ricercare qualche fondamento di reale, due cose fermano l’attenzione: la fiamma accesa da Feridun sulla cima del Demavend, probabile indizio di materie ignee eruttate, o di vapori illuminati dalle bragie del cratere ora da secoli estinto; e gli strepiti, i muggiti dell’incatenato Zohaq, alludenti a rumori di vera attività vulcanica, piuttosto che all’impeto de’ soffioni attuali. Non può a meno anche di far impressione alla mente l’analogia fra la leggenda persiana ed il mito greco di Encelado fulminato da Giove, e chiuso nelle viscere dell’Etna.
Non lascerò Ask senza aggiungere qualche cenno sulla fauna di questa parte culminante dell’Elburz. Due sole specie di rettili ho trovato attorno alla corona del Demavend, la _Lacerta muralis_, varietà del ventre rosso di fuoco, e lo _Stellio caucasicus_. Quest’ultima è quella che si porta a maggior altezza, ma non fino a passare nel circo attorno al cono centrale. Il carattere alpino della fauna ornitologica già dianzi osservato, si fa sempre più evidente. La _Sitta syriaca_ riempie la solitaria vallata di Ask delle sonore sue note. La _Pyrgita domestica_ qui scompare, ed è sostituita dalla _Pyrgita montana_ abbondantissima ne’ campi e negli orti attorno alla città. Nel pianerottolo di Reinah trovai ancora la tortora commune (_Turtur auritus_), e stormi di _Fregilus graculus_. Il _Serinus pusillus_, l’_Otocoris larvata_, la _Petrocincla saxatilis_, salgono fino all’orlo della corona del Demavend. Nel circo al di là di questa corona si trovano: la _Ruticilla tithys_, l’_Accentor alpinus_, ed il _Pyrrhocorax alpinus_; e fin qui sale del pari la pernice (_Caccabis chucar_), il cui chiocciare ripercuotevasi al mattino per que’ dirupi. Uno stormo di ventisette individui passò a tiro di fucile sulla nostra stazione la mattina stessa dell’ascesa del cono. Una moltitudine di avoltoi (_Vultus fulvus_) vedevasi costantemente roteare per l’aria al disopra de’ pascoli.
Nella sua escursione al Demavend Kotschy racconta aver visto un branco di venti capre selvatiche, o, come egli dice, stambecchi, scendere dalla sommità del monte, e mettersi a pascolare tranquillamente fra i muli della sua piccola caravana. — La gente del seguito avea già data mano al fucile, ma ne fu trattenuta da Kotschy stesso, che voleva da una parte evitare il pericolo di ferire invece d’una capra uno de’ muli, dall’altra era curioso di studiare da vicino il contegno di quelle così circospette bestie. Ad un tratto le capre presero a fuggir precipitosamente sui greppi inaccessibili a piede umano. Causa di questo improvviso spavento fu una grossa tigre che Kotschy ebbe agio di osservare a circa 500 passi di distanza. La fiera che al dir di una guida era salita dalla parte di Ask, rimase accosciata alcuni minuti, poi, all’aspetto del fumo dell’accampamento e della gente, si allontanò di nuovo.
La mattina del 15 agosto, tenuto consiglio per la scelta del cammino di ritorno, prevalse la proposta di non ribattere quello stesso che avevamo fatto in venendo, ma di passare per la città di Demavend. Dal punto di vista delle collezioni zoologiche questa scelta fu infelice. Io calcolava su di abondante caccia delle specie osservate ne’ giorni precedenti, e il calcolo, col mutar delle condizioni del paese, andò fallito.
Lasciata adunque Ask, ribattuta per un certo tratto la strada medesima per la quale eravamo venuti, giunti al bivio, lasciammo la via di ponente, scendendo ancora le pittoresche balze fra grandi frane e pianerottoli erbosi del sistema del Demavend, finchè si giunse al Lar, ad un ponte in muratura; reso da due anni impraticabile per guasti che, secondo il costume persiano, lungi dal riparare prontamente si lasciarono progredire. La rapida corrente si passa su di un ponte posticcio. Al di là del fiume, prima di impegnarci in una gola fra roccie calcaree, si incontra, sulla destra del cammino, l’ultima propagine del Demavend: una lingua di roccia basaltica, separata dalla sottoposta calcarea, dal solito conglomerato vulcanico, e che cessa bruscamente. La località è interessante perchè anche qui si può vedere chiaramente come i frantumi delle roccie caratteristiche del Demavend, non si estendano oltre le frane della base propria del vulcano. Di là il cammino continua per lungo tratto chiuso fra monotoni ed aridissimi dirupi calcarei, con appena qualche po’ di vegetazione lungo un povero ruscello. Varcato il giogo sul quale s’inerpica il sentiero, si discende in una valle trasversale aprica, tutta cultivata; e qui si vede succedere alla calcarea un’arenaria rossa compatta di grana finissima. Si valica di nuovo un colle formato di strati di calcarea marnosa indurita, in massima parte di vaghissimo color turchesino, per ridiscendere ancora in una valle più ampia, benissimo cultivata, con macchie e filari di alberi, e popolata di armenti. Nel fondo, tra il denso fogliame dei boschetti e de’ giardini, spuntano le torri e le cupole smaltate delle moschee della città di Demavend: meta sospirata dopo una marcia di otto ore.
Il nostro golam-dragomanno ci condusse pei viottoli tortuosi della città all’estremo opposto, in una casa qualunque che egli si era prefissa senza che si potesse concepire alcuna ragione della scelta. Il nostro cuoco era già intento ad ammannire il pranzo, e noi a trovar qualche posto in quell’orribile catapecchia ove distendere i nostri materassi, quando supragiunse il padron di casa a lagnarsi di questa violazione della sua proprietà, e ad intimarci di sgombrare. Mirza Alì non fece altro, in nostra presenza, che applicargli subito una buona razione di scappellotti e di calci, e mandare invece lui, il padrone, a cercarsi un altro asilo per quella notte.
La città di Demavend porta nel mio giornale una nota particolare per l’abondanza e la squisitezza delle frutta, ed in ispecie dei sugosi e dolci cocomeri.
Lasciandola alle nostre spalle, il dì seguente, attraversammo da prima il bosco che la ricinge ad occidente, quindi ancora i bei campi che formano la ricchezza della città, per salire, dopo breve tratto, sui colli che da questo lato limitano la valle. Non tardammo ad avvederci del molto brutto cambio che avevamo fatto mutando strada, lasciando i fantastici dirupi, le erbose valli, le ridenti oasi del Dschadscharud e del Lar, per una interminabile successione di grandi onde di colline marnose orribilmente nude, monotone e tristi. Ad ogni salita movevasi l’animo nostro alla fiducia di vedere di colassù mutar l’aspetto del paese, ma invano: un nuovo avvallamento, una nuova salita dello stesso inesorabile carattere. Dopo lunghe ore di un cammino siffatto, eccoci finalmente ad un po’ d’aqua nel fondo di un valloncino, e al di là ad un piccolo caravanserai ove facciamo sosta per la colazione. Vi trovammo due mercanti diretti alla capitale con stoffe e pelli del Mazanderan, e traenti seco a spettacolo publico due belli animali vivi: un grosso babbuino grigio (_Cynocephalus hamadryas_), ed un giovane leone mansuetissimo, che i due mercanti aveano avuto a Schiraz. Oltre il caravanserai la strada continua ancora a ridosso di colline marnose aridissime, rotte però qua e là da masse di melafiro, con vene e rognoni di mesotipo. Poco prima di scendere ai Dschadscharud, sulla sinistra del cammino, si può vedere un taglio del terreno cogli strati marnosi sollevati ricoperti dal tritume generale, i cui frammenti sono adagiati non già in posizione orizontale, ma secondo l’inclinazione degli strati sottoposti, onde si dovrebbe inferire che il sollevamento di queste colline si è compiuto dopo la dispersione del tritume generale stesso, e forse per opera della emersione del melafiro.
Sul far della sera arriviamo infine all’ultima stazione, al greto del Dschadscharud, la cui rapida corrente ha qui l’importanza di un vero fiume, quantunque diretta a farsi tutta assorbire nel deserto. Alziamo le nostre tende fra una capanna di poveri coloni ed il ponte che, per caso raro in Persia, era in perfetto stato di conservazione. Il vino che ci era mancato sul Demavend ci soprabondava qui, ed il proposito di non riportare a casa che bottiglie vuote è puntualmente eseguito. I brindisi, gli evviva, le canzoni patrie, risuonano per quella nuda e squallida solitudine, finchè ci regge il fiato ed il _Bordeaux_ non ci aggrava le palpebre. Il mattino seguente una breve e lieta cavalcata ci ricongiunse ai nostri compagni in Tedgrisch.
XVII.
Separazione della nostra ambasciata. — Chi rimane in Persia e chi ritorna in Europa. — Carovana della quale faccio parte. — Da Tedgrisch a Kazvin. — Da Kazvin al passo di Kharzan. — Prima impressione del Ghilan. — Rustemabad. — Avventure di viaggio. — Bellezza del paese. — Rescht. — Industria serica nel Ghilan. — Il Murdab. — Enzell. — Addio alla Persia.
La durata del soggiorno nella capitale della Persia era pe’ singoli componenti la ambasciata italiana misurata dagli ufficj rispettivi, ed a ben pochi poteva cader in mente il prolungarla per suo particolar diletto: il desiderio più forte e più generale era scapparne al più presto. — Lo stesso giorno dell’udienza imperiale si incominciò a parlare, nel nostro campo di Tedgrisch, della separazione. Il ministro Cerruti, cogli addetti alla sezione diplomatica, aveano ancora da sostenere la gran lutta contro l’ostinazione persiana, onde conchiudere un trattato di commercio che potesse giovare alla tanta compromessa industria serica in Italia; ma gli altri avendo compiuto al loro ufficio di fare da comparsa all’augusta presenza del re de’ re, pensarono subito alle disposizioni pel ritorno in Europa, ciascuno essendo libero della sua linea, in conformità alle proprie inclinazioni, agli stretti legami di famiglia, ad altri impreteribili doveri di ufficio. Premeva sovratutto il raggiungere i piroscafi russi in stagione ancora favorevole alla libera navigazione del Volga. A noi naturalisti il soggiorno di Tedgrisch non presentava alcuna attrattiva: il nostro tempo vi era assolutamente perduto. Il marchese Doria che per la sua età e per la sua posizione sociale era libero di seguire gli impulsi del suo ardore per la scienza, avea divisato di esplorare le provincie meridionali della Persia, unendosi al sig. conte de la Rochechouart, della legazione di Francia, che stava appunto per recarvisi; a me ed a Lessona importava il poter rimanere per qualche tempo in riva al mar Caspio. Fu data opera adunque a rifare i particolari bagagli, a disporre le cavalcature, l’accompagnamento, i necessari firmani del governo, ed i passaporti russi, che ci vennero con assai cortese sollecitudine rilasciati dal sig. di Anitschkoff. I sigg. Paulow e dott. Bretschneider, addetti alla legazione russa ebbero anche la gentilezza di fornirci istruzioni, indirizzi, e commendatizie. Una volta decisa la partenza, ci separammo in piccole brigate. Primi a lasciar Tedgrisch furono i professori Lignana e Ferrati ed il marchese Centurioni, ultimi il conte Grimaldi, il capitano Clemencich, il fotografo sig. Montabone ed il dott. Orio; convegno generale ad Enzeli per raggiungere il piroscafo russo il 12 settembre.
Io e Lessona, col preparatore Ballerini, approfittammo della gentile offerta dei sig. Nicolas, il quale doveva ritornare in Francia colla sua famiglia, cioè colla sua signora e due bambine, l’una di due anni, l’altra di due mesi. Il signor Nicolas si era già mostrato per noi un vero e schietto amico, e volle porre il suggello a questo carattere facendoci godere i vantaggi della sua lunga esperienza del paese, della sua padronanza delle lingue orientali, dell’ottimo suo cuore. Dobbiamo a lui se questo viaggio, intrapreso colla qualità di semplici privati, senza lusso di scorte e di tende, potè condursi al termine senza incagli ed anzi con tutti quegli agi della vita giornaliera che sono compatibili colla natura della Persia e dei Persiani.
La nostra partenza era definitivamente fissata pel 28 agosto. La piccola carovana del sig. Nicolas che da Gezer doveva fare una punta su Teheran, per riescire poscia a Khend, si mise in moto fin dal mattino; noi, avendo a percorrere una linea più breve e più diretta, dovevamo raggiungerla verso sera. Affaccendati a’ tanti minuti preparativi del viaggio, un solo pensiero ci aveva fin qui dominati: lasciare infine le tristi inospitali steppe della Persia, rivedere l’Europa, riavvicinarci ai nostri cari. Ma sedate le distrazioni e le fatiche di tante cure materiali, col farsi più vicina e più certa l’ora della separazione de’ nostri compagni, sentimmo più che mai quanto questi fossero nostri amici, quanto costasse al nostro cuore il rompere le abitudini di una lunga convivenza, che, nata dalla sorte commune e dalla disciplina, erasi fatta immediatamente spontanea e simpatica. La nostra contentezza fu adunque assai conturbata, e per me si aggiunse un’altra circostanza. Fin dal mattino mi aveva preso un legger mal essere che io attribuiva alle fatiche de’ preparativi del viaggio, ed alla commozione morale. Sul mezzo giorno, quando il carico dei bagagli era pronto, pronte le cavalcature e le guide, e ce ne avvertivano con ripetute grida e gesticolazioni i nostri _ferrasch_, quando noi prendevamo commiato dall’ottimo ministro Cerruti, e da’ nostri amici diplomatici, il male crebbe rapidamente. I miei compagni, che mi leggevano in volto i brividi della febre, mi assalirono di consigli e di istanze per farmi rimanere; mi schierarono dinanzi le conseguenze possibili di una inconsiderata ostinazione, la minaccia di restar per forza relegato in qualche villaggio. Io dal mio canto rifletteva che rinunciando al l’opportunità presente del viaggiar lento in carovana, mi sarei più tardi trovato nella necessità di un viaggio accelerato da corriere, che sarebbe stato per me incomportabile. Decisi adunque di partire ad ogni costo, ribellandomi questa volta alla stessa autorità del ministro. Il marchese di S. Germano ed il console Bosio vollero accompagnarci. Il primo, a metà circa del cammino rinovati i saluti ed i buoni augurj, volse il cavallo, ed in breve ci sparì di vista; Bosio continuò cavalcando al mio fianco, e ad ogni tratto insistendo amichevolmente per ricondurmi con lui a Tedgrisch. Arrivammo a Khend a sera inoltrata. La famiglia Nicolas si era stabilita nel medesimo casino imperiale di caccia che ci aveva accolti un mese prima nella nostra andata a Teheran, ed era già in pena pel nostro ritardo. Affranto dalla violenza della febre mi gettai su di un materasso, lasciando che i pietosi miei amici mi coprissero ben bene di mantelli. Il mattino seguente venne la crisi e l’accesso finì, ma io mi sentiva ancora troppo debole per sostenere una lunga marcia a cavallo. Si ritardò adunque la partenza oltre il pomeriggio. Nel frattempo il sig. Nicolas m’avea trovato nel villaggio un vecchio _kegiavé_, e fattolo riparare convenientemente mi vi adattò abbastanza bene, ponendovi a far contrappeso valigie, attrezzi, ed un supplemento di sassi. Preso definitivo congedo da Bosio ci ponemmo in marcia per Kerretsch, ove giunti a notte, ci fu dato ricovero in uno degli scompartimenti del castello dello Schah, grandioso ma cadente ed affatto nudo.
Dirò ora come fosse composta la nostra carovana. Il _tartaravan_ ove stava la signora Nicolas colle sue bambine ne formava il centro; noi gli stavamo dappresso: nostra guida era un _golam_ di bell’aspetto, e vestito con qualche eleganza: due servi persiani soltanto ci seguivano; un ragazzotto che aveva lo speciale incarico di attendere alle bambine, e con esse dovea continuar fino a Parigi, ed un cuciniere, un mezzo _cordon bleu_, altrettanto abile quanto lesto, che in un’ora o poco più dal nostro arrivo alla tappa giornaliera, ci faceva trovar allestito un pranzetto molto _confortable_. V’erano infine cinque mulattieri o _tscharvadar_, il cui abbigliamento completo consisteva di una sdruscita camiciuola di tela azzurra, in una calotta di feltro, e in un pajo di ciabatte. Costoro seguivano a piedi vigili e snelli a tutti gli accidenti della carovana, correndo or qua or là a ricondurre muli in linea, a stringer funi, a rimettere carichi in equilibrio, facendo così tutto il cammino a zig zag. E con tanto sciupìo di forze, il loro giornaliero nutrimento altro non era che qualche frusto di pane secco e qualche spicchio di cocomero. Si direbbe che si avessero preso l’assunto di dare una mentita alle leggi fisiologiche della dietetica animale.
Il 30 agosto, lasciammo Kerretsch di buon mattino, e, fatta breve sosta ad un _tschaparkhaneh_, si giunse alle quattro pomeridiane a Kassemabad, povero villaggio abitato da agricultori curdi. Il _golam_, che ci aveva preceduti di una mezz’ora, ci fece trovar sgombra una delle meno miserabili case, composta di una camera, d’una stalla abbandonata, di una tettoja, e d’uno spazioso cortile, il tutto, non occorre il dirlo, di rozzo fango. Nella camera il solo mobile era una specie di vasca di fango bizzarramente ornata con frantumi di specchio. Attraverso una parete stava l’arma inseparabile del Curdo, una lancia, ma non vedevasi chi l’avesse a portare. Quella casa era abitata da una vecchia e da una giovine rimasta vedova da poco tempo. Costei, come le donne curde in generale, portava il viso scoperto, bello, pienotto, con due grandi occhi, e, per barbaro vezzo, una stella incisa nella cute fra le sopraciglia, ed un altra sul mento. Nella notte io fui preso di nuovo dalla febre, aggravata questa volta dalla complicazione di un accesso di asma, simile a quelli provati nell’escursione al Demavend, ma di tale forza che io credeva morirne, e andava pregando il buon Lessona, che mi sorreggeva, onde mi aprisse le vene. Questo insulto d’asma fortunatamente cessò verso il mattino, nè ebbe mai più a rinovarsi in seguito. La febre continuava, ma ben adagiato e ben coperto nel _kegiavé_, potei rimettermi senza ritardo in viaggio cogli altri, e perfino ristorarmi per via di quel sonno che mi era mancato nella notte. La marcia fu assai lunga, fino ad Abdullahbad, ove prendemmo alloggio in un’abitazione abbastanza pulita. Da qui in avanti le febri mi lasciarono per vari giorni libero e così ristabilito in forza da poter rimontar a cavallo.
Il primo settembre assai per tempo facemmo il nostro ingresso in Kazvin, col proposito di prenderci un riposo di due giorni. Il nostro _golam_ si era recato come corriere dal governatore onde farci assegnare un alloggio; il governatore stava in colloquio col _kelantar_ o capo della polizia della città, il quale, al sentire il nome del sig. Nicolas, suo antico conoscente, rispose subito che l’alloggio era bell’e fissato in sua casa ed a tal fine spedì al nostro incontro, alla porta della città il suo proprio figliuolo apportatore del cortese invito. Mirza Assad-Ullah, _kelantar_ di Kazvin, è il più schietto onest’uomo da noi conosciuto in Persia: il suo volto, i suoi tratti, spirano sentimenti umani e cordialità sincera. Ci accolse con ogni dimostrazione di festa, pose a nostra disposizione la sua casa, una della più grandi e signorili della città, ci fece ammannire un lauto pranzo, e solo dopo vive e ripetute istanze del sig. Nicolas, acconsentì a lasciar a noi la cura del nostro vitto. Questi due giorni di riposo furono per noi di gran conforto. Il suntuoso bagno, onde va tanto rinomata la città di Kazvin, era a pochi passi dalla nostra abitazione, ed a noi pungeva non la vana curiosità, ma l’imperioso bisogno di una radicale lavatura del corpo, sotto la spazzola e l’insaponata nello stile orientale. Ma i bagni persiani sono gelosamente chiusi agli infedeli europei, e dopo Tauris, ove ci era aperto un bagno armeno, avevamo dovuto rinunciare a questo benefizio così prezioso in Oriente, non per la sola polizia, ma ben anco per l’igiene del corpo. A costo di far torcere il naso al benigno lettore io devo aggiungere che noi eravamo tormentati dai pidocchi, da quella specie particolare del Levante che annida di preferenza ne’ panni, e sotto il calore del letto trafigge la pelle di sì acute punture da non lasciar riposo. Col mutar delle camicie e delle flanelle si cacciano i vecchi pidocchi, ma poi ne sopragiungono di nuovi. Mirza Assad-Ullah pregato istantemente di procurarci l’accesso al bagno, fu da principio sorpreso e quasi spaventato della prova alla quale erano messi i suoi sentimenti e quasi i suoi doveri di ospite; ma infine cedette, e ci promise il per noi tanto desiderato ristoro. A notte, quando gli abitanti di Kazvin si erano già ritirati nelle loro case, eccolo il buon uomo, colla faccia atteggiata alla grande responsabilità che si tirava sulle spalle, invitarci a seguirlo ma cautamente, in silenzio, come malfattori che s’accingano al delitto. La timida fiammella d’un lampione c’era di guida fra le tenebre. Per via e davanti alla porta del bagno alcune ombre immobili erano senza dubio fidi del _kelantar_ messi a custodia degli sbocchi delle vie. Entrammo così furtivamente nel bagno, e gli scarsi lumicini sotto quell’immensa vôlta, il profondo silenzio, le affrettate manipolazioni de’ lavatori, davano al complesso di quella scena un non so che di grave e di terrifico.
Il mattino seguente ebbimo il divertimento di veder il _kelantar_ nell’esercizio delle sue funzioni. Accosciato fuori della porta della sua casa, coll’inseparabile kalian, avea davanti una piccola schiera di suoi dipendenti che uno per volta, avanzandosi verso di lui, gli facevano il rapporto del giorno precedente, ricevevano i novelli ordini, e se ne andavano. Di registrazioni, di archivii, di protocolli non v’è in Persia neppur la stampa, nè è questa la più grave magagna del paese.
Il nostro gentile ospite ci volle accompagnar fino alla prima stazione, a soli tre _farsach_ da Kazvin, ad Aga Baba, villaggio chiuso da un’alta muraglia di fango, con bei pascoli e vigneti. Presso il villaggio è un piccolo _tepe_ rivestito della solita vegetazione delle steppe; noi vi eravamo appunto in cima, quando, pensando sempre a queste curiose formazioni, mi suggerì di interrogare Mirza Assad-Ullah sulla tradizione che a sua notizia vi fosse congiunta nel paese. Mi rispose essere credenza generale che siano monticoli fatti inalzare dalla regina Semiramide, per contemplar da quelle alture la sua armata. Da Aga Baba la strada sale a poco a poco per immense scalinate, ed il paese assume un carattere sempre più montuoso completamente arido, fuorchè per brevi tratti ed isolati, ove trapeli dal terreno qualche venuccia d’aqua. La roccia dominante è il porfido, in qualche luogo attraversato da vene e filoni di dolomite. Giungiamo sul mezzodì a Kharzan, gruppo di miserabili catapecchie sul passo della catena che separa l’Irak dal Ghilan, e lì prendiamo stanza nel _tchaparkhanéh_. Il meno schifoso rifugio, ossia una specie di terrazzo coperto sovra la porta, era già occupato da un altro viaggiatore che all’aspetto si poteva prendere per uno straccione qualunque, ed era invece niente meno che un principe del sangue. Ci impossessammo adunque, la famiglia Nicolas della meno sucida stanza terrena, io co’ miei compagni dell’altra che appena sarebbesi potuta chiamare stalla. Mentre eravamo in attesa del pranzo, ecco giungere un altro viandante in abito europeo: era il dott. Küsten sassone, medico a Rescht, diretto a Teheran, col quale passammo assai aggradevolmente una buona mezz’ora[46]. Poi ecco nuovi avventori: un mollah con un suo compagno. Il povero mollah raccontava singhiozzando come fosse stato poco dianzi aggredito da quattro mariuoli che lo aveano spogliato di tutto il suo avere, una cinquantina di tomani, e per di più fieramente bastonato.
Il mattino seguente era freddo e nebbioso da lasciarci appena discernere fra que’ nudi greppi il tracciato della via che scende, subito dopo Kharzan, con ripido pendìo, di tratto in tratto rotta e tortuosa tanto da obbligare la signora Nicolas a smontare dal suo _tartaravan_. Quando la cresciuta brezza montana venne a dissipar la nebbia, si aprì al nostro sguardo uno stupendo paesaggio alpestre. Alla sinistra del sentiero scogliere verticali concedenti appena un angusto passo ai viandanti, e grandi squarci con pendii ripidi e sassosi fino alla cima del monte; a destra un vallone profondo con gole e burroni laterali dominati da potenti dirupi salienti a creste e guglie più lontane. Il carattere nuovo di questo versante s’appalesa subito dagli arbusti che scappano dai fessi delle roccie, o già riuniti in macchie vestono qua e là i clivi meno erti, e chiusi pianerottoli. Il frequente chiocciar delle pernici, gli stormi che s’alzano strepitando a volo, non appena alcuno di noi esca dal sentiero battuto, ci svegliano una potente tentazione di sostare a far un po’ di caccia, ma vinse il bisogno di guadagnar tempo. Dopo due ore circa di questo cammino eccoci al fondo, ad un letto di un torrente abbastanza ampio, oltre il quale surge un caravanserai. Da qui in avanti le sponde de’ torrenti e de’ rivi sono segnate da grandi liste cultivate a canne (_Arundo donax_.) Si giunse poscia al Scharud, le cui aque limpidissime dopo breve tratto s’intorbidano d’improviso, per l’affluenza di torrenti montani. Costeggiamo il fiume, e presso un gran ponte solidamente costrutto, in un piccolo spazio ombreggiato da uno scoglio, fra i salici, i giunchi ed i tamarici, ci ristoriamo con una buona refezione. Oltrepassato il ponte, la strada non incontra più il fiume che in qualche suo angolo. La vegetazione si fa sempre più rigogliosa. Quella graziosa specie di piccola pernice che i Persiani chiamano _tihu_, e che è tanto frequente anche al sud dell’Elburz, qui pure è abondantissima, e ne uccidiamo senza scostarci dalla strada. Un vento impetuoso, surto quasi d’improviso, ci molesta grandemente, ed a questo si aggiunge l’altra difficoltà di un rivo profondo, gonfio di aqua, attraversante il cammino, e che passiamo a guado non senza gravi stenti. Ed eccoci infine in una valletta aprica, cinta da poggi verdeggianti, al villaggio di Mendjl. Qui incomincia veramente la ricca vegetazione del Ghilan; qui cresce già l’ulivo. Un bel caseggiato di stile europeo sul pendìo di un colle, appartiene ad una compagnia russa che vi esercita l’industria dell’estrazione dell’olio. Il nostro _golam_ ci procura alloggio in una casa nel centro del villaggio.
Il porfido che forma la sommità de’ monti lasciati il mattino, cessa ad un’ora di distanza da Kharzan, e gli succedono potenti masse stratificate di arenaria e di puddinga con grossi elementi, rotte ancora di quando in quando da emersioni porfidiche. Questi monti, discostandosi, comprendono la valle del Schahrud, ma alle loro falde si estende d’ambo i lati una serie di colline di formazione più recente, costituite da strati di arenaria e di marna alternanti, in direzione quasi orizontale, o parallela all’inclinazione generale della valle stessa.
Dopo Mendjl il cammino, internandosi da prima in un bosco d’ulivi, si dirige al fiume principale del Ghilan, al Sefidrud (fiume bianco) che si varca sovra un bel ponte nuovo di sette archi, costrutto ove la valle si ristringe, e il fiume s’impegna in una forra dirupata. La roccia delle erte scogliere ad ambi i capi del ponte è un porfido con fitti cristallini feldspatici, impastante massi di varia mole, ora angolosi ora rotondati, di altre roccie, tanto da prendere qua e là l’aspetto d’un conglomerato. Procedendo nella direzione del fiume, succedono al porfido strati alternanti e sconvolti di calcarea, di marna, di arenaria e di puddinga del terreno carbonifero: sottili straterelli di litantrace si presentano infatti in alcuni tagli. Qua e là queste masse stratificate sono rotte da guglie e _dicche_ di porfido.
La bellezza del paese, la pompa della vegetazione crescono col progredire nella valle del Sefidrud. Fra le spesseggianti macchie de’ melagrani, de’ pruni, de’ cornioli, de’ frassini, spiccano i bei fiori persichini del _Paliurus aculeatus_; fronzuti oliveti si estendono lungo il letto del fiume, e su per le vallette che vi scendono; i fianchi più elevati dei monti sono rivestiti da boschi di cipressi e di tuje; il fondo della valle è tutto pascoli e risaje, intersecato da folte siepi, ombreggiato da grandi alberi. Qual contrasto col regno delle steppe del versante opposto dell’Elburz! L’umidità del terreno, le sorgenti, i ruscelli che s’incontrano ad ogni passo scendenti da quelle balze montane, ne danno ampia ragione. Sulla destra del Sefidrud tutta la china di un monte è scompartita in scaglioni regolari, cultivati in risaje colle aque di un canale diramantesi dal vertice. Il grosso villaggio di Rudbar che attraversiamo è in un vero giardino, e al di là il sentiero percorre un gran bosco di annosi ulivi stracarichi di frutti. Dopo circa sette ore di cammino che non ci sembrarono troppo lunghe in sì ridente e vario paesaggio, facciamo sosta a Rustemabad, ove non è possibile trovare meno orrendo ricovero che nel _tchaparkhanéh_. Anche là, come a Kharzan, un principe del sangue, specie più che vulgarissima in Persia, ci aveva preceduti, ed occupava la tettoja (non oso dir camera) sovra la porta. L’unica scura cameraccia terrena che serve di sala pei viandanti, fu occupata dalla famiglia Nicolas; per me e pe’ miei compagni fu spazzato alla meglio un pollajo ove stendiamo i nostri materassi. La vasta pianura tra la strada ed il fiume, tutta siepaglie, fratte e boschi, intersecanti prati aquitrinosi, risaje e canneti, mi ricorda la valle di Batum. In un’escursione ornitologica dopo il pranzo ebbi a notare le seguenti specie europee, non rinvenute per lo addietro in Persia: _Cuculus canorus, Gecinus viridis, Sitta cœsia, Orites caudatus, Coccothraustes vulgaris, Fringilla cælebs, Columba palumbus_.
Il seguente mattino (7 di settembre), all’ora fissata per la partenza, muli e mulattieri se ne stavano ancora tranquillamente al pascolo lungi dal villaggio, nè accennavano a moversi di là per una ragione che, venuta in chiaro ben tosto, ci pose in estrema agitazione. Le stemperate pioggie de’ giorni precedenti aveano ingrossate le aque de’ torrenti e de’ fiumi, ed un altro Schahrud, a poca distanza da Rustemabad, sulla strada di Rescht, avea rotto il ponte e reso impossibile il passaggio. Tutte le notizie che il signor Nicolas si faceva premura di raccogliere confermavano questo per noi grave disastro. Due grandi carovane stavano lì coi loro carichi a mucchio, accampate ne’ vicini prati, condannate con gravissimo loro danno ad aspettare un qualche provedimento lontano ed incerto che stabilisse il passaggio. Si pensi ora allo spavento di cui fummo invasi noi stessi, al pericolo imminente di perdere l’occasione, quasi certamente ultima nell’anno, del corso regolare dei piroscafi russi del Caspio e del Volga! A consolare la signora Nicolas, Lessona cercava di farle comprendere come un inverno a Rustemabad potesse anche passare discretamente, ma la sanguinosa celia moriva a fior di labra, e nel pensiero v’era tutt’altro. Mentre stavamo tormentando il cervello in ricerca di qualche espediente, venne il _tschapar,_ ossia il mastro di posta, a dirci che se avessimo avuto fiducia in lui, ed un po’ di coraggio, egli sentivasi in grado di condurci sul buon cammino al di là del Schahrud, tagliandolo fuori, e passando invece a guado il Sefidrud. La proposta venne subito accettata, e dopo altra perdita di tempo nel raccogliere i muli, movemmo all’azzardosa impresa. Dopo breve cammino per la via battuta, la nostra guida ci fece volgere a destra, e scendere attraverso campi e boscaglie al greto del Sefidrud, ove questo essendo molto largo, le sabbie lasciano spazio al fiume per dilatarsi nei suoi serpeggiamenti. Uno stormo di avoltoi (_Neophron percnopterus_) vi stavano spacciando un cadavere di cavallo, e si alzarono a volo a due buoni tiri di fucile. Prima la guida cercò il guado, e superatolo seguimmo felicemente il buon esempio. Così ci trovammo alla destra del fiume, ma il nostro cammino essendo sulla sinistra, lo guadammo una seconda volta, dopo aver percorso un lungo tratto sulla sabbia. Fra un passaggio e l’altro avevamo compreso lo sbocco del Schahrud, e così la difficoltà che ci aveva atterriti qualche ora prima era superata. Non fu per altro impresa tanto facile, perchè l’aqua giungeva al petto dei muli, e la forza della corrente, oltre all’essere una resistenza da vincere, produceva un’illusione ottica che tendeva a farci pericolare. I nostri mulattieri furono mirabili di buon volere e di fermezza. Salimmo così sulla riva sinistra per una foresta vergine ove, attraverso i pantani, gli alberi abbattuti, ed ingombri d’ogni natura, riesciva difficile il trovar il passaggio ai muli, e più ancora al _tartaravan_, ma poi dopo lunghi andirivieni riescimmo sulla buona via. Non erano per altro ancora finite le peripezie di questa marcia. Dopo una mezz’ora di cammino, eccoci ad una nuova rottura della strada, ove questa fa un angolo in cui, fra macigni sconnessi, scendono le aque delle pioggie da un piccolo burrone. Lì il _tartaravan_ non poteva passare che vuoto, ond’io per far la mia parte mi avvicino alla portiera e prendo nelle braccia la bambina lattante della signora Nicolas; ma in quel mentre il mio cavallo dà un salto di groppa ed esce nella boscaglia, passando con forza sotto un fronzuto paliuro, le cui forti ed acute spine mi trafiggono e lacerano orrendamente il viso; le braccia, tutte consacrate al carico che mi era affidato, non potevanmi servire di difesa alcuna. Fortunatamente Lessona era lì pronto col suo astuccio chirurgico, e con liste di taffetà mi suggellò le molte ferite, acconciandomi la faccia come un luogo da affissi.
Ho voluto narrare alquanto per disteso queste vicende per far vedere in qual condizione si trovi la strada da Rescht a Kazvin, che è pure la principale arteria dell’immenso commercio che la Persia intrattiene necessariamente colla Russia. Ma, come si vedrà in seguito, questa è ancora una vera strada trionfale al confronto del tratto da Rescht al mare.
La giornata era scura, di quando in quando piovigginosa, ed allo stato del terreno vedevasi chiaramente che molta aqua era caduta ne’ precedenti giorni. Il caravanserai di Imamzadeh-hascem, ove facemmo tappa, è un grosso edifizio quadrato in solida muratura, e coperto di tegole. Nell’interno non vi sono stanze, ma casematte allineate per tre lati dello spazioso cortile che noi trovammo convertito in uno schifoso pantano di melma nera alta fino al ginocchio, così che l’andare ed il venire dalle nicchie non ci era possibile che a dorso di cavallo od a spalla d’uomo. Lì, in un antro sudicio ed umidissimo, dovemmo bivaccare tutti assieme.
Bisogna passare alle regioni intertropicali per vedere una vegetazione più rigogliosa, più splendida di quella che da Rudbar in avanti domina in tutta la vallata del Sefidrud, anzi, a vero dire, per tutta l’estensione delle provincie caspiche della Persia[47]. La mitezza del clima, l’abondanza delle pioggie, ed anche senza queste, la frequenza delle fontane, de’ ruscelli che le grandi giogaie di separazione degli altipiani versano in queste provincie, ne fanno la più bella gemma della corona del re de’ re. Il carattere di questa vegetazione non è gran fatto diverso da quello della valle del Rioni, però meno monotono. La parte piana del Ghilan è in massima parte occupata da foreste vergini, ma più spezzate e più varie; quali folte, impenetrabili, quali diradate, con grandi alberi facenti ombrello ad un ricco tappeto del più fresco ed intenso verde. Gli aceri, i pioppi, le quercia, gli olmi, gli ontani, sui quali s’arrampicano i rovi, la vite, la smilace eccelsa, costituiscono il folto di queste belle foreste, dal quale si distaccano pel loro particolare aspetto esotico grandi acacie e gleditschie. Da Imamzadeh-hascem a Rescht tutto il paese si direbbe un continuo sontuoso parco. Il gelso è pure abondantissimo, qua e là in filari o più soventi in grandi siepi fra le boscaglie naturali ed i campi per lo più cultivati a risaje. In questi campi s’incontrano sorta di capanne isolate in massima parte costrutte di vimini, che servono le une per temporaneo magazzino di riso, le altre per bigattiere.
La via molto fangosa per le pioggie de’ giorni precedenti, è per lunghi tratti regolare, larga più dell’ordinario, fiancheggiata da canali, come una strada campestre della bassa Lombardia. Avevamo di poco oltrepassato Duschambe Bazar, quando vedemmo venirci incontro una brigata di cavalieri in abito europeo: erano i signori Hahnart, Moltoni e due fratelli Vlasto, i quali, non appena ci scorsero, spronarono i cavalli per venirci ad offrire a gara l’ospitalità in Rescht. Fu una vera festa di saluti e di felicitazioni; ma la nostra promessa era già data al sig. Hahnart fino dal nostro passaggio in Tauris; ed il sig. Nicolas aveva già accettato l’invito del console russo. I nostri compagni Ferrati, Lignana e Centurioni che ci aveano preceduti da tre giorni ed erano del pari stati ospiti del sig. Hahnart, s’erano già diretti ad Enzeli, col progetto, che poi non poterono eseguire, di fare una corsa col piroscafo russo fino ad Astrabad.
Rescht, capitale della provincia del Ghilan, si distingue dalle città degli altipiani della Persia dall’essere le sue case costrutte in muratura e coperte di tegole, privilegio che essa deve alle frequenti e diluviali pioggie; ma questo non vuol dire che vi abbia a difettare l’ordinario inevitabile corredo di rovine e di macerie. Il suo bazar, molto ben fornito, non è in anditi chiusi, come nelle altre città, ma consiste di botteghe allineate l’una presso l’altra nelle contrade più centrali. Si vede subito da queste botteghe quanto vi sia animata l’industria della seta, in che infatti consiste il principale produtto dell’intiera provincia.
L’argomento della cultura del filugello nel Ghilan è stato molto bene e compiutamente esposto dal nostro compagno Orio, in un’adunanza dell’Associazione agraria di Torino il 19 gennajo 1863. Come ho detto altrove egli aveva visitata la provincia nella stagione del raccolto serico, e l’avea trovata immune dalla terribile epidemia che devasta le bigattiere d’Europa, al che non reputa indifferente il modo di educazione dei bachi, presso che all’aria libera, in capanne isolate dette _tilimbar_, aperte in basso, chiuse in alto da viminate. Il Ghilan è ancora una località sulla quale fare assegnamento per la provigione di semi di bachi nelle attuali critiche circostanze d’Europa; e sotto questo aspetto il trattato conchiuso dal ministro Cerruti in Teheran, scopo della nostra ambasciata, è veramente utile all’Italia. In forza di questo trattato l’esportazione dalla Persia di semente di bachi da seta, per lo addietro vietata con tanto rigore, è libera agli Europei per quattro anni, contro una modica tassa[48].
La trattura della seta si fa nel Ghilan in modo affatto rozzo e primitivo. Il filatore dà moto all’aspo con un piede, e mette nella bacinella bozzoli a sorte, quanti vengono sotto il pugno, senza previa scelta delle qualità, senza cura del numero, onde nasce che la seta persiana sia tra quelle di minor prezzo. Una compagnia di filatori italiani che tentasse la prova di stabilirsi colà ed introdurvi que’ metodi ne’ quali i Lombardi sono maestri, troverebbe, non v’ha dubio, ampio compenso alla sua industria.
Dal sig. Hahnart abbiamo trovato un’accoglienza così amichevole che ci ha messi subito, come direbbero i Francesi, _à notre aise_; abbiamo trovato tutti i ristori della vita materiale, e larghe offerte per quanto ci potesse occorrere anche pel seguito del nostro viaggio. Fu pure una grande sodisfazione il conoscervi personalmente il signor Moltoni, addetto a quella casa commerciale, nostro compatriota di Valtellina, ed il sig. Würth, fratello dell’altro che avevamo conosciuto in Tauris. Le due case Hahnart e Vlasto fanno in Rescht il commercio della seta che spediscono principalmente in Europa per la via di Tauris e di Trebisonda, minore al paragone essendo la quantità che mandano direttamente in Russia per la via del mar Caspio. La seta viene spedita in piccole balle strettamente involte da pelli d’agnello.
Il giorno 9 settembre nel fare alcune proviste per la città, mi occorse assistere allo spettacolo di un _tazieh_, sorta di dramma religioso, che ha per tema la persecuzione e la morte di Alì. In una gran piazza stava radunata una folla compatta, gli uomini e le donne in due distinti scompartimenti. Sotto un tendone disteso fra due alberi stavano gli attori, un uomo e due ragazzi: quello declamava gesticolando con enfasi, questi interloquivano. Di quando in quando gli spettatori davano tutti uniti in dirotti scoppii di pianto, fra i quali principalmente si facevano sentire gli strilli acuti delle femmine; poi di nuovo questi pianti cessavano tronchi, e ricominciavano gli attori. Sebben Rescht sia una delle città persiane nelle quali maggiormente domini il fanatismo religioso, nessuno ci molestò o fece atto d’intoleranza della profanante presenza di infedeli europei. È singolare come i Persiani abbiano le lagrime pronte a volontà. Nelle loro cerimonie funebri, ed anche nelle publiche, ricorrenti a battuta d’almanacco, non fingono di piangere, piangono davvero. Incomincia per essi, nel mese che corrisponde al nostro giugno, una quaresima di lutto, il _moharrem_, durante la quale giornalmente i fedeli persiani si recano alla moschea a piangere in memoria di Alì e de’ suoi figli Hussein ed Hassan, primi e legitimi eredi della autorità del profeta. Ho dimenticato di dire a suo tempo come questa circostanza fosse appunto fra le tante invocate dal _mehmendar_, per ritardare il nostro arrivo a Teheran, col pretesto che essendo appunto allora stagione di lutto generale e sacro, il governo non avrebbe potuto accoglierci con que’ segni di giubilo e quelle onoranze che pure avrebbe voluto. Molte volte Abdul Hussein Khan, il quale durante il viaggio amava conversare famigliarmente con noi, alzandosi d’improviso, e troncando un discorso il più delle volte faceto od anche alquanto licenzioso, ci salutava e diceva: — Ora devo andare a piangere.
Lo stesso giorno 9 arrivarono in Rescht a marcie forzate anche gli altri nostri compagni partiti da Tedgrisch sei giorni dopo di noi, ed accettarono il cortese invito de’ fratelli Vlasto. Dal canto nostro tutto era disposto onde precederli ad Enzeli; ed a tale scopo avevamo già noleggiato, pel giorno appresso, nuovi muli e nuovi mulattieri del paese, i soli che siano in grado di fare il servizio da Rescht a Piribazar. Volevamo così approfittare anche della compagnia del sig. Würth che doveva consegnare a bordo del piroscafo russo una spedizione di balle di seta. Era pure convenuto di riprendere il viaggio di concerto col sig. Nicolas, per la cui signora fu improvisata una specie di barella portata da due uomini scortati da altri di ricambio. Altre due persone s’erano aggiunte alla nostra carovana: il console russo sig. Zinowiew, ed il sig. Weinberg, giovane diplomatico.
Preso commiato dai nostri urbanissimi ospiti, pagato un piccolo tributo ad un posto di doganieri appena fuori la città, ci trovammo impegnati in un orribile bosco paludoso. Quanto ci avean detto delle strane incredibili difficoltà di questo cammino era la stessa verità. Sentiero propriamente detto non ve n’è: la miglior strada, quando la si possa seguire, è un fiumicello tortuoso dall’aqua presso che stagnante. Il resto è fango vischioso e tenace o melma semiliquida ove i muli s’approfondano da non escirne spesso che a stenti grandissimi. Queste povere bestie sono dotate di un singolare istinto nel trovar i passi possibili, e l’attenzione di chi sta loro in groppa è abbastanza occupata nell’evitare di farsi arrotare una gamba contro un albero, o di dar del naso nel sarmento di una vite, o ne’ forti aculei delle gleditschie. Così si continua per due lunghe ore fino a Piribazar. E questo è pure uno de’ più importanti sbocchi al commercio persiano, e da qui passa, per non dire altro, quasi tutto il ferro che si adopera ne’ vasti dominii dello Schah.
Al luogo detto Piribazar due soli caseggiati, uno per deposito di merci, l’altro per spaccio di frutta e di pane, surgono in riva ad un canale navigabile, lungo le cui sponde stanno allineati alcuni barconi in attesa del carico. Ne noleggiamo due: l’uno cioè per le casse e per le valigie, l’altro per le persone. Quel canale, d’aqua perfettamente stagnante, serpeggia in un bosco di salici ed ontani, e sbocca nel Murdab[49].
È questo un’immensa laguna, separata dal mar Caspio per mezzo di un gran cordone litorale, intersecata da lingue e da isole di canneti, particolarmente presso i margini. Nell’entrarvi pel canale, di Piribazar si naviga appunto per luogo tratto in un più ampio canale o braccio fra due sponde di questa natura; poi si esce al largo, lasciando ancora ai lati ed all’indietro sempre più rare e distanti isolette di canneti, finchè lo specchio delle aque si dispiega allo sguardo nella sua massima estensione, come un gran lago tranquillo, limitato all’estremo orizonte da una sottile striscia indistinta. Così all’aperto, se il vento è favorevole, si spiega la vela e si ritirano i remi nella barca. Ma ove pel diradarsi de’ canneti è lasciato lo spazio libero all’aqua, sottentra alla vegetazione emersa delle canne la vegetazione sommersa de’ potamogeti, delle ninfee, delle castagne lacustri, che inalzano le loro foglie sino a fior d’aqua, a costituire immensi banchi, ove l’aqua è sì poco profonda, e così fitto è l’intreccio delle erbe, da starvi a pascolo innumerevoli stormi di uccelli. V’erano, al nostro passaggio, millioni di aironi (_Buphus bubulcus_) e branchi numerosissimi di mignattaj (_Ibis falcinellus_). Resta ancora la massima parte dello stagno affatto libera e navigabile in tutti i versi; ed era infatti solcata da navicelle veleggianti, dirette da varii punti verso Enzeli, ove approdammo alle sei del pomeriggio. La cortesia russa, della quale avevamo avute già tante prove, non si smentì in questa circostanza. Il sig. Zinowiew ci volle suoi ospiti, in una piccola casa che egli appigionò a tal uopo. Sebbene preso dalle febri, alle quali però aveva finito per abituarsi, egli era in continuo moto a indovinare i nostri desiderii, a dar provedimenti pel vitto, pe’ preparativi della partenza, a stendere commendatizie per le autorità russe sulla nostra linea, aiutato in ciò dal sig. Weinberg, gentilissima persona, col quale dovevamo viaggiare sino ad Astrakan.
Enzeli è una piccola città sul cordone litorale, presso l’interruzione o la bocca che mette il Murdab in communicazione col mare. La linea delle case, elegantemente spezzata dal verde fogliame degli aranci, è verso lo stagno, lungo il quale scorre appunto la strada principale, sorta di _quai_, ove mettono i pochi e scuri viottoli delle più interne abitazioni, e con una lunga fila di barche appoggiate alla sponda. Di prospetto è un gruppo di isole, ed una fra queste, la maggiore, riccamente vestita, e con varie case fra le boscaglie, presenta un lato tutto canneti e salici, parallelo alla sponda della città, limitante così un largo canale d’aqua affatto stagnante, che seguendo sempre la costa si prolunga verso occidente, diramandosi ivi per un vero arcipelago di isolotti di canne, giunchi e salici. Il resto della gran lingua litorale dietro la città è arido, sabbioso, ed a rialzi ondati, o veramente a piccole dune assai inuguali, colla scarpa quasi a ridosso delle case, e col versante opposto dolcemente inclinato verso la spiaggia del mare. Per queste dune sono sparsi rari ed isolati cespiti di melograni e di giunchi. Sulla spiaggia marina verso la bocca del Murdab v’è un edifizio a foggia di rotonda, acuminato in una specie di torre, che serve di caserma per una compagnia di artiglieri. Un pajo di cannoni di grosso calibro difendono il canale dal mare allo stagno, il qual canale, per quanto stretto e poco profondo, permetterebbe ancora il passaggio anche alle grosse navi, con grande sollievo del commercio. Ma la Persia esercita con ostinata gelosia i suoi piccoli diritti maritimi, ed obliga i piroscafi russi ad ancorarsi a grande distanza dal lido. L’anno precedente uno di questi piroscafi portava una machina a vapore per l’arsenale di Teheran, nè essendo possibile farne lo scarico sui battelli in mare, il comandante voleva entrar nel canale, ma gli fu risposto colla minaccia di esser colato a fondo dai cannoni della costa. Fortunatamente il telegrafo sciolse la vertenza. L’autorizzazione chiesta a Teheran venne sollecita: e la nave entrò nel Murdab a deporre direttamente a terra il suo carico.
Un’industria particolare ad Enzeli è quella del pane biscotto che è veramente di qualità superlativa. Ognuno di noi pensò a provederne pel seguito del viaggio.
I due giorni passati in questa città furono per noi aggradevolissimi; i naturalisti ed i cacciatori vi troverebbero sempre a spendere molto bene il loro tempo. Però devo aggiungere che gli infedeli europei vi sono visti di mal occhio, ed anche provocati con atti di sprezzo e peggio. Due volte, nel passar pe’ viottoli fra i giardini lungo la spiaggia maritima, fui salutato a sassate tirate da mano invisibile, che per buona ventura non mi colsero.
Grande è la varietà degli animali che popolano le fitte boscaglie, i canneti, le spiaggie del Murdab. Alla prima oscurità della notte udivamo surgere quasi di concerto, dall’isola a noi di prospetto, gli urli confusi de’ sciaccali vaganti famelici in cerca della preda; grandi stormi di anitre calavano al pascolo, e di qua, di là vedevansi gallinelle palustri col loro tardo volo radere i canneti, o passar da un’isola all’altra.
La caccia fatta al mattino in battello, e poscia lungo la riva del mare, fu molto abondante. Noterò particolarmente le seguenti specie: _Eudromias asiaticus, Totanus calidris, Totanus glareola, Xenus cinereus, Tringa cinctus, Tringa Temminckii, Gallinago scolopacinus, Ardea cinerea, Egretta alba, Egretta garzetta, Hydrochelidon hybrida, Hydrochelidon leucoptera, Hydrochelidon nigra_: tutti gli individui di queste tre specie in livrea di gioventù. La piccola testuggine lacustre (_Cistudo europæa_) abonda così smisuratamente lungo la riva dello stagno, nella stessa città, da esserne in alcuni luoghi, durante le ore calde, letteralmente ricoperta la spiaggia, e sifattamente che, per scappar all’avvicinarsi dell’uomo, le testuggini sono obligate a montare l’una sull’altra.
Il sig. Zinowiew volle procurarci nel dopopranzo il divertimento d’una partita di pesca, con due barche, in una delle quali eravamo noi, ed un abile pescatore in piedi sulla prora munito del suo sparviere, nell’altra bolliva il _samovar_, e stavano i servi intenti a versarci il thè. Il produtto fu di alcune grosse ed eccellenti _lucioperche_, imbanditeci la sera stessa a cena. Il Murdab non ha alcuna propria specie di pesci; tutte sono communi al mar Caspio, per quanto la qualità dell’aqua sia differente. Quella dello stagno è quasi dapertutto affatto dolce, soltanto salmastra presso Enzeli; quella del Caspio è salata, sebbene in assai diverso grado ne’ varii suoi punti, intorno al qual argomento dirò fra poco.
Il giorno 11, sulla sera, giunsero anche i nostri compagni rimasti in Rescht: eravamo così tutti radunati e pronti alla partenza. Il piroscafo russo che doveva prenderci a bordo era atteso il dì seguente davanti ad Enzeli; e noi di tratto in tratto correvamo alla spiaggia per spiare verso oriente qualche colonna di fumo che lo annunciasse: ma per tutto quel giorno il nostro attendere fu invano. Una buona novella si diffuse nella nostra brigata il mattino seguente: il piroscafo era giunto nella notte, e stava solitario all’àncora ad un tiro di cannone dalla sponda. Era la _Tamara_, comandata da un capitano tedesco, il sig. Müller. Molte barche movevano dalla città a caricarvi merci e specialmente enormi balle di cotone; e ci affrettammo noi pure a spedirvi il carico de’ nostri non pochi bagagli. Il mare era tranquillo affatto, e ci prometteva felice navigazione; non così il bastimento che servendo quasi esclusivamente al trasporto di mercanzie, tiene per mero soprapiù un qualche posto per una mezza dozzina di passaggieri: e noi eravamo quattordici, non contando le due bambine del sig. Nicolas. Il capitano al riceverci fece le sue scuse del non poterci offrire un più conveniente asilo, aggiungendo che un numero così grande di passaggieri era qualche cosa di affatto insolito pel tratto dalla Persia a Baku. Ci allogammo alla meglio, parte nel piccolo salotto, parte nel piccolo spazio sul ponte dalla parte di prora, altri infine sulle balle di cotone ond’era ingombro tutto il maggior spazio restante. Poco dopo il mezzo giorno la _Tamara_ salpò, e noi mandammo un saluto _sans regrets_ al caro lido della Persia che andava dileguandosi da’ nostri occhi. Da questo momento ci consideravamo in Europa.
Il mar Caspio è a tutto rigor di termine e di pieno dritto un lago russo. Lungo la deserta e quasi sconosciuta sponda orientale del paese de’ Kirgisi e de’ Turcomanni, s’incontrerebbe appena qualche barca peschereccia, o nave di pirati. La Persia è condannata dalla sua inerzia ed anche, per formalità, dal trattato di Turkmantschai, a non aver su questo mare che piccole barche pel cabotaggio: la grande navigazione è dunque tutta in mano della Russia, la quale vi intrattiene una marina di guerra esuberante al bisogno, ed ha concesso ad una società privata il privilegio de’ trasporti de’ passaggeri e delle merci. La navigazione mercantile si estende fra i due punti estremi di Astrakan ed Astrabad. Solo nella buona stagione, cioè da maggio a settembre, vi sono due regolari corse mensili fra questi due punti con stazione intermedia e cambio di bastimenti a Baku, e fermata agli scali di Petrowsk e Derbent sulla prima linea di Lenkoran, Astara ed Enzeli sull’altra. Per meglio assicurarsi questa linea, nel 1841 la Russia prese possesso di due isolotti al porto di Ashuradah presso Aslrabad, e vi impiantò una forte stazione maritima. Fuori degli indicati limiti di tempo la navigazione del Caspio non è più regolare, ma dipende dallo stato del mare e de’ venti; e nel cuor dell’inverno le corse fra Baku ed Astrakan sono sospese affatto. Anche nella buona stagione, in caso di mare grosso che impedisca davanti ad Enzeli un sicuro ancoraggio, i piroscafi russi filano diritto senza arrestarvisi. Da questo si comprenderanno le nostre inquietudini di Rustemabad, e la nostra gioja di trovarci infine sulla linea d’Europa bene o male poco importava, purchè sicuramente.
XVIII.
Il mar Caspio. — Sua salsedine. — Carattere lacustre della sua fauna. — Antico suo perimetro. — Una communicazione diretta fra il mar Caspio ed il mar Nero non ha mai esistito. — La guerra agli istmi. — Provedimenti del governo russo.
Noi avevamo dunque raggiunto il Caspio, questo mare anomalo: mare per l’estensione e la natura delle aque, lago per l’isolamento, e sovra tutto per la fauna. Per quanto potesse sembrare temeraria pretesa lo spigolare in un campo ove già aveano mietuto uomini come Güldenstaedt, Pallas, Eichwald e Baer, stava fra i più vagheggiati progetti del nostro viaggio quello di passare qualche tempo sulle rive di questo mare, e visitare alcuno dei suoi grandi stabilimenti di pesca. La fauna ittiologica del Caspio ha ancora bisogno di qualche ritocco, ed i naturalisti possono sperare ancora di trovarvi qualche angolo inesplorato nel mondo secreto degli animali inferiori. Ma le febri che mi perseguitavano, e quelle che sulla sponda stessa di questo mare colsero il mio inseparabile compagno Lessona, ci consigliarono ad affrettar il viaggio verso la nostra patria. Tuttavia i giorni passati alle stazioni di Enzeli, di Baku e di Astrakan non andarono affatto perduti, ed il poco che ho potuto vedere mi ha posto in grado di meglio apprezzare gli importanti lavori degli academici di Pietroburgo, pe’ quali venne aggiunto il suggello della scienza alla ragione della forza, che fa del Caspio un lago russo.
La superficie libera di questo mare è all’incirca il triplo di quella dell’Adriatico[50]; ed è noto da gran tempo che il suo livello medio è inferiore a quello del vicino mar Nero, di 81,4 piedi, ossia metri 26,40. Per la massima parte del suo perimetro è limitato il Caspio da aride steppe e pianure sabbiose: soltanto al sud ed al sud-ovest la spiaggia sale per scaglioni alle grandi catene del Mazanderan, del Ghilan, e del paese del Talysch. Sono, al paragone, affatto insignificanti i rilievi della sponda orientale, come la piccola catena che attraversa la penisola del Magynschlak, il promontorio Tük-karagan, e più al sud, presso il Kara-bogas, i monti Tschagadan e Balchan.
Nessuna isola sorge in mezzo a questo mare. Un numero immenso di isolette di sabbia sono allineate presso la sponda al nord, ed altre presso la costa orientale, tra le quali le due maggiori Tschelekän e Ogurtschinsk, importanti per la caccia delle foche, e la prima ancora più per l’altro cospicuo produtto della nafta.
L’Atrek e l’Embla, con altri minori fiumi intermedi provenienti dalle steppe turaniche, quindi procedendo l’Ural, il Volga, il Kuma, il Terek, il Kur congiunto coll’Arasse, e da ultimo il Sefidrud, portano il tributo di una immensa massa di aque, a quanto pare non peranco sufficiente a compensare l’evaporazione dall’ampio specchio di questo gran mare chiuso, il quale, per conseguenza, va lentamente ma di continuo, diminuendo di estensione.
Si deve aggiungere che stando ad alcuni fatti il mar Caspio andrebbe soggetto ad una periodica vicenda del suo livello, intorno alla quale però si ha difetto di precise osservazioni. Questa vicenda, attribuita da alcuni a periodiche oscillazioni di inalzamento e di abbassamento del fondo del mare, e delle circostanti sponde, sarebbe piuttosto dipendente da una causa meteorica[51].
La salsedine del Caspio ha una origine evidente. La quantità di sali che molti e grossi fiumi versano continuamente in questo ampio bacino chiuso, e che per evaporazione vi si concentrano, risulterebbe immensa anche solo prendendo quest’aqua affluente nella composizione dell’ordinaria aqua dolce. Aggiungasi ora che l’aqua di alcuni tra questi fiumi contiene sali in proporzione assai maggiore. L’Arasse, per esempio, sbocca nel Kur e quindi nel Caspio, dopo aver lavato il terreno salifero dell’Armenia; un piccolo fiume, l’Atrek, sboccante presso Asterabad, mena aqua salmastra, ed io ho trovata l’aqua del Kyzil-uzun, ramo principale del Sefidrud, al ponte del pastore presso Mianeh, così sensibilmente salata da non essere potabile.
A questa crescente salsedine del Caspio si è attribuita la estinzione (in parte almeno contradetta) di alcune specie di molluschi delle quali non si trovano che i vuoti nicchi. Tutta la creazione organica di questo mare è minacciata di estinzione in un avvenire più o meno remoto; e ben fondati sono i timori che agitano il governo russo per la sorte delle grandi pescaje caspiche rappresentanti, fra gli annui profitti demaniali del vasto impero moscovita, la grossa cifra di circa cinquanta millioni di franchi. Non è infatti da dubitarsi menomamente che per l’accumularsi incessante dei sali l’aqua di questo mare, separata dalla grande circolazione oceanica, non finisca per divenire impropria al mantenimento della vita. Non si può a questo proposito fare altra quistione che del tempo. Per buona sorte questa è stata sciolta dall’illustre Baer in modo da dissipare i timori della presente umana generazione: la soluzione pratica della questione ha mitigato il rigore della sentenza teorica.
Il dotto academico di Pietroburgo ha dimostrato che, entro un certo limite di tempo, la media generale della salsedine del Caspio non cresce sensibilmente, perchè l’eccesso de’ sali invece di rimaner uniformemente distribuito in quella immensa massa di aqua, è portato dalle correnti verso la sponda orientale, ne’ seni e ne’ golfi, ove i continui venti ed il calore ardente di estati senza pioggie promovono una rapida evaporazione. Il golfo scitico, il Karabogas, questo immenso estuario quasi circolare che s’interna nelle steppe, e communica col mare per un piccolo stretto, agisce come un ampio bacino di concentrazione, a tal punto che il sale vi si deposita continuamente sul fondo. La stessa concentrazione, meno rapida però, ha luogo in altri seni verso il nord, come nel Karasu, e nel Mertewyi Kultuk. Hanno così origine degli stagni saturati che la continua formazione dei cordoni litorali tende a separare a poco a poco dal resto del mare. Con tutta probabilità questa è l’origine da attribuirsi a’ laghi salati chiusi nella pianura nella provincia di Astrakan alla sinistra del Volga; ed in tal modo l’affluenza incessante de’ sali nel mar Caspio è controbilanciata in gran parte da una continua perdita.
Al dire di Plinio e di Plutarco l’aqua del mar Caspio era dolce e potabile quando per di là passarono Alessandro e Pompeo: che tale sia stata quell’aqua in origine è opinione sostenuta anche fra i moderni, da Buffon e da Goebel. Hommaire de Hell invece le attribuisce un grado di salsedine superiore a quella stessa dell’Oceano. Tutti potrebbero aver ragione ancora oggi, secondo il luogo ove si prenda l’aqua per l’assaggio. La distribuzione dei sali per la vasta estensione di questo mare va soggetta a grandi mutazioni, secondo i luoghi, e secondo la direzione e la forza dei venti. Ho accennato ora alla concentrazione dell’aqua del Caspio in alcuni seni della sua sponda orientale. Le correnti dei fiumi si spandono invece assai lungi in pieno mare. Noi abbiamo trovata, per esempio, l’aqua perfettamente dolce e potabile a 60 miglia di distanza dalle bocche del Volga, quando la terra non era per anco in vista. L’aqua lungo la spiaggia ad Enzeli, presso lo sbocco del Murdab, era appena salmastra, ed entro il Murdab stesso, per poco si deviasse dal canale che dà in mare, perdeva ogni sapore salino. Questo ordine cambia intieramente colla direzione dei venti; così, per esempio, un forte vento del sud spinge l’aqua salsa fin presso Astrakan.
Tolto il Karabogas, il mar Caspio si divide in due bacini: quello settentrionale non ha più di 19 metri di profondità[52], e l’aqua vi è quasi dolce per gli sbocchi del Terek, del Volga, dell’Ural e dell’Embla: nell’altro al sud la profondità cresce rapidamente, e nel suo mezzo gli scandagli non arrivano a toccare il fondo. Questo secondo bacino è diviso ancora in due parti da una linea congiungente la punta di Apscheron ed il capo Krasnodowsk.
Il signor de Baer volendo far rinovare l’analisi dell’aqua di questo mare dovette inanzi tutto vincere la difficoltà della conveniente scelta del luogo, ove la composizione di quest’aqua potesse rappresentare la media generale; e questo luogo fu determinato presso il promontorio Tük Karagan, ove è più costante la miscela dell’aqua del bacino settentrionale con quella del bacino meridionale. Il campione d’assaggio fu preso alla superficie, mancando il signor de Baer di un apparato per attinger aqua nel profondo. Ecco il risultato dell’analisi instituita dal signor Mehner[53].
Cloruro di sodio 8,9504 » di potassio 0,6510 Solfato di magnesia 3,2610 » di calce 0,5592 Bicarbonato di magnesia 0,2034 » » di calce 0,3730 Aqua e perdita 986,0000 ——————————— 1000,0000
Questo risultato è molto importante. La forte proporzione di solfato di magnesia è un carattere affatto proprio e caratteristico dell’aqua del Caspio, e contribuisce per sua parte a mostrare sempre più come questo mare non possa essere tenuto in conto di uno smembramento dell’Oceano.
Il nodo di tutte le questioni che si agitano intorno al Caspio sta nella sua fauna. Il prospetto seguente è fondato sulla pregevole monografia del signor Eichwald, alla quale ben poco hanno aggiunto le ricerche posteriori. Una rivista generale, una nuova critica delle specie, e sovratutto de’ Salmonidi e de’ Ciprinidi, è lavoro da raccomandarsi caldamente ai naturalisti russi, ma qualunque abbia esserne il frutto nell’interesse della zoologia pura, il risultato generale che già si ottiene coi materiali attuali non potrà essere mutato. Ecco adunque l’elenco degli animali del Caspio.
_Phoca caspica_ Nils. Molto abondante specialmente lungo la spiaggia e sugli isolotti della costa orientale.
_Accipenser huso._ L. (Bieluga).
_Acc. Güldenstaedti._ Brandt (Ossetr).
_Acc. stellatus._ Pall. (Sevriuga).
_Acc. pygmæus._ Pall. (Sterlet)[54].
_Silurus glanis._ Lin.
_Cobitis_ (_Acanthopsis_) _tænia._ Lin.
_Cob. caspia_ Eichw. (Specie incerta)
_Esox lucius._ Lin.
_Trutta Sieb_..... Nell’inestricabile confusione e forse miscela reale delle specie del genere _Salmo_ ristretto da Cuvier, è impossibile determinare, senza apposito studio e confronto d’un gran numero di esemplari, se nel Caspio se ne trovino una o più specie, e cosa sia veramente il grosso salmone di questo mare. Pallas registra come specie del mare stesso e de’ suoi fiumi le seguenti: _Salmo nobilis_, _S. spurius_, _S. hucho_, _S. fario_, tutte da rivedersi e da confrontarsi colle specie dell’Europa centrale. Io dirò soltanto che tutti gli esemplari da me esaminati, alcuni anche grossissimi, aveano due ordini molto bene distinti di denti vomerini. Eichwald conferma la frequenza nel Volga e nell’Ural, proveniente dal mare, della specie anomala, _coregonoide_, descritta da Pallas col nome di _Salmo leucichthys_, che si trova anche nell’Obi e nel Lena, ove rimonta dall’Oceano artico. Questa specie è da assoggettarsi a nuovo esame.
_Clupea pontica._ Eichw. Beschenka de’ Russi. Con questa specie è ormai riconosciuta identica la _Cl. caspia_ del medesimo autore.
_Atherina caspia._ Eichw.
_Ath. pontica._ Eichw. O queste due specie sono da riunirsi in una sola, oppure la seconda trovasi anche nel Caspio, avendola io rinvenuta communissima a Baku. Gli esemplari che si conservano ora nel museo di Torino mancano della fossetta anale caratteristica della prima specie, ed in tutto si conformano alla descrizione data da Eichwald della _Ath. pontica_.
_Perca fluviatilis._ Lin.
_Lucioperca sandra._ (L.)
_L. volgensis._ (Pall.)
_L. marina._ Cuv. (_Pesca labrax._ Pall.)
_Gobius batrachocephalus._ Pall.
_G. sulcatus._ Eichw.
_G. affinis._ Eichw.
_G. caspius._ Eichw.
_G. nasalis._ De Fil. (Archivio di zoologia ecc., Modena, 1863)[55].
_Benthophilus macrocephalus._ (Pall).
_Cyprinus carpio._ L.
_Tinca vulgaris._ Cuv.
_Capæta Sevangi._ De Fil.[56].
_C. Güldenstaedti_. De Fil. (_Scaphiodon capœta_. Heck).
_C. nigra_. (_Scaph. niger_. Heck).
_Chondrostoma regium_. (Chondrochylus. Heck.[57] _Cypr. nasus_ iuxta Pallas?)
_Barbus mustaceus_. (Pall.)
_Leuciscus rutilus_. L.
_Abramis brama_. (L.)
_A. vimba_. (L.)
_A. ballerus_. (L.)
_A. sapa_. (Pall.)
_A.? persa_. (Pall.)
_A. (Blicca) laskyr_. (Güld.)
_Pelecus cultratus_. (L.)
_Aspius rapax_. Ag.
Sarebbero da aggiungersi qui altre specie non sufficientemente definite da Eichwald, co’ nomi usitatissimi ma di così incerto significato, di _Cypr. idus, C. erythrophtalmos, C. orfus, C. cephalus, C. gristagine, C. leuciscus_, ecc.
_Syngnatus caspius_. Eichw.
_S. nigrolineatus_. Eichw.
_Petromyzon fluviatilis_. L.
_Astacus leptodactylus_. Esch.
_Gammarus_.... Tre distinte specie, non ancora sufficientemente studiate, abbiamo raccolto di questo genere, ad Enzeli ed a Baku, a due delle quali potrebbe convenire la frase troppo succinta colla quale Eichwald contrasegna il _Gam. caspius_ di Pallas, differenti però tra loro notevolmente pei caratteri delle antenne.
_Idotea acuminata_. Eichw. Del mar nero. La sua presenza nel Caspio è soltanto dallo stesso Eichwald supposta[58].
Pe’ molluschi ommetto le specie fossili, e mi attengo al catalogo di Eichwald.
_Paludina vivipara_, (delle bocche del Volga).
_P. variabilis_. Eichw.
_P. (Bithynia?) pusilla_. Eichw.
_Rissoa (Bithynia?) caspia_. Eichw.
_Neritina liturata_. Eichw. (_N. danubialis_. Ziegl.)
_Dreissena polymorpha_. V. Ben.
_Mytilus edulis_. L. Accennato vagamente da Eichwald come trovantesi nei Volga: probabilmente confuso con qualche varietà della specie precedente.
_Cardium Eichwaldii_ Reeve (_C. edule_. Eichw. non Lin).
_C. rusticum_. L.
_Didacna trigonoidea_. (Pall.)
_D. crassa_. Eichw.
_Monodaena caspia_. Eichw.
_Adacna edentula_. (Pall.)
_A. plicata_. Eichw.
_A. laeviuscula_. Eichw.
_A. vitrea_. Eichw.
_A. colorata_. Eichw. Delle foci del Don, ed anche probabilmente, secondo Eichwald, di quelle del Volga.
_Nereis noctiluca_. Pall. Eichwald stesso non è sicuro della presenza di questo anellide nel Caspio. Lo scintillare fosforico di questo mare nelle notti estive è attribuito, anche secondo il nominato Eichwald, ai piccoli gammari. Aggiungerò a tale proposito che per quanto io facessi attenta osservazione nelle notti passate su questo mare, dall’undici al venticinque di settembre, non mi venne fatto di scorgere alcuna traccia di fosforescenza.
_Alcyonella?_... Attorno ai rami semifracidi del fondo del Murdab rinvenni colonie di briozoi, aventi il carattere delle Alcionelle nel modo di aggregazione degli individui. Le circostanze non me ne permisero un accurato studio. Fra queste colonie si costruisce il nido un piccolo ragno che del pari non potei convenientemente esaminare, sebbene con ogni probabilità debba considerarsi come affatto nuovo, e molto interessante pe’ suoi costumi.
_Tubularia (?) caspia_. (Pall.); specie troppo imperfettamente conosciuta, sebbene, al dir di Eichwald, non rara.
Direi che è impossibile il non essere subito e vivamente colpiti dal carattere affatto lacustre di questa fauna, se il fatto non avesse dimostrato che qualche volta anche l’evidenza non si vede; se la pluralità degli autori, tenendo conto soltanto di pochi titoli molto dubiosi non avessero saltato di piè pari la discussione degli altri assai più validi per numero e per autenticità, che spogliano il Caspio del diritto legitimo ad ogni parentela coll’oceano. La sorpresa cresce quando si vede uno dei giudici più autorevoli, il signor Ehrenberg, ancora affatto recentemente, prendere la difesa di quella usurpata dignità, e sostenere che il Caspio conserva ora, come ha avuto fino dall’origine, il più deciso carattere di mare. Non soltanto vi manca assolutamente ogni rappresentante di grandi tipi pelagici, come di plagiostomi, di cefalopodi, di echinodermi, di polipi veri, ma perfino non vi è penetrata alcuna specie, anche fuorviata, di pesci marini viaggiatori, come sono gli scomberoidi così abondanti nel vicino mar Nero. Pel contrario nessuna delle specie che abbiamo registrate può ritenersi come esclusivamente marina; e quelle stesse che sono state dagli autori citate come tali, non fanno punto eccezione. Così le foche si trovano anche nel lago Baikal, la cui aqua è affatto dolce. Un molto bello e grosso individuo di _Lucioperca marina_ cadde nelle nostre reti in un canale del Murdab, ove l’aqua era del pari sensibilmente dolce. Si citano i Latterini (_Atherina_) e gli Aghi (_Syngnathus_); ma i primi sono così poco esclusivamente marini, che noi ne abbiamo nelle aque dolci d’Italia, e dei secondi io ho trovato una specie nel lago Paleaston presso Poti. Il _Gobius batrachocephalus_ che trovasi pure nel mar Nero, fu da me pescato anche in un ruscello presso Batum; il _Benthophilus marocephalus_, pure commune al mar Nero, si trova anche nel Murdab, in siti ove l’aqua può dirsi dolce. La _Clupea pontica_ risale il Volga in banchi enormi. Il _Cardium edule_ del Caspio è differente dal vero _C. edule_ degli autori, il quale d’altronde entra nel Tamigi fino all’altezza di Gravesend: specie del genere _Adacna_ si trovano anche negli sbocchi del Volga, del Don, del Dnieper e del Dniester. La presenza nel Caspio di una _Idotea_ e di una _Nereis_ è talmente dubiosa, che non se ne può fare conto veruno. Quanto alla _Tubularia (?) caspia_, essa è in primo luogo troppo imperfettamente conosciuta, ed in secondo luogo non potrà mai figurare come un tipo esclusivamente marino, dopo la scoperta di una Tubularia (_Cordylophora_) d’aqua dolce.
L’esame microscopico del fango preso collo scandaglio in varj punti dal fondo del Caspio, ha rivelato al sig. Weisse ed al signor Ehrenberg una moltitudine di forme nuove, e date come veramente marine, di politalamj, di poligastrici, di diatomee. Il fatto è certamente molto interessante; ma la diffusibilità di questi organismi microscopici può essere altrimenti spiegata che per mezzo della continuità dell’ambiente ordinario della loro vita. Non sarà certamente il celebre autore della monografia sulla polvere alisea (Passatstaube) che vorrà contrastare la possibilità della diffusione di questi minutissimi corpuscoli pel gran veicolo dell’atmosfera.
Vengono ora le alghe. Il signor Eichwald ne cita tre specie marine nello stretto senso della parola: cioè _Ulva intestinalis_, L. _Chondria obtusa_, Agd. _Polysiphonia fruticulosa_ Grew, le quali sono veramente frequentissime nel Caspio. Anzi con ogni probabilità non saranno queste le sole specie di alghe marine di quelle aque: ma noi conosciamo, per un numero esorbitante di esempj, con quanta varietà di mezzi avvenga la diffusione delle piante anche per grandi distanze, in siti affatto isolati.
La fauna del Caspio adunque è senza contrasto una fauna di carattere lacustre: ma possiamo far di più. Paragonandola con altra più anticamente conosciuta, possiamo asseverare che è una fauna danubiana, con aggiunta di poche specie proprie destituite di uno stampo locale deciso; specie sedentarie, per le quali si può ammettere la possibile circoscrizione ad un lato soltanto di un gran bacino. Altre poche specie aggiunte hanno invece uno stampo asiatico, come sono quelle del genere _Capoeta_, com’è pure il _Barbus mystaceus_ così ben caratterizzato dallo straordinario sviluppo del terzo raggio osseo della pinna dorsale. Se facciamo attenzione ai soli pesci, possiamo stabilire approssimativamente le seguenti proporzioni: su circa 45 specie, di tipo essenzialmente marino nessuna; communi al Danubio 28; proprie del Caspio 7; communi al mar Nero 5, tutte trovantisi anche in aque dolci; di origine asiatica e trovantisi anche nei fiumi della Persia 5. L’_Astacus leptodactylus_, la _Neritina liturata_ (da non distinguersi dalla _danubialis_), ed anche la _Dreissena polymorpha_, concorrono a dar alla fauna del Caspio il carattere danubiano, o meglio ancora inversamente alla fauna del Danubio il carattere caspico.
Adunque coloro che intendono tracciare la storia fisica della grande regione nella quale questo mare è incluso, devono più che il Ponto Eusino aver di mira il Danubio. Da Pallas in poi si ripete ad ogni occasione che il mar Caspio ed il mar Nero sono stati un tempo congiunti. Questa espressione è per lo meno inesatta. Una communicazione diretta fra i due mari parmi si possa ricisamente negare: un’antica communicazione fluviale molto indiretta è forse ammissibile, ma non è di questa che s’intende parlare, che altrimenti l’espressione non avrebbe portata alcuna.
Il perimetro del mar Caspio è molto diminuito da quanto era anticamente; ed una gran parte del suo primitivo fondo trovasi ora all’asciutto. Su questo riguardo le antiche osservazioni di Pallas hanno ricevuto piena conferma dai lavori più recenti di Murchison e di Baer. Sull’epoca nella quale le aque del Caspio rientrarono nel bacino attuale, le opinioni sono diverse. Pallas, fondandosi su molto oscuri ed incerti documenti istorici, sostenne che le aque del Caspio bagnassero ancora, nel IV e V secolo, un gran tratto di quella che ora è pianura asciutta all’occidente; ma d’altra parte chiari e positivi dati che si trovano in Erodoto escludono ogni dubio che fin dai tempi di questo scrittore il Caspio fosse ridotto già all’estensione attuale. Baer con nuovi argomenti, tra’ quali è importante quello del tempo immensamente lungo che il Volga ha dovuto impiegare a scavarsi l’attuale suo letto, concorre a dimostrare che il ritiramento del Caspio si è effettuato in tempi anteriori ad ogni testimonianza umana; in epoca da chiamarsi storicamente antica, sebbene geologicamente moderna.
Depositi per lo più incoerenti, con strati di conchiglie di specie identiche a quelle che vivono tutt’ora nel Caspio, occupano una grande estensione di terreno nella Russia meridionale e nelle confinanti regioni dell’Asia. Essi prolungansi molto avanti nel nord, fin oltre Saratow, per tutta la pianura solcata dalle aque del placido e quasi dormiente Volga. Ad oriente, girando attorno l’alto piano dell’Ust Urt, si estendono, senza limiti ben definiti, per il vasto deserto de’ Kirgisi e de’ Turcomanni; ad occidente occupano le steppe de’ Calmucchi, ed oltrepassando l’istmo si fanno vedere ancora lungo le sponde del mar di Azow. Questi depositi costituiscono quella che i signori de Verneuil e Murchison hanno chiamata formazione caspica superiore, perfettamente sincrona col pleistocene dell’Europa occidentale.
Al di sotto di essi occupano un’assai maggior estensione altri sedimenti, che sono marne di varie qualità, e pietre calcaree in strati regolari, orizontali, o poco dislocati, ricchissimi di conchiglie d’aqua dolce o salmastra, di specie poco numerose, ma in numero veramente strabocchevole di individui. Domina fra queste roccie una calcarea, non d’altro costituita che da frammenti di conchiglie o nicchj intieri cementati: è la roccia chiamata calcarea delle steppe, o calcarea Aralo caspica. Le conchiglie univalve (paludine, rissoe, limnee, neritine) sono sproporzionatamente scarse al confronto delle bivalvi, cardiacee e mitilacee. Le specie tutte affatto differenti da quella che abitano ora il mar Nero, sono invece grandemente analoghe a quelle che ora vivono nel mar Caspio ed allo sbocco de’ maggiori fiumi della Russia meridionale: tanto analoghe che per un buon numero di esse la differenza specifica è ridotta a pochissimo od a nulla. È questa la formazione caspica inferiore, equivalente al pliocene del bacino del Mediterraneo. Dalle falde dell’Hindu-kho e de’ monti della Tartaria, per tutta l’immensa pianura aralo-caspica, questa formazione si prolunga verso occidente dalle steppe del Don fin nella Bessarabia. Sono troppo note le belle ricerche di Dubois de Montperreux, di de Verneuil, di Murchison sull’estensione e la giacitura di questa formazione, perchè sia d’uopo riepilogarle qui nei loro particolari. Mi basterà soltanto aggiungere che, al disotto della calcarea delle steppe, si distendono in Crimea altri strati fossiliferi, ricchi di specie marine affatto differenti da quelle dell’attuale mar Nero, e che ben a ragione i geologi, di commune consenso, riferiscono al periodo miocenico.
La così detta calcarea delle steppe segna il limite occidentale-meridionale, il solo positivamente determinato, di un immenso mare interno che all’epoca pliocenica occupava una gran parte dell’Europa orientale e dell’Asia. Dalla natura degli esseri organici, dalla grande estensione della superficie evaporante, e da quanto si rileva dei bacini residui, si può dedurre che l’aqua di questo mare fosse appena salmastra. Il ponto Eusino, il Caspio, il mar d’Aral, il lago Balkasch ed una moltitudine di altri piccoli laghi disposti a rosario come per raggiungere a nord-est il mar glaciale, sono considerati da Humboldt come membra staccate di questo sterminato mar interno, che estendevasi fino a communicare direttamente coll’Oceano artico. Già qualche cosa di ciò aveva balenato alla mente perspicacissima di Pallas, quando, al proposito dell’estensione geografica dell’Accipenser huso, lasciava scritto: _dicuntur etiam (cum reliquis accipenserum speciebus) pullulare in vastis lacubus magnae Tatariae deserti: Aral, Balkasch, Alak-Tughul, quos olim cum mari caspio per plana communicasse verosimile est._ Tutte le osservazioni posteriori sono venute in appoggio di questo pensiero di Pallas, amplificato da Humboldt: ma non abbiamo un solo veramente valido argomento che accenni ad una communicazione diretta di questo gran mare interno col mare generale: le specie veramente pelagiche ne sono affatto escluse. Come già ho fatto osservare, nessuna specie genuinamente mediterranea si trova ora nel mar Caspio, o negli altri grandi laghi salati del medesimo originario sistema: e dall’altra parte non vi si riscontra alcuna forma marina boreale, e per esempio, alcuno de’ tanti copiosi gadoidi dell’oceano Artico[59]. A questi caratteri negativi della fauna si aggiungano i positivi delle particolari specie di storioni, di ciprinidi (_Abramis, Petecus_), di cardiacei e di mitilacei (_Dreissena_); ed emergerà sempre meglio l’indipendenza, l’isolamento di questo gran mare interno europeo-asiatico.
Passiamo ora al mar Nero. Noi non ci preoccuperemo di un’epoca remota nella quale il bacino pontico abbia potuto far parte del gran mare salmastro interno: noi dobbiamo prender il mar Nero al momento in cui ha avuto un’esistenza distinta ed una fauna marina. Sotto questo punto di vista il mar Nero è una dipendenza del Mediterraneo, ed appena si distingue dalla madre patria per un minor grado di salsedine, e per una molto minore varietà di specie: due caratteri in stretta relazione fra di loro. Se cerchiamo la ragione di queste differenze, ci troviamo in faccia ad una fondamentale quistione. Quando il bacino pontico è diventato un golfo del Mediterraneo, e ne ha presa la fauna? È nota l’opinione che riferisce l’apertura del bosforo tracico, e la consecutiva invasione del Mediterraneo nell’attuale mar Nero, ad un’epoca molto recente, se non storica nello stretto senso della parola. Aristotele, Strabone, Diodoro Siculo, fanno coincidere questo avvenimento col diluvio di Deucalione. Dubois de Montperreux lo riferisce alla fine dell’epoca quaternaria, ed ha consenziente la massima parte de’ geologi. Malgrado una così rispettabile autorità è impossibile non vedere nelle traccie della primitiva fauna marina pontica documenti di una più antica esistenza del mar Nero attuale. Sono preziose a questo proposito le recentissime osservazioni del signor Abich[60], il quale ha descritto, lungo le due penisole di Kertsch e di Taman, un deposito litorale (già vagamente indicato dal signor di Verneuil), che si inalza dai 12 ai 16 piedi sul livello attuale del mare, caratterizzato da un gran numero di conchiglie mediterranee differenti in gran parte da quelle che vivono oggi nelle corrispondenti regioni del mar Nero stesso, e indicanti, pel numero delle specie, una fauna molto più ricca dell’attuale di questo mare. Con ogni probabilità si devono considerare come depositi dell’istessa natura e della medesima epoca quelli oscuramente accennati da Hommaire de Hell nella Romelia e nell’Anatolia, ad un’altezza ancora maggiore sul livello del mare. Questi dati che fanno credere all’esistenza del mar Nero con una più ricca e più decisa fauna mediterranea fin dal principio dell’epoca quaternaria o pleistocenea, sono di un gran peso nella quistione, poichè è forza ammettere la coesistenza, nella stessa epoca, del mar salmastro interno nel secondo suo periodo, in quello cioè che ha dato luogo al deposito della formazione caspica superiore. Il limite fra i due mari doveva esser quello medesimo segnato tutt’ora dalle frastagliate scogliere (_falaises_) di calcare delle steppe, che dalla Bessarabia, congiungendosi ai colli litorali della Crimea, si continuano, colla sola interruzione del bosforo cimmerio, fino allo sperone occidentale del Caucaso. Due argomenti depongono per la perfetta separazione de’ due mari: cioè quello già trattato più sopra della separazione delle due faune, e l’altro, che ora si presenta, della maggior ricchezza e del più deciso carattere marino della fauna pontica pleistocenica in confronto dell’attuale, onde è pure da inferirsi un grado di salsedine delle aque superiore al presente.
Il mar Nero trovasi ora in processo continuo di diluzione o di _dissalamento_. Una corrente d’escita pel canale del Bosforo scarica nel Mediterraneo aqua salsa in quantità corrispondenti all’eccesso del tributo de’ fiumi sull’evaporazione; e questo spiega la povertà attuale e crescente della fauna marina pontica. Il mar d’Azow che riceve direttamente gli sbocchi del Don e del Kuban, non ha ora che aqua salmastra, e va trasmutando rapidamente la sua fauna marina in una d’aqua dolce. Questa nuova fase del ponto Eusino ebbe principio dall’epoca moderna, quando per un abbassamento del terreno di una gran parte della Russia meridionale, il Dniester, il Dnieper, il Don ed il Kuban versarono direttamente nel mar Nero l’aqua che prima tributavano al gran mar interno.
A questo periodo corrisponde pure l’abbassamento del fondo del mar Caspio, le cui espanse aque si raccolsero così nell’attuale più ristretto perimetro. Per questo movimento del terreno tutto il gran mar interno andò smembrato nei mari chiusi e grandi laghi dell’Asia centrale, e la sua fauna si è ripartita non solo in questi bacini, ma anche nei fiumi dall’Embla al Danubio. Ove questi fiumi ristagnano in larghi seni, ivi si è mantenuto nella primitiva purezza il carattere della fauna ora divenuta caspica, come si vede, per esempio, nel piccolo lago di Ackermann formato dal Dniester. Ristretto una volta il Caspio ne’ suoi limiti attuali, bastò l’umile rilievo dell’istmo caucasico, misurato anche soltanto al punto di separazione delle aque del Manytsch, per dividerlo dal mar Nero.
Pietro il Grande avea già concepito il disegno di metter in communicazione il mar Nero col mar Caspio per mezzo de’ fiumi, congiungendo con canali artificiali sia il Don al Volga, sia il Kur al Rioni; e questo disegno del grande autocrata avea perfin ricevuto un principio di esecuzione, riescito a vuoto per le vicende politiche e per la velata ma pertinace opposizione delle autorità locali. Più recentemente fu ripreso il progetto con un altro piano, studiando la possibilità di una communicazione diretta fra il Caspio ed il mar d’Azow per la depressione del Manytsch e del Kuma, ed incominciando dal vero principio, cioè da una esplorazione di quella contrada che, per un complesso di circostanze locali, era fino a questi ultimi anni rimasta una _terra incognita_ nello stretto senso della frase. Il signor de Baer mise in evidenza tutta la difficoltà di costruzione di un canale diretto tendente a far confondere le aque de’ due mari, e conchiuse consigliando l’abbandono del progetto. Il sig. Bersträsser fondato su posteriori livellazioni de’ signori Ivanow e Nasaroff, trova pel contrario possibile questa communicazione per mezzo di un canale alimentato dalle aque convenientemente dirette del Kala-us e del Kuma, e da grandi serbatoj accumulanti le aque di cui tanto abonda in primavera la valle del Manytsch.
L’uomo, questo vivente irrequieto, pare si diletti delle più colossali contradizioni, e vorrebbe a suo talento accommodare la faccia del globo, congiungere quello che la natura ha separato, separare quello che la natura ha congiunto. L’ardito esempio del signor di Lesseps ha suscitata una guerra generale agli istmi, e le millanterie tecniche hanno rotto ogni freno. Mentre non si ha il coraggio di fare un taglio fra le due Americhe, la Spagna ha potuto un momento pensare sul serio a diventare un isola, aprendo un passaggio alle navi dal golfo di Biscaglia alla baja di Alfaques in Catalogna. Il governo russo ha fatto bensì studiare diligentemente da’ suoi geometri l’istmo caucasico, ma non si lascerà indurre così presto a dar mano al piccone. Ed affinchè i grandi progetti abbiano tempo a maturare, e si possa frattanto chiarire se il commercio dell’Europa coll’Asia centrale sia veramente chiamato a riprendere la via del Caspio, v’era una nuova porticina da aprire e fu aperta. Le pelli e le sete di Bokara, le sete ed i cotoni del Mazanderan salgono o possono salire il Volga fino a Tzaritzin, d’onde, per mezzo d’un piccolo tronco di ferrovia, passano nel Don, e scendono il fiume fino a Taganrog, ove approdano i bastimenti d’Europa. Le mercanzie europee sono a Taganrog riprese, e col mezzo di un particolare sistema di rimorchiatori, fatte riascendere il Don sino alla stazione della ferrovia.
Questi trovati dell’attuale civiltà non bastano a far deviare il commercio della Persia dall’antica direzione, a sostenere la concorrenza col primitivo patriarcale sistema delle carovane, e le sete stesse dagli emporj di Rescht sono ancora spedite direttamente a Trebisonda, malgrado la via lunghissima di terra, lo scabroso passo di Massula, i pericoli delle rapine de’ Curdi, e le esazioni delle dogane turche.
XIX.
Lenkoran. — Baku ed i suoi fuochi eterni. — Derbend. — Petrowsk. — Burrasca. — Le bocche del Volga. — Astrakan.
Toccata, inanzi l’alba del 14 settembre, Astara, luogo di confine tra la Russia e la Persia sulla sponda del mare, si giunse di assai buon matino alla stazione di Lenkoran. Potendo noi disporre di alcune ore, ci affrettammo a scendere a terra, per far un’escursione alla città nascosta dietro il fogliame degli alberi, a circa una _versta_ dal lido. Alcuni _droschki_ venuti molto a proposito in cerca di passaggeri, ci fecero guadagnar tempo. Lenkoran, capoluogo del Talysch, pare una città improvvisata, e quel poco che vi è in muratura è tutto nuovo. Un ampio viale tra due file di alberi e di case rammenta la colonia tedesca di Tiflis, ma serve di quartiere a famiglie di Malacani, e guida ad una piazza nel cui mezzo surge una bella chiesa di legno. Da questa si passa ad una seconda piazza che serve agli esercizi ginnastici, quindi ad una terza circondata da botteghe, che è il bazar, e poscia ad una quarta maggiore piazza che è il mercato. Quantunque dì festivo la maggior parte delle botteghe erano appena socchiuse, ed i mercanti venivano al nostro incontro chiedendoci a gara i paoli imperiali che dovevamo aver portali dalla Persia, per cambiarli, a condizioni molto vantaggiose per noi, colla sola moneta circolante in Russia, vale a dire con biglietti di banco.
Il clima del Talysch, le condizioni tutte del terreno sono ben poco dissimili da quello del Ghilan, e ne fa prova la bella vegetazione del piano e quella pure de’ non lontani colli; ma un non so quale governatore della Grusia ne ha avuto troppo alto concetto, quando volle tentare nella campagna di Lenkoran la cultura della canna da zuccaro. I polloni recativi dal Mazanderan germogliarono quel tanto precisa che valeva a disconsigliare la continuazione dell’esperimento, senza l’umiliazione d’un fiasco assoluto.
Il seguente matino ci risvegliammo nella rada di Baku, determinali a bene spendere il nostro tempo ne’ cinque giorni di sosta che ci erano assicurati. Il signor Nicolas si stabilì colla sua famigliuola in una casa privata della città; il capitano Clemencich ci abbandonò sollecitamente, per recarsi nel Caucaso occidentale onde assistere a qualche fazione militare della campagna che doveva far cadere nelle mani della Russia quest’ultimo asilo de’ Circassi; noi mantenemmo il nostro quartier generale sulla Tamara, per quindi trasferirlo sul nuovo piroscafo atteso da Astrakan.
La città di Baku, conservante l’antico stampo persiano, s’erge su di un piccolo contraforte d’una catena di colli affatto nudi e sterili. La circonda un vecchio muro, e le danno accesso, verso terra, due porte munite di ponte levatojo, ed altra porta dalla rada. Fuori delle mura, ad occidente, sono allineate lungo la spiaggia alcune belle ed eleganti case moderne ornate di qualche tentativo di giardino. Due antichi monumenti colpiscono lo sguardo di chi la guarda dal mare: sull’alto i minaretti, le cupole, i frontoni dell’antica residenza de’ khan; in basso, non lungi dalla porta della marina, una gran torre cilindrica, tozza, nera per vetustà, detta la torre della vergine, dalla leggenda che le è connessa di una donzella la quale, astretta dal padre ad un inviso connubio, di là si precipitò in mare. Nel piano fuori delle mura, a nord est, è il sobborgo o meglio la città nuova, con strade rettilinee intersecantisi ad angolo retto, sede de’ principali mercanti e di alcuni offizi del governo, quello delle poste compreso.
Baku ha appartenuto agli schah del Schirwan, finchè alla morte dello schah Nadir, nel 1748, scomposto il regno, riescì a costituirsi centro di un canato indipendente. Al principio di questo secolo il dominatore Hussein Kuli Khan, della stirpe de’ Kagiari, tentò riunire in una lega commune, contro l’invasione russa, i varj principotti musulmani del Caucaso orientale; quando assalito egli stesso nella sua residenza, ed esperimentata la debolezza delle sue forze, si pensò di meglio riescire col tradimento. Finse di voler scendere a patti, e chiese un abboccamento al principe Tsitsianoff, comandante supremo delle forze russe, per trarlo in agguato ed ucciderlo. Un armeno venuto in cognizione della congiura ne avvertì il principe, il quale, non ascoltando che la nobiltà del suo carattere, rispose semplicemente: non oserà. Andò infatti, e fu trucidato. L’inaudita scelleratezza ebbe la pronta e radicale punizione che era da attendersi: il conte Goudowitsch non fece altro che impadronirsi immediatamente del canato a nome della Russia.
Baku ha una popolazione di circa 10 mila abitanti, la massima parte persiani. La vita vi è discretamente animata, per essere questa città uno dei principali emporj del commercio della Russia colla Persia. Alla porta della marina il piazzale interno, i magazzeni circostanti, il lido stesso, erano ingombri di ferro delle miniere degli Urali. Il commercio proprio del luogo consiste in tappeti, seterie, zafferano e specialmente bitume.
La penisola di Apscheron, che forma la massima parte del circolo di Baku, è rinomata pe’ suoi numerosi pozzi di nafta, danti un produtto medio annuale di 300 mila _pud_[61]. Di questa preziosa sostanza si hanno diverse sorta: la nafta solida, picea, chiamata _kir_; la vischiosa, la liquida o petrolio. Quest’ultima è la sorta prevalente presso Baku, mentre all’opposta sponda del Caspio, all’isola di Tschelekan, è la prima, ossia la nafta picea che si estrae quasi esclusivamente. Il _kir_ viene poscia spedito in Russia, a Bokara ed in Persia, per farne terrazzi, come si pratica dell’asfalto in Italia ed in Francia, che in vero fra questi due bitumi non esiste differenza che di nome.
Sono altresì rinomati da secoli i fuochi di Baku, ossia i getti continui di gas infiammabile, simile affatto per la natura e per la origine al così detto gas delle paludi, al _feu grisou_ delle miniere di litantrace. Non v’ha dubio che si debba collegare la formazione di questo gas a quella stessa della nafta, ed è molto interessante il fatto osservato dal sig. de Baer che, nella penisola di Apscheron, in corrispondenza delle surgenti gasose, la nafta è liquida[62].
La sera stessa del nostro arrivo fummo cortesemente invitati da un officiale della marina russa al singolare spettacolo delle fiamme del mare, del quale però mi tenne defraudato un nuovo accesso di febre. A circa un’ora di distanza, al sud della città, presso gli scogli della sponda, gorgogliano veementi getti gasosi trascinanti seco alquanto petrolio che in sottilissimo velo si diffonde sull’aqua. Il contatto d’una face accesa fa sollevar d’intorno turbini di fuoco agitati in balìa delle onde, ed i miei compagni si dilettarono di scorrervi frammezzo, col battello guidato dalle braccia nerborute dello stesso capitano Müller, esponendo le barbe ed i capegli alla sommità ripiegate delle spartite fiamme.
Il dì seguente sul tramonto, noleggiati alcuni _droschki_, ci recammo a visitare il famoso tempio degli adoratori del fuoco, a 12 verste dalla città, presso il villaggio di Sarochani. La strada percorre una campagna ondulata, deserta, che non ha nulla da invidiare alle più aride steppe della Persia: solo qualche rara pezza di stentato verde si presenta allo sguardo nel fondo di qualche remota valletta. Poco oltre uno stagno, aU’ultima luce del giorno biancheggiante ancora di incrostazioni saline, vedemmo già comparire in distanza nel vasto piano alcune fiamme solitarie, e, dopo breve tratto, i nostri cocchieri si arrestarono alle tetre mura di un grande fabricato che d’ogni intorno diffondeva nell’aria una pallida luce giallastra. Li ci fu spalancata una porta, ed attraversando un cortile ove in una fossa, come in una fornace, soffiava un impetuoso getto di fuoco, entrammo nel sacro recinto. È questo una scura ed angusta cella, nel cui mezzo arde su di un altare di fango una fiammella eterna, mentre un secondo altare applicato al muro, dicontro alla porticina di ingresso, è adorno delle strane cianfrusaglie del rito. Il sacerdote, un indiano spiccato dalla metropoli ghebra di Bombay, non si fece aspettare; diede qualche tocco di campanello sul limitare del tempio, e si rivolse, come a cosa d’abitudine, a ripetere davanti a noi la cerimonia della sua religione. Incominciò dal soffiare in una grande chiocciola di tritone, traendone il noto suono cupo e penetrante di questo strumento, poi fra genuflessioni, gesticolazioni incomposte, e vario maneggio degli oggetti sacri dell’altare, brontolò le sue preghiere, nelle quali non potemmo intendere chiaramente che il ripetuto nome di Brama. La rappresentazione durò un quarto d’ora, all’incirca, e fu chiusa coll’offrire a ciascuno di noi dello zuccaro candito su di un piattellino, sul quale noi, alla nostra volta, depositammo tanto da fare un pajo di rubli. Ci fece sorpresa il trovare, tra i varj oggetti posti alla rinfusa sull’altare, un crocifisso, e fatto interrogare su di ciò il ghebro, che pure intendeva discretamente il russo, ci rispose che egli teneva in venerazione anche il Cristo, come un gran santo; la qual cosa ci confermò nell’opinione essere il nostro uomo anche un tantino impostore.
I fuochi di questo tempio sono eterni, od almeno di durata indefinita, però le più antiche memorie storiche intorno ad essi non vanno oltre il decimo secolo: anzi Massudi, scrittore arabo di quel secolo appunto, ne parla come fossero in epoca a lui prossima improvvisamente apparsi, dopo una eruzione dal terreno[63]. Una della nostre guide, nel cortile stesso del tempio, si fece a scavare la terra colle sole mani, sino alla profondità di circa due palmi, ed approssimando poscia alla fossa un foglietto di carta acceso, ne fece sollevare una fiamma spenta di nuovo col riversare nella fossa la sabbia circostante. Gli abitanti dei dintorni sono affatto liberi dalle cure per l’alimento de’ loro focolai: un tubo piantato nel terreno sino a pochi piedi di profondità, dà la fiamma sull’istante, duratura a norma de’ bisogni ed anche ad arbitrio.
Il terreno intorno a Baku risulta per intiero della così detta formazione caspica inferiore di cui ho fatto cenno nel precedente capitolo: però gli strati furono molto sensibilmente sollevati, tanto da costituire da soli i colli e le sponde qua e là dirupate del seno di Baku, come della massima parte dell’intiero perimetro del Caspio. Ne’ tagli naturali del terreno al sud della città si distinguono, procedendo dal basso, i seguenti strati fra loro connessi da passaggi insensibili dell’uno all’altro.
1.º Marna sabbiosa e sabbia finissima zeppe di conchiglie (_Bithynia, Dreissena, Monodacna_).
2.º Aggregato friabile di conchiglie de’ medesimi generi.
3.º Calcarea intieramente composta di grossi frammenti di conchiglie, e nicchj intieri determinabili, per la massima parte di cardiacei: una vera lumachella infine, solida e cavernosa, eccellente materiale di costruzione, e d’onde infatti è fabricata la città.
Nelle dislocazioni, senza dubio repentine e violenti, di questo terreno, gli strati della calcarea rimasero fratturati più del sottoposto sedimento incoerente, fino a trovarsi in diversi luoghi da questo discordanti, colle testate disordinatamente sporgenti.
Il giorno 17 settembre giunse da Astrakan l’atteso piroscafo che doveva dare il cambio alla Tamara. Era il Bariatinski, magnifico bastimento, con ampio e elegante salone sul ponte, avente per tetto un secondo ponte a commodo di chi volesse godere il fresco notturno. Ci occupammo il dì seguente del trasbordo delle nostre robe, e dell’assestamento delle nostre celle, mentre andava a poco a poco formandosi il carico del bastimento, e nuovi passeggeri giungevano ad occuparlo. Venne così a comporsi nel salotto una eletta società, in massima parte di ufficiali russi, e di una signora che allo spirito sciorinato in purissima lingua francese, alla considerazione ond’era circondata, palesava la distinzione dei suo rango, come ne’ tratti dei viso le traccie d’una passata bellezza. Era la contessa Freigang, moglie d’un generale, antico capo della stazione navale di Baku, ed ora trasferito ad altra sede nell’interno dell’impero.
Il Bariatinski avea portato i giornali di Mosca e di Pietroburgo accumulati da due settimane, pieni di gravissime notizie per noi. Gli ufficiali russi, con visibile commozione al saperci italiani, gareggiavano nel tradurle e nel commentarle, esprimendo anche in questa circostanza la profonda simpatia pel nostro paese, e la ammirazione per la grande personalità di Garibaldi che abbiamo sempre e dapertutto incontrate in Russia. Mancano le parole ad esprimere la costernazione e lo stupore onde fummo compresi al racconto del nuovo estremo cimento della nostra patria, e della fatalità che lo volle scongiurato col sangue sui campi di Aspromonte!
Coll’animo straziato ed il pensiero travolto ne’ turbini di un imprevedibile che la distanza de’ luoghi rendeva più tetro, rimanemmo ancora tre giorni nella rada di Baku. La matina del 22 giungemmo in faccia a Derbend. Il signor Alessandro Dumas, che già era stato tema principale delle nostre conversazioni colla signora contessa Freigang, venne ancora alla nostra memoria. In Torino, pochi giorni prima della nostra partenza, conferendo con me e con Lessona, trasfondendoci, collo splendido colorito della sua parola, le sue impressioni di viaggio ne’ paesi stessi che avremmo dovuto percorrere, ci aveva fatto promettere di visitare questa così singolare città, e la gran muraglia e la porta di ferro. Era quindi per noi quasi lo sciogliere un voto lo sbarcare: ma il mare era grosso, e molta la distanza dal lido, ed il capitano da noi interrogato rispondeva che non poteva assicurarci poi la possibilità del ritorno a bordo. Questo bastò per farci rientrar subito nei limiti di quella prudenza che era stata fino allora la nostra scorta, e restar paghi di rimirare la città dal ponte del bastimento. Il panorama era per verità stupendo. Le case di stile tutto orientale, stipate sull’erto pendio del monte ed allineate da strade l’una sull’altra parallele fra loro ed alla spiaggia, la muraglia che s’inerpica sul monte, e ricingendo strettamente la città la isola dal circostante rupestre deserto, danno a Derbend un tale carattere, che descritto colla fedeltà della prospettiva può sembrare ancora fantasia di romanziere[64].
Sul far della sera fu ridato il moto alle ruote, ed inanzi l’alba si gettò l’ancora a Petrowsk, per rimanervi buona parte del giorno. È questa una piccola città affatto nuova, con belle case, ed un forte che domina la spiaggia. I magazzini, ed un grande molo che trovammo in costruzione molto inoltrata, lasciano credere che il governo russo voglia farne la principale stazione navale del Caspio, qui soltanto essendo possibile, per tutta la sponda occidentale di questo mare, un simulacro di porto. Dietro la città surge un monte col dosso prolungato così regolarmente da rassomigliare ad un piccolo Iura. In distanza, in un valloncino, appicciccata alla roccia come un nido d’aquila, vedesi la città lesghiana. La sponda presentasi qui ancora costituita della stessa calcarea di Baku.
Era giorno di mercato, e la piazza vedevasi animata di cenciosi Lesghi dalla truce fisionomia, di soldati russi, ed anche di qualche elegante gonnella. Incontrato un carro di pescagione che andava al peso publico, lo seguii da vicino, finchè la merce fu riversata in grandi corbe. Erano tutti lucci, tinche e carpe. Ecco i bei pesci marini del Caspio!
Nella sera, quando ancora stavamo seduti alla tavola del pranzo, e il Bariatinski avea preso il largo, fummo assaliti da una violenta bufera. Il fischio orribile del vento, l’impeto delle ondate sui fianchi della nave, il forte rullìo, il tumulto dei passaggeri sbattuti sul ponte, il passo concitato e le grida del capitano e de’ marinai, producevano un baccano infernale. Fu prudenza l’ardire del capitano di avvicinarsi alla costa e gettar l’ancora, e così fummo salvi. Il giorno dopo, dileguata rapidamente la tempesta, vedemmo tutta la gravezza dell’incorso pericolo. Il capitano stesso ci assicurò che in tanti anni di navigazione sul Caspio non s’era mai trovato così prossimo al naufragio. Tre valigie erano state svelte da una furiosa ondata e gettate in mare, un gran numero di colli avea sofferto avaria, ed una donna piangeva dirottamente i suoi rubli di carta macerati. Il Bariatinski avea ripreso felicemente il suo corso, quando visto in distanza un segnale d’allarme deviò prontamente a quella volta. Era un bastimento mercantile, che veniva da Astrakan, diretto a Petrowsk, e sbattuto dalla burrasca, avendo perduto l’albero maestro ed il timone, ebbe la buona ventura d’esser preso a rimorchio e ricondotto al punto d’ond’era partito.
La matina del 25 eravamo già pervenuti ai bassi fondi, ove le grosse navi corrono pericolo d’arenarsi. Alcuni anni prima, infatti, il piroscafo Costantino, incappatovi a 60 verste dalla spiaggia, rimase condannato all’immobilità per due intieri mesi, co’ suoi passaggeri a bordo. Dopo questo avvenimento il governo russo ha fatto costrurre dei piccoli rimorchiatori che ricevono il carico de’ piroscafi corrieri, e lo trasportano ad Astrakan. Dovemmo adunque passare noi medesimi, colla folla stipata degli altri passaggeri, e l’ingombro dei colli e delle mercanzie, quali su di un grande barcone piatto, quali sul rimorchiatore stesso, che trascinò eziandio per altre cinque leghe il Bariatinski vuoto, e il bastimento salvato. La terra non era peranco in vista, e già potevamo bevere l’aqua dolcissima del Volga.
Dopo alcune ore il verde dei canneti che spuntano già in distanza, qualche isolotto a fior d’aqua, sparse navi ancorate, fra le quali un bastimento da guerra impegnato nelle sabbie, poi qualche capanna di doganieri e di pescatori, ci annunciarono il gran delta del fiume. Alle due pomeridiane fummo accostati dalla barca della dogana, ed un commissario montò a bordo per le perlustrazioni del suo officio. Quanto ci aveano detto del rigore e delle vessazioni delle dogane russe fu pienamente smentito, e noi in particolare fummo trattati con tutti i riguardi che si usano verso i diplomatici, cioè col non aprire tampoco le casse e le valigie di nostra pertinenza.
Eravamo frattanto entrati nel braccio principale tra gli ottanta in cui si decompone al suo sbocco il maggior fiume d’Europa; e il dì seguente, allo spuntar del sole, approdammo ad Astrakan.
Alcuni de’ miei compagni si occuparono immediatamente delle disposizioni per continuare il viaggio. Lessona prostrato dalla febre avea bisogno urgente di riposo e di un asilo almeno tranquillo per qualche giorno, e questo fu subito trovato a pochi passi, chè la scelta dell’albergo non era imbarazzante. Questa città così grande, così commerciante, così ricca, non ne conta più di tre, tutti di infima classe. Fidandoci dell’esterno entrammo in quello che poteva passare per il meno sucido, ove ci furono aperte quattro camerette anguste come celle da prigione, colle pareti di semplici assite, ed il mobiliare composto in tutto di due sedie, di un tavolino, e di un canapè duro, appena largo e non tanto lungo quanto la persona, senza nè cuscini nè coperte. Per buona ventura avevamo ancora qualche materasso di scorta, e la fibra temprata da sei mesi all’abbandono di ogni mollezza.
Astrakan, come del resto la massima parte delle città sul Volga, è formata di due parti: d’un gran sobborgo con case di legno lungo il fiume, e della città con spaziose lunghe contrade rettilinee, eleganti case in muratura, di stile severo e maestoso, e belle botteghe riccamente fornite di mercanzie d’Europa.
La via principale del sobborgo scorre parallela al fiume, e nello spazio frapposto sta il folto delle abitazioni, degli emporj, e degli officj delle compagnie di navigazione. Questa parte della città vive della vita della principale arteria commerciale della Russia, e dell’affluenza della pesca del Caspio. La quantità di minuto pesce che si consuma fresco sul luogo, o secco e salato viene spacciato a prezzo vilissimo per grande estensione di paese, è ancora un nulla al paragone dell’immenso produtto degli storioni, delle aringhe e delle foche, che viene qui preparato e convertito in generi del grande commercio, con grande profitto anche delle saline erariali. Stanno allineati in gran numero sulla riva grandi barconi, vivaj riboccanti di pesci, fra i quali è sovratutto da segnalarsi il delizioso sterletto, pienamente meritevole del pregio in cui è tenuto dai sibariti russi. Il pesce morto che si espone sui banchi del mercato, relativamente in assai scarsa quantità, e solo pel consumo giornaliero, è poco meno che sprezzato. I grossi storioni che affluiscono a questo centro di manipolazione vengono subito sventrati e fatti a pezzi. La carne, e specialmente la musculatura del dorso, è acconciata col sale e seccata; le ovaia, spogliate degli inviluppi membranosi e salate in barili, danno il caviar (_ikra_), di cui si fa uso così esteso, così generale e quasi prescritto all’antipasto (_zakuska_). I lunghi rigorosi digiuni del rito greco concorrono in gran parte a mantener viva la consumazione dell’immensa quantità di materia alimentare che le grandi pescaje caspiche versano annualmente sul mercato. Un produtto di grande importanza, un vero monopolio di Astrakan, è la colla di pesce, tanto ricercata, come sostanza di prima necessità in diverse industrie. Le foche, provenienti in massima parte dai banchi e dalle isole della sponda orientale del Caspio, danno un cospicuo provento nel grasso e nelle pelli. L’aringa o _beschenka_ (_Clupea pontica_), rimonta il Volga in banchi talmente enormi da suggerire e quasi render scusabile lo scialaquo che si fa di tanta abondanza col non tener conto che dell’olio. Si può calcolare la preda ordinaria annuale di questo pesce, nella parte inferiore del Volga, a 50 millioni di teste. Il consiglio di non lasciar andare tutta dispersa una così ingente massa di buona sostanza alimentare non fu ascoltato che tardi e soltanto in assai ristretta misura. Gli eccitamenti del signor de Baer non ottennero qualche effetto se non durante la guerra della Crimea. Nel 1855 10 millioni di aringhe salate (200,000 _pud_) furono messe in commercio, con grande profitto de’ privati e del publico erario, e rappresentarono un capitale di 153,600 rubli; mentre la stessa quantità di pesca semplicemente manipolata per l’estrazione dell’olio, non avrebbe dato che 10,000 _pud_ di questa sostanza, per un capitale di 10,000 rubli.
Il produtto della grande pesca alla quale attendono non meno di 4,000 barche, fu per la provincia di Astrakan, nel 1861 il seguente.
Beluga (_Accipenser huso_) 35,500 teste Osotr (_A. Güldenstädtii_) 50,000 — Sevringa (_A. stellatus_) 200,000 — Ikra (_caviar_) 8,000 _pud_ Colla di prima qualità 600 — Fasci musculari dorsali 600 — Foche 50,000 teste
La provincia di Astrakan occupa una superficie di 185,550 verste quadrate, con una popolazione stabile di 550 mila abitanti (50,000 nella sola città principale), ed altrettanto di popolazione mobile, di Tartari, Kirgisi e Calmucchi dati alla pastorizia. Il terreno è piano, sabbioso, solcato dalle inumerevoli diramazioni del Volga, che ristagnano in molte paludi. Facendo anche una larga parte alle steppe della parte occidentale della provincia, popolate dalle tribù de’ Calmucchi, una grande estensione del terreno è di sua natura fertilissima, eppure inculta per difetto di braccia. Scarsa è la stessa produzione del riso per rispetto al grande consumo che fanno di questo genere gli orientali, ed alla vastità del terreno irrigabile[65].
La produzione del bestiame è invece considerevolissima. Quella de’ soli cavalli ascende al numero di 230,000 teste, numero che sarebbe forse raddoppiato ove si tenesse calcolo delle immense mandre allevate dai Kirgisi nomadi, e che in una parte dell’anno passano nel vicino governo di Orenburgo, o fra le tribù indipendenti. V’hanno inoltre
Buoi 500,000 Montoni 1,500,000 Capre 610,000 Camelli 30,000 Porci 50,000
La provincia di Astrakan comprende anche non meno di 140 laghi salati, de’ quali uno solo, quello di Elton, per verità il maggiore, potrebbe somministrare tutta la quantità di sale che può occorrere a metà della Russia.
Nel 1861 le saline di questa sola provincia produssero 5,500,000 _pud_ di sale, smerciato a 35 _kopecki_ il _pud_; oltre 80,000 _pud_ di solfato di soda per le vetraje.
Importante è anche il produtto delle pelli, specialmente de’ montoni. Quelle che si conoscono in Europa col nome appunto di Astrakan, provengono però in massima parte da Bokara.
Rimanemmo in Astrakan tre giorni; e qui incominciammo a rincivilire, rientrati ormai nell’ambiente della società europea. Fummo accolti dal governatore, signor Deshayes, di stirpe francese, con ogni maniera di cortesia, invitati a pranzo, e ad un convegno, nelle splendide sale della sua residenza, della più eletta società di Astrakan. Era un concerto di beneficenza, nel quale i primi onori toccarono alla consorte stessa del governatore, molto gentile e avvenente dama, che eseguì deliziosamente, colla sua voce pura e soave, alcune belle melodie del genio italiano.
La febre di Lessona avea preso un tale aspetto di gravezza da incuterci molto serie apprensioni, ma poi una forte dose di chinina data a tempo restituì talmente le forze da render possibile la continuazione immediata del viaggio, calcolando anche sui lunghi giorni che dovevamo passare sul Volga, in condizioni certo non più disagiate di quelle che ci offriva l’albergo di Astrakan. Ci liberammo degli oggetti più pesanti e voluminosi divenuti ormai inutili, lasciandoli in regalo ad un povero savojardo che aveva fatto presso noi l’officio di servitore e di interprete, e trovavasi balestrato in questa estrema parte d’Europa, come disertore dell’esercito sardo. Il 28 passammo sul piroscafo _Likoi_, riunendoci ancora all’ottima famiglia Nicolas, dalla quale non dovevamo separarci che a Berlino.
XX.
Prime linee d’una fauna della Persia occidentale.
Mentre la flora persiana è stata in questi ultimi anni così compiutamente illustrata, per le ricerche di Boissier, di Kotschy, di Koch e di Buhse, lo stesso non può dirsi della fauna. Non manca per verità una somma di fatti negli scritti di Güldenstädt, di Pallas, di Ménétriés, di Eichwald e di Brandt sulle confinanti provincie del Caucaso e del Caspio, nelle osservazioni parziali di alcuni viaggiatori francesi, e nelle monografie ittiologiche di Heckel e del conte Keyserling, ma un lavoro d’insieme che esprima il carattere vero della fauna di questo così singolare e per vari aspetti così interessante paese, è ancora tutto da farsi.
Il riassunto che ora presento delle mie note è assai lontano dal riparare a questa lacuna della scienza. Tuttavia la costante cura di profittare di ogni ritaglio di quel tempo che mi era così scarsamente misurato, e la cooperazione de’ miei compagni di viaggio, mi inspirano la fiducia che l’abbozzo della fauna persiana che ora compare per la prima volta, possa, per quanto necessariamente povero ed incompleto, formare un piano generale che potrà essere molto arricchito, ma non sconvolto, dagli ulteriori lavori di naturalisti fruenti di migliori condizioni delle mie.
Aggiungo nell’elenco dei vertebrati per me raccolti o veduti, sulla linea percorsa dalla ambasciata italiana, anche le specie raccolte dal mio amico Doria nelle provincie meridionali della Persia; facendo voto che questo giovane, istrutto, ed infaticabile naturalista possa fra non molto ridurre a compimento il lavoro ch’egli si era proposto, come di sua predilezione e di tutta sua competenza, voglio dire l’illustrazione del ricchissimo materiale entomologico che sta nelle sue mani.
_Mammiferi_.
Quel pochissimo che è riferito dalla commune de’ viaggiatori sugli animali dell’Asia occidentale, riguarda particolarmente i grossi mammiferi che più vivamente colpiscono l’attenzione volgare, e che sono materia alle nobili caccie dei grandi. Chi al pari di noi non può spingere le sue escursioni lungi dalla via battuta dalle carovane deve appagarsi di un’assai più modesto bottino. Le poche specie incontrate per via, o delle quali ho potuto constatare la esistenza dietro spoglie di provenienza accertata, si riducono alle seguenti:
=Vespertilio= (_Vesperus_) =mirza=. De Fil.
=V.= _serotino affinis, sed rictu longiore. Supra cofeino-grisescens, vellere longo, nitore sericeo, subtus griseo-fulvus. Alis et auriculis aterrimis._
Affine al _Vespertilio serotinus_, ma distinto pe’ colori, e pel muso più allungato, di modo che la distanza dall’angolo dell’orecchio alla punta del naso è maggiore dell’altezza dell’orecchio stesso, mentre nel serotinus è subeguale.
Ecco le principali misure:
Dal cubito alla punta dell’ala spiegata 0^m,135 Da un cubito all’altro, cogli omeri distesi 0^m,076 Dall’ano al muso 0^m,085 Dall’angolo dell’orecchio alla punta del naso 0^m,021 Altezza dell’orecchio 0^m,015
Zendjan, Kazvin.
=V. turcomanus=. Eversm. Sartschem. Zendjan.
=V.= (_Pipistrellus_) =marginatus=. Rüpp. Raccolto dal M. Doria nella Persia meridionale.
=Serex= (_Crocidura_) =fumigatus=. De Fil.
=S.= _cauda elongata, crassa, inter pilos procumbentes setis longissimis verticillatim dispositis. In regioni mento-jugulari, utroque latere, verrucis piliferis quatuor. Supra fusco plumbeus, subtus cinereus._
È affine al _S. araneus_ ma se ne distingue pel colorito, per il primo falso molare relativamente più sviluppato, per la coda molto più lunga, come dal confronto seguente:
_S. araneus_. Lunghezza del corpo 0^m,071 — della coda 0^m,034 _S. fumigatus_. — del corpo 0^m,062 — della coda 0^m,042
Un altro carattere, che però non si può riconoscere che negli esemplari conservati nell’alcool, consiste nella presenza in questa specie di quattro bitorzoletti portanti ciascuno un lungo pelo, ad ogni lato della regione mentogolare, lungo la mandibola.
La descrizione data da Pallas (_Zoographia Rosso-Asiatica_) del _S. Güldenstædtii_, può convenire anche a questo nostro, il quale però ha le orecchie così distintamente sviluppate, da non poterglisi applicare la frase _auriculae vix a vellere emergentes_. Se poi il _S. Güldenstædtii_ rassomiglia tanto al _S. leucodon_, da formare con questo una specie medesima (GIEBEL _Die Saugethiere_ pag. 902), allora le differenze col _S. fumigatus_ sarebbero ancora maggiori.
Ebbi di questa specie un individuo in Tiflis dalla gentilezza del signor Bayern, naturalista e raccoglitore indefesso, ed altri due mi furono recati di fresco uccisi in Teheran.
=Ursus arctos=. L. Nel Caucaso e nell’Elburz.
=Mustela sarmatica=. Pali. Erivan.
=Lynx cervaria=. Tem. Caucaso.
=Felis chaus=. Güld. Provincie caspiche.
=F. pardus=. Lin. Ghilan. Mazanderan.
=F. tigris=. Lin. _ibid_.
=Cynailurus jubatus=. Wagn. Mazanderan.
=Hyœna striata=. Zim. Annovero questa specie sulla testimonianza generale, non solo dei persiani da me interrogati, ma anche di un naturalista, del signor Bayern, che mi raccontò il caso di un individuo ucciso pochi anni prima nella città stessa di Tiflis, presso la posta dei cavalli.
=Canis aureus=. L. Commune nel Ghilan.
=C. lupus=. L. Commune nell’Elburz. Incontrato da noi presso Kazwin.
=C.= (_Vulpes_) =corsae.= L. Dovunque.
=C.= (_Vulpes_) =melanotus=. Pall. Frequente anche nelle steppe. La sua pelliccia è un importante articolo di commercio.
=Lepus timidus=. Varietà più piccola e più pallida della commune di Europa. Assai frequente alle falde dei monti.
=Dipus jaculus.= (Pall.) Communissimo dovunque, nelle steppe[66].
=Merlones tamaricinus=. (Pall.) Dall’Armenia, per tutta la Persia occidentale. Preso anche a Schiraz dal marchese Doria.
=Arctomys fulvus= (_Spermophilus fulvus_. Licht. _Sp. concolor_. Geoffr.) Communissimo particolarmente a Sultanieh.
=Cricetus nigricans=. Brandt. Trovato a Sultanieh.
=Cr. phœus=. Pall. Communissimo dall’Armenia per tutta la Persia occidentale. S’introduce anche nelle case.
=Cr. isabellinus=. De Fil. Per la distribuzione generale de’ colori, la qualità del pelo, le proporzioni del corpo e della coda, molto rassomigliante al precedente, ma di assai maggiore statura, e colorito sensibilmente diverso.
Dalla punta del naso alla radice della coda 0^m, 15; (nel _Cr. phæus_ 0^m, 095 al massimo); lunghezza della coda 0,028.
Superiormente grigio isabellino, alquanto più chiaro sui fianchi: la metà inferiore del corpo bianco candido, i due colori bruscamente distinti, sovratutto ai lati del collo. Preso a Teheran dal marchese Doria.
=Mus sylvaticus=. L. La sola specie del genere osservata nel nostro viaggio (Sainkalè. Teheran). Portata anche da Schiraz dal marchese Doria.
Il risultato negativo delle mie apposite ricerche mi farebbe concludere per la mancanza assoluta nella Persia occidentale non solo del _Mus musculus_, ma anche del _M. decumanus_. È questo un fatto molto singolare, in quanto che quest’ultima specie si è diffusa per tutta Europa venendo dall’Asia centrale, per la via di Astrakan e del Volga, in grandi schiere, nel 1727, rasentando quindi i confini della Persia, ma lasciandola privilegiata col non stabilirvi colonie.
=Arvicola amphybius=. L. =var persica=. Molto commune nei luoghi che sarebbero appropriati al _Mus decumanus_, lungo i rigagnoli ed i canali, fin ne’ giardini e nelle case. Si distingue, in confronto colla razza ordinaria di Europa, per il colore che passa al fulvo sui fianchi, ed al bianco nelle parti inferiori. I caratteri osteologici sono assolutamente i medesimi.
=Ar. mystacinus=. De Fil.
=A=. _arvali affinis, sed auriculis et mystaceis longioribus, cauda breviore, facile distinguendus_.
Affine all’_A. arvalis_, da cui però si distingue per le orecchie molto più grandi e più sporgenti dal pelame; pei mustacchi misti di peli bianchi e neri, i primi, assai più lunghi, adagiati ai lati del capo vanno fino al lembo esterno del padiglione dell’orecchio; per la coda molto più breve, tanto da misurare sei volte la lunghezza dell’intiero corpo.
Colore superiormente grigio di sorcio, inferiormente più chiaro.
Questa specie è abbondante nella valle del Lar.
=Antilope= (_Gazella_) =subgutturosa=. Güld. In piccole schiere nelle steppe, particolarmente presso Kazwin.
=Ovis Gmelini=. Blyth. Sui monti. Ararat. Elburz.
=Capra ægagrus=. Gm. Pure sui monti dal Caucaso all’Erburz. Assai frequente.
=Sus oper=. L. Communissimo nelle foreste del Ghilan e del Mazanderan.
_Uccelli._
La stagione nella quale percorremmo le provincie del Caucaso e della Persia occidentale, fra il passo di primavera compiuto, ed il ripasso autunnale non per anco incominciato, era la più sfavorevole per collezioni ornitologiche, come quella che scemava la ricchezza e la varietà delle prede, e dava una predominanza di individui giovanissimi, o con piuma logora od in muta. Sotto altro e miglior punto di vista questa circostanza ci riesciva pel contrario assai propizia, il carattere locale della fauna ornitologica di un paese esprimendosi meglio nella stagione della nidificazione che nelle altre dell’anno. Noi non abbiamo fatto che raccogliere la specie che venivano quasi ad offrirsi ai nostri colpi sulla nostra strada, ma anche questa sfavorevole circostanza fu compensata dal concorso che mi prestarono alcuni miei compagni di viaggio, e specialmente il cav. Bosio, cacciatore insuperabile. Ho dunque fiducia che il catalogo seguente possa dare un’idea sufficientemente adeguata del carattere della fauna ornitologica del paese percorso.
=Gyps fulvus=. (L.) Specie commune dapertutto nelle regioni montuose, e più che altrove attorno al Demavend.
=Neophron percnopterus= (L.) Raro in Persia al sud dell’Elburz, frequenti nel Caucaso e nel Ghilan.
=Falco lanarius=. Schleg.
=F. communis=. Schleg. Riconobbi queste due specie tra i falconi allevati per la caccia. Due individui femmine di _F. communis_, uccisi a Tauris ed a Zendjan, sono in livrea corrispondente a quella figurata da Schlegel nel suo _Traité de fauconérie_, sotto la denominazione di _Faucon tiercelet sors au plumage de cresserelle_.
=Hypothriorchis subbuteo=. (L.) Ucciso presso Marend.
=Cerchneis cenchris=. Naum. Communissimo nelle regioni caucasiche. In numero stragrande nidificante al così detto _Ponte rosso_ sul Kram.
=Pandion haliætus=. (L.) Regioni caucasiche. Ghilan.
=Milvus ater=. (Gm.) Molto commune nelle regioni caucasiche e nell’Armenia. Preso anche in Persia (Kyschlak). Volteggia nell’aria attorno ai villaggi.
=Astur palumbarius=. (L.)
=Accipiter nisus=. (L.) S’incontrano di frequenti, ma anche questi più nelle valli del sistema del Caucaso che in Persia. Entrambi queste specie veggonsi allevate per la caccia.
=Micronisus badius=. (Gm.) Bender-Abbas (Doria).
=Circus œruginosus=. (L.) Ucciso ne’ contorni di Tiflis.
=Athene noctua=, var. =persica=. (L. Bp.) Assai frequente in Persia. Si distingue dalla commune razza di Europa, per colori appena più pallidi.
=Caprimulgus=. Sp. Un solo individuo di questo genere vidi una sola volta in Kazvin; non mi fu dato di prenderlo.
=Cypselus apus=. L. Dapertutto, però non molto frequente.
=Chelidon urbica=. (L.) Molto commune nei siti rupestri alla base dei monti.
=Cotyle rupestris=. Scop. Sui monti dirupati attorno al Demavend. Anche a Bender Abbas. (Doria).
=C. riparia=. L. Trovata molto copiosa a Mianeh.
=Hirundo rustica=. L. Dapertutto ma assai meno abbondante che in Europa.
=Coracias garrula=. L. Coppie solitarie di questa specie trovammo in tutto il paese percorso.
=C. indica=. L. Da Ispahan in avanti, nella regione delle palme. (Doria).
=Merops apiaster=. L. Communissimo dovunque.
=M. persicus=. Pall. Ucciso a Mianeh ed a. Nickbey. Molto più raro del precedente.
=M. viridis=. Lin. Bender Abbas, ov’è communissimo. (Doria).
=Upupa epops=. Molto diffusa, particolarmente nell’Armenia, presso i luoghi abitati.
=Halcyon smirnensis=. (L.) Schiraz (Doria).
=Alcedo hispida=. L. Presa una sol volta a Nickbey.
=Muscicapa luctuosa=. Tem.
=M. albicollis=. Tem. Nei giardini di Tauris.
=Butalis grisola=. (L.) Nei giardini alle falde dell’Elburz. (Kurdan, Tedgrisch, Hafdscheh).
=Erythrosterna parva=. (Bechst.) Ne uccisi un solo individuo a Poti. Il marchese Doria trovò questa specie molto commune ne’ contorni di Teheran in primavera.
=Lanius minor= Gm.
=L. rufus= Bris.
=L. collurio= L. Incontrati dovunque, più frequenti per altro nelle regioni caucasiche.
=Ægithalus pendulinus=. (L.) Armenia (Kumerlou) Persia (Mianeh).
=Parus major= L. Raro dovunque, nei giardini.
=P. cœruleus= L. Trovato nidificante ne’ giardini di Kazvin.
=Sitta syriaca=. Ehr. Frequente ne’ siti rupestri non troppo elevati, dall’Armenia per tutta la catena dell’Elburz.
=Troglodytes europœns=. Cuv. Ghilan.
=Cinclus aquaticus= Bechst. Lungo i fiumicelli montani presso Teheran, e nel Ghilan.
=Crateropus Salvadorii=. De Fil.
_Supra griseus inconspicue olivascens. Plumis capitis et dorsi late, colli laterum stricte brunneo nigrescenti flammulatis, cœeteris plumis scapo nigrescenti. Gula alba. Pectore abdomineque griseis pallidioribus, illo nonnihil in cervino vergenti. Rectricibus alarum inferioribus pallide cervinis. Rectricibus supra transversim obsolete brunnescenti striolatis. Plumulis frontalibus tantum rigidis. Rostro fusco corneo, pedibus pallidis._
_Longit. tot. 0^m, 24, longit. tarsi 0^m, 027, Corporis longitudine caudæ longitudine œguali._
Questa specie porta il nome del distinto ornitologo italiano conte T. Salvadori.
È communissima nella regione delle palme, dopo Schiraz, in branchetti. Vola colle ali distese quasi immobili. (Doria).
=Ixos leucotis=. Gould. Frequente sulla costa del Golfo persico. (Doria).
=Turdus merula=. L. Trovato in Persa una sol volta, nel nostro giardino a Tedgrisch.
=Petrocincla saxatilis=. (L.) sull’Elburz. (Ask, Kharzau).
=Ruticilla phœnicura= (L.) Ne rinvenni alcune nidiate nel giardino reale di Kazvin.
=Cyanecula suecica= L. _var. (C. leucocyana._ Br.) Nella Valle del Lar.
=Erythacus rubecula=. (L.) Ne’ boschetti presso Khend e nel Ghilau.
=Lusciola luscinia=. (L.) Ne’ giardini di Zendian e di Kasvin.
=Irania= n. gen.
_Ex Saxicolinis._
_Rostrum mediocre, apice subincurvo; carina inter nares prominula._
_Alae elongatae: remigibus pogonio interno lato, integro: prima (spuria) tectrices externas longitudinae aequante, secunda longa, quintam subaequante, tertia et quarta longioribus._
_Cauda elongata, subquadrata._
_Tarsi graciles, elongati. Digiti ut in Saxicolis, sed halluce digito interno breviori._
=Irania Finoti=. De Fil.
_Supra griseo-olivacea, in dorso infimo uropygioque sensim griseo-plumbea. Remigibus fuscis, apice subtilissime cervino-pallido limbatis; tectricibus alarum macula hujus coloris terminatis; anulo orbitali, regione parotica, colli lateribus rufescenti tinctis; loris gulaque albescentibus; abdomine medio crissoque albis; pectore ochraceo et coeruleo inconspicue transversim undato. Tectricibus alarum inferioribus, lateribusque abdominis fulvo-ochraceis. Cauda nigrescenti, subtilissime transversim colori obscuriore lineata. Pedibus nigris._
Questa specie porta il nome del barone Finot, console di Francia in Tiflis, che ha lasciato nell’animo de’ componenti la missione italiana in Persia la più grata ricordanza, tante furono e così vigili e così continue e così schiettamente cordiali le cortesie prodigate a tutti ed a ciascuno durante il nostro soggiorno in quella capitale delle provincie Russe Transcaucasiche.
Essa fu da me trovata piuttosto frequente nella gita al Demavend, ad Hafdscheh da prima, quindi nella valle del Lar. Sta ne’ pianerottoli montani fra i cespugli o fra le più rigogliose piante erbacee, d’onde cacciata piglia un volo basso, incerto, breve, e tosto ripiega le ali per nascondersi ancora tra le fronde, così che non riesce agevole l’ucciderla.
=Saxicola oenanthe.= (L.) Dell’intiera classe è questa la specie più diffusa in tutte le steppe della Persia.
=S. deserti.= Rüpp. Bender Abbas. (Doria).
=S. aurita.= Tem. Uccisa a Sardarak e ad Udjan.
=S. stapazina.= Tem. Tiflis.
=S. leucomela=. Pall. Contorni di Teheran.
=Dromoloea chrysopygia=. De Fil.
_Capite, collo, dorso supremo cinereo plumbeis; dorso infimo fuscescente; uropygio tectricibusque caudae (elongatis) albescenti-flavidis, sensim in rubiginoso vertentibus; collo infimo, pectoreque supremo, cinarescentibus, caeterum infra sordide alba; crisso laevissime rubiginoso tincto; remigibus fusco cinereis, secundariis extus rubiginoso marginatis; rectricibus fulvo rubiginosis, versus apicem nigris, limbo extremo denuo rubiginoso._
Il nero sul fondo rosso della coda è esteso per la terza parte delle timoniere laterali, ma nelle due mediane per la metà.
Nelle parli più elevate e sassose de’ monti che fanno corona al Demavend. Rara.
=Pratincola rubetra=. (L). Valle del Lar.
=P. rubicola= (L.) Turkmanschai.
=P. Hemprichii=. Ehr.[67] Marend. Udjan.
=Accentor alpinus= (Gm.) Demavend.
=Curruca hortensis=. (Penn.) Tauris.
=C. atricapilla= (Bris.) Delidjan.
=C. cinerea= _var_. =persica=. Da Delidian in avanti, communissima.
=Sylvia Doriæ=. De Fil. _Habitus, magnitudo, rectricum pictura ut in S. conspicillata, sed rostro breviori, digitis rubustioribus. Supra grifeo isabellino, tectricibus caudæ rufescentibus: subtus alba. Pectoris lateribus pallidissime grisescenti, abdomine infimo pallidissime isabelline adumbratis._
Molto abbondante tra i bassi cespugli del deserto salato, intorno a Yezd. Sta sempre a terra, colla coda alzata. (Doria).
=Drymoica gracilis=. Rüpp. Presa dal marchese Doria nei giardini di Schiraz.
=Phyllopneuste trochilus= (L). Valle del Lar.
=Ficedula elaica=. Lindm. Communissima dall’Armenia fino a Teheran nei giardini e nei boschetti.
=Œdon galactodes=. (Tem.) Diffusa come la specie precedente, quantunque meno commune.
=Acrocephalus= sp. Tauris.
=Calamoherpe arundinacea= (Bris) Helenowko.
=Motacilla alba=. L. Dapertutto, ed appena si distingue dalla commune nostrale pel bianco delle cuopritrici alari più esteso, in modo da formare una gran macchia bianca, come nella _M. dukunensis_.
=M. boarula=. Penn. Trovata a Delidian, e nell’Elburz lungo un piccolo affluente del Lar.
=Budytes flavus= (_melanocephalus_) (Licht.) Di questa specie non rinvenni che la razza dalla testa nera, dall’Armenia in avanti, nei siti umidi, erbosi.
=Anthus aquaticus=. (L). Nei pascoli dell’alta valle del Lar.
=A. pratensis=. (L.) Trebisonda. Tiflis.
=A=. (_Agrodomus_) =campestris=. (Bechst). Tiflis. Valle del Lar.
=Galerita cristata= (L.) Molto abbondante dapertutto, specialmente presso i villaggi.
=Certhilauda desertorum=. Stanl. Bender Abbas (Doria).
=Alauda arvensis=. L. Dovunque, nei campi coltivati.
=Calandrella brachydactyla=. Nè luoghi deserti, dovunque.
=C. pispoletta.= Pall. Armenia (Basc-Nurascen).
=Otocoris larvata=. D. F.
_Habitus Otocoridis penicillatae, sed paullulo minor; capitis et colli parte antica intense nigra, lunula frontali tantum et macula gulari parva triangulari albis._
Questa specie è affine all’_O. penicillata_ di Gould, ma se ne distingue per la grande maschera nera (nel maschio adulto) che occupa la parte anteriore del capo e del collo, appena rotta da una sottile lunula frontale, e da una piccola macchia triangolare sulla gola, di color bianco. Le piumette allungate laterali del capo sono in tal modo disposte da far sì che i ciuffetti caratteristici del genere siano doppj come nell’_O. bilopha_.
La frase troppo succinta colla quale Bonaparte nel suo _Conspectus avium_ caratterizza l’_Alauda albigula_ di Brandt, potrebbe anche applicarsi a questa nuova specie, ma gli esemplari originali dell’_A. albigula_ da me osservati nel museo di Pietroburgo non differiscono per nulla dall’_O. penicillata_.
L’_O. larvata_ si trova sui monti che circondano il Demavend. Vive a terra in piccole truppe, e prendendo il volo fa sentire un sibilo breve, risonante, alquanto modulato[68].
=O. penicillata=. Gould. Ne ebbi vari individui presi nei contorni di Teheran dal colonnello Andreini[69].
=Melacorypha calandra=. (L.) Nei campi coltivati, dapertutto.
=Emberiza hortulana=. L. Abbondante nel Caucaso, più rara nell’Elburz.
=E. Cerruti=. De F. V. la nota a pag. 113.
=Cynchramus miliaris=. (L.) Dovunque, nei campi coltivati.
=Euspiza melanocephala=. (Scop.) Communissima nelle valli cespugliose, e ne’ campi a’ piè dei monti.
=Pyrgita domestica=. (L.) Dappertutto.
=P. montana.= (L.) Ask, a piedi del Demavend, ove tien luogo della specie precedente.
=Petronia stulta.= Bp. Molto commune nelle regioni caucasiclie, nei siti rupestri alla base de’ monti.
=Montifringilla nivalis= (L.) Sul Demavend.
=Fringilla cœlebs=. L. Vista soltanto nel Ghilan (Rustemabad).
=Linota cannabina=. (L.) Nè pianerottoli attorno il Demavend.
=Carduelis elegans=. Steph. Tauris.
=Serinus pusillus.= (Pall.) Nelle valli attorno al cono del Demavend, in branchi numerosi.
=Carpodacus crythrinus= (Pall.) Alta valle del Lar.
=Erythrospiza obsoleta.= (Licht.) Ho trovato questa specie piuttosto copiosa nidificante ne’ giardini di Kazvin. Il colonnello Andreini ne ha uccisi parecchi individui a Teheran; e per contrario non ebbi ad incontrare l’altra specie affine (_E. rhodoptera_. Licht.) che dall’estremo lembo della Persia occidentale tocca i confini d’Europa.
=Chlorospiza chloris= (L.) Trovata soltanto nelle regioni caucasiche (Tiflis, Delidian).
=Coccothraustes vulgaris= Bris. Visto soltanto nel Ghilan (Rustemabad).
=Sturnus vulgaris=. L. Commune dappertutto ne’ villaggi.
=Acridotheres roseus.= (Bris.) Estremamente commune nel Caucaso, nell’Armenia, nella Persia occidentale, si fa sempre più raro verso Oriente.
=Oriolus galbula.= L. Raro. Ne uccisi due soli individui: l’uno a Tedgrisch, presso Teheran, l’altro ad Hagi Baba presso Kazvin.
=Fregilus graculus=. L.
=Pyrrhocorax alpinus=. Viell. Ne vidi branchi numerosi alle falde del cono del Demavend.
=Corvus monedula=. L. Commune nel Caucaso e nell’Armenia: più raro in Persia.
=C. frugilegus=. L. Ne uccisi d’un sol colpo sette individui di uno stormo numerosissimo che veniva sulla sera ad appollajarsi nel giardino reale di Kazvin.
=Corvus corax=. L. Avuto dal signor colonnello Andreini in Teheran.
=Pica caudata=. Ray. Al sud dell’Elburz vista rare volte: piuttosto ovvia nel Ghilan.
=Garrulus melanocephalus= Gené. Nelle regioni subcaucasiche (Uzumkalè, Delidian).
=Picus maior=. L. Armenia (Kamerlou).
=P. khan=. De Fil.
_Occipite, cervice, dorso, fuliginoso-nigris: vertice coccineo: fronte, gula, collo antico, summoque pectore, griseo-cervinis: alis fuliginoso et albo variis: regioni scapulari late alba; remigibus omnibus maculis magnis albis; rectricibus nigris, extimis maculis lateralibus albis, ad apicem flavescentibus: superciliis, collo laterali, albis: pectore, abdomine toto, eodem colore, laeviter griseo flavescenti tinctis; crisso coccineo: maculis nonnullis indistinctis coccineis in regione pectorali: vitta laterali nigrescenti a loro per oculum ducta, et alia intense fuliginosa ab angulo oris usque ad pectus descendente._
Il genere de’ Picchj non può essere che assai scarsamente rappresentato in un paese ove la vegetazione arborea è così rara ed in sparse oasi come nella Persia. Io ne ho visto un solo individuo che non mi riuscì di prendere, nel giardino reale di Tauris, ed un secondo che fu da me ucciso a Tedgrisch, presso Teheran, quello sul quale è fondata la presente nuova specie. La quale deve stare in un medesimo gruppo coi _P. syriacus, assimilis_ ed _himalayensis._ Da tutti si distingue per le macchie bianche sulle ali grandi, più grandi del nero interposto; dal _P. syriacus_ in particolare pel becco alquanto più depresso alla base, per il collo anteriormente ceciato, e colla striscia nera laterale ben separata dal nero del dorso per il bianco interposto.
=Cuculus canorus=. L. Armenia (Kamerlou,) Ghilan (Rustemabad).
=Columba palumbus=. L. Trovata soltanto, e più volte, nelle foreste del Ghilan.
=C. œnas=. L. Ne uccisi parecchi individui nella pianura di Suram (Caucaso).
=C. livia.= Bris. Communissima nelle steppe della Persia, lungo gli aquedotti sotterranei, negli spiragli dei quali si rifugia. Ne uccisi molti individui, tutti colla parte inferiore del dorso di color bianco.
=Turtus auritus.= Ray. S’incontra dappertutto ove siano boschetti o filari di alberi.
=Pterocles arenarius=. Pall.
=P. chata=. Pall. Su queste due specie animatrici delle steppe, vedi pag. 189.
=Phasianus colchicus=. L. Frequentissimo nelle foreste lungo il Rioni, lungo il Kur ed alle sponde del Caspio.
=Francolinus vulgaris=. (?) Steph. Se alla razza tipica, oppure a quella inalzata al rango di specie da Bonaparte, col nome di _F. tristriatus_, spetti il Francolino di Persia, non potrei dire. La specie non si trova che nella provincie meridionali. Il marchese Doria che ne uccise molti nel suo viaggio, non ne raccolse le spoglie.
=Tetraogallus caucasicus.= Pall. (_Kepkederreh_ de’ Persiani) sulle catene del Caucaso e dell’Elburz tiene il posto del _Tetrao tetrix_ nelle Alpi. Ne ebbimo un individuo di fresco ucciso sui monti presso Diulfa.
=Perdix chucar=. Abbondantissima da Erivan in poi, sulle montagne. Ne incontrai molti branchi alla base del cono del Demavend ed a Kharzan.
=Ammoperdix griseogularis=. (Brdt.)[70]. È il _Tiku_ de’ Persiani. Straordinariamente abbondante nelle valli alle falde dell’Elburz.
=Starna cinerea=. (L.) Non oltrepassa i monti settentrionali dell’Armenia. Presa ad Uzumkalè.
=Coturnix dactylisonans=. Meyr. Assai copiosa dappertutto, nei campi coltivati.
=Otis tarda=. L. Frequente nelle steppe del Caspio.
=O. tetrax=. L. Ne vedemmo una copia su di un isolotto sabbioso lungo il Rioni.
=O. houbara=. Gm. Due individui assai malconci, di fresco uccisi, di questa precisa specie, non dell’affine _O. Macquenii_, ci furono regalati in Djulfa da un cacciatore tartaro.
=Oedicnemus crepitans=. Tem. Sui greti di Mianeh e di Sainkalè.
=Cursorius œuropœus=. Lath. Ucciso nel piano di Sainkalè!
=Glarcola pratincola.= (L.) Erivan, Sultanieh, Sainkalè.
=Œgialites cantianus=. (Lath.) Sultanieh.
=Œ. fluviatilis.= Bechst. Assai commune ne’ letti sabbiosi de’ fiumicelli.
=Eudromas caspius=. (Pall.) Lungo la spiaggia del Caspio ad Enzeli.
=Vanellus cristatus= M. et W. Nei pascoli a Kamerlou ed a Sultanieh.
=Gallinago scolopacinus=. Bp. Nelle paludi presso Enzeli.
=Pelidna minuta=. Leisl.
=P. cinclus=. L. Trovati entrambi abbondanti sulle spiaggie sabbiose presso Enzeli.
=Totanus calidris=. L. Visto in varj luoghi: ad Helenowko, a Sainkalè, nel Murdab.
=T. glareola=. (L.) Enzeli.
=T. ocropus=. (L.) Mianeh-Saìnkalè.
=Xenus cinereus=. (Güld.) Ucciso presso Enzeli.
=Ibis falcinellus.= (L.) In grandi truppe nel Murdab.
=Ardea cinerea=. (L.) Mianeh.
=Egretta alba=. (L.).
=E. garzetta=. (L.).
=Buphus bubulcus=. (L.) Uno sterminato numero di individui di queste tre specie, e dell’ultima sopratutto, pascolavano nel grande stagno del Murdab.
=Ciconia alba=. Bris. Commune dappertutto.
=C. nigra=. L. Vista soltanto nel Caucaso. (Delidian).
=Gallinula porzana=. L. Trovata commune a Veramin in primavera dal marchese Doria.
=G. chloropos=. L. In gran numero nè canneti del Murdab.
=Fulica atra=. L. Abbondantissima in uno stagno presso il lago Goktscha.
=Casarea rutila.= (Pall.).
=Oidemia fusca=. (L.) Vidi queste due specie abbondantissime nel lago Goktscha, ed in uno stagno fra Basminsk ed Udian.
=Phalacrocorax carbo.= (L.)? Nello stagno dianzi accennato, è nel Murdab.
=Ph. pygmœus=. (Pall.) Nel Murdab.
=Pelecanus crispus=. (=?=) Bruch. Lago Goktscha.
=P. onocrotalus=. L. In truppe numerose presso Astrakan.
=Sylochelidon caspia.= (Pall.) Mar Caspio.
=Hydrochelidon hybrida=. (Pall.)
=H. leucoptera=. (Tem.)
=H. fissipes= (L.) Trovasi questa specie straordinariamente abbondanti presso Enzeli. Ne uccisi molti individui tutti in livrea di gioventù.
=Sterna hirundo=. L. Mianeh. Enzeli.
=St. minuta=. L. Mianeh. Enzeli.
=Croicocephalus ridibundus.= (L.) Lago Goktscha. Murdab.
=Larus argentatus= (_leucophæus_). Licht.
=L. fuscus= (_fuscescens_) Licht. Trovati entrambi nel mar Caspio, presso Baku.
_Rettili_.
=Testudo ibera=. Pall. Communissima dovunque ne’ giardini, nei boschetti, ed anche nei luoghi sassosi ed aridi presso le aque.
=Cistudo europea=. Schöpf. Negli stagni salati della regione caucasica, e nel Murdab. Straordinariamente abbondante ad Enzeli.
=Emys caspia=. Schweig. Communissima dovuuque lungo le aque limpide e correnti.
=Gymnodactylus caspins.= Eichw. Nelle provincie caspiche. Il marchese Doria ne ha portato un esemplare da Hamadan.
=Stenodactylus guttatus.= Cuv. Bender Abbas. (Doria).
=Varanus arenarius=. Geoffr. Molto commune nella pianura di Veramin. Ne ebbi un bel esemplare dal colonnello Andreini.
=Stellio caucasicus=. Eichw. Molto frequente ne’ luoghi sassosi e montani, anche a notevole altezza sull’Elburz.
=St. nuptus.= De Fil. _Stellio carinatus_ Dum. (1851). Io ho descritto fin dal 1843 questa specie, col nome di _Agama nupta_[71], dietro un esemplare raccolto a Persepoli dal signor Osculati. Questo nome specifico non fu da me scelto per sola bizzaria di contrasto col nome generico, ma anche per indicare la connessione fra i due generi _Agama_ e _Stellio_ che veniva stabilita dalla coda, nè completamente embriciata, nè completamente verticillata di questa nuova specie. La _folidosi_ omogenea del dorso fu interpretata da me come carattere prevalente di _Agama_.
Gli esemplari portati parimenti da Persepoli dal marchese Doria mi hanno convinto della convenienza di trasportare definitivamente questa specie fra gli _Stellio_. Un carattere importantissimo sfuggito all’egregio erpetologo parigino, consiste nell’essere lo squame dorsali e caudali finemente pettinate, il quale carattere si trova, sebbene in minor estensione, anche negli _Stellio vulgaris_ e _caucasicus_.
=Agama=. (_Podorrhoa_ Fitz.) =agilis=. Oliv. Molto ovvia nelle steppe da Kazvin a Teheran, ed anche nelle provincie meridionali.
=A=. (_Eremioplanis_ Fitz.) =Lessonæ=. De Fil.
Questa nuova specie che porta il nome del mio amico e compagno di viaggio Lessona, fu trovata dal marchese Doria presso Ispahan. È affine assai per tutto il complesso de’ caratteri all’_A. mutabilis_, ma se ne distingue facilmente per le squame del capo e del dorso tutte distintamente carenate. Superiormente grigiastra, con fascie brune-trasversali, rotte da una macchia chiara nel mezzo del dorso, e da altre macchie longitudinali sui fianchi. Inferiormente bianco perlacea.
=Phrynocephalus helioscopus=. (Pall.) Nelle steppe dell’Armenia.
=Phr. persicus=. De F.
_Nares rotundatæ distantes_. _Notei pholidosis valde heterogenea, mucronibus hinc et inde fasciculatis in cervice, in dorso, in caudae et artuum parte supera. Squamae foemorales et humerales laeves._
_Griseo rufescens, maculis lateralibus angulatis fuscis. Ad latera colli maculae duo amplae pallide indigotinae, rubiginoso marginatae; gula lineis cinereo-azureis vermiculatis adspersa._
Questa specie si distingue dal _Phr. helioscopus_ (Pall.) pe’ seguenti caratteri: 1.º Per le squame spiniformi sporgenti distribuite a fascicoli su tutte le parti superiori del corpo, e formanti lungo la parte mediana del collo una piccola cresta longitudinale; 2.º per le squame de’ femori e delle coscie non carenate; 3.º per le narici separate da una serie di 5 squame (da due sole nel Phr. helioscopus); 4.º pel contorno del muso più ottuso; 5.º infine pe’ colori. Dal _Phr. varius_, Eichw.[72] è pure differente per gli accennati due ultimi caratteri ed inoltre per le squame labiali superiori ed inferiori uguali, per le squame marginali della palpebra inferiore assai sporgenti ed acute. A maggior ragione poi si distingue dalle altre specie del genere, le quali hanno le squame del dorso fra loro poco disuguali e tutte, adagiate. Del rimanente eccone una più particolare descrizione:
Testa larga; corpo assai depresso, grosso. Gli scudetti delle regioni frontale ed occipitale grandicelli, rilevati, quelli della regione supraorbitale notevolmente più piccoli e più appianati. Piastrelle labiali superiori ed inferiori in numero di 20 per ogni lato, tutte subeguali e senza pori. Molti fascicoli di squame spiniformi con tendenza a disporsi in serie lineari longitudinali alla parte anteriore del corpo, ed in gruppi circolari alla parte posteriore. Nel mezzo della regione cervicale una piccola cresta longitudinale. Questi fascicoli di squame spiniformi si trovano non soltanto sul dorso, ma alla regione timpanica, ai lati del collo, sulla regione omerale, sulle estremità posteriori, sulla base della coda. Il _Phr. persicus_ è il più irto di tutti i Frinocefali sino ad ora conosciuti.
Un grigio terreo alquanto rossastro costituisce il fondo generale della parte superiore; un bianco sporco volgente un poco al roseo occupa tutta la parte inferiore o terrestre dell’animale. Da questa parte la sola gola offre delle linee vermicolate formanti un marezzo grigio-azzurro. La parte superiore del capo è senza macchie. Ai lati del collo trovansi due grandi macchie di color indaco cinerognolo, e contornate di un sottile lembo ruggine che l’azione dell’alcool fa sparire prontamente. Quattro macchie angolari brune trovansi per ogni lato del dorso e due simili alla base dalla coda; alle quali poi seguono altre macchie più numerose e più arrotondate. Altre poche macchie brune trasverse trovansi sulle gambe.
La descritta livrea è affatto costante, e costituisce quindi un ottimo carattere di questa specie, la quale è diffusa a profusione nelle campagne deserte da Sultanieh a Teheran.
=Phr. Olivierii=. Dum. Bibr.
Molti esemplari furono raccolti nelle provincie meridionali dal marchese Doria.
=Eremias variabilis=. Fitz. Estremamente abbondante nelle steppe dall’Armenia per tutta la Persia.
=E. pardalis= Licht. Più raro assai della precedente.
=Lacerta viridis=. _var. strigata_. Eichw. Ovvia nelle regioni caucasiche (Tiflis, Lenkoran). È una razza costante, assai prossima al rango di vera specie.
=L. Brandtii=. De F.
_Habitus Lacertae muralis._
_Narium scutellis posticis duobus; squamulis temporalibus latiusculis; scutellorum abdominis seriebus decem._
_Supra grisee-olivacea nigro maculata; maculis nonnullis azureis prope regionem axillarem; suttus pallide glauco-viridis, regione anali et caudae parte infera igneo colore suffusis._
Specie distintissima per lo straordinario numero delle serie degli scudetti ventrali. Due scudetti formano il contorno posteriore delle narici, uno de’ quali sarebbe il naso frenale di Duméril e Bibron. Pori femorali 16-18 per ogni lato.
Collare poco distinto: una piastrella mediana piuttosto grande, le laterali che vanno presto impiccolendosi fino alle proporzioni delle squame ordinarie del collo, così che appena si possono contare tre piastrelle ad ogni lato della piastrella maggiore mediana.
Presa a Basminsk, prima nostra stazione dopo Tauris.
=L. Taurica=. Pall. Frequente al piano, da Trebisonda, per le provincie del Caucaso, fin nell’Armenia. Non vista più oltre.
=L. muralis.= Latr. Rara, e solo nei luoghi elevati (valle del Lar).
=Ophiops elegans=. Mènètr. Communissima nelle steppe dell’Armenia per tutta la Persia occidentale, al di qua e al di là dell’Elburz.
=Plestiodon Aldovrandi=. Dum. Bibr. Mollo commune da Erivan a Diulfa: sembra però che non oltrepassi, verso Oriente, la valle dell’Arasse.
=Euprepis affinis=. De F.
_Supra cinereo-olivaceus, lævissime aeneo micans; subtus perlaceus. Dorso seriebus quatuor parallelis longitudinalibus macularum nigrarum, sensim in regione pelvica evanescentium. In utroque latere fascia latiuscula nigra supra et subtus late albo limbata._
Questa specie è affine all’_Eup. septemvittatus_ dell’Abissinia, al quale perfino rassomiglia non poco nella distribuzione de’ colori, se non che gli scudetti del capo non sono punto contornati di nero. Le squame del dorso presentano ciascuna tre piccole carene divergenti e così poco rilevate da essere difficilmente riconoscibili.
Io ho raccolta questa specie a Kazvin.
Il Marchese Doria l’ha portata anche dalla Persia meridionale.
=Ablepharus Ménétriesii=. Dum. Bibr. Piuttosto rara. Trovato a Tauria ed a Kazvin.
=Anguis fragilis.= L. Io rinvenni questa specie a Tiflis. Il marchese Doria mi assicura averla veduta anche a Teheran.
=Pseudopus Pallasii=. Opp. Questa specie, non deve mancare anche negli alti piani della Persia: io però non la incontrai che una sola volta, nelle provincie caucasiche (Hussein Beglar).
=Typhlops vermicularis=. Merr. Piuttosto frequente ad Erivan ne’ siti umidi.
=Eryx jaculus=. _var_. Teherana. Jan.
Merita d’essere distinta come varietà dall’_E. jaculus_ d’Egitto. Color del fondo nocciuola; distribuzione delle macchie un po’ differente che nel tipo della specie; esse sono assai irregolari, isolate fra loro o tutt’al più confluenti a due a due; le più grandi stanno sul dorso, le minori sui fianchi; tutte son formate da striscie nerastre parallele decorrenti sui margini delle squame. Circa gli scudetti laterali della testa, poco differisce dalla specie tipica. In ambedue gl’individui esaminati s’osservano 4 scudetti o grandi squame in linea retta fra il nasale e l’occhio; nella specie non sono più di 3 e poste assai irregolarmente. Scudetti che formano il cerchio dell’occhio 11, 12; nel tipo son quasi sempre 10. Sopralabiali 12, cioè: due o tre di più che non nella specie tipica.
Dimensioni Museo di Torino Coll. Doria Lunghezza totale 46" 56" — della coda 5" (mozzata) 3" — scudetti addominali 191 185 — — caudali 25 — 14
Serie longit. di squame 45; prima dell’ano 28, dopo 22; alla metà della coda 10.
=Eirenis collaris=. (Ménétr.) Trovato a Tiflis, ad Erivan, ed anche nella Persia meridionale.
=Tyria Dahlii.= (Fitz.) Tiflis. Erivan.
=Tarbophis fallax.= (Fitz.) Tiflis.[73].
=Periops caudolineatus.= (_Zamenis_. Günth. Cat. of the snakes in the Brit. Mus. p. 104). Per la sua forma deve essere separato dai _Zamenis_ ed andare riunito al gen. _Periops_. Fra i molti individui esaminati è rimarchevole la varietà _nera_ che trovasi nella collez. Doria e fu raccolta a Teheran. Si osservano anche differenze notevoli, probabilmente dovute a diversità di sesso. La maggior parte degli individui hanno le squame con carene assai visibili; in altri invece si rimarca appena una leggiera convessità in mezzo alle squame. Negli uni le macchie del dorso sono grandi, subrotonde e sono circondate addirittura dal color del fondo; negli altri sono più piccole, ovali e contornate da un orlo bianco-giallastro. Su tutti però si osservano le striscie nere longitudinali che cominciano alla parte posteriore del corpo e continuano su tutta la coda.
=P. parallellus=. Geoff. var Schiraziana, Jan.
Differisce dagli esemplari dell’Egitto per le macchie del dorso subrotonde; quelle che alternano sui fianchi sono d’ordinario ovali o subrotonde non mai allungate e rettangolari. Inoltre negli individui d’Egitto i prefrontali stanno a contatto col frontale, mentre in quelli di Persia sono separati da tre piccoli scudetti; questa particolarità è così costante nei molti esemplari da me veduti, che può essere ritenuta per un buon carattere per distinguere dalle altre la varietà della Persia.
=Psammophis Doriæ=. Jan.
Rassomiglia grandemente al _Ps. moniliger_ e precisamente a quella varietà che mi fu communicata dal museo di Leyda come il tipo del _Choridoson sibiricum_. Differisce nondimeno da tutti i _Psammophis_ per la singolar struttura del nasale che consta di tre scudetti: l’anteriore è il più grande e riceve in un angolo rientrante il foro della narice; dietro ad esso stanno gli altri due sovrapposti, dei quali l’inferiore è piccolo ed il superiore è assai lungo ed arriva sino alla metà del frenale al quale sovraincombe. Gli altri suoi caratteri soqo: 1 preocculare, 3 postoculari, 5-6 temporali; 9 sopralabiali di cui il 4º, 5º e 6º toccano l’occhio; 11 sottolabiali di cui il 6º è il più grande. Squame liscia in 17 serie longitudinali. La tinta generale del corpo è bianco-giallognola con tre serie longitudinali di punti neri sul dorso, ciascuno dei quali occupa l’apice di una squama; sulla testa vi hanno delle fascie longitudinali nerastre come nel _Ps. monigiler_. L’esemplare è lungo 65" 5''', la coda 15". Contansi 178 addominali e 79 caudali doppi.
=Zamenis viridiflavus=. var.
=Z. rhodorachis.= Jan.
Questa specie fu da Günther ritenuta come una varietà del _Z. florulentus (Z. ventrimaculatus_ Günth. Cat. of the Snakes in the Brit. Mus. p. 106). Egli la descrive così: «Var. C. Olive, without cross bands, a broad rose coloured band along the whole back; form and structure of head shields completely the same as in the following varieties» _(florulentus)_. — Essa però è non solo sempre priva delle macchie trasversali che distinguono a prima vista il _Z. florulentus_, ma ha costantemente 19 serie, e non 21 come le ha quest’ultima specie.
=Spalerosophis.= n. gen.
Appartiene alla famiglia dei Colubridi ed ha alquanto l’aspetto dei _Periops_, ma se ne stacca pei seguenti _Caratteri generici_. Parte anteriore della testa coperta superiormente da 20-25 _piccoli scudetti irregolari che stanno al posto degli internasali_ e dei _prefrontali_; ad essi tengon dietro un frontale, due sopraoculari e due parietali. Occhio interamente circondato da 10-13 scudetti di varia forma, che gl’impediscono di toccare i labiali. Rostrale troncato all’apice, a sei angoli ben decisi. Nasale diviso. Frenale e temporali sostituiti da piccole e numerose squame. Labiali sup. 14-15, inf. 15-17. Due paia di inframascellari. Squame piccole, liscie, convesse, disposte in 41-43 serie longitudinali. Anale intero. Caudali doppi. Denti della mascella superiore lisci, uguali in grandezza, senza intervallo _(Isodonta)_.
=Sphalerosophis microlepis.= Jan.
Color del fondo quasi di camoscio (o meglio caffè al latte). Superiormente notansi delle macchie nerastre rettangolari strette e trasversali al dorso, fiancheggiate da altre, longitudinali presso il collo, indi più piccole, subquadrate, alternanti; una fascia nera corre fra gli occhi e si prolunga fin dietro la bocca. Di sotto è di color giallastro senza macchie.
L’esemplare raccolto da Doria nel Laristan misura 123", la testa 3" 8''', la coda 24". Dopo 4-5 paja di squame gulari contansi 263 addominali e 100 caudali doppi.
Un altro posseduto dal museo di Milano, proveniente a quanto pare da Schiraz, è lungo 70", la coda 15". Esso è in tutto eguale al primo, sia pel colorito, sia per la folidosi.
=Tropidonotos hydrus.= Pall. È senza contrasto la specie più abbondante in Persia, ed anche la più diffusa, trovandosi dalla Russia meridionale, sin nelle provincie meridionali della Persia.
=Echis carinata.= Merr.
=Vipera lebethina.= Forsk.
_Anfibj._
=Rana cachinnans.= Pall. È molto incerto se questa specie debba andar distinta dalla commune _R. esculenta_ di Europa. La diversa macchiettatura e la diversa voce farebbero propender per l’affermativa. Sarebbe allora da riferirsi a questa specie la rana commune da Trebisonda per tutta la Persia occidentale.
=R. oxyrhina.= Steenslr. Probabilmente la vera R. temporaria manca nella Persia occidentale. Gli individui da me raccolti presso il lago Goktscha ed a Sultanieh presentano tutti i caratteri dell’_oxyrhina_.
=Bufo variabilis.= Pall. S’incontra dovunque siano pozzanghere o stagni.
_Pesci._
Avendo già enumerate la specie finora conosciute del Caspio, eviterò una inutile ripetizione, e farò cenno soltanto de’ pesci degli altipiani della Persia, e de’ confinanti paesi, lamentando che il mio bottino ittiologico, per sè stesso non ricco, siasi ancora assottigliato dalla perdita di una molto bella collezione fatta a Sainkalè.
=Gobius macropus.= De Fil.
_Minor: corpore subcilindrico; pinnis pectoralibus et ventralibus valde elongatis; squamis semicircularibus._
D. 6 — 18. A. 14. V. 12. _Squam. ser. long._ 56. _ser. vertic._ 22.
Di color pallido, con poche macchiette brune disseminate, e liste longitudinali brune sulle natatoje dorsali e sull’anale. Pettorali con raggi assai lunghi, arrivanti fino al 3º raggio della 2ª dorsale; la ventrale lunga che, distesa sul ventre, oltrepassa l’apertura anale. Occhio grande più di un terzo del capo; superiormente l’uno quasi contiguo all’altro.
Dal lago Palestem presso Poti.
=Cyprinion tenuiradius.= (Heck. Fische Syriens. pag. 159) contorni di Schiraz (Doria).
=Systomus alpinus.= De Fil. (_Syst. albus var alpina_ Heck. op. cit. pag. 155). Trovo conveniente convertire in nome specifico quello dato da Heckel alla varietà di Persia del suo _Sys. albus_, dissonando troppo quest’ultimo nome per una specie di color piombino scuro. Portata da Schiraz dal marchese Doria.
=Barbus lacerta.= Heck. (op. cit. pag. 54. tav. II. fig. 1). Molti individui delle sorgenti dell’Eufrate presso Erzerum mi furono spediti dal cav. Bosio R. console d’Italia in Trebisonda.
=B. Cyri.= De Fil. Questa specie del Kur presso Tiflis, fu da me confusa colla precedente. (Archivii di zoologia, ecc. tomo II, Modena 1863). Mi risulta invece, dopo il confronto col vero _B. lucerta_, come affatto distinta per l’occhio notevolmente più piccolo, le labbra meno carnose, il 3º raggio della dorsale molto più grosso per due terzi della sua lunghezza, e coll’apice molle.
Dal B. _scincus_ Heck, al quale pure molto rassomiglia, si distingue per le squame più piccole.
D. 2 — 8. A. 2 — 5. _Squam. scr._ 66 13/13.
=B. miliaris.= De Fil.
_Microlepidotus: corpore elongato; centro oculi supra, apice operculi infra axin corporis. Radio osseo pinnae dorsalis supra pinnarum abdominalum origine, margine postico serrato, apice molli._
D. 2/8. A. 2/6. V. 1/8. P. 1/14. _Squam. ser._ 92 18/20.
Gli occhi superiormente sono fra loro distanti di un diametro e mezzo. Fra l’occhio ed il cirro angolare corre poco più di un diametro oculare. La pupilla è superiore, l’apice dell’opercolo invece è inferiore all’asse del corpo. Il diametro oculare sta quattro volte e mezza nella lunghezza del capo; e la lunghezza del capo misura altrettante volte la lunghezza totale, compresa la coda.
Finalmente macchiettato di nero anche sul ventre e sulle pinne dorsale ed anale.
De’ fiumicelli presso Teheran.
=Abramis microlepis= De Fil.
_Corpore compressiusculo, longitudine altitudinem ter superante._
_Capite impressione nuchali a thorace distincto. Linea lateralis in medio corporis. Squamae exiguae._
D. 2/9. A. 2/17. _Squam. ser._ 82 15/15.
La lunghezza del capo misura una volta e mezza l’altezza del corpo. La mascella superiore è alquanto sporgente; la bocca piccola. Il diametro oculare è uguale ad un quarto della lunghezza del capo. La perpendicolare calata dal primo raggio dorsale corrisponde alla metà delle ventrali adagiate sul corpo.
Argenteo, verdastro sul dorso. Una fascia scura longitudinale ai fianchi circa al terzo superiore dell’altezza del corpo. Pinne bianco-ranciate; la dorsale coll’apice nerastro.
Del Kur, presso Tiflis.
Questa specie è molto affine al _Cypr. chrysoprasius_ di Pallas (_Zoographia Rosso-Asiatica_, pag. 318), ma se ne distingue per tre soli raggi alla membrana branchiostega, come nelle altre specie del genere, e per un minor numero di raggi alla pinna anale.
=Capoeta chebisiensis= (Keys). (_Neue Cypriniden aus Persien pag. 8_, tav. 11).
=C. saadi= (Fleck). (Op. cit. pag. 158).
Esemplari di questa e dell’antecedente specie furono raccolte dal march. Doria presso Schiraz.
=C. umbla?= (Heck). (Op. cit. pag. 70).
Fra i pesci raccolti a Sainkalé nell’Abhar, e che andarono perduti, una specie vi era che pe’ caratteri generali e sovratutto per la minutezza delle squame si ravvicina a questa.
=C. socialis= (Heck). (Op. cit. pag. 115).
=C. fratercula= (Heck). (Op. cit. pag. 69).
Le piccole capete così frequenti in tutti i fiumicelli da Tauris a Teheran si riferiscono in massima parte a queste due specie.
=Squalius turcicus.= De Fil. Molto assomigliante allo _Sq. cavedanus._ Taglio della bocca obbliquo. Mascella inferiore alquanto sporgente. Diametro dell’occhio misurante 5 volte la lunghezza del capo: questa subeguale all’altezza del corpo, e misurante 5 volte la lunghezza del corpo stesso. Fronte piana, larga: il diametro oculare sta 1 3/4 nella distanza fra un occhio e l’altro. Perpendicolare del 1º raggio dorsale cadente sulla 16ª squama della linea laterale. Pinna anale piuttosto alta, arrotondata, squame grandi 41 7/3. D. 2 — 8. A. 2 — 9. Dell’Arasse presso Erzerum. Avuta dal cav. Bosio.
=Telestes leucoides.= De Fil.
_Habitus, corporis proportiones, pictura, uti in Leucode aula. Pinna dorsalis ventralibus retroposita._
D. 2/8. A. 2/9. Ser. squam. 40 7/4.
Rassomiglia perfettamente ad uno dei pesci più volgari di Lombardia e di Piemonte, che è il _Leucos aula_ Bp; ma se ne distingue per que’ caratteri che separano il genere _Telestes_ dal genere _Leucos_ cioè per avere due ordini di denti faringei, e non già un ordine solo. Proprj di questa specie, in confronto delle congeneri, sono la forma del corpo assai meno svelta, l’attacco della dorsale dietro quello delle ventrali, le grandi squame.
Ho trovato questa specie in un rigagnolo presso Batum.
=Phoxinus Marsilii= (?) Heck.
Nello stesso fiumicello di Batum guizzavano in gran numero dei Phoxinus dalla linea laterale distinta e continua fino alla coda, e nei quali spiccava un carattere che io non ho mai riscontrato, in alcuna stagione, nel commune Ph. levis d’Europa: l’angolo superiore dell’opercolo rilevato e di color bianco, d’onde risultavano due macchiette laterali bianche marcatissime. È noto che Heckel, autore della specie che porta il nome di _Marsilii_, la ha poscia ricongiunta al _Ph. lœvis_.
=Alburnus Eichwaldii.= De Fil. _Cypr. alburnus Lin._ juxta Eichw.
_Corpore elevatiusculo: longitudine altitudinem quater superante. Oculis majusculis._
D. 2/8. A. 2/12. _Squam. ser._ 50 11/7.
Corpo più elevato che nelle specie congeneri: la sua altezza sta quattro volte nella lunghezza, compresa la pinna caudale. Muso acuto; la mascella inferiore poco sporgente. Dorsale posta molto all’indietro dell’attacco delle ventrali. Linea laterale che segue la curva del ventre. Dorso bruno verdastro chiaro. Una striscia nerastra longitudinale equidistante dal profilo del dorso e della linea laterale.
Abbondantissimo nel Kur presso Tiflis.
=A. iblis.= Heck. Erzerum. Arasse. Eufrate.
=A. Doriæ.= De Fil.
Rassomigliante pei colori e per le proporzioni alla specie precedente, ma distintissimo per le squame assai più grandi. Sq. 53 8/4. D. 3 — 7. A. 3 — 9.
Linea laterale quasi diritta, cioè che lo distingue dal _Leuciscus albuloides_. Val. Portato dal marchese Doria dai dintorni di Schiraz.
=Cobitis persa.= Heck. (Op. cit. pag. 164).
È la specie la più abbondante e la più diffusa di tutti i fiumicelli della Persia; e così rassomigliante in tutto alla _C. insignis_ Heck. di Siria, da non doversi da questa specificamente separare.
=C. merga.= Krinicki.
Questa specie, da cui non sembrami punto differire la _C. malapterura_ Val, e sarei per dire neppure la _C. tigris_ Heck, fu da me trovata ne’ fiumicelli di Sartschem e di Sainkalé, ma in scarso numero di individui.
=Acanthopsis aurata.= De Fil.
_Habitus Acanth. taeniae, sed corpore longiore, cirris longioribus, aculeo infraorbitali cum diametri verticalis oculi prolungatione coincidente. Corporis lateribus et abdomine nitide auratis._
D. 1 — 7. V. 7. P. 8. A. 1 — 6.
L’altezza del corpo sta 6-1/2 nella lunghezza totale. Cirri lunghetti: il mascellare esterno disteso sulla guancia arriva al maggiore anteriore dell’orbita. Spina sottorbitale corrispondente alla perpendicolare calata dal centro della pupilla. Colori distribuiti come nella _C. taenia_; più distinte però sono le macchie quadrate nel mezzo del dorso, e fra esse e le macchie laterali nebulosità sfumate. Lati del corpo e ventre di un bel dorato brillante.
Trovata in un fiumicello presso Sartschem.
=Petromyzon.= Molti individui ancora allo stato di larva (_Ammocætes_), furono da me pescati in un ruscello presso Batum. Rassomigliano in tutto alla commune piccola lampreda d’Europa, (_P. Planeri_ sen _Ammocætes branchialis_), colla sola differenza delle dimensioni alquanto maggiori. Non avendo potuto rinvenire la forma adulta, la specie non mi riesce determinabile.
Qui finisce l’elenco degli animali vertebrali osservati nel nostro viaggio.
Il ricchissimo bottino entomologico che trovasi tuttora nelle mani del march. Giacomo Doria non sarà così presto scientificamente ordinato. Il giovane naturalista che ha troppo gustate le emozioni della vita attiva per campi inesplorati, le immediate soddisfazioni del ricercatore felice, è ancora impaziente del tranquillo minuto e duro lavoro del gabinetto. Per non lasciare però a questo posto una troppo grave lacuna, darò qui, valendomi delle osservazioni stesse communicatemi durante il viaggio dal mio amico Doria, un abbozzo che esprima almeno l’impressione generale del carattere dominante nella fauna entomologica del paese percorso.
Come nelle altre classi del regno animale, la Persia non offre nulla di caratteristico in quella degli insetti. Non vi sono tipi particolari al paese. È la fauna circum-mediterranea nel nord e nel centro; quella d’Egitto e di Siria, con aggiunte di alcune poche specie indiane, nel sud, fino alla sponda del golfo persico. Di coleotteri la Persia è poverissima. I deserti salati, che per i due terzi formano la faccia del paese, sono poco favorevoli allo sviluppo delle specie. Pochi Tenebrionidi, Adesmie, Pimelie, Tentirie, abitano quelle immense desolate pianure. Fra le radici delle salsole, e di altre piante caratteristiche dei terreni salini sono abbondanti alcuni _Dyschirius_ e specie di Anticini. Quest’ultima famiglia è una delle più riccamente rappresentate nella Persia. La completa mancanza di foreste e la grande aridità (si eccettuino sempre il Ghilan ed il Mazanderan), spiegano la grande scarsità de’ Carabici. Negli altipiani, Doria non ebbe a trovare una sola specie di _Carabus_, soltanto una piccola _Calosoma_ che di giorno corre sui terreni infuocati del deserto, ed è veramente caratteristica del paese per la sua grande estensione dalle falde dell’Elburz fino alle sponde del golfo Persico. Uguale distribuzione geografica ha il _Metabletus exclamationis_, abbondante del resto anche in Siria ed a Cipro. Poverissima vi è la famiglia degli Idrocantari, ed appena mediocremente rappresentata quella de’ Brachelitri. I prati, così di piano come di monte, che in primavera ricuoprano alcune più fortunate parti del paese, sono abbastanza ricchi di insetti florali. Le _Cantharis_, le Litte, le _Mylabris_, le Cerocome, ed alcuni bei Cleriti, vi sono abbondantissimi. Anzi le _Mylabris_ sono caratteristiche del paese per eccellenza. Gli Elateridi vi sono in numero minimo. Non così i Buprestidi, rappresentati dalle belle Iulodis viventi in famiglia innumerevoli sull’_Alhagi camelorum_, dalle grosse _Capnodis_ de’ salici, e da molte piccole specie assai interessanti. Lamellicorni e Cerambicini pochissimi. Fra i primi qualche bel Rizotrago: straordinariamente commune la _Polyphylla fullo_, e commune pure qualche bella Cetonia, per esempio la _Oxythyrea cinclella_, che rappresenta, come in tutto Oriente, la volgare _stictica_ di Europa. Fra i secondi qualche specie di _Oberea_, _Clytus_, _Leptura_, e la solita _Aromia ambrosiaca_, ma di grosse specie nulla. La povertà di queste due ultime famiglie è sufficientemente spiegata nella Persia dalla mancanza di vecchi tronchi in decomposizione. Meno alcune specie di Altiche, e la communissima _Coccinella 7-punctata_, di Crisomeline e Coccinelle vi è grande scarsità. Pochi Curculioniti, ma in compenso di specie assai interessanti. Grande abbondanza di Ortotteri, ma più di individui che di specie. La scarsità di aque trae con se una grande povertà di Neurotteri. In quei grandi deserti sono però numerosissimi i Formicaleoni, e non rari tumuli di Termiti. Sulle montagne alcune belle Erebie, e nelle pianure alcune Pieridi ed Antocaridi sono i più abbondanti tra i Lepidotteri. La Persia è il paese degli Asilidi e degli Antracidi tra i Ditteri. L’ordine degli Imenotteri poi è riccamente rappresentato, specialmente dalla specie scavatrici. Di Emitteri assoluta penuria, eccettuate alcune piccole specie interessanti, abitatrici de’ paesi sabbiosi.
Un paese arido e monotono quale è la Persia non può offrire copia nè di specie nè di individui tra i Molluschi. Le poche specie raccolte nel viaggio furono sottomesse allo studio del giovane e cultissimo naturalista Arturo Issel, il quale ne ha fatto argomento di una bella monografia che vedrà fra non molto la luce ne’ volumi della R. accademia delle scienze di Torino. Il Ghilan deve presentar senza dubio una fauna malacologica discretamente ricca e svariata, ma noi non abbiamo fatto che attraversarlo rapidamente. Accenno qui il fatto singolare del non aver noi trovato nei fiumicelli della Persia alcun rappresentante de’ generi _Unio_ ed _Anodonta_, e trascrivo, dal lavoro del signor Issel, l’elenco delle specie viventi terrestri e fluviali del paese percorso.
=Melania tuberculata.= Müll. Nelle aque termali di Kerman. =Melanopsis mingrelica.= Bay. Poti: pochissimo distinta dalla _prœrosa_. =M. Doriæ.= Iss. Kerman. =Paludina mammillata.= Küst. Poti. =Bithynia hebraica.= Bourg. Nel Sanga presso Erivan. =B. Uzielliana.= Iss. Kerman. =Neritina (Theodoxus) fluviatilis.= (L.) Poti. =N. schirazensis.= Parr. Erivan. =N. Doriæ.= Iss. Kerman. =Succinea Pfeifferi.= Rosm. Armenia. =Zonites lucidus.= Drap. Armenia. =Helix syriaca.= Ehren. Erivan. Ghilan. =H. Langloisiana.= Bourg. Schiraz. =H. derbentina.= Andrz. Ghilan. =H. Krinickyi.= Andrz. Caucaso. Ispahan. =H. atrolabiata.= Kryn. Ghilan. =H. stauropolitana.= A. Schm. Ghilan. =Bulimus interfuscus.= Mouss. Armenia. =B. sidoniensis.= Fer. Ghilan. =B. polygyratus.= Reeve. Bender Abbas. =B. subcylindricus.= Lin. Dovunque. =B. Doriæ.= Iss. Ispahan. =B. anatolicus.= Iss. Trebisonda. Erivan. =B. Bayerii.= Parr. Ispahan. =Id. var. Kubanensis.= Bay. Armenia. =B. tridens.= Müll. Ghilan. =B.= (=var. attenuatus.= Iss.) Trebisonda. =B. Isselianus.= Bourg. Rive del lago Goktscha. =B. ghilanensis.= Iss. Ghilan. =Pupa armeniaca.= Iss. Erivan. =Clausilla canalifera.= Ross. Armenia. =C. Duboisii.= Charp. Trebisonda. Armenia. =C. foveicollis.= Parr. Transcaucasia. Erivan. =C. erivanensis.= Iss. Erivan. =C. Lessonæ.= Iss. Ghilan. =Cyclostoma costulatum.= Pfeiff. Trebisonda. Erivan. =C. glaucum.= Pfeiff. Ghilan. =Planorbis complanatus.= Lin. Armenia. =Ancylus Janii.= Bourg. Erivan. =Lymnæus palustris.= Müll. Kerman. =L. limosa.= Lin. Enzeli. =L. Filippii.= Iss. lago Goktscha. =L. auricularia.= Lin. Kerman (_var. persica_).
XXI.
Carattere della fauna della Persia occidentale, in probabile accordo colla formazione recente di quelli altipiani, e co’ dati geografici dell’Avesta. — Materie a ricerche future.
La regione elevata circoscritta dalle ultime propagini del sistema Tauro-caucasico e dall’Elburz a settentrione ed all’occidente, dalla linea congiungente le scaturigini degli affluenti del Tigri a mezzogiorno, ed a levante perdentesi nel gran deserto salato, è una ben definita unità geografica, alla quale dovrebbe corrispondere un qualche particolare stampo nella fauna e nella flora, ma questa corrispondenza non si trova affatto. Sotto l’aspetto della fauna e della flora, questa regione non è che una provincia di un assai più vasto regno, che è il regno delle steppe, comprendente la Turania, ossia la grande depressione Aralo-Caspica. La differenza di livello fra gli altipiani della Persia occidentale ed il bacino del Caspio, compensa in parte la differenza della latitudine; ma tra i due paesi s’interpone, nella direzione quasi di un circolo parallelo, la catena dell’Elburz, seguita per tutto il suo versante settentrionale dalla oasi paradisiaca del Mazanderan e del Ghilan. Una grande continua barriera di questa fatta, comportandosi come le altre catene principali della superficie terrestre, dovrebbe servire di separazione tra due faune sensibilmente distinte, eppure non separa nulla. V’è una assai maggiore differenza nella fauna al di qua e al di là delle Alpi, all’oriente ed all’occidente d’Europa, che non in quella al nord ed al sud dall’Elburz.
La fauna della Persia occidentale si distingue prima di tutto per la grande prevalenza di specie europee. Ma se bene si riflette, un gran numero di queste specie, e nel caso nostro le più caratteristiche, sono limitate all’Europa orientale, e sarebbero più propriamente da chiamarsi specie dell’Asia occidentale, se lasciando noi il vezzo di far centro del mondo il nostro gabinetto, riferissimo piuttosto le specie ai loro veri focolaj naturali. La fauna della Persia occidentale, priva di uno stampo suo particolare, è fondamentalmente una fauna turanica. Quando io vidi in Pietroburgo la collezione fatta da Karelin nelle steppe de’ Kirgisi, rimasi colpito dal trovarla in gran parte costituita dalle medesime forme che io aveva osservate nella Persia; cioè dalle stesse precise specie, o da specie fra loro pochissimo differenti.
La Turania forma nell’Asia, dal punto di vista zoologico, il regno de’ Criceti, degli Spermofili, de’ Merioni, de’ topi saltanti (Dipus), delle Otarde vere, delle Glareole, degli Ophiops, de’ Frinocefali, degli Ablefari, degli Storioni, e di particolari forme di ciprinidi (Abramis, Aspius, Pelecus).
Ora se il carattere turanico della fauna della Persia occidentale non è puro, ciò non dipende dal miscuglio con tipi proprj a questa provincia dell’Asia, ma da elementi venuti dal difuori, da paesi circonvicini. Ed è poi di sommo interesse l’osservare come questi paesi abbiano concorso con tributi differenti: le più orientali regioni dell’Asia con specie di mammiferi e di uccelli; l’Africa coi rettili; il bacino dell’Eufrate coi pesci. Infatti la tigre, ed il ghepardo si trovano in questa parte della Persia al loro estremo confine occidentale; e lo stesso può dirsi dell’_Otocoris penicillata_, dell’_Ammoperdix griseogularis_, e del _Tetraogallus_[74]. Alcune specie meno decise, alcune razze locali, manifestano parimenti ne’ loro tratti distintivi, rapporti della medesima natura, così l’_Ovis Gmelini_ congiunge ai caratteri del vero _O. musimon_ la cornatura del vero Argali dell’Altai[75]; le sue corna cioè sono triquetre, colla faccia anteriore piana, non arrotondata come nel mufflone? d’Europa. Così il mio _Picus khan_ collega il _P. syriacus_ coll’_hymalayanus_; la _Motacilla alba_ è rappresentata da una razza che fa passaggio alla _dukunensis_, e la _Budytes flava_ lo è dalla razza melanocefala che predomina tanto nelle Indie. La stessa derivazione orientale si dovrà forse riconoscere per altre specie che dalla Persia si estendono verso occidente nell’Africa settentrionale, come per esempio, il _Canis corsae_, la Jena rigata, il Leopardo, il _Pterocles chata_, ed il _Pt. arenarius_ ecc. Tutto fa credere che dal principio dell’epoca attuale il movimento estensivo della specie di mammiferi e di uccelli, nel così detto continente antico, prevalga nella direzione da oriente verso occidente. Lasciando da parte gli animali che possono aver subita l’azione diretta o indiretta dell’uomo, i pochi ma ben constatati esempi di nuove colonie fondate a nostro propria testimonianza da qualche specie dell’anzidette due classi, ne danno ampia dimostrazione. È troppo nota, per esempio la diffusione del _Mus decumanus_. Il _Carpodacus erythrinus_, specie per rispetto alla stessa Persia affatto orientale, si è da circa trent’anni stabilito in Finlandia, ove era prima affatto sconosciuto. Tutti i giornali zoologici hanno parlato in questi ultimi anni dell’emigrazione del _Syrrhaptes paradoxus_, fin nell’occidente d’Europa, e della nidificazione avvenuta di queste specie nel Jutland. Non v’ha dubio che senza la persecuzione de’ cacciatori questa specie sarebbesi definitivamente stabilita anche in Europa.
Basta soltanto percorrere l’elenco schierato nel precedente capitolo per vedere quanto siano prevalenti il carattere africano nella fauna erpetologia della Persia occidentale, ed il carattere siriaco nella povera fauna ittiologica degli altipiani di questa regione.
Al cospetto di questi fatti si è tentati di credere che la Persia occidentale abbia preso l’attuale suo assetto dopo che l’ordinamento dei centri di diffusione delle specie era compiuto, come una terra nuova e neutra colonizzata poscia da immigrazioni dalle terre vicine. Si è tentati, dico, e ben riflettendo si trova che cedere a questa tentazione è accostarsi alla verità.
Lo stampo caratteristico proprio della fauna e della flora è il vero blasone geologico di un paese. Così, per esempio, quel grande continente australe che ha preso il nome di Nuova Olanda, lungi dall’essere una terra nuova, nella quale la creazione organica non sia ancora pervenuta allo sviluppo che ha raggiunto negli altri continenti, si deve ritenere come la terra più antica, come quella che ha conservato ancora al giorno d’oggi il carattere primitivo di una flora e di una fauna che nelle altre parti del mondo sono state rinnovate per intiero da’ successivi cambiamenti geologici[76]. In perfetta antitesi colla N. Olanda è la Persia occidentale. In questa regione, geograficamente così ben limitata, la mancanza di un qualunque carattere proprio, locale, nella fauna e nella flora, è una patente di nobiltà nuova, di nuova origine.
Alla quale conclusione si giunge pure, ed anzi più speditamente, per un’altra via, per un’altro genere di ricerche. Le poche ma sufficientemente chiare e nette osservazioni che io ho potuto fare nel mio viaggio, mettono in evidenza l’epoca recentissima di quelle fasi geologiche, per le quali questa parte dell’Asia ha presa l’attuale sua conformazione. È di somma importanza la sezione naturale dell’alto-piano dell’Abhar, operata dal fiume nelle intercorrenti sue piene. L’immensa formazione di tritume porfidico e marnoso onde questo alto-piano risulta, vedesi molto chiaramente, presso Sainkalè, sovraposta ad un grande deposito di argilla e sabbia in strati regolari, orizzontali, contenenti in copia produtti dell’industria umana, come cocci, ossa d’animali artificialmente rotte, frantumi di carbone vegetale. Si può dire con certezza che l’altopiano dell’Abhar è di formazione posteriore alla comparsa dell’uomo, quindi all’ordine attuale di distribuzione delle più caratteristiche forme organiche. Che gli altri altipiani della Persia occidentale, per la natura del terreno e per la continuità così strettamente collegati con questo dell’Abhar, non debbano far causa separata, è opinione talmente sostenibile, che la contraria non potrebbe essere ricevuta senza molte valide prove.
I tagli del terreno da Sultanieh a Kirwah parlano abbastanza chiaro. Qui non si tratta di depositi circoscritti, isolati, distinti, ma di una sola continua formazione, di un terreno di trasporto disteso sul fondo di tutto l’altipiano. Sull’epoca sua più o meno antica, per rispetto ad altre formazioni consimili di Europa, si può discutere, ma già soltanto per la sua estensione e grossezza, in nessun rapporto con cause locali possibili od anche soltanto immaginabili dell’epoca attuale, non si può esitare ad applicare la denominazione di terreno diluviale a tutto il deposito di ghiaja e sabbia disteso in questo altipiano sotto il limo delle steppe. Non resta più che a cercare in questo terreno qualcuna di quelle che si chiamano _medaglie della natura_, come sono i denti di elefante e di rinoceronte, e le accette di pietra nel famoso terreno di Abbeville. Ora qui abbiamo qualche cosa di egualmente solenne ed incontrastabile, qui abbiamo gli strati argillosi di Sainkalè con sì chiare e numerose traccie dell’industria romana. Anzi riprendendo qui in esame i fatti già esposti, e i diversi livelli di Sultanieh, Sainkalè, Kurremdereh, e Kirwah, si trova che il gran deposito di ghiaja e sabbia di questo altipiano ne ha occupato particolarmente il più basso fondo, assottigliandosi verso i lembi, ove il terreno era più elevato; ed ivi ricoprendo strati preesistenti, con avanzi dell’opera umana.
La località di Sainkalè è da prendersi, allo stato presente come punto di partenza per le questioni che si vorrebbero trattare sul terreno di trasporto degli altipiani della Persia occidentale. Gli strati di argilla, con frammenti di carbone vegetale e di stoviglie grossolane, ivi ricoperti da uno strato di ghiaia e sabbia che si continua e prende uno sviluppo crescente a livelli inferiori, costituiscono un orizonte geologico di una chiarezza incontrastabile.
La formazione di questa gran massa di terreno di trasporto, non potrebbe, a mio avviso, essere considerata come un fatto isolato, locale, senza contraccolpo in Europa. Io sono ben lontano dall’avere come dimostrata l’opinione la quale considerasse, per esempio, l’oramai celebre terreno di trasporto di Abbeville come dovuto a cause affatto locali; ma ben si può dire che l’opinione contraria non emerge necessariamente dalla posizione di questo terreno; e lo stesso può ripetersi di altri depositi corrispondenti, situati a pochi metri di altezza sul livello del mare. Qualora non intervengano altre considerazioni in contrario, l’azione della causa che li hanno produtti, potrebbe imaginarsi ristretta ne’ limiti di determinati bacini. In Persia la cosa è ben differente: là abbiamo una molto estesa formazione detritica a grande altezza sul livello del mare. Prendiamo per ora i soli limiti nei quali questa formazione fu da noi presa in speciale considerazione; cioè i due estremi di Sultanieh e di Kirwah, distanti fra loro in linea retta dai 70 agli 80 chilometri. Dalle osservazioni ipsometriche fatte accuratamente ad ogni stazione dal mio amico e collega prof. Ferrati, risulta che Sultanieh è all’altezza di 1860 metri sul livello del mare, Sainkalè 1724, Kirwah 1450. Ora la causa produttrice di una così sterminata irruzione di aque, come quella che era necessaria per formare a tanta altezza un tale deposito, non può a meno che aver avuto un assai esteso perimetro di azione. Ed anche supponendo questo deposito formato ad un livello inferiore, poi sollevato lentamente e per gradi, si può subito scorgere che questi cambiamenti pei quali si costituirono infine al posto e coll’estensione attuale gli altipiani della Persia occidentale, non possono non aver spiegata una influenza anche sul clima dell’Europa.
Alla formazione de’ terreni di trasporto dell’Europa centrale ha contribuito in gran parte l’azione dei ghiacciaj e di correnti parziali da questi direttamente provenienti. Io ho già avuto occasione di notare l’enorme sviluppo de’ cumuli di tritumi nell’Elburz, ma la assoluta mancanza di massi erratici, e di formazioni corrispondenti alle morene. Io credo che le rispettive antiche condizioni delle Alpi e dell’Elburz siano veramente rappresentate da’ loro stati attuali: là sulle più elevate creste nevi perpetue, sulle valli più elevate ghiacciaj residui dell’antico periodo glaciale, qui invece, come ricordi di antiche potentissime nevicate poche liste di nevi perenni entro i solchi ed i valloncini de’ più elevati cumignoli. Soltanto dalla fusione di questi grandi masse di nevi si potrebbe derivare l’ingente massa di aque che ha lasciato il deposito diluviale degli altipiani della Persia occidentale. Perchè il periodo _nevale_ della Persia non potrebbe esser sincrono del più recente periodo glaciale delle Alpi?
Le osservazioni precedenti determinano l’epoca la cui gli altipiani della Persia occidentale presero la estensione e la conformazione del presente: fanno vedere che allorquando entrarono in azione le cause formatrici di questi altipiani, già in alcune poche parti abitabili del paese, ed in propagini delle regioni vicine l’uomo si era stabilito, ed aveva raggiunto tale grado di coltura da saper lavorare e cuocere le terre. La vita distrutta o cacciata durante il periodo nevale ricomparve nel ricomposto paese, per immigrazione dalle terre circostanti.
Qui non mi posso difendere da altri ravvicinamenti. I moderni commentatori de’ libri sacri de’ Parsi convengono tutti nel riconoscere nel primo libro dell’Avesta un monumento geografico di grande autorità. Ora le province nominate in quel capitolo, ed anche ne’ susseguenti, spettano tutte all’Iran orientale, al paese fra l’Indo, l’Oxus, il Caspio, ed il gran deserto salato. Una sola provincia ne sarebbe esclusa, l’Ayriana vaedscha, la creduta patria di Zoroastro, che i più autorevoli iranologi[77] collocano all’esterno lembo occidentale e settentrionale della Persia, cioè alle falde dell’Ararat. Della regione frapposta, corrispondente appunto agli altipiani di formazione recente, della Media e della Partia, non si fa cenno alcuno. Se questo frutto degli studi de’ moderni iranologi è così sicuro quanto è asseverantemente proclamato, ne risulterebbe una singolare coincidenza, forse non affatto fortuita, fra la carta geologica della Persia all’epoca immediatamente anteriore all’attuale, e la carta geografica tracciata sui documenti dell’Avesta.
Un accordo fra l’interpretazione dell’Avesta e l’induzione geologica è non meno apparente, ed a mio credere veramente fondato, sovra un altro punto. Abbiamo veduto come, a spiegare la derivazione dell’ingente massa di aque necessaria al trasporto de’ tritumi per gli altipiani della Persia, sia forza ricorrere, se non ad un vero periodo glaciale, di cui non v’ha nelle montagne dell’Elburz alcuna traccia, almeno ad un periodo corrispondente di grandi nevate, rappresentate tuttora dalle nevi perpetue sui più eccelsi culmini. Ecco ora nell’Avesta accennarsi al dominio del gelo, alla desolazione del verno, nella provincia dell’Ayriana vaedscha, per l’influenza di Arimane nella sua lotta col genio creatore Ahura-Muzda. È estremamente probabile, a mio senso, che le parole dell’Avesta, piuttosto che al freddo presente della regione fra l’Arasse ed il Caucaso, alludano al freddo passato del periodo nevale che ha dominato anche su tutta la catena dell’Elburz; così che sotto la forma del mito, la storia avrebbe registrata una delle ultime fasi geologiche per le quali la Persia occidentale ebbe il presente suo assetto.
Io vedo perfettamente quanto sia il disaccordo fra queste idee e l’opinione generalmente dominante sull’antichità rispettiva del periodo glaciale e dell’origine della schiatta umana; ma io non saprei arrivare a differenti conclusioni co’ fatti che mi stanno dinanzi alla mente.
Una circostanza da tenersi nel massimo conto si è l’analogia di composizione fra alcune formazioni di sedimento della Persia, indubitatamente naturali, e le formazioni reputate umane de’ _Tepe:_ limo, sabbia, cocci, carbone vegetale, ossa artificialmente rotte nelle une e nelle altre, a Sainkalè, come a Sultanieh, come a Marend. Nuove ricerche sui _Tepe_ sarebbero del più grande interesse, poichè, siccome ho già detto, non si hanno intorno ad essi che assai indeterminati e poco attendibili tradizioni, congetture emesse dietro la prima impressione, e come alla sfuggita, nessuna ricerca veramente condotta con metodo e con scopo scientifico. Lo stesso signor Brugsch che, per la natura stessa degli studj nei quali si è acquistata una così bella fama, avrebbe potuto addentrarsi di proposito in tale questione, non fa che riprodurre, accordandole intiera fede, la volgare tradizione che attribuisce quelle singolari formazioni ai ghebri, ossia agli adoratori del fuoco e del sole, e le considera come gli altari de’ loro sacrifizj. Ecco le sue parole.
«Nelle nostre escursioni in Persia, in nessun altro distretto del paese noi ebbimo ad incontrare _tepe_ in sì gran numero, come in questo tratto del nostro cammino (presso Rabbat-Kerim, sulla strada che Teheran ad Hamadan). La ragione di ciò pare sia molto semplice. Gli altari del sole doveano trovarsi in luoghi elevati, e perciò si scieglievano nelle regioni montuose alture appropriate come piazze pei sacrifizj, le traccie de’ quali, secondo la leggenda e le tradizioni, sono conservate nelle vicinanze di antiche rinomate città. Noi ricordiamo, a questo proposito, l’altare del sole sul monte dietro Rei, quello sull’alto dell’Elwend presso Hamadan, e l’_Ateschgâh_ o tempio del fuoco, presso Ispahan, alla sinistra della strada che da Hamadan conduce all’antica residenza de’ re persiani. Ove i monti erano troppo discosti, come nel distretto di cui parliamo, ivi presso le borgate e le città stesse, venivano erette colline artificiali, sulla cui sommità erano poscia accesi i sacri fuochi a Mithra (il sole). Noi non abbiamo tralasciato di salire, all’occasione, di questi _tepe_, per meglio esaminarli, e ricercarvi traccie dell’opera umana. Queste colline dalla base piuttosto elittica che circolare, e dell’altezza dai venti ai trenta piedi, sono terminati da un piano del perimetro dai quindici ai venti passi, per tutta la sua estensione coperta di frammenti di vasi in gran parte smaltati, e qua e là ornati di rozzi disegni»[78].
Io non posso contraddire al signor Brugsch se non in un punto, il quale però sarebbe essenziale. Le sue osservazioni potrebbero convenire per alcuni _tepe_, e specialmente per quelli sparsi nelle steppe circostanti a Teheran, ma non per altri, e per esempio per quello colossale di Marend, posto non solo in una contrada montuosa, ma anche nel vano lasciato fra due elevazioni naturali. I frammenti di vasi di terra accennati dal sig. Brugsch non sono nulla di particolare ai _tepe_, ma si trovano dapertutto: Una cognizione fondata di queste collinette non si può acquistare se non col mezzo di scavi. Allora verrà dimostrato che non tutti i _tepe_ sono identici nella costruzione, nè tutti spettano ad una medesima epoca, nè tutti forse devonsi attribuire al medesimo modo di formazione. I _tepe_ che al pari di quelli di Sultanieh e di Marend, racchiudono strati con frammenti di ossa, cocci, e carbone vegetale, sono essi pure di fattura umana? E come spiegare in tal caso la inclusione di que’ materiali con distribuzione stratiforme, nella massa generale composta di ghiaja, sabbia, e limo delle steppe? Il più volte mentovato deposito di Sainkalè, sarebbe risultante da un nivellamento di antichi _tepe_, accaduti prima della diffusione del terreno di trasporto dell’altipiano?
Questi dati da me raccolti percorrendo rapidamente la linea delle carovane nella Persia occidentale dimostrano almeno che in questo paese si racchiudono materiali preziosissimi relativi alle più remote epoche della storia umana, e fors’anche ai cambiamenti contemporanei nelle condizioni del clima in una gran parte dell’antico continente. Possano almeno i risultati apparenti dai pochi ma finora soli fatti messi in luce, determinare a più ampie ricerche qualche viaggiatore padrone del suo tempo e delle sue linee di escursione. Una ricca messe scientifica coronerebbe le sue fatiche. Io non posso che raccomandargli ancora di prendere la nostra stazione di Sainkalè come punto di partenza. Non gli sarà difficile il riconoscerla a circa un chilometro all’ovest del villaggio, ove la sponda destra dell’Abhar e per alcuni tratti tagliata a picco. Poi non deve essere spenta così presto nella memoria degli abitanti la ricordanza dell’accampamento dell’ambasciata italiana, poi infine si troveranno ancora sul posto nel greto dell’Abhar, de’ _Kiökkenmöddings_ ritraenti il carattere di una civiltà tutta moderna, nelle ossa lavorate dal coltello dello scalco e da denti diplomatici.
XXII.
La navigazione sul Volga. — Sarepta. — Le due sponde del fiume. — Kasan. — Nishnyi-Nowgorod. — Mosca. — Pietroburgo. — La Russia.
Il passaggio dalla state all’inverno è rapido nel mezzogiorno della Russia. Noi eravamo ad Astrakan allo spirar di settembre; il sole non si facea meno sentire che in Italia, e già le compagnie di navigazione sul Volga faceano gli apprestamenti per l’inverno con una previdenza che a noi parve eccessiva, ma che trovammo poi nel fatto pienamente giustificata. Erano quelle, siccome già ci aveano detto, le ultime corse regolari fino oltre Nishnyi Novgorod; e la loro durata, e la loro tratta, dipendevano intieramente dal capriccio della stagione, al quale non era prudenza per noi l’affidarsi. Adunque la mattina del 29 settembre ci imbarcammo sul _Likoi_, disposti a passar undici continui intieri giorni sul maggior fiume d’Europa, il bastimento non era di primo rango, ma almeno eravamo noi i padroni delle celle di prima classe, mentre sopra coperta v’era folla stipata di donne, di contadini, di merciajuoli, ma sovratutto di soldati. La stagione delle corse di piacere, se mai ve ne possono essere sul Volga, da vari giorni era chiusa: il personale di servizio licenziato, rimanevano soltanto un cuoco ed un cameriere per tutti i viaggianti di prima e di seconda classe. I guasti dell’ormai spirata campagna, e per esempio i vetri rotti alle finestre, erano lasciati stare, fino alle riparazioni generali del maggio. Le celle non erano tampoco provedute di coperte, mentre i russi puro sangue, affollati sul ponte, conoscitori del clima del loro paese, erano già inviluppati nel loro bisunto _touloup_[79]. Il freddo delle notti si fece infatti subito sentire molto vivo, e ben presto si prolungò nel giorno, sino a rendersi permanente, ed i nostri mantelli, le nostre coperte erano insufficienti. Le provigioni non mancavano a bordo: ve n’era ancora un abbastanza grosso avanzo, e d’altronde sarebbersi potuto ogni giorno rifare. Ma il _sicciäss, sicciäss_ (subito subito) che l’affacendato cameriere rispondeva ad ogni nostra ordinazione avea finito per esser da noi tradutto in _fra due ore_.
Poi v’erano altre dolcezze quotidiane. I piroscafi del Volga non bruciano altro materiale che legna, e le grandi cataste sul ponte sono presto consumate. Ogni compagnia adunque, tiene su tutta la tortuosa linea del fiume, ripartiti a misurata distanza, i suoi depositi, ove all’arrivo del battello sono già pronte schiere in massima parte di donne, per rifar la provigione. Tutti i portatori, l’uno dopo l’altro giunti sul ponte, e precisamente sovra le nostre teste, lasciavano cadere di piombo il carico, attorno al quale altri s’affacendavano per ricomporre la catasta, e non è dirsi il fracasso infernale, onde noi chiusi come in una cassa armonica, avevamo straziati e timpano e nervi! Questo trattamento ci toccava almeno due volte nella notte, che di giorno sapevamo evitarlo, passando noi stessi a terra.
Con tutto ciò, e malgrado la tetra monotonia delle sponde del Volga, la noja era bandita a bordo del _Likoi_. La lettura, il conversare, il rivolgere il pensiero alle cose vedute, le impressioni nuove che pur non mancavano e che ciascuno analizzava a suo modo ad alta voce, davano pascolo al tempo.
Ma principale distrazione era per noi la vista della città lungo questa grande arteria della Russia. Il giorno susseguente a quello della nostra partenza approfittammo subito della opportunità di una fermata di qualche ora per visitar Sarepta, distante circa una versta dal fiume, nella bassa pianura coltivata, d’onde s’ascende subito ad un immenso deserto. La città è piccola, raccolta, pulita, con belle case ed una piazza a guisa di _square_. La sua popolazione di circa 3 mille anime è tutta tedesca. L’industria principale consiste nel raccolto e nella manipolazione della senape, che poi viene spedita in tutta la Russia. Vedendo molti passeggeri, che erano scesi con noi, recarsi difilati e processionalmente alla farmacia, situata appunto nella piazza, mi prese la curiosità; ed entrato io pure, vidi tutta quella gente far ricerca di un balsamo che ci si disse godere di immensa riputazione per tutto il paese all’intorno, come di una panacea universale. Nessuno passa da Sarepta senza provederne per sè e pei suoi amici. Ve n’ha di due forme, di unguento e di estratto liquido, ed il più ricercato era l’unguento.
Altra più caratteristica singolarità di Sarepta è la perpetuazione tradizionale, rispettata come sacra ed inviolabile, de’ vincoli ond’eransi in origine legati i fratelli Moravi fondatori della colonia. In questa isola segregata affatto dal tramestio di cupidigie e di passioni della grande società europea, vige un sistema di amministrazione generale dei proventi de’ singoli individui, che molto rassomiglia alla famosa utopia de’ socialisti francesi.
A breve distanza di Sarepta è Tzaritzin, ove è la stazione del piccolo tronco di strada ferrata che congiunge il Volga al Don. Il sobborgo lungo il fiume è una bella fila di case di legno nuove ed eleganti. Qui termina il governo di Astrakan.
Da Nishnyi Nowgorod fino a Tzaritzin la sponda destra del Volga è alta e scoscesa, la sinistra invece depressa e piatta, tanto che i russi chiamano la prima sponda montana, la seconda sponda dei prati, perchè essendo soggetta alle ricorrenti innondazioni del fiume, è anche più rivestita di pascoli. Già Pallas avea notata come costante questa differenza di livello fra le due sponde in tutti i fiumi della Russia meridionale. La mente perspicacissima del sig. di Baer cercandone la ragione ha visto in questo caso particolare la manifestazione di una legge generale, per lo addietro inavertita, che regola ne’ fiumi la direzione della forza laterale della corrente, quindi la forma del letto, in dipendenza del moto di rotazione della terra. Risulta da questa legge che in tutti i fiumi dell’emisfero boreale l’azione della corrente si esercita particolarmente sulla sponda destra, sulla sinistra invece nei fiumi dall’emisfero australe. Questa azione è sovratutto evidente nei fiumi aventi una direzione prossima a quella di un meridiano, e ciò per ragioni facili ad intendersi, ma si deve pure ammettere pei fiumi aventi la direzione di un parallelo. Le osservazioni del signor di Baer hanno la data del 1853, e furono publicate in Russia nel 1854, cinque anni prima che il signor Babinet, senza citare alcun predecessore, trattasse questo medesimo argomento, arrivando alle stesse conclusioni, nel seno dell’istituto di Francia (_Comptes rendus_, vol. 49, 1859). Il signor di Baer ha in seguito nuovamente esposte ed estese le sue osservazioni in una classica memoria che forma il numero VIII de’ suoi _Kaspische Studien_.
Il giorno 2 di ottobre si fece altra più lunga fermata in Saratow, grande città, con strade dritte, spaziose, intersecantisi ad angolo retto, e magnifici fabricati, ma così deserta come non vidi mai altra città al mondo. Per intiere strade, fin dove l’occhio poteva giungere, non un’anima vivente. Saratow è centro di un governo. Il grande tronco di ferrovia che la deve congiungere a Mosca, ed infondervi così vita novella, era in costruzione assai inoltrata, ed ora, mentre scrivo, è compiuto. Qui lasciammo il Likoi per passare sovra di un’altro molto più elegante e spazioso battello, il Kasan, appartenente alla stessa compagnia Samolet, la quale possiede non meno di 36 piroscafi sul Volga.
Il giorno 5 visitammo la bella città di Simbirsk che due anni dopo doveva esser intieramente distrutta per mano di quella terribile ed occulta società di incendiarj che fa vedere fino a qual punto si sa esser barbari in Russia, quando si vuol esser barbari, e contro la quale a nulla finora valsero gli occhi d’Argo della polizia di Pietroburgo.
Il freddo si era frattanto reso molto intenso. Nella notte dal 5 al 6 (ottobre) nevicò a larghe falde, e nella susseguente il termometro scese a -7° C. Le sponde del nostro battello brillavano di ghiacciuoli. La campagna era verde e gelata.
Io voleva veder Kasan, una della più importanti città della Russia, presso l’estremo confine orientale di Europa. Mi era anche di particolare interesse il far una visita al dottor Nicola Wagner, professore in quella università, e chieder schiarimenti sovra la sua scoperta della generazione delle larve in alcuni insetti (Cecidomine), che trovava affatto miscredenti i naturalisti di Germania, ai quali era stata communicata. Orio si lasciò facilmente sedurre ad essermi compagno, e giunti allo scalo ci separammo dalla nostra brigata, che ci avrebbe aspettati a Nishnyi Nowgorod.
Lungo la sponda del Volga si distende anche qui il solito sobborgo, con qualche buona taverna, ed una lunga fila di botteghe di legno che forma un vero bazar. La città è discosta tre verste che percorremmo celeremente in _droschki_. La strada è da principio alquanto difficile, ineguale, pantanosa per le ricorrenti piene del fiume, poi si fa larga e piana fra una campagna vestita di boscaglie paludose; e passato un altro sobborgo di ville signorili e giardini, si giunge ad un ampio greto, solcato da’ rami di un piccolo fiume, la Kasanka, e che si attraversa su di un lunghissimo ponte-terrapieno, terminante alla porta stessa della città. Prima di giungere a questa ci colpì lo sguardo un grande tronco di piramide, sorgente, dalla sinistra sponda del fiume. È un mausoleo eretto in onore di Ivan Vassilievitsch e dei suoi prodi caduti nella vittoria riportata sui Tartari.
La città di Kasan è grande, popolosa, con belle contrade e grandiosi fabricati e si presenta assai pittorescamente anche di lontano, colle sue case affollate su di un piccolo dosso. Gli abitanti sono ancora in massima parte Tartari, perfettamente assimilati co’ loro conquistatori. Il sole già prossimo al tramonto non ci permise che la vista esterna del magnifico palazzo dell’università, della grande colonnata e dell’atrio. Il prof. Wagner ci accolse cortesemente; mi espose pel minuto la sua interessante scoperta, oramai confermata; e mi volle anche fornire materiali affinchè potessi io medesimo, nelle rimanenti ore di ozio sul Volga, verificarne alcuni particolari. Professor di fisica alla stessa università è un italiano, il signor Bolzani; ma ci mancò l’occasione di farne la conoscenza personale, non essendo egli peranco di ritorno da Londra, ov’erasi recato per la grande esposizione industriale. Alloggiammo all’albergo Resanoff, albergo di primo rango, ove però non sono ancora introdotti i letti all’Europea. Il mattino seguente, dopo altro giro per la città allo scopo anche di provederci di difese contro il freddo, ritornammo al sobborgo alla sponda del fiume. Mancava ancora da circa un’ora alla partenza del battello, e passeggiando noi oziosamente lunghesso la fila delle botteghe, scortane una di libri, entrammo. Non fu poca la nostra maraviglia nel trovare quasi null’altro che produzioni della letteratura parigina contemporanea, edizioni di Hachette e di Levy: qui, presso che alle porte della Siberia! Per mio conto comperai un libretto di Alfonso Karr: _la pêche_ che mi ha divertito assai, e per que’ saporiti frizzi che piovono così spontanei dalla penna dell’autore delle _guèpes_, e per una sequela di grosse castronerie che il buon Karr si è lasciate sfuggire.
Dopo altri due giorni di navigazione, raggiungemmo finalmente i nostri compagni a Nishnyi Nowgorod, la celebre città, ove si tiene la più grande fiera del mondo. La città propriamente detta, sulla sponda destra del fiume, elevata tanto da dominar di colassù grande estensione di paese; vince in bellezza ed in amenità di situazione le altre città del Volga. Ha un bel giardino publico, spaziose contrade, ed una grande piazza che dà accesso al Kremlin, o cittadella, ampio recinto contenente caserme e la residenza del governatore. A piè dell’altura, in parte lungo il Volga, ed in parte lungo il suo confluente Oka, è un grande sobborgo abitato particolarmente da mercanti. Una seconda immensa città, nell’angolo compreso fra i due fiumi, tutta magazzini e case di legno, scompartita in isolati regolari da lunghe contrade rettilinee, è popolata soltanto durante la fiera, vuota affatto nel resto dell’anno. Anche questa ora è diventata un mucchio di ceneri! Io ed Orio ci recammo subito a far visita al governatore, pel quale avevamo una lettera di presentazione. Il generale Alexis Odyntzoff ci accolse colla più squisita cortesia, condita da una certa apparente ruvidezza militare, e volle assolutamente che sedessimo a mensa colla sua famiglia. V’erano, oltre la sua signora, due graziose bambine e due istitutrici francesi. Si parlò della ricchezza del paese, della grande fiera, e di viaggi. Seppimo in questa occasione che due mesi prima erano passati per Nishnyi Nowgorod il signore e la signora di Bourboulon, che erano venuti per via di terra da Pekino; dura impresa per un uomo rotto alla vita del cavallo e della tenda, mirabilissima per una donna.
La fiera di Nishnyi Nowgorod si apre ai 29 di luglio, e si chiude verso la metà di settembre, non ad un giorno assolutamente fisso, potendosi anche prolungare, come appunto avvenne nel 1862 oltre il termine consueto. Le nazioni manifatturiere d’Europa vi sono rappresentate, ma in scarso numero al confronto delle popolazioni asiatiche, de’ Tartari, de’ Kirgisi, de’ Tongusi, de’ Kamtschadali, de’ Mongoli, de’ Cinesi, de’ Persiani. Vi affluiscono tutte le produzioni del mondo antico, dai tessuti di Manchester e dai giuocatoli di Norimberga, ai cuoi della Tartaria, ai tappeti persiani, alle pelliccie della Siberia, al thè della China. Quest’ultimo è anzi uno de’ principali articoli. Quasi tutto il thè di cui si fa così esteso consumo in Russia, è portato dalle caravane a questo grande centro di commercio, sebbene ora vada prendendo piede la concorrenza della via di mare e degli emporj inglesi. La fiera del 1862 fu delle più animate. Vi si portarono mercanzie pel valore complessivo di 96 millioni di rubli, e ne furono smaltite per 95 millioni. Mancando i mezzi ed il tempo per l’applicazione di un più esatto metodo di statistica, si fece approssimativamente il calcolo del numero delle bocche dalla quantità di pane cotto nei forni in eccedenza della consumazione ordinaria, e si giunse così alla cifra di 60,000 persone accorse alla fiera.
A Nishnyi Nowgorod eravamo finalmente ad uno degli estremi capi della gran rete di ferrovie dell’Europa centrale. Fra gli impiegati alla stazione trovammo un nostro compatriota, un genovese, che si adoperò con molta premura a toglierci da molti imbarazzi, e primo da quello della regolare consegna dei nostri bagagli.
Scendemmo alla stazione di Mosca al matino del giorno 11, ed ivi stava aspettandoci un signore prevenuto dal nostro arrivo che, scortici alla fisionomia, ci accostò rivolgendoci la parola un po’ in francese un po’ in italiano. Era il signor Billo che ci offriva ricovero nella sua _pensione_ nel quartiere della grande _Lubianska_. Fu una vera fortuna per noi il non avere da fare altro che seguire il nostro ospite, il quale, come un esperto capitano, con cenni e parole monche distribuite qua e là, diede prestamente tutte le disposizioni che facevano al caso nostro, e fattici salire in _droschky_ ci condusse di filo alla sua casa, ove per la prima volta, dopo sei mesi, potevamo riconfortarci di tutti gli agi di tutte le ricercatezze della vita materiale, non richieste veramente dalle nostre ordinarie abitudini, ma dallo stato in cui eravamo ridotti dalle febri persiane. Ne’ tre giorni da noi passati in questa splendida metropoli il signor Billo fu tutto per noi, e spinse la cortesia sino a volerci fare egli medesimo da Cicerone.
Le mura di questa immensa città portano scolpita la storia delle grandi epoche della Russia. Nel 1300 Mosca era tutta compresa nell’angusto perimetro dell’attuale Kremlin, difesa per un lato dal fiume (la Moskova), e pel resto da una siepe, finchè in quel medesimo secolo il gran duca Demetrio Donskoy non la ricinse di mura; le quali dovettero sostenere numerosi assedj dai Tartari e dai Lituani, e distrutte infine per le ingiurie degli uomini e del tempo, furono riedificate e munite di torri sotto lo czar Giovanni III, per opera di architetti italiani. Questo primitivo recinto fu presto insufficiente, crescendo rapidamente la popolazione col costituirsi del novello impero: molte case sorsero d’attorno, poscia tutte rinchiuse in un secondo muro di cinta, che sussiste ancora e limita la così detta _citè_, (_Kilay-gorod_) tutt’attorno della quale crebbero ne’ secoli successivi le più recenti costruzioni che formano la massima parte della Mosca attuale.
Mosca ha veramente uno stampo affatto proprio, nelle costruzioni non posteriori all’epoca di Pietro il Grande, e sovratutto nelle chiese e nei conventi: ma negli edificj moderni va sempre più sacrificando il carattere nazionale alla purezza dello stile, così che si trovano in questa città le più strane e dissonanti associazioni, dal più mostruoso barocco, nella cattedrale della Intercessione della Vergine[80], all’estremo dell’eleganza e della magnificenza nel palazzo imperiale. Fra le costruzioni moderne si distinguono i sontuosi palazzi dei così detti baroni dell’aquavite, ossia degli arricchiti nell’appalto dell’imposta sui liquori spiritosi, che forma una delle principali rendite della finanza russa. Le case dei privati sono eleganti, ma generalmente basse, di un sol piano oltre il terreno, il che determina, per una sì grossa popolazione, la vastità dell’area occupata. Gli edificj publici sono colossali. La cavallerizza, per esempio, è un salone, col soffitto piano, avente non meno di 170 metri di lunghezza, e 44 di larghezza, ove possono manovrare tremila cavalli. L’albergo dei trovatelli è una città nella città, poichè vi si dà ricetto ed istruzione a non meno di quindici mila derelitti. Una vera maraviglia, un vero museo di grandiosi monumenti, è il Kremlin, il vaticano del culto greco, il cuore di Mosca, come Mosca è il cuore della Russia. Quattro cattedrali abbaglianti di stendardi ricchissimi, di imagini sante, di candelabri, di oro e di gemme, il palazzo imperiale, il palazzo del patriarca, gli arsenali storici della Russia, il tesoro, sono, ciascuno per sè, un tale stipato assembramento di singolarità stupenda, da sottrarsi ad ogni descrizione. Non esiste città al mondo ove le chiese siano tante numerose come a Mosca. Non le ho contate, ma fui assicurato esservene intorno alle quattrocento, ciascheduna con molti campanili terminati da una cupola rigonfia, e questa alla sua punta da una enorme croce dorata. Dal baluardo del Kremlin io rimirava una sera per l’immensa città questa selva di torri crucigere. La vôlta del cielo, d’un triste uniforme grigio, andava oscurandosi; solo verso ponente una gran zona purpurea circoscriveva l’orizzonte. Quando il sole vi passò nel suo tramonto, le croci dorate delle chiese brillarono improvisamente di viva luce spiccante dal fondo scuro del cielo, e fu per alcuni minuti uno spettacolo incantevole, come di un gran fuoco d’artifizio per tutta la città.
Esiste in Mosca una celebre università, fondata nel 1755, aggrandita da Caterina seconda, e dotata dal principe Paolo Demidoff di un esteso dominio lavorato da 3500 servi, e di un forte capitale in danaro per sopraggiunta[81]. Ha pur sede in questa città una società di Scienze naturali che è tra le più celebri academie di Europa. Con tali elementi fa maraviglia la povertà delle collezioni scientifiche, ed in particolare della collezione zoologica, ove tolti una dozzina di pezzi capitali che sono un monopolio della Russia (uno scheletro di Mammouth, per esempio, ad uno di Ritina), il resto, anche numericamente ben poca cosa, è sformato, cadente, e per di più deturpato da errori madornali nelle determinazioni sistematiche. Nello spiattellare questa verità devo aggiungere, che il professore di zoologia nell’università, signor Bogdanow, non ha alcuna ingerenza nel Museo.
Dall’antica alla moderna capitale dell’impero moscovita, corrono venti ore di ferrovia.
Lo spettacolo della prospettiva di Newsky che percorremmo per gran tratto nel recarci all’albergo Klee, fu il preludio delle impressioni vive e profonde fra le quali passammo otto giorni in Pietroburgo. Non può entrare nel mio piano il descrivere la magnificenza delle contrade, de’ palazzi, de’ templi, le multiformi meraviglie d’arte accumulate in questa città, surta per incanto, ad un cenno del più grande despota creatore che abbia esistito. Ogni dì le nostre particolari inclinazioni ci portavano oltre la Newa, a quei stupendi santuarj della scienza che sono l’osservatorio di Pulkova, il giardino botanico, il museo del Corpo delle miniere, l’academia imperiale delle scienze. Dovunque fummo accolti colla gentilezza più squisita ed operosa, ed a me è grato in particolar modo il ricordare il prof. Besser, il generale di Helmersen, il colonnello di Kocktscharoff, il prof. Brandt, i signori Strauch e Moravïtz addetti al museo zoologico, e l’academico Carlo Ernesto di Baer. Io aveva già avuto la fortuna di conoscere in Milano, sedici anni prima, questo decano illustre de’ viventi naturalisti, e grande fu la mia soddisfazione in rivederlo, malgrado le infermità fisiche della vecchiezza, vivace e robusto di spirito come all’epoca in cui fondava le basi dell’embriologia.
Ma se rinuncio a descrivere le grandi monumentali opere di Pietroburgo, non posso trattenere una esclamazione di orrore per le traccie che vi ha lasciato il genio della distruzione. Tutta Europa fu scossa dalla notizia del terribile incendio che nel maggio del medesimo anno 1862 ha ridotto in cenere il gran quartiere dell’Apraxine dvor e del ministero dell’interno.
Non si può vedere il teatro di questo disastro senza rimanere soprafatti dal pensiero della potenza del male. È un isolalo immenso, centro del commercio della metropoli; e le ricchezze distrutte, le famiglie gettate nella miseria, fanno raccapriccio. Quando io visitai questo desolato campo di macerie fuliginose vi erano risorte in gran numero botteghe improvisate, e tutt’attorno era in pieno corso l’opera della riedificazione. Ma dove si reclutano queste mute invisibili masnade volanti di furie? Nessuno lo sa, ognuno lo crede a suo modo, e intanto le fiamme spente in un luogo, divampano in un altro. I giornali asseriscono che la reazione e la rivoluzione si ribattono in Russia l’accusa di una così insana e feroce barbarie: noi veramente non abbiamo udite queste recriminazioni de’ partiti estremi e piuttosto fummo sorpresi dall’indifferenza generale del paese come di eventi oramai abituali. Il paese era preoccupato di ben altro.
Il tratto più spiccante nella fisionomia morale del popolo russo è lo spirito religioso, o per dir meglio l’abbondanza del culto esterno. Lungo le contrade più frequentate delle città sono di quando in quando appese al muro imagini sacre con adobbo più o meno vistoso di cerei, e nessuno passa di là senza far tre inchini e tre segni di croce, od almeno levarsi molto rispettosamente il cappello. A Mosca una delle sei porte del Kremlin è la così detta porta santa. L’imperatore stesso nel passarvi scende di carrozza e si scopre il capo, onde tener vivo in tutti il buon esempio. Pe’ dimentici o per gl’ignari di questo atto di riverenza è appostata una sentinella.
In ogni camera abitata sta appesa in un angolo, e molto in alto, un’imagine sacra, con una lampada ardente; e ciò basta perchè la camera sia convertita in un vero santuario, e lo starvi a capo scoperto sia di assoluta prescrizione. Nella sala de’ _Traktyr_ (osterie), ove conviene il publico, due oggetti sono immancabili: un grande organo a cilindro che ripete le arie nazionali, e specialmente l’inno allo Czar, e l’imagine santa nella sua cornice dorata e col suo lumicino perpetuo. Così il luogo è santificato; un leggero oblio di questa circostanza fu sul punto di involgerci in una vertenza che avrebbe potuto avere conseguenze molto serie. Uno de’ nostri compagni, tenendo il berretto in capo, si facea servir da pranzo nel salotto commune del nostro albergo in Astrakan, ove stavano seduti, attorno ad una tavola separata, alcuni giovinotti di civile condizione, ma già riscaldati dal vino. Scorso qualche tempo noi li vedemmo confabulare tra di loro in modo assai concitato, di quando in quando accennando al nostro compagno che stava tranquillamente smaltendo una porzione di _hucha_, ossia di zuppa di sterletto. Il sig. Nicolas che per caso giunse nella sala, ed intendeva perfettamente il russo, ci mise in avvertenza delle esclamazioni di que’ giovinotti diretti contro di noi, per non sapeasi qual insulto fatto da un italiano al nobile sangue russo. Il nostro compagno finito il suo pranzo, si era tranquillamente allontanato, e nullameno la scena prendeva col vuotarsi di nuovi bicchieri un carattere sempre più minaccioso, tanto che l’oste medesimo impaurito mandò per un commissario di polizia, il quale accorse prontamente, ma durò molta fatica ad impedire uno scandalo e ad avviare quei giovani alle case loro. L’insulto era nella profanazione del luogo pel berretto in testa del nostro compagno, veduto e giudicato attraverso i fumi del vino.
L’istruzione publica è tutta nelle mani del governo. Io ho già avuto occasione di deplorare l’estrema negligenza dell’istruzione elementare, aggiungo ora che un’epoca riparatrice è surta da poco, ed un grande salutare movimento per la diffusione delle scuole ne’ villaggi, si è ridestato in tutti gli ordini della società russa. Le università sono organizzate militarmente: a ciascuna è preposto un curatore che il più delle volte è un generale in ritiro; la disciplina vi è rigorosa al maggior grado; la censura vigile e sospettosa. Fino a questi ultimi anni il numero degli studenti era determinato per ogni università, e gli ammessi dovevano sottostar ad enormi tasse, con che l’iscrizione in un albo universitario era un vero privilegio. Fra le riforme che segnalarono i primi anni di regno di Alessandro II quella degli studj fu compresa. Le tasse di molto ridotte, tolto il limite al numero degli studenti, questi accorsero in folla da tutti gli angoli della Russia alle università, vi si costituirono in corporazioni, fondarono società di mutuo soccorso, biblioteche, sale di convegno. La gioventù delle università è la stessa in tutti i luoghi, facile all’entusiasmo, a tradurre in atto i primi moti di una nobile passione. Dopo i massacri di Varsavia nel febbrajo del 61, in tutte le università dell’impero gli studenti polacchi fecero celebrare un servizio divino in suffragio delle vittime, e gli studenti russi s’unirono nella mesta cerimonia ai loro compagni. Pochi mesi dopo una sollevazione di contadini a Kasan fu domata colla forza delle armi: in segno di compianto gli studenti raccolti di quella università sparsero di fiori il feretro de’ caduti. Questi fatti comparvero nelle alte regioni del governo come preliminari di un movimento che bisognava tosto reprimere. Il sig. Kovalevski, ministro della publica istruzione che avea secondate le riforme liberali, cedette il posto all’ammiraglio Poutiatine, per opera del quale furono ristabilite le tasse annuali d’iscrizione degli studenti in 50 rubli, richiamati in vigore le più vessatorie discipline de’ tempi trascorsi. Frutti di queste inconsiderate misure fu una vera insurrezione degli studenti a Mosca e a Pietroburgo, sciolta coll’estremo rimedio delle armi.
Tali avvenimenti si eran fatti compiere durante il viaggio in Crimea dell’imperatore. Al ritorno nella sua residenza Alessandro II fu vivamente scosso dal trovar chiuse le scuole, gli studenti dispersi o chiusi in fortezza; e di nuovo l’onda del potere si volse alle riforme liberali. Un nuovo ministro il sig. Golovnine fu chiamato alla direzione della publica istruzione.
Un completo riordinamento delle scuole stava appunto elaborandosi al nostro passaggio per la Russia. Si parlava già di una forte diminuzione delle tasse scolastiche, e dell’istituzione in tutte le università de’ privati docenti, fino allora tolerati soltanto alla università di Dorpat, per concessione all’indole germanica degli abitanti della Livonia. Le antiche durezze andavano a poco a poco rilasciandosi, la gioventù ripopolava gli atenei.
La censura de’ libri, per iniziativa stessa del novello ministro, doveva farsi meno sospettosa ed arcigna. Non possiamo dire se queste buone intenzioni siano state intese ed obedite. A me recò non poca meraviglia il trovar sui giornali venuti di Francia o di Germania un singolare marchio dell’ufficio di revisione. Tutti i fogli sono regolarmente distribuiti, ma sui periodi che il rigido censore avrebbe voluto soppressi, si applica uno stampo nero indelebile, il quale propriamente par che dica: lettore, ecco un brano che ti deve interessare vivamente; cercalo in ogni modo e leggilo bene. Accade che de’ giornali portino talvolta delle mezze colonne, delle colonne intiere di un bel nero, intenso, uniforme, riquadrato con molta regolarità. A Mosca vidi nella vetrina esterna d’un librajo un fascicolo di un giornale tedesco sulla Russia: volli comperarlo, ma il librajo me lo rifiutò pretendendo che io pagassi l’abbonamento anticipato di un anno. Cercando sodisfar la mia curiosità in Pietroburgo, i librai ai quali mi diressi soggiunsero che l’opera era severamente proibita, e non volevano credere che io la avessi veduta esposta in Mosca. È sempre così: l’arbitrio, il capriccio, l’intelligenza stessa del revisore fanno veramente la legge. Come mai gli uomini di Stato della Russia non veggono che la censura dei libri nuoce perfino all’intento vero pel quale fu istituita; che essendo misura di governo inefficace e screditata di sua natura, rende popolare e più audace l’opposizione a tutte le altre!
Ma la Russia è il paese delle grandi contradizioni. Da una parte questo affanno minuto, geloso, incessante dell’autorità per tener misurata l’aria vitale all’intelligenza che si spiega, e dirigerne le mosse a battuta di tamburo, dall’altra favori ed onoranze all’ingegno che è surto e si impone col prestigio del successo. Nessun altro paese d’Europa tiene la scienza in maggior estimazione. L’aristocrazia della dottrina è posta in Russia al medesimo ordine colla aristocrazia del sangue, e questa non si crede degradata per ciò. Il governo è larghissimo di mezzi al culto dei severi studi, alla sola implicita impreteribile condizione che non s’attenti all’ordinamento politico dell’impero. È una ambizione nazionale il mettersi tra le fila de’ militanti per la scienza: epperò la Russia prende una parte veramente cospicua al progresso generale in Europa sopratutto delle scienze fisiche ed etnografiche. Molti de’ suoi dotti più illustri appartengono ancora all’importazione alemanna, ma la massima parte di essi non conservano altro segno esterno della loro culla che il suono del nome, mentre per lingua, abitudini ed affezioni sono perfettamente assimilati nella nuova patria. La Russia scientifica e la Russia moderna si confondono nella loro origine dal ferreo antiveggente despotismo di Pietro il grande, pel quale il paese fu veramente germanizzato. Nella opinione generale due partiti sono in antagonismo al governo della Russia, con varia prevalenza; il partito alemanno ed il partito moscovita, aventi rispettivamente come sede e centro d’azione Pietroburgo e Mosca, ossia, con espression popolare, la testa ed il cuore della Russia. Ebbene, continuando il paragone, è facile vedere che appunto per la divisione del lavoro fisiologico fra questi due nobilissimi visceri ha potuto crescere con tanto vigore il colossale organismo della Russia.
Noi trovammo però molto pronunciato un movimento di reazione, così che le catedre universitarie oramai sono affatto chiuse ai dotti della vicina Germania. Questa sodisfazione dell’amor proprio nazionale è tanto più legitima, in quanto che non è congiunta colla pretesa di una scienza ortodossa russa, diversa da quella dell’occidente, o colla millanteria narcotica di un primato fittizio. L’importazione occidentale è cessata, ma i giovani più distinti degli atenei della Russia sentono vivamente il bisogno di compiere la loro scientifica educazione col tanto efficace mezzo de’ viaggi, ed annualmente sono a centinaja quelli che lasciano il loro paese per riprendere la vita dello studente ne’ principali istituti di Germania, di Francia e d’Inghilterra. La facilità di apprendere le lingue straniere, ch’è un carattere particolare delle razze slave, fa sì che nulla rimanga ignorato ai Russi di quanto si fa di memorabile nei vasto mondo della scienza.
Fin qui i più grandi lavori de’ Russi sono stati publicati in latino, in tedesco od in francese, e l’uso della loro lingua fu tutt’al più riserbato a’ lavori di storia nazionale. Ora dal partito moscovita puro si vorrebbe cambiato questo sistema, e far adottare la sola lingua russa anche per le opere di scienze fisiche e naturali. È sperabile che questo tentativo non riesca, sebbene alcuni abbiano già dato l’esempio. È troppo presto il pretendere d’imporre all’Europa una nuova lingua scientifica; non è cavalleresco per parte dei dotti russi il segregarsi così dai loro confratelli d’occidente, e non è del loro interesse il rinunciare a quella giusta sodisfazione che consiste nel vedere i proprj lavori apprezzati oltre i confini del proprio paese.
La veramente grande e generale preoccupazione degli spiriti era l’emancipazione dei contadini, oramai inapellabilmente decretata con tutta la forza di una legge organica dell’impero. È noto quale fosse la loro condizione: veri servi della gleba aveano in usufrutto un pezzo di terra da cultivare, a condizione di cultivare anche le terre del padrone, e di prestarsi ad ogni chiamata in schiere (_corvées_), a certi determinati altri lavori: non poteano possedere, non poteano abbandonar le loro terre, ed erano esclusi da ogni ingerenza nelle faccende del commune. I padroni reclutavano pure tra di essi i contingenti per l’armata. L’importanza de’ possedimenti era misurata ed espressa dal numero de’ servi che vi erano attaccati.
Il pensiero dell’affrancamento de’ contadini, che aveva balenato appena nel cervello di qualche solitario moralista, prese maggior consistenza all’avvenimento al trono dello Czar attuale, che sino da’ suoi primi atti annunciava un’epoca novella alla Russia; ma le difficoltà dell’esecuzione apparvero così gravi, la crisi conseguente così spaventosa, che questa radicale riforma sociale fu ritenuta come da aversi presente allo spirito, ma da effettuarsi in un’epoca indeterminata. L’_ukase_ imperiale del 19 febrajo 1861 troncò gl’indugi; dichiarata la libertà de’ servi, stabilì minutamente le norme affinchè potessero, a prezzo di danaro, diventare veri padroni delle terre che aveano avuto in uso fino allora da padre in figlio, in pari tempo redimendosi dal lavoro obligatorio. Due anni di tempo erano concessi per la transizione dall’antico al nuovo ordine di cose, per la stipulazione de’ nuovi patti fra i contadini ed i padroni. Questo biennio era appunto prossimo a spirare quando noi attraversavamo la Russia, e non s’era ancora presa alcuna deliberazione, e si vedeva con terrore l’approssimarsi del termine ultimo. Tutta la società era cupamente travagliata, tutti gli interessi rovinati. I servi non volevano accettare l’_ukase_ che in una sola parte: in quella che li scioglieva dalle prestazioni di lavoro a vantaggio del padrone, e si rifiutavano a qualunque imposizione per esser mantenuti al possesso di terre che per lunga serie di anni, perfino da secoli, essi consideravano già come incontrastabile loro proprietà. Noi apparteniamo al padrone, dicevano essi, ma la terra appartiene a noi; e frattanto rifiutavansi ad ogni tributo. Pochi mesi dopo la publicazione dell’_ukase_ diecimila contadini insursero armati nel governo di Kasan, per reclamare la proprietà assoluta delle loro terre, senza condizione: e fu d’uopo d’una vera battaglia per sottometterli. Non è a dirsi lo stato dei proprietarj in una sì violenta crisi sociale!
Questo grande atto che trasforma intieramente la Russia non fu imposto da alcuna stringente necessità materiale, fu un omaggio reso alla scienza sociale, alla scienza d’occidente. La vita trascorreva pei contadini abbastanza tranquilla e contenta. Quelle medesime condizioni di isolamento che li rendevano industriosi a proveder a tutti i bisogni della famiglia, agli alimenti, alle vesti, a’ mobili, agli attrezzi rurali, faceva sommo, a’ loro voti, il bene più facilmente e più sicuramente conseguibile, la rustica agiatezza della vita patriarcale. Di raro vedevano i loro padroni; alcuni perfino, invecchiati sul luogo, non aveano mai vista la faccia del signore al quale pagavano tributo: tutti infine erano attaccati alle loro terre dall’affezione per la cosa posseduta. La miseria del contadino della pingue Lombardia è sconosciuta in Russia: ne’ due mesi che noi passammo nelle provincie russe al di qua e al di là del Caucaso, non ci occorse mai di vedere una mano stendersi a cercare l’elemosina. Alcuni servi della gleba hanno potuto perfino accumulare fortune colossali. Dall’altra parte i signori, scevri da ogni cura di amministrazione de’ loro beni, potevano darsi affatto liberamente alle alte cariche dello Stato, circondarsi degli agi e del lusso del loro rango fin ne’ posti avanzati dell’estrema Asia, ingolfarsi ne’ fasti olimpici della vita di corte, o nelle dissipazioni della vita parigina. Ora tutto è cambiato, e pel momento con una grave perturbazione generale. Surge pe’ contadini, colla dignità dell’uomo libero, la vera lutta per l’esistenza; si preparano nel loro prossimo avvenire fortune e procelle per lo addietro ignorate, nuovi desideri, nuovi più elevati godimenti, ma anche nuove illusioni. Il perturbamento è ancora più grave nella classe dei signori, non foss’altro per la sospensione delle rendite durante la lutta pe’ nuovi accordi co’ servi, e non poche fortune, già minate dalla crisi finanziaria che travaglia ancora la intiera Europa, andarono in completa ruina.
L’emancipazione de’ contadini è frutto de’ tempi maturati durante il famoso raccoglimento della Russia, annunciato dal principe di Gortschakoff dopo la guerra di Crimea; è sintomo e fomite ad un tempo di uno spirito novello che agita in Russia tutte le classi della società; è la creazione del terzo stato; radicale riforma da cui dipendono tutte le altre, che poi necessariamente trascina dietro di sè. Fin qui non sarebbe stata possibile in Russia che una rivoluzione di palazzo, od una sollevazione brutale di quella plebe che si palesa dalla fiaccola devastatrice come il leone dall’unghia; ora è aperta l’arena alla pacifica, potente e ferace rivoluzione delle idee. Ferve il lavoro nelle stesse regioni del governo, e già per nuove leggi sono informate a più liberali principj l’amministrazione della finanza publica, l’amministrazione communale, la magistratura. La rottura col passato è ancora più decisa ed energica in ogni manifestazione della vita publica. Nelle assemblee della nobiltà raccolte lo stesso anno 1862, a Pietroburgo, a Mosca, a Tver, s’udirono le proposte di stati generali, e di parlamento nazionale; e coloro che le hanno pronunciate non furono deportati in Siberia.
Notisi questa circostanza come sintomo assai espressivo della attuale situazione e dell’avvenire della Russia!
FINE DEL VOLUME.
ERRORI E CORREZIONI.
Devo riparare ad una ommissione a proposito delle ascensioni dell’Ararat. La cima di questa colossale montagna fu veramente raggiunta nell’agosto del 1850 da una spedizione russa avente a capo il colonnello (ora generale) Chodzko, e della quale facevano parte il sig. Moritz, direttore dell’osservatorio meteorologico di Tiflis, il sig. Chanikow che più tardi si rese tanto distinto pel suo viaggio nel Kurassan, con altri quattro uficiali e sessanta soldati. Il generale Chodzko rimase sulla cima del monte sei intieri giorni a fare osservazioni. Non mi è nota la cifra per esso trovata esprimerne l’altezza del grande Ararat. La quota del piccolo Ararat è a 12,805 piedi inglesi sul livello del mare.
_Pag._ _linee_ _leggi_
1 13 perduto perduta 6 18 disertare dissertare 9 7 _Paffinus_ _Puffinus_ 21 18 angitica augitica 29 4 trarformarsi trasformarsi 39 10 Alpigiano Alpignano 49 11 tutti tutt’ 69 9 mezzo mezzi 92 3 infioravano indoravano 96 4 combe conche 101 23 Schach Schah 104 16 sinistra destra » 17 destra sinistra 165 I. XI. 183 23 _Cotyle_ _Chelidon_ 188 12 Borè Bourée 213 6 amgdatoide amigdaloide 216 8 altre alte 227 18 officiali al officiali europei servizio al servizio 229 18 vari vani 237 17 asdirazione aspirazione 249 30 regolare regalare 255 15 _l’Argali_ (_Copra _l’Argali, la ægagrus_) Capra ægagrus_ 258 15 orrizzontali orizzontali 273 8 inguinato inquinato 278 18-19 applicarmi applicargli 293 22 ad orso a dorso 298 3 Vürth Würth 306 10 sud-est sud-ovest 316 10 specia specie 329 28 barò farò 348 17 _isabelline_ _isabellino_ 349 22-23 cespugliane cespugliose 353 18 _rotundataæ_ _rotundatæ_ 363 11 =Cyclestoma= =Cyclostoma= » 15 =Lymnoen= =Lymnæus= » 16 Engeli Enzeli 366 17 _Pteroches_ _Pterocles_ 369 22 orrizzonte orizonte 370 34 ingenta ingente 375 8 lavorata lavorate 379 1 lungò lungo » 31 _Kapische_ _Kaspische_ 387 2 Klec Klee
NOTE:
[1] SPALLANZANI, _Viaggio alle due Sicilie_.
[2] Affatto recentemente il mio amico Doria, ritornando dalla Persia, trovavasi a bordo d’un grosso vapore del Llyod, quando, verso il capo Matapan, si videro d’un tratto gettati sul ponte del bastimento un gran numero di calamaj. Era uno stormo che, inseguito forse da qualche pesce vorace, si saettò fuori dell’aqua, e con tale impeto, che perfino sette individui caddero sul ponte del comando. Il marchese Doria ne raccolse parecchi esemplari, nei quali riconobbi una specie finora rarissima nelle collezioni: la _Loligo (Ommastrephes) æquipoda_ di Rüppell.
[3] Per esempio, la barletta _(Falco rufipes)_, il pett’azzurro _(Cyanecula suecica)_, la gambetta _(Tringa pugnax)_, il croccolone _(Gallinago major)_, la marsaiola _(Querquedula circia)_.
[4] Communicata alla regia academia delle scienze di Torino nella tornata del 3 maggio.
[5] Le mie escursioni zoologiche in Costantinopoli dovettero limitarsi alle visite de’ mercati, ove trovai portarsi allora in gran copia mitili esculenti, tonni, palamiti (_Pelamis sarda_), grossi caponi (_Trigla_, e specialmente _Trigla lyra_), acciughe e latterini. Questi ultimi (_Atherina hepsetus_), dagli abitanti europei del gran quartiere di Pera, sono chiamati _eperians_, per una certa rassomiglianza col vero eperian dell’Oceano (_Osmerus eperianus_), che è tutt’altra cosa. Vidi anche molti storioni, e fra questi trovai un esemplare di quella singolare anomalia dell’_Accipenser stellatus_, descritta da Brandt come una specie distinta, col nome di _A. Ratzeburgi_.
[6] _Anthus rufogularis_.
[7] Vedi anche _Bulletin de l’Académie Imperiale de St. Petersbourg_, tomo III, pag. 84.
[8] Il _samovar_ è un vaso, per lo più in lamina d’ottone, con doppia parete, e così costruito che nel centro si pongono carboni accesi, alla periferia l’aqua da far bollire. È l’utensile di cucina più usato in tutta la Russia e in tutta la Persia: e converrebbe anche, per la commodità e per l’economia, ad ogni famiglia in Europa. In Russia se ne fanno anche di eleganti, pel servizio del tè nelle sale di società.
[9] V. GÜLDENSTÄDT, _Beschreibung der Kaukasischen Länder_, Berlin, 1834.
[10] EICHWALD, _Reise in den Kaukasus_, pag. 85.
[11] Vedi particolarmente KOCH, _Wanderungen in Oriente wahrend der Jahre_ 1843-44, vol. III.
[12] Un _rublo_ equivale a poco meno di quattro franchi; un _kopek_ a circa quattro centesimi; una _dessatina_ a poco meno di 110 are.
[13] Sull’organizzazione dell’armata del Caucaso, e sulle operazioni della campagna del 1862, vedi una serie di interessantissimi articoli nell’_Italia militare_ dal giugno all’agosto 1863. L’anonimo di quelli articoli è di una trasparenza cristallina.
[14] Mentre scrivo queste linee vengo a sapere che recentemente è stato addetto a questo istituto, collo speciale incarico delle osservazioni magnetiche, il sig. Radde, il celebre perlustratore dell’Amur.
[15] Su questa particolarità, e sulla struttura della cute nello _Stellio_, ho fatto apposita communicazione alla R. Academia delle scienze di Torino, nella seduta del 31 maggio 1863.
[16] Trovai qui per la prima volta nell’Asia questa specie esclusivamente rappresentata dalla sua varietà dalla testa nera, la quale perciò potrebbe esser considerata come una razza locale, asiatica, che manda soltanto i suoi avamposti nell’Europa meridionale.
[17] Eichwald (_Reise in den Kaukasus_) descrive tre specie di pesci del lago Guktscha, che egli denomina _Salmo fario_, _Cyprinus cupoeta_, _Cypr. barbus_. Le prime due corrispondono certamente a quelle da me raccolte: dell’ultima non mi riescì trovar esemplari, per quanta offrissi lauto compenso ai pescatori di Helenowko. La critica ittiologica era ancora molto bambina pochi anni addietro, e sarebbe ora assai difficile lo stabilire a quale delle specie descritte da Pallas e da Eichwald, sugli incertissimi caratteri del colore, si possa riferire la trota che io ho trovato costante nell’Asia occidentale. I suoi caratteri corrispondono perfettamente a quelli del _Salar obtusirostris_ di Heckel, salve alcune variazioni nella forma del muso, che si rende meno ottuso coll’età.
[18] _Clepsine orientalis_. De F. affine alla _complanata_, ma di dimensioni sensibilmente maggiori, di corpo più molle, di color molto più verde.
_Clepsine Leuckarii_, De F. affine per le dimensioni, per le forme e per la consistenza del corpo alla _Cl. bioculata_, ma perfettamente distinta dagli occhi in numero di otto, e dal colorito. Il fondo generale del corpo è un bruno tabacco, con fitte marezzature giallo-ranciato, sporche ai lati, ed altre simili più rare nel mezzo del dorso.
[19] Così si chiamano i fanti regolari in Persia.
[20] Non è chi, visitando la cittadella di Erivan, sfugga al racconto di questo episodio della vita di Hussein Khan. Era nel paese una zitella armena, decantata per la sua bellezza, e fidanzata ad un giovane della sua religione. Il Sardar la fece rapire e trarre nel suo _harem_; ed ivi colmandola di affettuose premure e di ricchi doni, tentava ogni mezzo per vincerne l’animo restio. Una delle sue notti angosciose, la giovane prigioniera ode, a piè della rocca, fra il mormorio del Sanga, un canto noto e caro al suo cuore: e nel delirio amoroso si precipita dalla finestra, e rimane tramortita a piè delle mura nelle braccia del suo disperato amante. Le guardie accorrono, riconducono i due innamorati al cospetto di Hussein Khan, il quale, commosso da un ardente affetto che oramai disperava poter rivolgere a lui stesso, accordò ad entrambi immediata libertà.
[21] È generale credenza nel paese che Arkouri sia stato fabricato da Noè; il quale ivi avrebbe altresì piantata la prima vite.
[22] Vedi _Reise nach dem Ararat_, Stuttgart und Tübingen, 1848.
[23] La descrizione che di questa specie ho data nell’_Archivio di zoologia_ (vol. III, fasc. 1.º), riguarda alla sola femmina, e deve perciò esser rifatta. Il maschio mi giunse più tardi con altri oggetti, in una cassa che io reputavo perduta.
L’_Emberiza (Fringillaria) Cerrutii_, sarà quindi così caratterizzata.
_E. cœsiæ affinis, sed mento et annulo orbitali albis, torque griseo pectorali nullo, abdomine infimo crissoque cervinis._
MAS. _Capite, colloque postico et laterali, cinereo plumbeis; collo antico pectore toto summoque abdomine fusco æruginosis; dorso brunneo rufo, lævissime fusco adumbrato._
FŒM. _Capite, collo postico dorsoque supremo cinereo fuscis; pectore pallide æruginoso_.
[24] _Mehmendar_ vuol dire ricevitore degli ospiti, ed è sempre un personaggio di rango, delegato a questo ufficio dal governo persiano.
[25] _Ferrasch_ vale quanto servo. Ogni forestiero di qualche rango ne deve avere intorno a sè un numero proporzionato al rango stesso.
[26] Il tomano che è la moneta d’oro della Persia, equivale a circa 12 fr., e si decompone in 10 grani, monete d’argento grossolanamente coniate, e rassomiglianti nella forma a piccoli lupini. Il grano si divide in due _penabat_, ed il _penabat_ in dieci _schahi_.
[27] A tutti è noto come in certi casi sia difficile, a chi non dispone di un copioso corredo di materiali di confronto, la determinazione precisa di frammenti isolati di ossa. Quelli che si prestano ad una simile operazione tra i pezzi da noi raccolti nel monticello di Marend, spettano a ruminanti domestici. Di particolar interesse è un grosso frammento di mandibola co’ molari molto consumati, e che si distingue per la crescente larghezza della mandibola stessa, partendo dal margine alveolare, press’a poco come nei majali. In una mia breve memoria inserita nella _Rivista contemporanea_ (_Agosto_ 1863.), ho creduto poter riferire questo frammento ad una specie di cervo; ma poscia, uno de’ più esperti paleontologi dell’epoca nostra, il sig. Lartet, al quale io aveva communicato un modello di quel frammento, mi scrive che, a suo avviso, malgrado l’aspetto _cerviforme_ da que’ molari preso per la consumazione, quel frammento deve riferirsi piuttosto ad un bue di piccola statura. Rimane sempre il carattere accennato della grossezza della mandibola, maggiore assai che nelle ordinarie razze domestiche del bue commune.
[28] Tepe vuol dire in turco monticello, promontorio, ed è quindi vocabolo assai generico; ma io me ne servirò per indicare esclusivamente quei monticelli che per la struttura e pel modo di formazione fanno causa commune con questo di Marend.
[29] _Reise nach Persien und dem Lande der Kurden_, Leipzig 1852, vol. II, pag. 133.
[30] _Scherbeth_ è aqua raddolcita con sciroppo. Da questa parola viene senza dubio il nostro _sorbetto_.
[31] Trovai di nuovo questa specie nella bella collezione di rettili fatta dal mio compagno ed amico marchese Doria nella Persia meridionale.
[32] La parola _Mirza_ premessa al nome indica un letterato, posta invece dopo il nome indica un principe del sangue.
[33] Qui, nel pieno di Udjan, come già prima a Marend, ho trovato la _Pratincola Hemprichii_ di Ehrenberg. Questa specie, dall’Egitto, ove per la prima volta fu rinvenuta, si innoltra nell’Asia occidentale. Io l’ho riveduta più tardi a Pietroburgo, nella collezione fatta da Karelin nel paese de’ Kirgisi.
[34] Da una lettera di Bokara ho appreso che i tre viaggiatori italiani, sulla cui sorte, mentre io scrivo, si è in tanta angosciosa trepidazione, hanno avuto molto a soffrire nella Tartaria per le molestie di certe specie di zecche. Sarebbe mai la specie dell’_Argas persicus_ estesa fin là?
[35] Un assai pregevole monografia anatomica su questa specie è quella del signor Heller, publicata nel _Bullettino dell’Accademia di Vienna_, 1858.
[36] Non abbiamo visto in Persia che rarissimi cani, e questi per lo più levrieri di somma bellezza, che si pagano perfino a prezzi superiori a quelli de’ più bei cavalli.
[37] Il prof. Lessona farà meglio conoscere questa specie così distinta pe’ suoi costumi da tutti gli altri oniscidi. Vive nelle steppe, in profonde gallerie: un individuo adulto si trova ad ogni buco, come di guardia: i giovani in sul far della sera vagano per la campagna, e si arrampicano sulle erbe. Attorno all’ingresso della galleria sono accumulati frammenti terrosi figurati, che io credo esser gli escrementi stessi dell’animaletto. Potemmo osservare diversi individui trascinanti pezzetti d’erba alla propria tana.
[38] Isidoro Géoffroy di S. Hilaire ne ha fatto una specie distinta, col nome di _Spermophilus concolor_.
[39] In queste acque ho pur trovato tre nuove specie di Irudinee.
_Hæmopis incerta._ De F. Parte superiore olivaceo-rossastra, con molti punti neri in due serie ai lati di una linea mediana alquanto più chiara: ventre dello stesso colore del dorso, ma più pallido, e senza macchie.
[40] Il farsach, misura itineraria in Persia, equivale a cinque chilometri e mezzo.
[41] _Reise der K. preussischen Gesandschaft nach Persien._ 1860-61, Lipsia due volumi in 8.º grandi.
Questa opera è senza contrasto una delle più importanti finora publicate sulla Persia, non soltanto per essere la più recente, ma eziandio per la ricchezza delle descrizioni, delle notizie storiche e statistiche, e la pompa del’erudizione linguistica.
[42] I Veneziani specialmente aveano avute relazioni diplomatiche colla Persia, spedite e ricevute ambasciate. Gli atti di queste ambasciate furono raccolti, per eccitamento del mio amico comm. Cristoforo Negri, dal signor Guglielmo Berchet, in un bel volume escito alla luce allora appunto che si stava rivedendo le bozze di questo capitolo.
[43] Alcuni scrivono Rena o Rhaena: ma già non vi sono due autori che scrivano nel medesimo modo i nomi de’ villaggi persiani.
[44] _Die geognostischen und orographischen Verhältnisen des noerdlichen Persiens._ Pietroburgo, 1853.
[45] V. _Ritter. Asien._, V, 561. BRUGSCH, Op. cit. I, 293.
[46] Un anno dopo venni a sapere che questo D. Küsten era morto di febri maligne in Rescht.
[47] A dare una più adequata idea del clima di queste provincie e specialmente del Mazanderan, aggiungerò che la coltivazione del cotone vi prospera tanto da esser divenuta uno de’ principali prodotti. Da alcune prove fatte risulta che la canna da zuccaro vi può vegetar perfettamente; e presso Sari crescono ancora oggi le palme.
[48] Il risultato delle educazioni fatte sinora in Italia con semente di Persia riescì in verità scoraggiante per la cattiva qualità de’ bozzoli ottenuti; ma bisogna riflettere che queste prove furono fatte sotto l’influenza del regime proibitivo, quindi con semente ottenuta di contrabando, confezionata da’ Persiani stessi, senza buone norme, e senza scelta di partite. I Persiani non vanno tanto scrupolosi nella qualità de’ bozzoli: ciò che loro importa è l’averne molti, di brutte o di belle razze non importa: e ve ne sono infatti delle une e delle altre. Alcune tavole scelte che io vidi dal sig. Hahnart non erano per certo inferiori in qualità all’antica e tanto apprezzata razza di Lombardia.
[49] _Murd’ab_ vuol dire in persiano morta aqua.
[50] L’ammiraglio Smyth calcola la superficie dell’Adriatico in 2493, quella del mar Nero in 7525 miglia geografiche quadrate (di 15 al grado). Non conosco misure precise della superficie del Caspio; posso dire soltanto che Bergsträsser la giudica, come non v’ha dubio che sia, superiore alle 6000 miglia quadrate.
[51] BORSZCZOW, _Ueber die Natur des Aralo-Caspischen Flachlandes. Würzburger naturw. Zeitschift_, 1. _Band_.
[52] Il signor de Baer, dal quale ricevo questa notizia, dice 9 braccia (Faden). Prendo questa parola come equivalente alla sagena russa, la quale corrisponde a 2^m,134, e trascuro la frazione.
[53] Io aveva raccolto presso Baku da circa 4 litri di aqua da sottomettere in Torino all’indagine di alcuno dei nostri valenti chimici: ma i due bottiglioni suggellati che la contenevano mi furono involati sul battello a vapore da qualcuno che forse ha creduto di fare un buon bottino di aquavite. Quanta non sarà stata la doppiamente amara disillusione di questo _voleur volé_!
[54] Lo Sterletto del Caspio si distingue da quello del Danubio per il muso meno prolungato e la bocca più piccola.
[55] _Minor: corpore compresso; tubulis nasalibus binis exertis supra maxillam. Squamis rhombeis._
D. 6 — 21. P. 15. A. 17. V: 12. _Squamis ser. vert. 20. ser. longit. 48._
Questa piccola specie è communissima fra le alghe presso Baku, e si distingue pel corpo molto compresso, come nei Blennii, e per due tubi nasali prolungati, al di sopra della mascella superiore. Gli occhi, alquanto rivolti in alto, distano fra loro di mezzo diametro. La pinna ventrale arrotondata rimane col suo estremo lembo distante dall’apertura anale per uno spazio uguale alla metà della sua propria lunghezza.
Le misure e le proporzioni in un esemplare di medie dimensioni sono le seguenti:
Lunghezza totale del corpo 0^m,06 Distanza dall’apice del muso al lembo dell’opercolo 0^m,015 Altezza del corpo 0^m,012
Colore verdastro sul dorso, più pallido sul ventre, con molte fascie di colore più scuro irregolari e verticali sui fianchi, onde il corpo risulta come zebrato.
[56] Il genere _Scaphiodon_, creato da Heckel nel 1843, comprende il _Cyprinus capoeta_ di Güldenstaedt, che precedentemente avea servito al signor Valenciennes per la fondazione d’un genere apposito _Capoeta_. Secondo le buone leggi della nomenclatura il nome generico del professore parigino deve avere la preferenza, ed io non esito punto a sostituirlo a quello del compianto ittiologo viennese.
Questo genere è veramente caratteristico della fauna ittiologica dell’Asia occidentale, e comprende molte specie, il cui numero verrà forse ridotto quando se ne rifarà un’accurata critica. Veggasi l’importante opera di Heckel (_Fische Syriens_) e la più recente bella monografia del conte di Keyserling.
Una specie che è molto abondante nel lago Goktscha fu da me riferita sull’autorità di Eichwald a quella tipica di Güldenstaedt, ma il confronto diretto con esemplari di questa posteriormente avuti, mi rendono persuaso che la specie del lago Goktscha deve esserne affatto distinta.
Tra le specie del corpo grosso, arrotondato, questa viene in prima linea, tanto il corpo stesso è quasi cilindrico, mugiliforme. La larghezza del capo, presa tra i due opercoli sensibilmente rigonfi, è uguale all’altezza del corpo stesso: la lunghezza misura cinque volte ed un terzo quella dell’intiero corpo, ed è uguale all’altezza del corpo istesso, il diametro dell’occhio sta sei volte nella lunghezza del capo, e da un occhio all’altro corrono tre diametri e mezzo.
Un carattere proprio di questa specie consiste nel terzo raggio della dorsale che è gracile, liscio, con appena debolissimo indizio di seghettatura al suo lato posteriore.
Il colore è bronzato cupo sulle parti superiori, volgente alquanto all’argenteo sul ventre.
D. 3/9. A. 2/5. Squam. ser. 54 9/8.
Ritengo probabile che questa specie scenda anche al Caspio, ov’io però non l’ho veduta. Sicura è l’esistenza in questo mare delle due seguenti, che ebbi a trovare anche nell’Arasse a Djulfa, e delle quali alcuni individui facevano parte di un’interessante collezione di pesci di Erzerum, mandatami dall’amico Bosio, R. console d’Italia a Trebisonda.
[57] Tre individui di questa specie, provenienti dalle sorgenti dell’Arasse presso Erzerum, mi furono spediti dal predetto signor cav. Bosio. Non differiscono per nulla dal _Chondrochilus regius_ di Heckel, se non pel carattere dei denti faringei 6 — 6 e non 7 — 6. Il che vuol dire semplicemente che questo carattere non può avere per sè solo quel valore che Heckel gli vorrebbe attribuire: e ciò conferma quanto ebbe a notare l’illustre mio amico profess. de Siebold nella sua veramente classica opera sui pesci dell’Europa centrale.
Annovero il _Chondr. regium_ tra i pesci del Caspio, perchè abita uno de’ grandi fiumi che si versano in questo mare e perchè si può molto ragionevolmente supporre che a questa specie debbasi riferire il _Cyprinus nasus_ registrato da Pallas e da Eichwald come un pesce caspico.
[58] Mentre io stava correggendo le bozze di questo capitolo, ripassando i numeri del _Bullettino della imp. academia delle scienze_ di Pietroburgo, di fresco giunti in Torino, trovo in una nota del sig. de Baer l’interessante notizia che fra le specie recentemente raccolte nel Caspio dal signor luogotenente Ulski (ch’ebbi la fortuna di conoscere personalmente in Baku), trovasi pure l’_Idotea entomon_. Questa specie manca nel mar Nero, trovasi invece nel Baltico e nel mar Bianco, e, secondo le relazioni degli academici Brandt e Schrenk, si estende fin sulle sponde del Kamtschatka.
[59] Il _Salmo (?) leucichihys_ e la _Idotea entomon_ accennerebbero per verità ad una antica communicazione del gran mare interno europeo-asiatico col mar glaciale, ma una semplice communicazione indiretta per via de’ fiumi, poichè la prima specie è da ritenersi piuttosto fluviale che marina, e la seconda si trova pure in aqua dolce, nel lago Wenern in Svezia.
[60] V. _Bulletin de la société géologique de France_, tomo XXI, pag. 259.
[61] Il _pud_ russo equivale all’incirca a 13 chilogrammi.
[62] Non è possibile separare, quanto al processo di loro formazione, questi così fisicamente diversi produtti che i chimici hanno per lo addietro compresi sotto la molto vaga denominazione di idrocarburi naturali: tutti derivano indubiamente da sostanze organiche.
Il Prof. Stoppani di Milano, in una dotta sua memoria publicata nel _Politecnico_ (vol. XXIII.), ha cercato invece spiegarne l’origine per la diretta combinazione de’ loro elementi sotto l’influenza delle forze vulcaniche. Io non mi farò qui a discutere se l’associazione delle surgenti di gas infiammabile e di petrolio colle salze, e di queste co’ vulcani veri, sia intima e causale, più che fortuita. Mi pare che la cosa non sia per anco sufficientemente dimostrata, sebbene i fatti addotti dal prof. Stoppani siano di molto peso, e ricevano l’appoggio dell’incontestabile autorità del sig. Abich, il quale ha trovato nella disposizione de’ vulcani di fango e delle sorgenti bituminose della penisola di Apscheron uno stretto rapporto colle linee di dislocazione dovuta alle emersioni trachitiche (_Mem. dell’Acad. Imp. di Pietroburgo_, tomo VI, 1863).
A mio avviso vi sono qui due generi di fatti da separarsi assolutamente. Da una parte la formazione e condensazione locale de’ così detti idrocarburi, dall’altra il loro sprigionamento. Quest’ultimo si potrà concedere all’azione vulcanica od almeno plutonica; ma quando è così chiara l’origine del gas delle paludi e di quello delle miniere di litantrace, quando tutti i terreni d’onde scaturiscono emanazioni infiammabili s’appalesano così ricchi di sostanze organiche (come le marne terziarie d’Italia, la formazione aralo-caspica, e le stesse roccie per lo addietro considerate come azoiche de’ distretti del petrolio nell’America settentrionale) non è più necessario andar fantasticando in traccia di nuovi misteriosi agenti. Dovunque io mi sono imbattuto nella formazione della marna azzurra subapennina ho notato che dalle fratture fresche di questa roccia esala un distinto odore di nafta. È noto poi il fatto del gas infiammabile imprigionato nel sale decrepitante di Vieliczka, onde venne al pensiero del prof. Bianconi un’ipotesi certamente ingegnosa, se non in tutto sostenibile, sull’origine de’ così detti terreni ardenti.
[63] Koch. _Vanderungen in Oriente_. Vol. III, pag. 250.
[64] Non si può capire per quale strano abbaglio un viaggiatore di questo secolo, Gamba, abbia potuto scrivere che Derbend è a quattro verste dal mare!
[65] Dagli immensi canneti del gran delta del Volga si trae un profitto che potrà sembrare strano, ma che è bene sia conosciuto: la pannocchia, opportunamente battuta e spogliata dei semi, viene convertita in una specie di lana vegetale di cui si imbottiscono cuscini e materassi specialmente pei militari.
[66] I neonati hanno le gambe posteriori non più lunghe delle anteriori.
[67] Questa specie, trovata per la prima volta in Egitto da Ehrenberg, deve avere una grande estensione geografica verso oriente. Io l’ho vista rappresentata anche nella collezione fatta da Kareljn nelle steppe de’ Kirgisi.
[68] Ho qualche dubbio che questa specie da me descritta come nuove possa non esser altro che l’abito di nozze della _O. penicillata_, il quale però non è punto descritto dagli autori, e neppure nella recentissima opera di Jerdon gli uccelli delle Indie.
[69] Questa specie può figurare legittimamente nel quadro delle sospese. Io l’ho vista in Astrakan in una piccola ma assai interessante collezione di uccelli di quel territorio.
[70] Questa specie fu descritta contemporaneamente (1843) anche da Fraser (Proced. Zool. Soc.) col nome di _Perdix Bonhami._ Preferisco la denominazione di Brandt come quella che esprime un carattere così netto e deciso della specie, non mentovato da Fraser, e neppur rappresentato nelle figura che ne diede questo autore nella sua _Zoologia typica_.
[71] Giornale dell’I. R. Istituto Lombardo, tomo 6.º
[72] Nouv. Mém. de la Societé Imp. des Natur. de Moscou Tom. IX. pag. 423.
[73] Le seguenti specie di Ofidii, tutte recate dalle provincie meridionali della Persia dal marchese Doria, sono state determinate dall’illustre erpetologo professore Jan, e qui descritte colle stesse sue parole.
[74] Il _Tetraogallus caucasicus_ si distingue dall’_himalayanus_ pel sottocoda di color nero. Se a quella od a questa specie si debba riferire il _Kepkederneh_ de’ Persiani, non potrei dire.
[75] Io ho raccolto dalla bocca di alcuni persiani il nome di Argali applicato anche al mufflone dell’Elburz, od _Ovis Gmelini_. Mi è mancato l’occasione di studiar bene i caratteri di questa specie, della quale non posseggo che un cranio regalatomi dal colonnello Andreini. A Khiva si chiama _arkal_ (notisi l’analogia del nome con _argali_) un mufflone che il prof. Brandi considera come una specie particolare, ma che nella rassomiglianza coll’_O. tragelophus_ parmi avere appunto uno de’ caratteri che Blyth assegna al suo _O. Gmelini_.
[76] Vedi UNGER, _Neuholland in Europa_, Wien.
[77] Vedi particolarmente: SPIEGEL. _Eran, das Land zwischen den Indus und Tigris_, ecc. Berlin. 1863.
[78] Op. cit. vol. 1, pag. 331.
[79] Il _touloup_ è un soprabito di pelli di montone camosciate, col pelo rivolto all’indentro. Ve n’ha che sono cuciti con qualche eleganza, anche a disegni o ricami.
[80] Si racconta che Giovanni il terribile, fatta costruire questa chiesa nel secolo decimosesto, tanto se ne compiacesse, che esaltando di lodi l’architetto, gli domandasse se mai fosse possibile inalzare più splendido monumento. L’architetto (era un italiano) avendo risposto che sentivasi egli medesimo capace di fare ancora qualche cosa di meglio, fu subito rimeritato dalla brutale gelosia del tiranno coll’aver strappati gli occhi, onde la novella chiesa restasse unica nel suo genere.
[81] Anche gli atti di splendidezza prendono in Russia enormi proporzioni. Eccone un altro esempio. In questi ultimi anni il signor Sidonow non legò in morte, ma diede lui vivente la somma di un millione di rubli (circa quattro millioni di franchi), per fondare una università in Siberia.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 397-98 sono state riportate nel testo. La notazione ^ indica che il carattere seguente è in apice.