Note di un viaggio in Persia nel 1862
cimici. Nessuna eloquenza riescì a vincere il ribrezzo irresistibile
onde questi miei amici furono presi all’avvicinarsi delle tenebre. Già nel loro pensiero tutte le _cimici_ del paese, così avide, come dice la fama, di sangue straniero, si erano dato convegno per assaggiare alquanto di quello melato che scorre nelle vene italiane. Però al mattino cercarono invano sul loro corpo le lividure delle terribili bestiuole, e così la partita fu saldata con una notte inquieta per vane paure, in aggiunta alla molestia vera e reale delle zanzare.
Queste così dette _cimici_ hanno un pajo di gambe di troppo per esser veramente tali: appartengono invece alla famiglia delle zecche, col nome scientifico di _Argas persicus_. La specie non è neppure particolare a Mianeh, ma estesa per gran parte della Persia occidentale. La puntura di questi _Argas_ è invero più dolorosa di quella delle zecche propriamente dette, e quando attacchino in gran numero una persona debole e sensibile e già predisposta dalla paura, possono anche determinare qualche alterazione generale, possono diventare almeno una causa predisponente alla febbre della malaria, più nociva in Mianeh di tutte le bestiuole che la natura vi ha poste[34]. Ma siccome i pregiudizj non vanno mai scompagnati, così questi _cimici_ ne hanno originato fra i Persiani un altro stranissimo. Trovandomi io sulla porta del nostro giardino, ho visto ud uomo del nostro seguito il quale colla punta di un coltello raschiava del calcinaccio dal muro, e biascicatolo lo trangugiava. Avendo chiesta spiegazione di quell’atto, mi fu risposto che così faceva onde premunirsi dagli effetti della puntura delle _cimici_, contro le quali è opinione generale essere quella materia sicuro antidoto. Del resto accampati all’aperto, nel mezzo d’un giardino, noi eravamo per questo solo al riparo dell’attacco degli _argas_, i quali annidano nelle case. Il desiderio di veder in faccia queste bestiuoline, e, per noi naturalisti, quello di farne raccolta, non stette a lungo sospeso, che spontaneamente parecchi del paese ce ne portarono come oggetti di curiosità per tutti gli stranieri[35].
Rimanemmo in Mianeh anche gran parte del giorno seguente; e di questa fermata approfittai, co’ miei due amici naturalisti, per fare un’escursione nel letto del fiume. Vi trovammo, fra varie specie di uccelli communi nel tratto fin qui percorso, una sola novità per noi, il _Merops persicus_, volitante in gran numero insieme al commune _M. apiaster_. Nel mezzo di questo pianerottolo sassoso sorge un piccolo monticello isolato, che già a distanza ci si annunciava come un _tepe_. Direttivi i nostri passi, troviamo che lo è realmente, e sebbene vero pigmeo al paragone di quello di Marend, è composto dei medesimi materiali disposti nel medesimo modo, come si vede nel taglio naturale operato da un ramo del fiume: grossi ciottoloni nel centro della base, e pel resto ghiaja, sabbia e limo con oscura disposizione quasi orizzontale, e disseminati per entro frammenti di ossa e di stoviglie. L’altezza di questo tepe è di circa 8 metri, il suo diametro alla base, di circa 80.
Lasciammo Mianeh alle quattro e mezza del pomeriggio, curiosi del risultato di questo primo esperimento di marcia vespertina. Dopo breve tratto la strada volge nel letto stesso del fiume, le cui aque raccolte passano sotto un ponte maestoso, di ventidue arcate, ma, quasi inutile è il dirlo, cadente in rovina. Oltre il ponte incomincia subito la salita della catena del Kaplankuh, la quale forma qui un cuneo tra il fiume di Mianeh ed il Kyziluzun che lo riceve. Questa montagna affatto nuda, senza il benchè minimo arbusto, consta di strati di marna e di arenaria raddrizzati, sconvolti, e profondamente alterati da grandi emersioni porfidiche. Il porfido stesso varia assai nel colore della sua massa, onde i varj colori, or il grigio, ora il rosso, ora il verde, ora l’azzurrognolo de’ fianchi scoscesi luogo la strada, e de’ pittoreschi dirupi che scendono ne’ valloni, e qualche volta in abissi spaventosi, a fianco di essa. Il paesaggio è imponente di un orrore alpestre affatto particolare, degno del pennello del più abile pittore di scogli. La strada in alcuni passi è così stretta, inclinata e sovrastante a precipizj, da incuterci serj timori per le nostre carrozze; ma come già si erano vinte altre difficoltà, così fu superata anche questa. Sulla parte più elevata per un gran tratto la strada è, in modo affatto insolito, regolare e selciata; opera dello Schah attuale. Nello scendere pel versante opposto, veggiamo, a picco di un profondo burrone sulla nostra sinistra, le rovine di un antico castello, secondo la leggenda locale, abitato un tempo da una principessa persiana, la quale si era invaghita di un giovine pastore che di giorno guardava i suoi armenti oltre il fiume, ed al far della sera passava a nuoto la gonfia corrente del Kyziluzun per recarsi all’amoroso convegno. La leggenda aggiunge che la principessa fece costrurre a sue spese il ponte sul fiume, per far libero in ogni tempo il passo al suo diletto. Quel ponte si chiama ancora oggi il ponte del pastore. Scendendo per questa china veggonsi potenti strati marnosi sollevati, colle testate sporgenti e corrose. La marna ha qui subito, per l’azione della pasta fusa dei porfidi, un processo di cottura che l’ha trasformata in una specie di diaspro porcellana a strati sottili variopinti, di vaghissimo aspetto, e suscettibile di bella pulitura. Il ponte è di un solo arco molto acuto, e la sua vôlta è tutta incrostata da una quantità immensa di nidi di balestruccio (_Chelidon urbica_), accavallati l’un sull’altro. Il fiume, incassato fra pareti scoscese, è qui molto profondo ed impetuoso: le sue acque sono sensibilmente salate, solcando per lunghissimo tratto strati ricchi di salgemma. Dirigendosi verso il mar Caspio il Kyziluzun squarcia la catena dell’Elburz, alle cosidette _Fauci Ircanie_, come fa l’Elba nell’Erzgebirge, e al di là di quella catena prende un altro nome; quello di Sefidrud.
La catena del Kaplankuh separa il paese nel quale la lingua turca è predominante da quella in cui si parla il puro persiano, l’Aserbedjan dall’Irak, la Media dal paese de’ Parti.
Oltre il ponte del pastore la strada risale erta fra nude roccie marnose, nelle quali sono intercalati banchi di gesso fibroso e straterelli di salgemma. Ma si giunge ben tosto sull’altura, e da questa lo sguardo si estende in basso, per valli intersecate bizzarramente da monticelli marnosi con scarpe frastagliate. A destra vedesi in lontananza un tale assembramento di questi frastagli lavorati dalle aque pluviali, che dà sembianza di una grande città formata di piramidi strette le une presso le altre. L’altura si continua in un piano affatto deserto, solcato da torrenti paralleli al fiume, e compreso da serie interrotte di cumignoli arrotondati. Sull’imbrunire attraversiamo un villaggio ove gli abitanti accorrono ad offrirci latte in abbondanza. Così ristorati io e Lessona spingiamo allegramente il cavallo per la via che un mite chiaror di luna rendeva molto bene distinta, e disputando di cose diverse con quella cordialità che scaturisce da un’antica e profonda amicizia, senza avvederci andiamo sempre più allontanandoci dal resto della carovana, che a passo più lento procedeva unita dietro di noi. Il tempo in questi colloquj passa rapidamente, ed infine, quando la notte era già inoltrata e noi avevamo fatto un bel cammino, la solitudine ci scuote. Ove siamo noi? ci chiediamo a vicenda: ove sono gli altri? Fermi e silenziosi tendiamo l’orecchio per sentir in distanza lo scalpitar dei cavalli; ma invano: perfetto silenzio per tutto il nostro aspettare. La cosa incominciava a prendere un grado crescente di serietà. L’accidente occorsomi ad Hussein Beglar mi si ripresentava alla memoria, ed entrambi ci risovvenimmo di aver visto addietro un’apparenza di biforcazione della strada, alla quale non badammo, tanto eravamo sicuri della nostra direzione. Già incominciavamo a fantasticare sulla sorte di due Europei non parlanti una sillaba della lingua del paese, che si trovassero smarriti fra le steppe della Persia; quando ecco giungerci all’orecchio, per la via verso la quale eravamo diretti, l’abbajar d’un cane. Dimenticando l’orrore che hanno i Persiani per questo fido compagno dell’uomo[36], quella voce fu per noi il segnale che là, non molto lontano, doveva esser un villaggio, e forse, al tempo da che eravamo in marcia, quello fissato per nostra stazione, cioè Sartschem. Continuammo allora il cammino, ma non tardammo ad accorgerci dell’abbaglio. Quel cane apparteneva ad un accampamento di pastori curdi, le cui nere tende potemmo distinguere a pochi passi. Un uomo a cavallo, armato della sua lancia, era lì presso sulla via, e rimase, al nostro passaggio, affatto immobile. Procediamo per evitare il pericolo di essere interrogati dal Curdo, e soffermati di nuovo, sentiamo infine un calpestìo approssimarsi: era uno de’ nostri servi, Clemente, il quale del resto della carovana non sapeva più di noi. Fatto ancora un centinajo di passi, ecco altre voci, in quel silenzio che la notte e il deserto rendevano doppiamente solenne; un gracidar di rane, indizio di vicini stagni, quindi di acqua, quindi di prossimo villaggio. La nostra fiducia si rinfranca, ed infatti non è delusa; chè dopo breve tratto veggiamo muoversi in distanza un lume, lo veggiamo avvicinarsi a noi, e infine comparir con esso un individuo che dava segno di attenderci, e fatto cenno di seguirlo, ci conduce per un sentiero di traverso alle nostre tende. Da quel momento, il gracidar de’ ranocchi è diventato per noi, in tutto il resto del viaggio, una voce amica, ospitale.
Sartschem è un villaggio, con un grande caravanserai, al margine di un vasto greto, piano, largo, sassoso, compreso fra piccoli rilievi allineati e cumignoli aridi costituiti di strati orizzontali di marna grigio-rossastra, ne’ quali è intercalato qualche strato di marna indurita, e sono anche disseminati cristalli di gesso. Questi monticelli mi ricordano quelli già visti nella valle dell’Arasse, appartenenti alla formazione salifera di Nachidjevan. Tutto il paese all’intorno è una steppa aridissima. Il nostro accampamento è lontano dal villaggio, ad un gomito del fiumicello la cui vena si dirama, pel suo letto ghiajoso, in rivoli qua e là ristagnanti in piccoli guazzi riboccanti di pesciolini. Questo fiumicello è il Zendjanrud, o fiume di Zendjan, ed è qui molto impoverito dalle derivazioni superiori, le quali, dopo essersi diramate in canaletti irrigatorj sui campi lungo la sponda, si consumano in massima parte per evaporazione. Quel poco che resta del fiume si versa nel Kyziluzun.
Rimanemmo in questa stazione di Sartschem tutto il giorno 9, che i naturalisti utilizzarono in escursioni. Nel pianerottolo aridissimo sul quale erano alzate le nostre tende, tra il fiume ed i monticelli marnosi che limitano la valle, trovammo sparsi molti cumuli di fango rassodato, dell’altezza dai 50 ai 60 centimetri, che furono subito riconosciuti per nidi di termiti, di specie non determinabile per non esser noi riesciti a trovar negli eserciti immensi di operai e di soldati, individui adulti. Qui rinvenimmo pure communissima un’assai interessante specie di onisco, imperfettamente descritta da Brandt col nome di _Porcellio Klugii_, la quale si trova già nell’Europa meridionale, in Dalmazia, e si estende, così risulta dalle osservazioni di Dona, fin nella parte meridionale della Persia occidentale[37].
Sono tanto rari i pipistrelli in Persia, che non prima di questa stazione di Sartschem ci fu dato ucciderne. La specie era il _Vespertilio turcomanus_ Ewersm.
Partimmo il dì seguente inanzi l’alba per Nickbey, ove giungemmo verso le 9 del mattino. Il villaggio ha l’aspetto di una discreta floridezza; i campi all’intorno sono bene coltivati, ed era appunto animatissimo al nostro passaggio il lavoro della mietitura. Nel letto del Zendjanrud molte pezze di terra sono ben coltivate anche a piccole risaje, e poco oltre il villaggio, nel terreno basso ed umido, nel quale stava appunto il nostro accampamento, rigogliosa è la vegetazione dei pioppi e dei salici. Nugoli di zanzare ed il fracasso straordinario dei mulattieri ci fanno passare una notte perfettamente insonne.
Ma qui accadeva un’avventura che potrà dare un’idea del carattere de’ Persiani. Il figlio del nostro _tscharwadar_ (mulattiere capo) aveva, nella notte precedente il nostro arrivo in Nickbey, rubato in un campo alcuni covoni di orzo, e per sopramercato ne aveva bastonato il padrone, il quale si recò alle nostre tende, reclamando giustizia dal _mehmendar_. La sentenza fu che il ladro pagasse immediatamente il valore dell’orzo, di circa trentasei de’ nostri soldi, sotto comminatoria di cinquanta colpi di bastone. Il _tscharwadar_ padre, piangendo dirottamente, gridava mercè pel figliuolo, ma non voleva saperne di metter mano alla borsa, ben fornita d’altronde, e trarne que’ miserabili tre grani, co’ quali tutto si sarebbe finito all’amichevole. La sentenza fu eseguita senza pietà, ma in riguardo alle nostre persone, in un luogo alquanto discosto, non tanto però che non arrivassero fino alle nostre orecchie gli acuti strilli del bastonato. Così il padrone dell’orzo non ebbe la roba sua, il ladro non restituì la roba rubata, e la giustizia persiana fu sodisfatta. Mezz’ora dopo, il _tscharwadar_ e suo figlio stavano già fumando tranquillamente il _kalian_.
Questo fatto me ne fa risovvenire un altro che mi venne raccontato del signor Nicolas, primo dragomanno della legazione francese in Teheran. Alcuni anni sono egli doveva recarsi a Bender Buschir, per ricevervi il conte Bourée, ministro di Francia. Passando da Schiraz il governatore gli fece l’offerta d’un _mehmendar_ che il signor Nicolas non accettò, allegando gli ordini precisi del suo governo di pagar tutto lungo il suo viaggio. Il governatore lo indusse ad accettare almeno la scorta di due _golam_, che poi munì d’un firmano in tutte le regole. Dopo una faticosa giornata di marcia, la piccola carovana giunse ad un villaggio, ed il signor Nicolas, consegnate alcune monete al suo cuoco, gli ordina di comperare tutto quanto era necessario a far il pranzo; ma ecco, trascorso alquanto tempo, il cuoco ritornarsene col suo danaro in mano, dicendo che non aveva potuto trovar nulla, assolutamente nulla. Nell’incalzante pericolo di rimaner digiuni, il signor Nicolas chiamò a sè l’anziano del villaggio, gli espose i suoi bisogni, e gli fece vedere il sonante danaro col quale tutto sarebbe pagato appuntino; ma quegli, stringendosi nelle spalle, replicò esser il villaggio miserabile, mancante di tutto, non potere somministrare alcun che di quanto veniva richiesto. Uno de’ due _golam_, saputa la cosa, si rivolse al signor Nicolas e gli disse: voi non avete potuto ottener nulla col vostro danaro? Ora lasciate fare a me: e via, pel villaggio, con un buon bastone. Dopo una mezz’ora eccolo, il _golam_, con un montone, polli, uova, riso, frutta, miele, tutto quanto insomma occorreva ad ammanire un buon pranzo. Richiamato l’anziano, il signor Nicolas gli indicò col dito tutta quella grazia di Dio, maravigliandosi altamente del mezzo, così contrario alle sue intenzioni, col quale l’aveva ottenuta; ed alla chiesta spiegazione di una così inconcepibile condotta, l’anziano non seppe risponder altre parole di queste: «cosa volete? noi siamo fatti così...» La vera ragione consisteva nell’interesse del villaggio ad apparir miserabile più di quanto non lo fosse realmente, per la circostanza della prossima venuta dell’esattore, col quale bisognava regolar i conti ad un tanto per cento. Ed in tali occasioni si fa sempre questa comedia: l’esattore mette avanti pretese esageratissime, appoggiandole colla comminatoria del bastone, ma col proposito di fingere viscere umane, riducendole alla metà; ed i contribuenti offrono la metà di quanto sentonsi disposti a pagare, per fingere alla loro volta di rassegnarsi ad ultimo sacrifizio, raddoppiando la somma.
Il giorno il ci mettiamo in cammino per Zendian, pe’ deserti pianerottoli alla sinistra del fiume, le cui inflessioni sono accompagnate dapertutto da una bella vegetazione. Nelle gole dei monti che vi deversano le loro aque si distinguono qua e là macchie di alberi e vilaggi. Vedo più frequenti che nel tratto fin qui percorso stormi di _alcate_, o pernici del deserto (_Pterocles_), ed in una breve sosta alcuni miei compagni si dilettano a farne la caccia all’agguato lungo il fiume, ove da lungi accorrono per abbeverarsi.
Seguendo l’ordine del mio giornale darò qui una succinta notizia di questi uccelli animatori delle steppe, e così soventi nominati nelle poesie degli orientali. Le ali acute, robuste, rombanti, i grossi muscoli pettorali, la carena dello sterno sporgente più che in qualunque altra specie, ne fanno de’ volatori capaci a vincere il più veloce falco, e dall’occhio del falco li sottrae il colore delle loro piume confondentesi con quello delle steppe. Sono assai regolati e metodici nelle loro abitudini. Ho osservato per via che in generale, nella stessa ora, tutti volano indirizzati verso un medesimo punto cardinale. Nelle ore più calde del giorno stanno in riposo. Le loro zampe con tre dita brevi, e solo un rudimento di pollice, li farebbero supporre uccelli corridori; camminano invece con passo stentato non più celere di quello de’ piccioni, simile a questi anche pel modo; e sono così facile preda della volpe delle steppe (_canis vulpes melanotus_), guidata alla caccia dalla finezza dell’odorato. Ve n’ha in tutta la Persia occidentale due sole specie; il _Pterocles alchata_ ed il _Pt. arenarius_. Quelli della prima specie vanno a stormi più numerosi e più compatti, emettendo un breve e sommesso gracchiare simile a quello delle taccole, però sensibilmente più acuto. L’altra specie invece si incontra in piccole truppe, sovente in sole coppie, e gli individui tengonsi distanti, come seguentisi l’un l’altro, e la loro voce assai fioca è paragonabile ad una debole trombetta gorgogliante nell’acqua. La loro carne è dura ed insipida.
Un’ora inanzi giungere a Zendian, la solita schiera d’onore stava già pronta a riceverci solennemente. Un grosso drappello di cavalieri, in vedetta sulla via, non appena ci scorse in distanza, mosse di galoppo al nostro incontro. Aveva alla testa un principe, giovanetto di 18 anni, nipote dello Schah, che in assenza del padre copriva le funzioni di governatore della provincia. Poichè ebbe sciorinato il consueto formulario, colla mano sul cuore e fendenti obbliqui del berettone, replicati i complimenti dal nostro ministro, tutti di concerto e di passo più animato, riprendemmo il cammino. Giunti al luogo ove poco dianzi era appostato quel primo drappello, da un vicino bosco di pioppi uscì d’improvviso un nuovo e più numeroso sciame di cavalieri festanti, che si posero ai nostri fianchi, e con bizzarre fantasie e spari continui ci accompagnarono in città.
Fummo condotti in un giardino ombroso di pioppi e di platani, nel cui mezzo, al crocicchio di due viali, sorge un _kiosco_ di stile del tutto originale, fatto erigere dall’avo dello Schah regnante. È di forma ottagona, ma con quattro de’ suoi lati più grandi, ed a ciascuno di questi lati maggiori corrisponde una specie di cappella o tribuna aperta verso l’interno, chiusa dal lato opposto da grandi vetriate con arabeschi finissimi e vetri colorati. Di siffatte tribune sono due ordini, uno terreno e uno superiore. Le pareti, le vôlte sono coperte di pitture in gran parte scrostate; e nel mezzo del _kiosco_ è una gran vasca, pure ottagona, ad uso di bagno. Ci distribuimmo negli otto scompartimenti di questo dormitorio, attorno al quale, nelle ajuole del giardino, stava accampato il nostro seguito. Non appena accasati fummo subito accorti che ci si preparava in Zendian una ripetizione delle scene di Tauris, col medesimo pretesto del cambio de’ cavalli; ma le rimostranze del nostro ministro furono fin dai primi momenti così energiche, da tagliar corta ogni astuzia, e vincere l’inerzia comandata e naturale del nostro _mehmendar_. In meno di tre giorni furono riordinati i preparativi per la continuazione del viaggio.
La storia della Persia serberà a Zendian una pagina sanguinosa. Qui fu vinta colle armi, e però non distrutta, la setta dei Babi, onde fu posto a repentaglio estremo il regno dei Kagiari; della quale setta darò in succinto alcune notizie attinte a fonte autorevolissima.
Viveva in Schiraz, sua patria, un giovane chiamato Mirza Alì-Mohamed, al qual nome fu poscia aggiunto il titolo di _el Bab_, cioè _la porta_ (_per cui si entra nella perfezione_). Questo giovine di ingegno ardente, vissuti alcuni anni di vita meditabonda e tutta rivolta a studj teologici, incominciò verso il 1845 a predicare una nuova dottrina, sostenendo doversi ristabilire nel Corano alcuni versetti soppressi; abolire la poligamia; non dover le donne andar velate, ma a viso scoperto; aver esse il diritto di ripudiar il loro marito, come il marito ha quello di ripudiar la moglie; doversi proscrivere l’uso del kalian, ammettere l’uso moderato del vino; infine il trono della Persia spettar ai Seidi discendenti dal Profeta, non alla regnante usurpatrice dinasta de’ Kagiari. La fama di Alì-Mohamed el Bab si diffuse rapidamente; da ogni parte accorrevano turbe per ascoltarlo, _mollah_ per discutere seco lui della necessità della riforma. Egli fece allora una domanda formale allo Schah, perchè gli fosse concesso di esporre la nuova dottrina ai sapienti di Teheran, ma, com’era naturale, la sua domanda venne respinta. Questa ripulsa non fece che aumentare i proseliti di Alì-Mohamed; e si incominciò a vedere in lui il precursore del _Saheb-ez-zeman_, il signore del secolo, che se ne sta sempre nell’aria, e non si farà vedere a terra che il giorno della risurrezione. Una donna giovane e bellissima, infervoratasi dalla dottrina del _Bab_, si recò a predicarla nella città di Kazvin, e vi fece numerosi proseliti. Questi fatti accadevano tra il 1848 ed il 1849. Allora i Babi, così si chiamarono i seguaci di Alì-Mohamed, si credettero abbastanza forti per scendere sul terreno dell’azione militante, e tentarono impadronirsi del Mazanderan, ma sconfitti dalle forze regolari dello Schah, si concentrarono nella città di Zendian, pronti a disperata resistenza; e fu tale infatti; ma la città ribelle, stretta da regolare assedio, alla fine venne presa d’assalto con orribile eccidio. In tanto sangue parve ritemprarsi, non estinguersi, la setta de’ Babi. Perduta ogni speranza di successo da una lotta in campo aperto, ordivano una congiura contro la persona dello Schah. All’esecuzione di questo temerario disegno offersero la loro vita due fanatici settarj, ed atteso lo Schah, nelle vie di Teheran, uno di essi gli si appressò come in atto di presentargli una supplica, e colto l’istante che lo Schah stendeva la mano per riceverla, gli sparò contro una pistolettata, la quale non lo colpì. È facile imaginarsi quale sorte sia toccata a due cospiratori. Lo Schah miracolosamente salvato, ordinò vendetta terribile e pronta, sterminio de’ noti o de’ sospetti Babi. Alcuno de’ più zelanti della sua corte, avendogli susurrato all’orecchio il nome di alti funzionarj del suo impero macchiati di babismo, determinò di sottometterli ad una singolare prova, ripartendo fra di essi l’ingente numero di colpevoli o di sospetti, perchè ne facessero a gara la più esemplare giustizia. Non bastava a questi rifatti ministri della volontà suprema del Re dei Re il lavare nel sangue l’onta del solo dubio: dovevano essi imaginare le più strane crudeltà, i più atroci tormenti da infliggersi agli sventurati colpiti di tanta ira; i quali tutti subirono il martirio con tale fermezza da far impallidire i loro carnefici. Erano fra i Babi giovinetti di dodici, di dieci anni, che per un certo sentimento di pietà e pel numero delle vittime designate, si volevano strappare alla tortura ed alla morte. Si domandava a questi poveretti una confessione qualunque di non appartenere alla setta; si richiedeva un solo cenno affermativo alle risposte che venivano ad essi presentate colle inchieste, e tutti fieramente ricusarono la grazia. La bella profetessa fu bruciata viva. Alì-Mohamed, arrestato in Tauris, fu sopeso con funi alle mura della cittadella, e dodici soldati ebbero l’ordine di tirargli addosso. Dissipato il fumo della fucilata, il _Bab_ non fu più visto; avea potuto svincolarsi dalle funi e fuggire illeso. I presenti al supplizio gridavano già al miracolo; ma poco dopo arrestato di nuovo, cadde moschettato a bruciapelo. Il _babismo_ con un prevalente carattere politico, serpeggia ancora fra le popolazioni della Persia, innestato alla massoneria importata di Francia.
XIII.
Sultanieh. — Cenni zoologici. — _Tepe_ del castello reale. — Falso allarme. — Sainkalè. — Bella sezione naturale dell’altopiano. — Massi granitici. — Doloroso avvenimento. — Importanza geologica della linea dell’Abbar.
Il 14 luglio sul pomeriggio, lasciammo il bel chiosco e l’ombroso giardino di Zendjan, e, fatta breve sosta ed una cena frugale su di un deschetto erboso presso il villaggio di Diza, arrivammo a notte a Sultanieh.
Dell’antica grandezza di questa, che fu capitale della Persia, prima che la residenza degli Schah fosse trasferita ad Ispahan, non rimane più che l’enorme cupola della sua celebre moschea, torreggiante in un campo di cadenti abituri, di rovine e di macerie. Distesa sul lembo delle colline umili aridissime e ritagliate, che formano il lato sinistro della valle, la città domina una vasta pianura solcata dalle radici del Zendjanrud che la rendono paludosa nella stagione delle pioggie, e nella state lasciano ancora qualche sparsa pozzanghera ad alimento di incolti pascoli. Dal lato opposto sorgono i primi antemurali della grande catena dell’Elburz.
La pianura di Sultanieh è, per secolare tradizione, un campo favorito di parate e manovre militari. All’occidente della città, prima di giungervi per la via di Zendjan, si protende nel piano, a foggia di lingua sporgente, un piccolo promontorio, sul quale s’innalza un castello reale, abbandonato alla sorte di tutti gli edifizj della Persia. Al piede di questo promontorio, sul margine di un piccolo canale, stavano erette le nostre tende. Il carattere particolare del sito prometteva un discreto bottino a’ naturalisti, epperò cercammo di trar profitto alla meglio della fermata che il nostro ministro acconsentì a prolungar di un giorno, con soddisfazione grandissima del mehmendar.
Sultanieh è rinomata anche pei suoi ratti; ce lo dissero per via le nostre guide persiane, stupite di veder gente d’Europa dilettarsi di questa sorta roba. Non tardammo a riconoscere come questa rinomanza sia meritata. Tutto il terreno attorno al castello è bucherato da topinare, e, stando noi fermi all’aguato, scorgevamo qua e là qualche muso far capolino, e più in distanza alcuni grossi ratti attraversar saltellando piccoli tratti di terreno e rimbucarsi prontamente. Un colpo di fucile sciolse immediatamente la quistione zoologica. I famosi ratti di Sultanieh appartengono ad una specie assai frequente anche nelle steppe degli Urali, registrata ora fra le marmotte, ora fra gli spermofili (_Arctomys fulvus o Spermophilus fulvus_ Licht.). Le piante de’ piedi nude callose, la mancanza di borse alle guancie, le dimensioni, la fisonomia generale, il fischio acuto e quasi latrante che emette quand’è stuzzicata, ne fanno decisamente una specie di marmotta. Questa razza di Persia si distingue leggermente dalla più nordica per colori alquanto più pallidi, e statura alquanto minore[38]. Ne prendemmo molti individui con un mezzo assai semplice e divertevole, inondando i loro sotterranei cunicoli, ed obbligando così la bestia a farsi strada al di fuori.
Qui ritrovammo pure il communissimo _Cricetus phæus_, ed un’altra specie del medesimo genere, il _Cr. nigricans_, Brandt, per lo addietro rinvenuto soltanto nel Caucaso. Una quarta specie di rosicante che ebbi qui per la prima volta, e che rinvenni abbondantissima anche nel seguito del viaggio, è un grosso ratto campagnolo, che appena si distingue dall’_Arvicola amphibius_ d’Europa per un colore alquanto più volgente al fulvo nei fianchi, e sensibilmente più bianco sul ventre. I caratteri osteologici sono perfettamente i medesimi. Ora, poichè si parla di rosicanti più o meno rassomiglianti ai ratti, devo aggiungere un’osservazione abbastanza curiosa; non aver io trovata traccia, in tutta la linea percorsa nella Persia, del grosso ratto delle chiaviche (_Mus decumanus_), che dalle Indie, verso la metà del secolo scorso, si è diffuso per tutta Europa, ed ora anzi è divenuto pressochè cosmopolita, e neppure del sorcio comune d’Europa (_Mus musculus_).
Fra gli uccelli presi in questa stazione, devo notare tre specie non incontrate nelle precedenti, e comuni all’Europa: _Ægia lites cantianus_, _Vanellus cristatus_, _Cursorius œuropæus_.
Fra i più communi saurj delle steppe è da qui in poi un _Phrynocephalus_, che io ho fatto conoscere col nome di _Phr. persicus_, e che è molto bene distinto dal _Phr. helioscopus_ della valle dell’Arasse. Abonda nelle pozzanghere della pianura una specie di rana identica a quella trovata precedentemente, a così diverso livello, al lago Goktscha, e che non si può in alcun modo distinguere dalla _Rana oxyrhina_ d’Europa[39].
Il rialzo sul quale è edificato il castello reale è un _tepe_ perfettamente identico nella struttura a quello di Marend, distinto solo per la forma allungata, ed una assai minore altezza. Qui pure, in alcuni vecchi scavi, ho trovato grossi ciottoli alla base, e pel resto limo, ghiaja, sabbia, con ceneri, minuzzoli di carbone vegetale, frantumi di ossa, e pezzi di stoviglie; ed una visibile tendenza alla disposizione stratificata orizzontale di tutti questi materiali. Questa stratificazione era sovratutto evidentissima in un piccolo squarcio verso la metà del promontorio. Singolare affatto è il carattere delle stoviglie di questo _tepe_. Sono di una pasta per lo più nera, impura e grossolana al maggior grado, ed anche per l’imperfezione del lavoro si palesano come opera di un’arte affatto primitiva.
Il piano, ai due lati del promontorio, porta le traccie degli accampamenti militari che si sono così frequentemente succeduti a Sultanieh; scavi, rialzi, trasporti di terra, ne hanno sconvolto lo strato più superficiale; ma in molti luoghi è posto a nudo uno strato profondo che presenta gli stessi materiali del promontorio, e, ciò che devesi tener in particolar conto, frammenti di stoviglie del medesimo già accennato carattere. Questo si può vedere specialmente in un campo affatto nudo, all’occidente del promontorio, sul quale sono distribuiti in gran numero piccoli coni crateriformi di fango, che evidentemente hanno servito di mangiatoie a’ cavalli dell’accampamento, e pozzetti verticali, d’onde fu tratta la materia di quelle strane costruzioni. Questi pozzetti sono in massima parte ostruiti da franamenti, ma ve n’ha la cui interna parete è ancora abbastanza conservata, ed in questi appunto, come in altri scavi dalla parte opposta del promontorio, al di sotto di uno strato di limo delle steppe, vario in grossezza dai 50 agli 80 centimetri, veggonsi disseminati i materiali che ho detto. Si può adunque dedurre da ciò che il deposito del _tepe_ del castello si continua tutt’attorno nel piano.
_Nephelis persa._ De F. Affine alla _vulgaris_ d’Europa, ma con sei occhi distribuiti in tre paja. Bruno rossastra, con margini del corpo e linea mediana del dorso di color più pallido.
_Clepsine beryllina._ De F. Affine alla _bioculata_ per la forma generale, e pel numero degli occhi, ma con soli 50 segmenti assai più distinti. Corpo jalino verdognolo, con molte macchiette pigmentali verdi.
Aggiungerò qui, per ogni buon fine, che in uno di quei pozzetti, al limite inferiore dello strato di limo, ho raccolto un pezzetto di vetro iridescente per vetustà, che alla forma si direbbe un manico di un piccol vaso.
Nelle ore pomeridiane del 15 luglio abbiamo avuto uno spettacolo meteorologico raro per la stagione e per il paese. Alcuni nuvoloni, che durante il giorno vagavano isolati, si congiunsero d’improvviso e rovesciarono un turbine di fitta e violenta pioggia che mise il nostro campo in orribile scompiglio. Per buona ventura il diluvio non durò più di venti minuti, ed il sole riapparso nella sua cocente splendidezza ne dissipò rapidamente ogni traccia. A notte fatta, mentre stavamo per coricarci, un nuovo tumulto venne a rompere la monotomia della vita della tenda: un grido d’allarmi: ai ladri, ai ladri, che avevano dato l’assalto ai nostri bagagli accumulati sul piano dal lato opposto del castello. Afferrati i fucili in men che nol si dica, mezzo svestiti, muoviamo confusamente, ma uniti e deliberati, verso il luogo minacciato, pronti ad una di quelle avventure che avevamo sognate come parte integrante del nostro viaggio, al muovere da Europa. Ma l’avventura doveva finire subito ed in modo piuttosto comico: fra la notte buja e le grida confuse de’ _ferrasch_ e de’ mulattieri, non era possibile nè vedere nè capir nulla: scappò qua e là qualche fucilata, e chi ne andò colpito fu un innocente, uno de’ nostri servi persiani, cui toccarono alcuni pallini in una mano. In breve tutto rientrò nell’ordine, e noi ci ricoricammo colla curiosità insoddisfatta di quanto fosse realmente accaduto. Nessuno de’ nostri bagagli fu tocco; il _tscharvadar_ capo accusò il rapimento di due muli; il mehmendar simulò con tutta serietà un processo, e confiscò tre cavalli alla vicina città. Era proprio scritto nel libro del destino che noi dovessimo andar frustrati dell’emozione di un qualunque fatto d’armi.
Un piccolo incidente in questa nostra fermata a Sultanieh riescì a me assai molesto; il furto della mia sella. Il 17 luglio, di buon mattino, la cercammo invano, ove il dì precedente tutti l’aveano veduta, e dovetti rassegnarmi a continuar la strada in carrozza. La pianura che percorriamo oltre, non dirò la città, ma le rovine della città, è ancora in parte coltivata, finchè v’è qualche filo d’acqua; mai poi sale ad un piano affatto arido, che forma una sbarra traversale, separante la valle del Zendjanrud, che lasciavamo alle spalle, da quella dell’Abhar, nella quale dovevamo discendere. Passiamo rasenti il villaggio di Emirabad, fortificato da un vecchio e cadente muro di cinta. Poco oltre la campagna deserta è tutta sparsa di piccoli mucchi di pietre affatto disordinati, senza un piano, senza uno scopo apparente. È venerata da’ persiani la tradizione che in questo luogo Alì abbia fatta la sua prima professione di fede, epperò ogni passante crede suo debito religioso il raccogliere un sasso di terra e porlo sovra di un altro. Verso le 10 arriviamo alla stazione di Sainkalé. Il nostro accampamento era preparato sulla sponda sinistra di un fiumicello, che è appunto l’Abhar, un chilometro all’incirca innanzi il villaggio. Qui un doloroso avvenimento ci obbligava ad una lunga fermata.
Uno de’ nostri compagni, il conte Grimaldi, cadendo su di una di quelle scalette mostruosamente erte che nel chiosco di Zendjan conducono alla galleria superiore, aveva riportata una forte contusione ad un gomito. Il male s’era aggravato per via, e già aveva preso il carattere minaccioso di un flemmone. Qualche riposo era per lui e per la tranquillità di noi tutti di assoluta necessità.
L’Abhar scorre qui decomposto in un largo letto ghiajoso. La sponda opposta, corrosa dalle piene intercorrenti del fiume, è per alcuni tratti tagliata a picco, ed uno di questi tagli presentavasi appunto dicontro al nostro accampamento. Là rivolsi la mia prima escursione; e non posso dire la mia sorpresa per quanto mi si offerse immediatamente allo sguardo. Avanzi di opere umane, affollo identici a quelli de’ _tepe_ di Marend e di Sultanieh, si trovano qui in strati perfettamente regolari ed orizzontali, in un deposito incontestabilmente naturale, al disotto del terreno di trasporto, onde è costituito tutto l’altopiano. La parte nuda, scoscesa, della scarpa (_thalus_) si prolunga qui per un centinajo di passi: la sua altezza dal livello attuale del fiume e di 4^m, 65. La successione degli strati è rappresentata nell’unito disegno (fig. 3).
[Illustrazione: Fig. 3.]
_a_. Terra vegetale, o, per dir meglio, limo delle steppe.
_b_. Ghiaja minuta con numerose e grandi chiazze nere di ferro idrossidato.
_c_. Straterello di marna giallastra.
_d_. Argilla grigio scura, con molti frammenti di vasi di terra cotta, minuzzoli di carbone, pezzetti di ossa.
_e_. Ghiaja e sabbia.
_f_. Argilla sabbiosa giallastra alla base, e per tutta la estensione della scarpa nascosta da franamenti degli strati superiori.
Andando a ritroso del fiume, per circa 250 passi, si incontra un altro taglio molto netto: la successione degli strati è ancora la medesima, con leggiere modificazioni (fig. 4).
[Illustrazione: Fig. 4.]
_a_. Limo delle steppe.
_b_. Ghiaja e sabbia con grandi chiazze nere.
_c_. Argilla con frantumi di stoviglie, di carbone vegetale e di ossa.
_d_. Straterelli di sabbia.
_e_. Banco di argilla.
In questo secondo taglio ho trovato ancora, entro l’argilla, minuzzoli di carbone, frammenti di ossa e di stoviglie, sebbene assai più rari e più minuti che nel taglio precedente. Nello stato inferiore d’argilla, alla profondità di 3 metri, raccolsi ancora un pezzetto di carbone vegetale, col quale ho potuto benissimo tracciare segni sulla carta.
I frammenti di terra cotta, in questi strati d’argilla, sono di fattura assai grossolana, di color rosso mattone, senza traccia di intonaco. Uno scavo fatto eseguire, con strumento imperfettissimo, da uno dei nostri _ferrasch_, non mise allo scoperto oggetti differenti da quelli che si palesavano alla superficie della scarpa. Anche qui, come a Marend, come a Sultanieh, ho cercato invano fosse pur qualche frammento di armi o di strumenti di lavoro di qualsiasi natura.
Questi importanti fatti che si presentavano così netti e decisi in luogo così prossimo al nostro accampamento, invitarono il ministro Cerruti ed altri miei compagni di viaggio a constatarli co’ loro proprj occhi; e lo fecero col più vivo interesse, riconoscendone tutta l’importanza.
Devo ora ritornare allo strato di sabbia e ghiaja che ricuopre l’argilla con frammenti di pentole. Questo strato presenta, come ho detto, molte grandi macchie o chiazze di color nero, d’aspetto carbonoso, ma veramente costituite da ferro idrossidato prontamente solubile nell’acido cloridrico diluito. Esse macchie sono caratteristiche di questo strato, in massima parte costituito da tritume porfidico, resistente all’azione del detto acido, e lo faranno sempre riconoscere anche più avanti, quando lo strato stesso acquisterà tanta potenza da formare per sè solo le sponde del fiume, e da non lasciar vedere nulla al di sotto.
Anche in alcuni paesi d’Europa, si trova immediatamente al disotto della terra vegetale un deposito di ghiaja e sabbia, con grandi macchie nere di ferro idrossidato del tutto simili a queste di Sainkalé. Citerò le colline dell’Astigiana, ove questo deposito ricuopre i banchi di sabbia con ossami di elefante o di mastodonte.
Un altro giorno mi portai ai monti che limitano a sinistra l’alto piano. Dopo una perlustrazione zoologica che non mi fruttò alcun che di nuovo, giunsi all’ingresso d’una valletta, posta sul meridiano stesso del villaggio, per verdeggianti declivi, fra pittoresche balze, sorridente di alpestre bellezza. Grandi massi di granito ingombrano il passaggio. Per un sentiero tortuoso ed erto, tracciato fra i dirupi dal passo degli armenti, mi internai nella valle, sempre più incantato da quell’aspra e maestosa natura che nessuna penna saprebbe convenientemente ritrarre. La fedeltà stessa del pennello sarebbe piuttosto creduta fantasia ossianesca, o si direbbe raffigurante il teatro della guerra dei Titani a Giove. Que’ giganteschi dirupi di granito, que’ massi enormi franati sul fondo ed accavallati l’un sull’altro formano uno spettacolo nuovo ed imponente, onde il pensiero è sospinto nella notte de’ tempi mitologici. Tutti que’ dirupi, tutti que’ massi, in ogni loro parte presentano grandi incavazioni, a guisa di tazze o bacini, toccantisi, confluenti, alcune aperte verso il cielo, come scodelle o mortai di giganti, altre di fianco, altre di sotto, come volte di antri. La curva di molti fra questi incavi è quasi regolarmente sferica, e la superficie pulita, come se ne fosse nettamente staccata una bomba; ma sul terreno non si trovano i corrispondenti massi convessi, onde si deve credere che siffatte bombe siano dell’istesso materiale, dell’istesso granito, caduto in decomposizione. Qualche sottile venuccia d’acqua scorrente qua e là, e tosto riassorbita, fa pullulare un po’ di vegetazione, e perfino qualche tapino virgulto di pruno, di pesco selvatico, di rosa. Grandi lucertoni (il solito _Stellio caucasicus_) corrono su per que’ massi in ogni verso. Fra gli uccelli la _Sitta syriaca_, l’_Emberiza Cerrutii_, qualche _Saxicola_, sembrano padroni del luogo.
[Illustrazione: Fig. 5. Massi di granito presso Sainkalè.]
Il tempo del quale, per una causa malaugurata, potevamo disporre in questa stazione, ci permise pure una partita di pesca, asciugando un piccolo ramo del fiume; e fu molto profittevole. Abbondano qui (come in tutti i fiumi della Persia occidentale) rappresentanti de’ due generi _Cobitis_ e _Capæta_ (_Scaphiodon_ Heck). Ne prendemmo un gran numero di individui da fornire perfino ad esuberanza la cucina, e da porre molti belli esemplari nello spirito di vino, in una gran scattola di latta. Questa scattola giunse perfettamente in Torino, ma per mia mala ventura il suo contenuto fu trovato in completo stato di spappolamento, e andò così intieramente perduto. Ne attribuisco la colpa alla cattiva qualità dello spirito di vino adoperato, che io aveva preso in Tauris da un Armeno. Solo riescii a conservare alcuni esemplari di _Cobitis_ (_C. malapterura_ Val.) riposti in un vaso separato.
La malattia del conte Grimaldi s’era improvvisamente aggravata. L’infiammazione della parte contusa del braccio s’era diffusa, ed aveva preso il carattere deciso di un flemmone. Nella notte fra il 18 ed il 19 luglio comparve la febbre, con invasione violenta, e decorso minaccioso con subdelirio. Quanto ne fossimo costernali ognuno può facilmente credere! Conveniva prendere una determinazione, premendoci il tempo, in ragione delle altre molte circostanze che rallentavano il nostro viaggio; e la necessità impose la determinazione più dolorosa: separarci. Fu presto trovato nel villaggio stesso di Sainkalé un ricovero pel nostro malato; si convenne che rimanessero ad assisterlo Clemencich e Lessona con alcuni servi, sotto la scorta di Abdul Hussein khan, figlio del mehmendar. Si convenne pure che non appena il conte Grimaldi avesse potuto senza pericolo sopportare il trasporto in vettura, ci raggiungesse in Kazvin, ove in ogni caso avremmo dovuto arrestarci alcun tempo. Il nostro ministro diede anche le occorrenti disposizioni, affinchè ogni giorno un corriere ci portasse le novelle del malato.
Con profonda mestizia, col pensiero angosciato dalla minaccia di una più grande, forse di una irreparabile sciagura, vedemmo aprirsi una delle nostre tende, ed escirne, fra un cupo religioso silenzio, una lettiga. L’accompagnammo fino al villaggio, ed ivi con strette di mano agli amici, che adempivano al pietoso officio di infermieri, più che colla parola impedita dalla piena del dolore, ci separammo.
All’alba del 21 luglio, volgendo a sinistra sull’altopiano, riprendemmo la via delle steppe; dominando sempre collo sguardo il letto dell’Abhar nettamente tracciato da una successione di macchie verdeggianti, di boschetti e di villaggi. Con alcuni amici io aveva preceduto il resto della carovana, e giunto al villaggio di Kurremdereh, profondamente incassato fra due rive scoscese, approfittai di questo vantaggio per scendere in un burrone, nel quale la sponda molto alta e nettamente tagliata, lasciava chiaramente scorgere la composizione del terreno. Il solito strato superficiale di limo delle steppe qui è cresciuto di grossezza da 1^m, 50 a 2^m, e sotto di esso trovasi disteso, e qui tagliato, un immenso deposito di sabbia e ghiaja che scende sino al fondo del vallone. In questo deposito trovo ancora le medesime grandi chiazze nere caratteristiche, osservate alla stazione precedente. Una di queste chiazze mi si presenta sensibilmente diversa dalle altre, la materia nera essendovi come in sottili strati regolari, sensibilmente inclinati, ed alternanti con altri di sabbia fina, come costituisse con questi una massa inclusa nella ghiaja. Non potendovi giunger direttamente per l’erta della scarpa, la natura del terreno, ed un canale d’acqua che ne lambe il piede, raccolgo di quella sostanza nera, improvvisando alla meglio una specie di cucchiajo all’estremità di un ramo. La piccola quantità raccolta, appena bastante per un esame colla lente, era in grani neri, lucenti, più simili a tritume carbonoso che al solito ferro idrossidato. Una cosa si può intanto qui rilevare con sicurezza: la continuità e la crescente potenza de’ due strati che, alla posizione più elevata di Sainkalé, sono sovraposti all’argilla con frantumi di pentole.
Da questa breve sosta, in altre due ore di marcia, siamo alla stazione di Kyrvah, alla sinistra del villaggio, lasciandolo a circa un chilometro di distanza. L’Abhar scorre anche qui in un profondo solco, le cui sponde sono ancora costituite dei medesimi materiali, cioè del solito limo delle steppe, cresciuto ancora di potenza, fino a costituire uno strato di circa 5 metri, e del solito sottoposto grande deposito di ghiaja e ciottoli, sempre colle sue caratteristiche macchie nere. Qui la ghiaja è in massima parte cementata in una specie di puddinga abbastanza resistente, formante anche massi pittoreschi staccati dalle sponde, e sui quali sono edificate alcune delle capanne del villaggio.
Alcuni fatti della più grande importanza risultano adunque dal collegare queste osservazioni istituite in varj punti del corso dell’Abhar: 1.º la perfetta continuità dello strato di ghiaja sottoposto al limo delle steppe, per tutta l’estensione dell’altopiano tagliato dal fiume: 2.º la crescente potenza di questo strato, e la crescente grossezza de’ suoi elementi (grani di sabbia e ciottoli), partendo dal lembo superiore del bacino: 3.º l’esistenza al disotto di questo strato di un deposito regolarmente stratificato di sabbia fina ed argilla, con opere dell’industria umana (Sainkalé).
[Illustrazione: Fig. 6.]
La qui unita figura (n. 6) rappresenta graficamente la coordinazione delle cose rilevate a’ tre citati punti d’osservazione, 1º. limo delle steppe; 2.º strato di ghiaja con grandi macchie nere di ferro idrossidato; 3.º argilla e straterelli intercalati di sabbia fina, con frantumi di stoviglie, di ossa e di carbone vegetale. La freccia indica il corso dell’Abhar.
Questi fatti troncano al suo nascere un dubbio che potrebbe insorgere nella mente di alcuno: se per avventura il deposito di Sainkalé non sia da considerarsi come di formazione in stretto senso moderna, affatto locale, come un sedimento dell’Abhar. Ci vuol poco a vedere che l’azione di questo fiume è assolutamente contraria; che nelle sue piene corrode le sue sponde, non le rialza; esporta e non deposita. L’Abhar ha solcato un terreno di trasporto preesistente, terreno che non è tampoco dovuto all’azione di una corrente diluviale avente la stessa direzione dell’attuale fiume. Ciò è pienamente dimostrato dalla crescente potenza degli strati di materie più pesanti partendo dalle radici del fiume stesso. Evidentemente l’altopiano dell’Abhar è un bacino, un lago, o meglio ancora un seno ricolmato da tritumi riversativi dalla grande catena dell’Elburz. Sainkalé trovasi al lembo superiore di questo seno, ed ivi si è potuto formare tranquillamente il sedimento di argilla del quale ho detto, sul quale sedimento si è poscia esteso il lembo assottigliato del gran deposito di ghiaja che ha ricolmato il seno stesso.
Tutto l’altopiano dell’Abhar è dunque di formazione posteriore alla diffusione della specie umana. È questo un fatto isolato, o non piuttosto applicabile a tutti gli altipiani della Persia occidentale, così strettamente connessi con quello dell’Abhar, come membri di un sol corpo? Dovrò più tardi riprendere questo soggetto, quando saranno venuti in scena altre osservazioni concorrenti a dimostrare i grandi cambiamenti che in questa parte dell’Asia hanno avuto luogo dopo che l’uomo vi si era già stabilito. Riprendo ora l’itinerario.
Il 22 giugno, dopo una marcia di cinque ore per un ampio deserto, giungiamo in Sijadehin, grossa borgata, ove stavano ad attenderci da quattro giorni alcuni notabili di Kazvin. Dopo una giornata brusca per l’aridità del luogo, pel difetto di buona acqua, pel vento furiosissimo, ci avviamo alla città. Al piccolo villaggio di Sultanabad facciamo breve sosta per la colazione, in una casa che gli abitanti ci lasciarono sgombra per qualche ora, e composta in tutto di un cortiletto, di una stalla terrena e di un camerotto superiore perfettamente nudo, col solo addobbo di alcune singolari stampe religiose appiccicate alle pareti. — Là il commendatore Cerruti ebbe a ricevere dispacci del conte Gobineau, ministro di Francia in Teheran, enumeranti le disposizioni che aveva prese pe’ nostri alloggiamenti, e condite di paterni consigli sul modo col quale l’ambasciata italiana avrebbe dovuto contenersi. Ripresa la cavalcala, sotto un sole ardente, incontrati da un nuovo ed assai numeroso corteo d’onore, facciamo infine il nostro ingresso trionfale in Kazvin.
XIV.
Kazvin. — Caccia nel giardino imperiale. — Monticoli di lava presso Hissar. — Kyschlak. — Kurdan. — Kerretsch. — Vista del Demavend. — Khend. — Accoglienza alle porte di Teheran. — Tedgrisch. — La nostra abitazione. — Colonia europea. — Servizio postale in Persia.
La città di Kazvin è nel mezzo di un’ampia oasi conquistata sul deserto. Tutt’all’intorno, e per qualche miglia di raggio, l’arida steppa è stata con mirabile arte e duro secolare lavoro convertita in un giardino. Per lungo ordine di solchi la vite vi dirama i suoi sarmenti; alberi delle solite specie vi sono disseminati, tapini e diradati verso il deserto, sempre più spesseggianti e fronzuti verso la città, centro dell’oasi. La posizione del luogo permette alla vegetazione un carattere alquanto più meridionale, e qui infatti prospera il pistacchio, i cui bei grappoli erano già prossimi alla maturanza.
Il solito brillante e numeroso corteo d’onore ci guidò in città. Dopo pochi tratti ci s’aperse dinanzi un viale ampio, diritto, maestoso, ombreggiato da due filari di annosi sicomori, terminanti ad un ampio portone, decorato dello stemma dell’impero: un leone minaccioso, impugnante una sciabola, e col disco raggiante del sole che sembra spuntargli dalla schiena. Per questo portone, attraversati due ampi cortili circondati di grandi platani, fummo introdotti in un giardino e lì nel mezzo in un chiosco reale, assegnato a nostro quartiere. Il dire delle visite, dei ricevimenti, dei donativi, delle noie infinite dell’etichetta, sarebbe una pura ripetizione delle cose già narrate.
Qui riabbracciamo Orio, reduce dalla sua spedizione nel Ghilan; ed i corrieri apportatori delle sempre più confortanti notizie della salute del conte Grimaldi, ci annunciano l’imminente arrivo della frazione della nostra schiera lasciata a Sainkalé.
Ed eccola infatti, dopo quattro giorni, salutata con grido generale di gioia, con festa insolita e commovente, nel nostro campo. Il conte Grimaldi in piena convalescenza, grazie alle cure dei suoi infermieri e del suo medico Lessona, aveva potuto percorrere il non breve tratto di cammino in una di quelle carrozze che la provida ostinazione del nostro ministro aveva fatto trascinare al nostro seguito. Senza questa ambulanza gravissimo sarebbe stato il nostro imbarazzo.
Kazvin è senza contrasto una delle più belle città della Persia. La proporzione del fango e delle rovine vi è assai minore che in Tauris. Possiede un bazar vasto e ben proveduto, belle moschee, un sontuoso bagno, un grande serbatojo sotterraneo di purissima aqua, e case signorili. In una di queste case, molto notevole per la perfetta conservazione, la freschezza, il buon gusto, fummo introdotti e lautamente trattati dal padrone, uno dei più ricchi negozianti della Persia.
Anche qui le nostre caccie furono ristrette ne’ limiti del giardino ove eravamo alloggiati. Rinvenni ancora la _Testudo mauritanica_, lo _Stellio caucasicus_, l’_Euprepis affinis_: ma di particolar interesse mi riescirono gli uccelli. Un immenso nugolo di corvi s’appollajava la sera sugli eccelsi platani vicini al nostro padiglione. Ne uccisi sette d’un colpo, e riconobbi il _Corvus frugilegus_, vero paradosso ornitologico in questa latitudine ed in questa stagione; e non il solo. Aveano nidificato nel giardino, oltre l’usignolo commune, anche il _Parus cæruleus_ e la _Ruticilla phœnicura_, due specie che fuggono i calori estivi della pianura di Lombardia, per far nido o sulle Alpi od in più nordiche regioni. Un’altra specie per me affatto nuova, e delle più rare nelle collezioni d’Europa, è la bellissima _Erythrospiza obsoleta_ Licht. Ne presi vari individui adulti dei due sessi e giovani dell’anno, fra di loro pochissimo differenti. La loro voce ordinaria è uno strillo sommesso, rassomigliante a quello della quaglia che frulla, e questo strillo si ripeteva d’ogni intorno anche da’ platani de’ cortili e de’ giardini vicini al nostro, il che vuol dire che la specie è commune in questa località.
Il 29 luglio, di buon matino, diamo un addio a Kazvin. Il mehmendar, sorridendo di compiacenza al desiderio espressogli di non affaticare troppo il nostro convalescente, ci aveva fatto allestire il campo a soli tre _farsach_[40], presso il villaggio di Hissar, quasi alle falde dell’Elburz. Vicinissimo all’antemurale di questa catena, all’oriente del villaggio, e da questo distante un tre chilometri all’incirca, surgono due monticelli isolati, che io feci scopo di una mia escursione, malgrado il sole ardentissimo (avevamo sotto la tenda +36° c.) Rimasi sorpreso al riconoscervi due monticelli vulcanici, di vera lava nera e scoriacea, la cui massa è alla superficie tutta spezzata in grossi frammenti angolosi. Il più grosso di quei monticelli, e precisamente quello che sta più da vicino all’antemurale della catena, è un monte gemello, ossia formato da due coni congiunti fin presso la sommità. Non vidi traccia alcuna di cratere nè di roccie dislocate. Tutti all’ingiro nel piano sono disseminati frammenti della stessa lava, il cui nero colore fa contrasto col grigio del terreno: ma tali frammenti si arrestano a qualche centinaja di passi dalle grandi masse d’onde furono staccati; sono evidentemente sovraposti al tritume generale dell’alto piano e non in questo inclusi. I monticelli medesimi sono incontestabilmente posteriori alla formazione generale delle steppe.
Ne’ torrenti asciutti che attraversano l’arido piano, i frantumi arrotolati constano di marna più o meno alterata, indurita e cotta, di varie sorta di roccie porfidiche, una delle quali è un amigdaloide con noduli di calcedonia.
Il bottino zoologico non mi ha dato nulla di osservabile fuori l’incontro fatto qui per la prima volta di una specie di saurj delle steppe, che, aggiunta alle precedenti, rimane d’ora in avanti communissima. È l’_Agama agilis_ Oliv.
Il dì seguente movemmo per far sosta a Kyschlak. L’altipiano che percorriamo è in massima parte affatto arido, e di tale estensione che verso oriente, e quindi di prospetto al nostro sguardo, si perde nell’orizzonte. Qua e là, numerosi più che nel tratto antecedentemente percorso, veggonsi cumignoli conici, coperti della vegetazione delle steppe, i quali non sono altro che piccoli _tepe_. Trascorsa un’ora dalla stazione di Hissar, incontriamo sulla nostra sinistra i ruderi di un piccolo villaggio distrutto: quindi, a poca distanza, procedendo, altro villaggio più grande alla nostra destra, pure deserto e rovinato, ma con tutti gli indizj di esserlo da poco tempo. Non durammo fatica a riconoscere la causa per la quale questo villaggio era stato abbandonato: l’aqua avea cessato di fluire pel condotto sotterraneo che vi portava un così essenziale elemento di vita.
A Kyschlak le nostre tende erano state providamente erette presso lo sbocco di uno di questi canali, d’onde scorreva una ricca vena di aqua limpidissima e fresca. Mentre da noi si andava pregustando un così prezioso ristoro ad un’arsura che già toccava l’estremo limite della toleranza, ecco una frotta di Persiani del nostro seguito precipitarsi nel canale, ascendere anche la corrente nel suo antro, ravvoltolarsi nell’aqua, spidocchiarsi, e mandar così in regalo a noi una corrente di immondizie. Dovemmo adoperar la forza, bastonate e sassate, a scacciarneli, e far poscia custodire da una sentinella lo sbocco del canale. Il calore di quella giornata fa il massimo per noi sopportato in Persia: 34 R. all’ombra.
Lì presso alle nostre tende era un _tepe_, sulla cui cima vedevasi ancora qualche rudero di antica torre. Le aque pluviali vi avevano tracciati profondi solchi; ma la mia speranza di trovarvi, come a Marend, ossa d’animali, carbone e cocci, andò affatto delusa: il _tepe_ non è d’altro costituito che del solito limo grigio e compatto delle steppe. Ne’ campi circostanti era più che altrove abbondantissima l’_Alauda cristata_. Qui vidi pure qualche coppia della gazza commune (_Pica caudata_), e roteanti nello spazio fra il villaggio ed il nostro accampamento molti falchi (_Milvus ater_).
Lasciato Kyschlak, piegando alquanto a sinistra, ci avviciniamo all’Elburz, ove la nuova stazione ci era apprestata in una delle più deliziose oasi della Persia. Passiamo rasenti il villaggio di Meschinabad, ombreggiato da grandi alberi, fra i quali sotto forma di una moschea attrae il nostro sguardo la magnifica tomba dell’Imam-zadé. Il cammino ci conduce ove l’antemurale dell’Elburz, che avevamo fino allora seguito a distanza, si decompone in rami formanti il fianco di una valle pittoresca, ascendente per balze e chine di una bellezza affatto inattesa verso la catena centrale. I ruscelletti che scendono da questa valle vi sviluppano una vegetazione così diffusa, così varia e lussureggiante, da vincere quella stessa della valle di Marend; e vanno poscia a perdersi nell’Abi-Schür (fiume salato), che termina alla sua volta perdendosi nel deserto. Il bel villaggio di Cinan, circondato di densi frutteti e macchie di grandi alberi, ci si presenta come un luogo di elezione per farvi sosta; ma procediamo oltre, e, dopo breve tratto, eccoci ad un ampio torrente asciutto, chiuso fra due sponde dirupate, unite una volta da un ponte ora del tutto rovinato, e che il governo persiano non ebbe cura di ripristinare.
Passato questo torrente non senza gravi stenti, arriviamo a Kurdan, altro villaggio non meno ricco di giardini e di boschi ombrosi, e lì troviamo preparato l’accampamento. La giornata fu in gran parte spesa alla caccia delle lepri e delle quaglie abondanti nelle circostanti campagne. Verso sera immensi sciami di storni rosei vennero ad appollajarsi sugli alberi vicini alle nostre tende. Ne facemmo una vera strage, che ogni colpo in quelle masse compatte ne faceva cadere una grandinata.
Il 1.º agosto pernottammo in Kerretsch, importante villaggio ancora alle falde dell’Elburz, lambito da un fiumicello che trae dal villaggio stesso il nome di Kerretschrud, ed è un altro affluente del fiume salato. Un grandioso castello reale avrebbe potuto offrirci asilo, ma vi si erano già stabiliti un alto funzionario di Tauris, ed uno fra le milliaja di Mirza o principi del sangue che felicitano la Persia. Trovammo perciò le nostre tende piantate nel giardino stesso del castello, all’ombra dei pioppi e de’ platani. Eccettuando il doloroso accidente occorso al conte Grimaldi le condizioni sanitarie dell’ambasciata erano state in generale corrispondenti ai bollettini, consolanti pe’ nostri amici e pe’ nostri parenti, che ad ogni opportunità di corriere venivano spediti in Europa. Qui incominciavano ad insinuarsi fra noi i primi germi de’ mali proprj del paese. Lo stato di malessere di uno de’ nostri servi si spiegò in decisa e violenta febre periodica. Io medesimo fui colto da una strana affezione, da un accesso di asma notturno, che si rinovò nel seguito varie volte per intervalli irregolari.
Prima della novella alba muoviamo anche da questa stazione, impegnandoci subito nel guado del fiume, reso difficilissimo dalle ineguaglianze del suo letto, dai macigni e dall’oscurità. La luce del crepuscolo matinale ci rischiara bentosto la via, lunghesso le falde dell’Elburz, in un terreno affatto arido, screpolato, disuguale, limitato, alquanto più lungi sulla nostra destra, da piccoli dossi allineati nella medesima direzione della catena d’onde si direbbero staccati. Dopo circa due ore di cammino, eccoci di nuovo ad un’interruzione della parete antemurale dell’Elburz, per la quale da lungi si presentano al nostro sguardo le cime de’ più interni monti, e fra queste gigante e maestoso il cono del Demavend, biancheggiante di perpetue nevi. Un gran fascio di luce solare, scappando fra questo cono e la più vicina sommità de’ monti vassalli, si projetta nelle alte regioni dell’aria, e cresce l’incanto di quella stupenda scena della natura. I primi arrivati s’arrestano a raccoglier le espressioni di maraviglia de’ sopravegnenti. Fin da questo punto, ed anche più avanti, nelle adiacenze di Teheran si può notare come l’asse del cono del Demavend, non sia affatto perpendicolare al piano orizzontale della sua base, ma sensibilmente inclinato verso occidente. Per l’alveo di un altro torrente asciutto parallelo ai precedenti, la strada sale quindi sull’opposto più elevato piano, ricco di bella vegetazione, e conduce al florido villaggio di Khend. Con alcuni amici io aveva precorso il resto della comitiva, e già eravamo alle prime case, quando ad una svolta vediamo un drappello festante di cavalieri, fra i quali distinguiamo cinque splendide uniformi come di ufficiali europei. Grande emozione provammo nell’udire queste parole nella nostra bella lingua: «Voi siete della missione italiana? lasciatevi dunque salutare da vostri compatrioti: ov’è il ministro?» Erano cinque colonnelli italiani al servizio della Persia, i signori Pesce, Giannuzzi, Andreini, Barbara e Materasso. Ricambiati i saluti frettolosamente, ma con piena effusione di cuore, e sul cenno che il ministro seguiva a qualche distanza da noi, spronarono i cavalli al suo incontro. Pochi minuti dopo eravamo tutti riuniti in un piccolo padiglione da caccia dello Schah, chiuso fra quattro mura, ove dovevamo soffermarci pel resto della giornata. Gli ufficiali italiani rimasero alcun tempo fra noi: e venuto infine l’ora del commiato, col proposito di rivederci il domani alle porte di Teheran, riepilogammo la soddisfazione viva e naturale di quell’incontro, e le scambievoli offerte, in cordiali strette di mano.
Ai primi albori (3 agosto) lasciammo Khend: in pochi minuti quella bella oasi scomparve alle nostre spalle, e con trotto sostenuto, variato soltanto, per frequenti tratti, da vere giostre al galoppo, ci avviammo alla capitale dell’impero Persiano. Passando vicino ad una bottega ombreggiata da un gruppo di alberi, solitario nella vasta steppa, alla vista di un samovar fumante, ci colse la tentazione di alquanto ristoro; ma il thè ci fu sdegnosamente rifiutato, che le nostre labbra impure non dovevano profanare le tazze ove bevono i fedeli credenti di Alì. V’era lì accanto un mucchio di poponi e di cocomeri, e questi furono lasciati a nostro arbitrio, per sottintesa concessione niente affatto lusinghiera alla nostra natura di uomini. Dopo due ore di questa lieta cavalcata eravamo già in piena vista di Teheran. Le mura, le torri, le lucenti cupule delle moschee, gli alberi del giardino imperiale, si disegnavano nettamente al nostro sguardo; ma dovevamo veder Teheran senza entrarvi. A pochi minuti di distanza dalla città, nella deserta pianura, v’ha l’_Aspidivan_, ampio recinto ad uso di arena per la corsa de’ cavalli. Lì scendemmo di sella, per ricoverarci nello ampio loggiato che serve di palco alla corte dello Schah, nell’occasione degli spettacoli, ed in questo loggiato attendere lunghe ore il declinare del sole, e l’apprestamento delle pompe colle quali l’ambasciata del re d’Italia doveva essere accolta nella sede del Re dei Re. —
Da oltre un’ora, vestiti delle nostre brillanti divise, ed impazienti come chi è in pieno diritto di esserlo, tendevamo inutilmente lo sguardo al lontano brulicame di gente che andava mano mano adunandosi per noi; quando infine venne dato il cenno della partenza. Movemmo questa volta in ischiera perfettamente ordinata, col nostro ministro alla testa, da prima quasi in linea tangente la cerchia di Teheran, poi convergendo subito a sinistra, verso la non lontana catena dei monti. Per la campagna deserta, sassosa, disuguale, stavano distribuiti forti e numerosi drappelli, e l’uno dopo l’altro, all’avvicinarsi della nostra colonna, s’accostava; quindi, compiute le formalità del saluto, vi si aggiungeva. Oltre le principali autorità della capitale, ciascuna seguita da un brillante corteo, v’era il personale delle legazioni di Francia, d’Inghilterra, di Turchia, v’era il drappello de’ nostri compatrioti, e folla di spettatori; e tutta questa massa di gente inviluppata fra un denso nembo di polvere, galoppava confusamente, preceduta da lacché dello Schah, e seguita da squadroni di cavalleria. Giunti a _Kas’r Kadgiar_ (castello de’ Kagiari), scendemmo di sella, per compiere la vera formalità del ricevimento sotto un ampio padiglione entro il recinto del giardino. Lì attorno ad una grande tavola stracarica di confettura e di frutta, assistemmo alle cerimonie ricambiate fra il commendatore Cerruti ed il ministro degli affari esteri dello Schah. Circolavano frattanto ricchissimi _Kalian_, bacili di thè e di _scherbeth_: e di tanto tramestio noi profittavamo per far la prima conoscenza cogli addetti alle legazioni europee. Compiuta questa solennità riprendemmo la nostra marcia, lasciando a _Kas’r Kadgiar_ gran parte de’ cortei che ci avevano fino là accompagnati. Nel percorrere l’ampio letto di un torrente, ci fu di graditissima sorpresa il veder staccarsi dal piede di un gruppo di alberi tre signore elegantemente vestite all’europea, agitanti verso noi, in segno di festa, candidi fazzoletti: erano le signore Pesce, Andreini e Gianuzzi, che ebbimo poi la fortuna di conoscere personalmente. Infine riescimmo alla residenza per noi fissata in Tedgrisch, che già annottava.
Tedgrisch è uno dei villaggi disseminati nella zona di oasi che si distende a’ piedi dell’Elburz, a due ore da Teheran, in una valle aprica, limitata a settentrione dalla parete montuosa, ed a mezzodì da una serie di collinette o meglio ondulazioni aridissime, che vanno mano mano decomponendosi e morendo nel deserto in cui è fabricata la città. La neve che rimane assai avanti nell’estate sulle più alte cime de’ monti, e della quale vedemmo ancora qualche avanzo, fa scaturire al loro piede numerose surgenti, che raccolte e distribuite con arte mirabile, permette lo sviluppo della cultivazione sotto molteplici forme. Secondo gli accidenti del piano la steppa è tutta intersecata da filari, da macchie, da giardini, da boschetti, da campi di grano, di sesamo, o di trifoglio. In più luoghi la vegetazione arborea è stupenda. Fra il verde biancheggiano ville o gruppi di case, costrutte con ricercatezza, alcune perfino con qualche lusso. Ov’è una moschea e qualche bottega, là si dice essere un villaggio, come il nostro di Tedgrisch, come Rustemabad, Sultanabad, Niaveran. Lo Schah, che ha sparsi nell’immensa estensione de’ vari dominii, in ogni villaggio di qualche importanza, chioschi e castelli, ne ha pure anche qui in gran numero. Ma non bastano le case in questa privilegiata zona. I ministri europei prendono in affitto un giardino, e vi stabiliscono le loro tende per tutta la calda stagione. La sola legazione d’Inghilterra pensa a provedersi di una villa in muratura, che noi trovammo in corso avanzato di costruzione. La vita sotto la tenda è, durante i calori estivi, e per nostra propria esperienza, preferibile a quella dei casolari di commune stile in Persia. Ogni legazione europea ha per sè un vero accampamento, le cui tende sono aggruppate con studio, all’ombra di grandi alberi. Presso la tenda principale è scavato un bacino di forma rettangolare, costantemente pieno di aqua, ad uso di bagno, e così insidioso che nell’oscurità più d’uno di noi vi ebbe a cadere, credendo camminare al sicuro sul terreno. Fra questi accampamenti si distingueva per la magnificenza quello della legazione inglese, ove un’immensa tenda indiana in fitta e robusta stoffa, serviva per sala da ricevimento, ed avrebbe all’uopo perfettamente servito per sala da ballo.
La nostra abitazione, per verità una delle migliori reperibili nelle adiacenze di Tedgrisch, ci era stata procurata, contro un molto rispettabile prezzo di affitto, dal nostro zelante protettore conte Gobineau. Si imagini il lettore un recinto circondato da un muricciuolo di fango, che lo suddivide nell’interno in scompartimenti secondarj, communicanti fra loro per breccie irregolari. Tutto questo recinto poteva chiamarsi un giardino, o meglio un boschetto inculto, selvaggio, di alberi addensati e cresciuti quasi solo in lunghezza per cercar la luce dall’alto. Alcuni viali rettilinei tra filari di maggiori alberi, o sotto un pergolato, stabilivano le communicazioni. In questi scompartimenti erano distribuite alcune capanne di due o tre camerette cadauna, costrutte di fango un po’ meglio impastato e lavorato di quello del muro di cinta. Imposte scassinate ne guernivano gli ingressi; alle finestruole neppure traccia di vetri, che son cose di lusso pel luogo e per la stagione.
Nella meno informe fra queste capanne e nella più spaziosa camera fu stabilito l’officio del nostro ministro; e lì presso, sotto una tenda, si dispose una gran tavola improvisata alla meglio, pel pranzo. In linea con questa tenda erano la immancabile fossa rettangolare, ed un’altra buca nel cui fondo gorgogliava una copiosa surgente di aqua limpidissima e fresca. Il mobiliare che trovammo al nostro arrivo, non consisteva che in alcuni tappeti distesi sul pavimento, concessi provvisoriamente dal governo, e che dovemmo ricambiare con altri comperati dal nostro ministro. Si mise presto mano al corredo delle masserizie portate con noi per sì lungo cammino dall’Europa, rimaste fino allora intatte. Mediante certi letticciuoli elastici, mediante le nostre casse, ci accasammo, lo deve dire, abbastanza bene, anche per un lungo soggiorno.
Il giorno medesimo del nostro arrivo, nella tarda sera, ebbimo la visita del conte Gobineau, ministro di Francia in Teheran, il quale si affrettò a fornirci i primi insegnamenti elementari sul nostro contegno, e fra gli altri questo: che nessuno di noi avesse ad escire senza scorta, non per scansare oltraggi che non avevamo a temere, ma per la debita considerazione della nostra dignità. Altro sollecito avviso, per verità utilissimo, fu che nessuno di noi facesse di suo capo acquisti di curiosità persiane, delle quali saremmo stati facilmente allettati. Il conte de la Roche Chouart, _attaché_ alla legazione francese, si offrì graziosamente a nostro mentore in queste faccende. Una persona di rango non si reca a’ _bazari_, ma riceve in sua casa i mercanti, i quali poi, colla ciera la più innocente, cercano affibbiare da prima tutti gli scarti, poi ad una ad una cavano le cose migliori, chiedendo sempre il doppio, il triplo del prezzo che sono disposti a ricevere. Ci separammo colla testa piena delle più cordiali offerte, e ripromettendoci un’eccellente compagnia da questo centro di società europea.
Il conte di Gobineau è uomo ancora nel vigor dell’età, di ingegno irrequieto, amante di varia ed accelerata cultura, e conosciuto nel mondo letterario per le sue relazioni di viaggi alla Terra-Nuova, in Persia e specialmente per la sua opera sull’_ineguaglianza delle razze umane_. Noi lo trovammo tutto intento allo studio della letteratura e della filosofia persiana, sotto la scorta di un sapiente _mollah_; e siffattamente preso di entusiasmo da trovare arcane bellezze in ogni cosa di gusto persiano, perfino nella musica.
Un po’ alla volta, ne’ giorni susseguenti, facemmo conoscenza del personale delle legazioni di Turchia e d’Inghilterra. Ministro dell’impero ottomano era Haider effendi di bell’aspetto, perfettamente educato alle forme più scelte, e parlante con grande facilità il francese. Ministro d’Inghilterra da un anno o poco più era il signor Allison, del pari assai cortese persona. La diplomazia inglese in Oriente si esprime anche nel decoro delle rappresentanze diplomatiche negli Stati ove il liocorno non è assunto dominatore. Il personale delle legazioni vi è più numeroso, meglio retribuito, e circondato di tutti gli emblemi dell’agiatezza e della potenza. Lo componevano il signor Fane, il signor Watson ed il signor Thomson, segretari. Il dottore Dickson, assai dotta e garbata persona, vi era addetto in qualità di medico.
Noi avevamo già avuta per via la notizia del riconoscimento del regno d’Italia da parte del governo russo; ma la communicazione officiale non ne era peranco pervenuta alla legazione dello czar in Teheran, e tale circostanza impedì ogni rapporto diretto tra il nostro ministro colla legazione di Russia, il cui accampamento trovavasi a poche centinaja di passi da Tedgrisch. Il signor Anitchkoff trovò modo di farci esprimere il suo rincrescimento, e gli addetti alla legazione russa, che frequentemente incontravamo nelle tende delle altre legazioni, usavano con noi tratti così cortesi, da non renderci accorti del difetto della vernice diplomatica. Noi ci trovavamo quasi ogni giorno a contatto or con l’una or con l’altra legazione, ma in forma privata: l’etichetta esigendo assolutamente che le visite officiali non fossero fatte e rendute se non dopo il solenne ricevimento dallo Schah.
Il dottore Tholosan, archiatro, che appena ebbimo tempo di conoscere personalmente, alcuni officiali, e tra questi i cinque colonnelli italiani de’ quali ho detto più sopra, qualche negoziante, qualche operajo, due sacerdoti lazzaristi, uno francese, l’altro italiano di Liguria, il padre Varese, ecco, oltre il personale delle legazioni, la colonia europea di Teheran. E qui sento il bisogno di soddisfare ad un sentimento di riconoscente amicizia verso un’altra persona, che, sebbene eliminata dalla sfera officiale, ha prestati a me e ad altri miei compagni servigi così segnalati, con sì franca e costante cordialità, da rimanerne perenne in noi la memoria; devo rammentare il signor Nicolas, primo dragomanno della legazione di Francia, profondo conoscitore della lingua e della letteratura persiana, che per dissapori sempre più inacerbiti col signor conte Gobineau avendo chiesto ed ottenuto un congedo, faceva i suoi preparativi di partenza per l’Europa. Il nome del signor Nicolas dovrà ricomparire in queste pagine.
Le frequenti giornaliere visite ricevute e ricambiate, gli inviti a pranzi come di famiglia, le geniali conversazioni, ci facevano quasi dimenticare per lunghe ore di essere tanto lontani dall’Europa, ed alleggerivano la crescente oppressione della nostalgia, che in tutti più o meno acerbamente si faceva sentire. Si animò in questi ozj di Tedgrisch la nostra corrispondenza co’ parenti e cogli amici lontani. Non esistono in Persia offici postali, come nei paesi più civilizzati, ma il ricambio delle lettere coll’Europa si fa con soddisfacente regolarità col mezzo di corrieri del ministro degli affari esteri, e delle legazioni di Francia e d’Inghilterra, per la via di Trebisonda e Costantinopoli, e della legazione di Russia, per la via di Rescht. Il tratto da Teheran a Trebisonda, che dalle carovane ordinarie è percorso in quaranta giorni almeno, lo è da’ corrieri in soli tredici giorni, trottando di continuo dieciotto ore nelle ventiquattro, non perdendo tempo ne’ _tschapark hanè_ che lo strettamente richiesto pel cambio de’ cavalli. Vi sono de’ viaggiatori anche europei che riescono a sopportare una così dura marcia. Il mio amico Doria, nel suo viaggio di ritorno in Europa, ne fece vittoriosamente prova.
Le notizie che ci pervenivano sull’epoca del ritorno dello Schah, e quindi del nostro solenne ricevimento, erano incerte; però s’accordavano in generale nel farci presumere circa una ventina di giorni di aspettazione. I contorni di Tedgrisch non presentavano alcun particolare interesse per ricerche scientifiche; si organizzò adunque prontamente, in questo intervallo, un’escursione al Demavend, la quale venne felicemente compita, come in seguito narrerò. Intanto alla spicciolata ognuno di noi volle far la sua visita alla vicina capitale dell’impero persiano.
XV.
Teheran. — La cultura publica in Persia. — La giustizia. — L’Emir — Il Sadrazam. — Confronti. — Massacro della legazione russa nel 1829. — Guerra coll’Inghilterra nel 1856 — Herat. — L’armata. — I Turcomanni. — Le febbri a Tedgrisch. — Lo Schah. — L’udienza imperiale. — Il ministro degli affari esteri. — Dopo l’udienza.
Teheran è posta nel deserto, a breve distanza dalla catena dell’Elburz, nello spazio tra le ridenti oasi del Schemran e le rovine della biblica Rages. L’italiano Della Valle, il pellegrino che la visitò sullo scorcio del secolo decimosettimo, la chiama la città de’ platani; la descrive come grande, ma poco popolata, intersecata da ruscelli, ricca di giardini e di frutteti. Già anticamente, in varie riprese, l’aveano scelta a loro temporanea sede alcuni re della Persia; ma al rango di capitale del vasto impero non salì che verso la fine dello scorso secolo, col surgere della nuova dinastia. Aga Mohamed khan vi costruì nuovi aquedotti, bazar, moschee, palazzi, e pago infine dell’opera sua trasferì nella rifatta città la residenza dei Re de’ Re, abbandonando l’antica sontuosa metropoli di Ispahan. Una sola costante legge governa in Persia le capanne ed i palazzi, gli umili villaggi e le grandi città; tutto è predestinato alla rovina sin dalla fondazione, ed i Persiani non riparano, ma ricostruiscono.
Io non farò la descrizione di Teheran, rimandando il lettore a quanto ne scrissero i viaggiatori e più recentemente, colla maggiore accuratezza, il sig. Brugsch[41]. La fisonomia generale di questa città non è gran fatto diversa da quella delle altre città persiane: il materiale di costruzione vi è il medesimo: fango, puro fango: le contrade sono strette, sudicie, irregolari, estremamente polverose in estate, e fangose nella stagione della pioggia. Un’alta muraglia di fango ed un gran fossato asciutto la ricingono, e vi danno accesso sei porte, che dal tramonto al surgere del sole rimangono gelosamente chiuse. Alcuni gruppi di casolari, presso le porte, formano i suburbj, uno dei quali, dal lato del Schemran, trovammo intieramente stemperato da una pioggia diluviale e da una innondazione dell’anno precedente.
Nell’ampia distesa di casipole e muricciuoli di fango surgono, qui più che altrove, opere monumentali della moderna arte persiana, costrutte in buoni mattoni cotti, con eleganti mosaici di mattoni smaltati. Le porte fiancheggiate di torri, le moschee, i bazar, sono per una certa magnificenza di stile, per le decorazioni, per la freschezza, quanto di più bello si può vedere in tutti i dominj degli Schah. La porta del nord, detta la porta dell’impero, e lì presso il mausoleo che racchiude la testa del Khan di Khiva, furono i primi bei monumenti che si offrirono al mio sguardo nella visita fatta alla città. Da questo lato si trova il più importante dei quattro quartieri, nei quali la città stessa è divisa. Oltrepassata quella porta si percorre una strada lunga e diritta, regolarmente selciata, rasente il muro di cinta del giardino dello Schah, ed a questo muro sono attaccate in lungo ordine molte cassette vetrate, nelle quali arde di notte una candela, tutto il contorno della residenza imperiale essendo illuminato, quando il resto della città è nelle tenebre. Per quella strada si giunge a una grande piazza, circondata di frontoni maestosi, che servono d’accesso a’ bazar, a’ caravanserai, al palazzo dello Schah e de’ suoi ministri. Nel mezzo di questa piazza sta quella che da noi si direbbe la gran guardia: una batteria di cannoni di diverso calibro, ed uno fra essi di enormi dimensioni, con gruppi di soldati quali in sentinella, quali accosciati fumando tranquillamente il kalian.
Il giardino dello Schah è imponente pel lusso della vegetazione, per maestosi viali, per grandi piscine, per la pulitezza, l’ordine, l’eleganza che domina dappertutto, e rivelano arte, gusto, costumanze d’Europa. Il direttore, infatti, è un francese. Non mi accingo tampoco a descrivere l’interno del palazzo, la favolosa ricchezza de’ troni, l’addobbo sontuoso di alcune sale, contrastanti in singolar modo colla nudità, colla decadenza de’ fabricati imperiali che avevamo fino allora visti. Varj grandiosi edifizj, tutti press’a poco del medesimo stile, co’ loro grandi talar prospicienti l’immenso giardino, compongono questa residenza del Re de’ Re. Alcuni servono d’abitazione a’ grandi di corte, altri al ricevimento de’ dignitarj nelle varie solennità; altro infine chiude il tesoro reale, indescrivibile assembramento di perle, di rubini, di smeraldi, di diamanti, della più rara bellezza, per un ammontare che vien calcolato oltre 1,250,000,000 di franchi.
Da questa parte della città, presso la porta dell’impero, trovasi il collegio, istituzione europea, che la volontà dello Schah attuale mantiene, che un altro regnante può distruggere, senza che ne rimanga tampoco la memoria nell’indifferenza del paese. È una specie di istituto politecnico, nel quale ad una quarantina di allievi si dà una istruzione elementare nella fisica, nella chimica, nella mecanica, nella topografica, nella lingua francese. Naturalmente vi sono addetti professori europei, ma già si manifesta e si traduce in effetto l’intenzione di sostituire loro a poco a poco professori persiani. Un italiano, il signor Focchetti, vi tenne per alcuni anni la catedra di fisica e di chimica, ed ha lasciato buon nome e desiderio di sè, non solo fra i pochi suoi connazionali, ma fra gli altri Europei e le istesse più intelligenti notabilità persiane. Noi trovammo in costruzione un grandioso fabricato nel quale sarà ben tosto trasferito il collegio che lo Schah ha intenzione di chiamare a nuova vita.
L’Inghilterra tiene lo sguardo fiso sopra Herat, e pel resto si appaga del grande sfogo che aprono alle sue manifatture i bazar persiani. La Russia pure inonda la Persia delle sue merci, e contiene la politica dello Schah colla salutare paura. Fino dai tempi del primo Napoleone, e della spedizione del generale Gardanne, Parigi è, nel concetto generale de’ Persiani, il centro del _Frengistan_; e la Francia spiega ancora la prevalente influenza ne’ consigli dello Schah. La maggior parte degli officiali europei al servizio della Persia sono francesi. A Parigi il governo persiano mantiene una cinquantina di allievi, perchè abbiano ad istruirsi nell’industria manifatturiera, nelle arti dell’ingegnere, nella medicina. Qual profitto essi ne traggano la loro patria non cura. Non appena vi abbiano fatto ritorno, l’harem ed il kalian riprendono il loro pernicioso dominio, e svanisce perfino quella vernice parigina che ingentilisce il vizio. Pure ciò che è buono nella natura dei Persiani è ottimo: e questo è l’ingegno aperto, vivace, che li rende atti ad apprendere con mirabile facilità ogni arte, ogni industria, ove la memoria, i sensi, e la destrezza fisica abbiano la parte prevalente. I lavori che i Persiani, per tradizione secolare, e con strumenti imperfettissimi, riescono a fare, sono veramente stupendi. Non si perverrà forse giammai ad imitare in Europa le tanto apprezzate sciabole del Korassan, mentre, sotto la direzione di abili officiali e capi officine francesi, la fabricazione delle armi da tiro, anche di precisione, sul modello europeo, ha preso, nell’arsenale di Teheran, rapido sviluppo. Dal 1861 è teso un filo telegrafico, che, partendo da Teheran, si biforca a Kazvin, per terminare con un estremo a Tauris, coll’altro a Rescht. Il primo stabilimento, o, come direbbesi, l’impianto di una novità così inconcepibile alla scienza orientale, fu naturalmente affidato ad Europei; ma in sì breve spazio di tempo il servizio del telegrafo è già intieramente passato a funzionari persiani, e procede nel modo più regolare.
Non sia giudicata frivola cosa quest’altra prova del singolare ingegno imitativo dei Persiani, ch’ebbe con profitto grandissimo suo e dalla scienza il mio amico Doria. Durante il suo viaggio nelle provincie meridionali della Persia, vennegli in pensiero di addestrare a ricerche naturali il suo cuciniere, giovinotto di non ancora venti anni, nativo di Schiraz, di nome Kerim, ed in breve riescì a sviluppare in lui un talento straordinario, un perspicace senso pratico, una decisa passione per tutti gli artifizi delle collezioni zoologiche. Condottolo seco alla sua nativa Genova, bastarono poche lezioni del bravo e compianto preparatore De-Negri a fare per soprapiù del giovane Kerim un tassidermista abilissimo. Così il marchese Doria si è assicurato un prezioso ajuto, che ogni naturalista ha ragione di invidiargli.
La cultura dello spirito è molto più apprezzata dai Persiani che dai Turchi. Tengono la suprema gerarchia del sapere i _mollah_, che sono i dottori del Corano, ed i conservatori sacri delle tradizioni storiche e filosofiche. Poi vengono i _mirza_, o letterati communi, e di questi grande è il numero. Senza che il governo se ne curi gran fatto, l’istruzione elementare è più diffusa in Persia che in alcune provincie della stessa Europa; se non che l’islamismo è un irremovibile ostacolo a ciò che ne scaturiscano que’ frutti che essa virtualmente in sè racchiude. Quasi tutti coloro che al vestito si palesano superiori all’umile plebe sanno leggere e scrivere, e portano abitualmente nelle saccoccie del vestito un astuccio con penne e calamaio, ed un rotolino di carta alla cintura. Quasi ad ogni moschea si trova annessa una scuola (_madrassèh_), ove, sdrajati sovra rozzi tappeti, vedi ragazzi intenti a deciferare scritture, a tracciare scarabocchi sulla carta. Nelle città, ne’ villaggi, si incontrano molto frequentemente crocchi di uditori intenti alla lettura entusiastica de’ novellieri e de’ poeti, onde la Persia mena giustamente sì gran vanto. Tra le botteghe de’ bazar se ne trovano alcune di librai. La stampa si fa col mezzo della litografia. Nè mancano giornali: uno è pubblicato in Tauris dallo stesso nostro primo mehmendar Kulikhan; l’altro in Teheran, sotto la personale alta direzione dello Schah e de’ suoi ministri, e questo è adorno di disegni, o, come direbbesi tra noi, illustrato.
I Persiani riconoscono la supremazia degli Europei in tutto quanto si riferisce al benessere materiale della vita, compiangendo però i vani bisogni in cui si sono avviluppati, e la conseguente complicatezza delle industrie per sopperirvi; ma in fatto di teologia, di filosofia e di letteratura, essi tengono gli Europei per bambini, o, senza cerimonie, per barbari. Rompendo l’ordine del mio diario, intercalerò qui un saggio abbastanza curioso della filosofia naturale de’ Persiani. La scena è in un caravanserai di Kazvin, ove ci troviamo io e Lessona in compagnia del sig. Nicolas, in crocchio con vari notabili della città. Mentre l’ottimo dragomanno disputava cogli altri del crocchio, in lingua persiana, io e Lessona, che non comprendevamo verbo, stavamo badando ad uno scalpellino che lì presso lavorava un masso di bellissima trachite rosea; e raccoltone alcune schegge le esaminavamo colla lente.
«Che fanno que’ signori?» domandò uno dei Persiani del crocchio al sig. Nicolas.
«Guardano di quali elementi il buon Dio ha composta quella pietra.
«Che necessità di guardare? Lo diremo noi: quella pietra è fatta di aria, di aqua, di terra e di fuoco.
«Questa è scienza antiquata e morta. Noi Europei sappiamo da quasi un secolo che l’aria, l’aqua, la terra, non sono elementi, ma sostanze composte, e che il fuoco non è una sostanza particolare.
«Se accettate la discussione su questa materia, noi siamo pronti, e vi convinceremo del vostro errore:»...... — e via di seguito, dissertando con un miscuglio di Aristotele e di Maometto d’uno in altro argomento; asserendo che la terra non si muove, che è portata sulle corna di un bue, e questo riposa su di un pesce; che è assurdo ammettere l’esistenza degli antipodi; e concludendo sempre che quella è la vera, la sola scienza.
Al sentir di queste belle cose, io e Lessona non potevamo tenerci dal farne, ridendo, le alte maraviglie; se non che venne tosto ad ammorzarle una triste riflessione. La scienza che è di sua natura incoercibile come l’etere, indefinitamente progressiva, che non conosce confini, e meno ancora contrasti di nazioni, procede forse nel nostro stesso paese senza spinte retrogade, senza inciampi di strane zavorre? Non abbiamo anche fra noi consorterie di dotti ignoranti, i quali per rifiutare altrui il diritto del libero esame, incominciano dal respingerlo essi medesimi, come un incommodo peso? Che per cullarsi in beato ozio sotto le ali oscuranti di qualche Aristotele di provincia, convertono perfino in danno permanente quelle che pur sarebbero glorie storiche della nazione? Buona gente del resto, che non domanda altro che di esser lasciata vivere, e a chi dà rende incensi a larga mano. Ma ahimè, per l’incessante proclamarla quella che non è punto, la loro scienza non diviene la sola, la vera, la intangibile, meglio che nol sia quella de’ dottori delle moschee.
Più che al diretto comando degli Schah ha contribuito al rifiorire di Teheran un Cavour della Persia, un ministro riformatore di rara intelligenza, che ha lasciata nella storia contemporanea del suo paese una pagina incancellabile, e la cui tragica fine è ancora materia de’ racconti popolari, ed universalmente compianta. Un figlio di un povero cuoco di Kermanschah, di nome Mirza Taghi, addetto al servizio del principe ereditario Nasr-ed-din Mirza, riescì pei suoi talenti, per la sua operosità, per l’energia del suo carattere, a guadagnarsi i favori e la confidenza del suo signore, ed a vincere i nemici insurti a disputare a questi, alla morte di Mohamed Schah, il trono della Persia. Portato allora egli medesimo al rango supremo di gran Visir, col titolo di Emir, ottenuta in isposa una sorella dello Schah, Mirza Taghi khan tutto pose in opera onde riparare le devastazioni della sfasciata amministrazione precedente, contenere l’avidità spogliatrice de’ governatori e de’ grandi di corte, ordinare i diversi rami del publico servizio e sovratutto la finanza, nel tempo medesimo che intraprendeva con prodigiosa attività grandi opere publiche, ponti, strade, bazar, caravanserai. Ma i rovesci della fortuna sono violenti in Persia, ed anche per quest’uomo straordinario doveva suonare l’ora fatale. Un intrigo di corte, abilmente ordito da feroci rivali, da coloro che sotto quella mano di ferro aveano dovuto cessare da inveterati abusi, riescì a far credere allo Schah che l’Emir minacciava l’ordine dello Stato. La memoria degli antichi servigj, l’evidenza de’ nuovi, gli stessi vincoli del sangue, non valsero a salvarlo. Fu allontanato dalla corte ed esigliato in una sua villa presso Kaschan, ove non tardò a raggiungerlo l’ultimo scoppio dell’ira imperiale. L’infelice trovavasi nel bagno quando gli giunse un messo dello Schah accompagnato dal carnefice, colla sentenza di morte. L’Emir aveva libera la scelta del genere di supplizio: gli fu proposto l’avvelenamento con una forte dose di oppio, ma egli rifiutò. Si fece aprire le vene nel bagno stesso, e mentre la vita gli andava mancando ebbe ancora la forza d’animo di scrivere col dito intriso del suo sangue la sacra esclamazione de’ Musulmani: _la allah ill’allah_; non v’è altro Dio che Dio.
Mirza Aga kan che gli succedette nella carica di gran Visir, col titolo di Sadrazam, fu appena più fortunato coll’aver salva la vita. Straordinariamente ricco, intraprendente, amante del lusso, padrone di un sontuoso palazzo nella capitale, di castelli e di terre, dovea necessariamente suscitare l’invidia e la gelosia dei cortigiani, che lo accusarono di impinguare i suoi forzieri a danno dello Stato. L’accusa prese corpo al sopravenire di una crisi annonaria e di una gran penuria di danaro; ed anche in questa circostanza il despotismo dello Schah si manifestò in tutta la sua forza. Il Creso persiano dovette sottostare a taglie enormi, poi infine venne esigliato a Yezd, spogliato dei suoi possedimenti; e la carica di gran Visir fu abolita.
Da questo esempio, e da altri che ho dovuto narrare nelle pagine precedenti, si può avere un’idea del modo con cui si amministra in Persia la giustizia. Tutto il codice è compendiato in un sottinteso articolo, che si potrebbe esprimere così: la vita e la proprietà de’ Persiani sono in facoltà del sovrano. L’arbitrio, il solo arbitrio, determina la procedura, la sentenza, il genere e la specie della pena. De’ carnefici accompagnano dappertutto la persona dello Schah, ed il capo di essi è una vera dignità in corte. La prigione costerebbe troppo. Tutte le pene sono pecuniarie o corporali: le prime oscillano tra la multa e la confisca, ad arbitrio ed a profitto del sovrano; i gradi delle seconde sono l’esiglio, la bastonatura, le mutilazioni, la morte, e tanti tormenti quanti se ne possono imaginare. Ma anche su questa materia non mancano riflessioni e confronti. Ad ogni scoppio di barbarie musulmane tutta Europa si commove. Noi eravamo in Tiflis, allorquando i giornali ci portarono la novella del supplizio di sessanta Turcomanni, che allora aveva avuto luogo sulla piazza d’armi di Teheran. Quegli infelici, legati tutti in fila, servirono per alcune ore di bersaglio a’ battaglioni che si facevano successivamente sfilare loro dinanzi, a tutto tiro di fucile. A tanto orrore noi fummo sul punto di credere che l’ambasciata italiana non avrebbe proceduto oltre: ma in seguito, ben ponderate le circostanze, si venne a conchiudere che la sorte di sessanta ladroni, colti in istato di guerra, non avrebbe incontrato nella stessa Europa altro diverso trattamento che nel tempo, nel luogo, ed in una semplice più legale formalità; differenza sproporzionatamente minore che non sia quella del relativo stato di civiltà ne’ due paesi. Bisogna ammettere ne’ nostri giudizj sulla Persia circostanze molto attenuanti. Quel paese è, di confronto coll’Europa, arretrato di dieci secoli, ma gli orrendi supplizj de’ Babi, che non mi bastò l’animo di descrivere pel minuto, sono ancora un pallido raffronto ai tormenti co’ quali, or fa appena un secolo (nel 1757), per sentenza di tribunali, in una metropoli del mondo cristiano, tredici carnefici, per dodici ore continue, fecero scontare a Roberto Damiens il delitto di aver attentato alla vita di Luigi XV. La tortura e la ruota non sono peranco sparite dalla memoria de’ contemporanei; il supplizio alla bocca del cannone fu trovato molto speditivo ed esemplare, in certe circostanze, anche da propagatori di civiltà; e fanno raccapriccio le inumane torture colle quali, or sono pochi anni, gli agenti del governo delle Indie spremevano ai contribuenti morosi il pagamento delle imposte, onde altre grida di pietà e di sdegno risuonarono nella Camera de’ communi di Londra.
Con sì largo e terribile arbitrio in chi comanda, col sentimento morale così ottuso nelle masse, convien dirlo, a minor onta della natura umana, gli eccessi del potere da una parte e i delitti dall’altra, sono molto più rari in Persia di quanto generalmente si creda. Le punizioni sono strane e violente, ma almeno pronte ed esemplari, ed il più delle volte applicate a veri e riconosciuti colpevoli. Nelle grandi occasioni però, quando occorre agire sull’istante, e colpire le masse con grandi esempi, le vittime si pigliano alla cieca e per categoria.
Al principio del 1861 la gran neve caduta ed il pessimo stato delle vie di communicazione aveano reso impossibile il regolare trasporto de’ grani per i centomila ventricoli della capitale, e la carestia vi prese terribili proporzioni. Un giorno, migliaja di donne furibonde, scoperto il volto in segno di disperazione, circondarono minacciosamente lo Schah che ritornava dalla caccia, gridando pane e giustizia. Ma il pane non si crea per volontà di despota; bensì qualche atto clamoroso al quale dare il nome di giustizia si può sempre improvvisare, e lo fu in questa circostanza. Sua Maestà fece semplicemente strangolare il Kelantar, o capo della polizia della città, e trascinarne il cadavere, per le vie di Teheran, a coda di cavallo; fece bastonare i Ketkodà, o capi de’ quartieri, e l’insurrezione s’acquietò, come avesse mangiato.
Un altro tumulto popolare accaduto in Teheran, in epoca più remota, e che finì col massacro della legazione di Russia, è raccontato in qualche libro con alcune varianti da quanto mi venne riferito sul luogo da persone degne di fede, e tra di loro concordi fin ne’ particolari. Ecco il tragico avvenimento. Dopo la pace di Turkmantschai era stato spedito a Teheran, come ministro residente dello czar, il signor di Gribojedow, con numeroso personale, conformemente al rango, ed alla circostanza della pace succeduta ad una grossa guerra. Fra i sudditi dello czar, abitanti in Teheran, e sui quali naturalmente si estendeva il diritto di protezione del suo ministro, v’era una donna armena, che era stata a forza chiusa in un harem. Le insistenti domande e le proteste del sig. di Gribojedow, onde la donna fosse consegnata alla legazione, non avevano avuto altro effetto che di esacerbare il fermento della plebe, irritata già dalle conseguenze della guerra disastrosa che era stata allora suggellata con una pace invisa. Sul rifiuto ostinato delle autorità locali, il ministro russo mandò i Cosacchi del suo servizio a strappare la donna all’harem. Il tumulto salì per questo fatto al colmo; e lo stesso capo della religione, che fino allora s’era efficacemente adoperato a calmare gli animi, fè cenno che ormai ogni freno fosse tolto. La plebaglia furibonda si portò in massa contro la residenza della legazione russa; dalle imprecazioni passò alle minacce ed all’attacco. La porta chiusa, e fortemente appuntellata, era sul punto di cedere sotto gli urli della moltitudine, quando partì di là una scarica di fucilate. In pochi istanti l’onda inferocita degli assalitori invase l’interno della casa; ed impegnatasi la lutta corpo a corpo, cinquanta persone, componenti la legazione, fra le quali lo stesso ministro, ed alcuni fedeli servi persiani, dopo un’eroica difesa, rimasero scannati. Solo riescì a sottrarsi alla strage un giovane segretario, arrampicatosi sui tetti, e raccolto dalla carità di un _mollah_, che lo tenne celato nel sacro inviolabile asilo del suo proprio harem. Quanto le conseguenze di questo fatto dovessero presentarsi terribili al governo persiano, ognuno può imaginare. Un principe del sangue fu immediatamente spedito a Pietroburgo a chieder umilmente perdono a’ piedi dello czar, e ad offrire pronta riparazione. La quale fu fatta ampia e clamorosa, con solenne apparato di inchieste e scena finale di centinaja di nasi, di lingue, di orecchie, e di teste cadute sotto il coltello del boja. Una seconda ambasciata russa non tardò molto a giungere in Teheran, accolta con pompa straordinaria.
Altro episodio, in cui del pari figura una donna tra i personaggi principali, avrebbe potuto avere conseguenze funeste pel governo persiano, quand’anche non fosse contemporaneamente concorsa al medesimo effetto un’altra complicazione politica molto più grave. Mirza Haschim, caduto in disgrazia dello Schah per la sua famigliarità colla legazione britannica, aveva dovuto infine ricoverarsi definitivamente sotto la protezione di questa; e dal sig. Murray era stato nominato agente consolare a Schiraz. Mentre il prevedibile conflitto dava luogo ad uno scambio di note e di proteste aspre ed energiche fra il ministro inglese ed il governo persiano, lo Schah fece rapire la moglie del Mirza, sua parente, accusata non solo di leggerezza in conversare cogli Inglesi a viso scoperto, ma perfino di rapporti scandalosi col ministro. Invano il sig. Murray si fece a reclamare, pe’ lesi diritti internazionali, la restituzione immediata della donna: lo Schah intervenne personalmente nella questione, scrivendo di suo pugno al ministro britannico, e caricandolo delle più basse contumelie. La misura era colma, e l’offeso ministro mandò al governo persiano un’ultima ingiunzione: che fosse fatta giustizia a’ suoi reclami, che lo Schah ritirasse l’ingiurioso scritto, od altrimenti egli avrebbe abbassato lo stemma della sua nazione. Spirato invano l’ultimo termine concesso a queste riparazioni, la legazione inglese abbandonò Teheran, ed il sig. Murray scrisse al governatore di Bombay, invitandolo a far un’imponente dimostrazione armata davanti Bender Buschir. Questo avveniva nel dicembre 1855. Poco dopo una poderosa armata persiana invase il territorio di Herat, e si impadronì della città. Il governo inglese che per vendicar il grave oltraggio fatto, per una frivola causa, alla sua bandiera, avrebbe dovuto muovere guerra alla Persia, fu così tratto d’imbarazzo, e, per la nuova causa sopragiunta, troncò ogni titubanza. Una flotta di 47 navigli, con 5000 marinai ed 8000 soldati, sotto gli ordini del commodoro Leeke e del generale Outram, si portò nel golfo persico. Le truppe sbarcate bombardarono Bender Buschir, che si arrese dopo quattro ore di fuoco; quindi, procedendo, vinsero ancora in varj scontri i Persiani, ed attaccarono la fortezza di Mohammerah, la quale, sebbene difesa da 13,000 uomini e da numerosa artiglieria, fu presto evacuata. Malgrado l’enorme sproporzione delle forze, la vittoria seguiva il vessillo inglese. Ma le vere difficoltà di questa guerra non sarebbero incorse che più tardi, coll’avanzarsi nella regione montuosa, e già erano pronti a salpare da Bombay nuovi rinforzi, quando giunse la notizia al generale Outram che, per mediazione dell’imperatore dei francesi, un trattato di pace fra l’Inghilterra e la Persia era stato sottoscritto il 4 marzo (1887) in Parigi, da lord Cowley e da Ferruk khan. Le ratificazioni non si fecero a lungo aspettare, ed il signor Murray fece di nuovo trionfale ingresso in Teheran.
Il miserabile piccolo canato di Herat sarà ancora per molti anni un pomo di discordia, un punto obbiettivo delle rivalità e della strategia politica della Russia e dell’Inghilterra, veggenti nel lontano avvenire la possibilità di trovarsi un giorno di fronte a contrastarsi il predominio nelle più ricche contrade dell’Oriente. Il possedimento di Herat è poco meno d’una quistione di vita per la Persia: e per quella che si chiama in Europa legitimità di aspirazione, non le dovrebbe esser contrastato. La Persia ha necessità di quella posizione per dominare le gole dei monti aperte alle invasioni dei Turcomanni nel Korassan meridionale; e la Russia ve la spinge sottomano, nell’intento di allontanare sempre più l’influenza inglese, e predisporsi una facile via che le forze della Persia non saprebbero mai difendere, quando venga il giorno di stendersi verso le Indie. L’accorta Inghilterra giuoca l’altra partita, favorendo le ambizioni del suo alleato Dost Mohamed, sultano del Cabul, nelle cui mani Herat sarebbe un’opera esterna coprente i confini occidentali de’ suoi propri possedimenti. Perciò fin dal 1853 era stato conchiuso un trattato fra la Persia e l’Inghilterra, per il quale il governo persiano rinunciava ad ogni pretesa di sovranità sopra di Herat, obligandosi a non invadere questo territorio se non in quanto fosse strettamente richiesto per difenderne l’indipendenza dagli attacchi effettivi del Cabul. Fu appunto la violazione di questo trattato che obligò l’Inghilterra a ricorrere alle armi, siccome ho narrato. Il trattato di Parigi conferma essenzialmente la clausola del 1853, ed aggiunge che alla minaccia di una lutta colle forze di Dost Mohamed, la Persia non abbia ad intervenire se non dopo aver esperimentati i buoni officj dell’Inghilterra verso il suo alleato, officj che l’Inghilterra stessa obligavasi ad interporre. Fu anche contemplato il caso di Mirza Haschim, e stabilito che l’Inghilterra, conservando la sua protezione ai Persiani che già aveva assunti al suo servizio, si obligava a non estenderla ad altri, fuorchè nel caso che un simile diritto fosse più tardi stato accordato dal governo persiano ad altre potenze.
L’occasione non tardò per metter a prova il trattato di Parigi. Noi eravamo appunto in Teheran, quando vi era giunta da poco la notizia che Dost Mohamed era di nuovo penetrato con forze imponenti nel territorio di Herat, e stringeva d’assedio la città. Fra i varj pretesti dell’invasione v’era pur quello, probabilmente vero, che Ahmet, khan di Herat, fosse creatura dello Schah. La Persia non s’era per anco rifatta dall’infelicissima spedizione contro i Turcomanni, epperò non poteva opporre al sultano del Cabul che una debole armata di 18,000 uomini, sotto il comando del vecchio Murat Mirza, zio dello Schah, e governatore del Korassan; ma risovvenutosi in buon tempo degli accordi stipulati col governo inglese, domandò formalmente l’esecuzione dell’art. 6 del trattato di Parigi. Il sig. Eastwick fu spedito sul teatro della guerra, come incaricato d’affari del governo inglese, ma non si diede tampoco la pena di vedere Dost Mohamed, e si limitò a scrivergli onde impedisse dalla sua parte il passaggio de’ Turcomanni sul territorio persiano. Herat fu assalita e presa, ma il suo conquistatore, già gravemente ammalato all’incominciar della campagna, morì qualche giorno dopo la vittoria.
L’esercito persiano consta di 80 battaglioni di fanteria, ciascuno nominalmente dagli 800 ai 1000 uomini, ma effettivamente aggirantesi intorno alla metà di queste cifre: di 4 reggimenti di cavalleria regolare, e 2 di artiglieria. In caso di guerra questa armata può esser rafforzata da un numero indeterminato di uomini di cavalleria irregolare. Ho già riferite altrove le cure dell’attivo ed intelligente Abbas Mirza, per introdurre in quest’armata la disciplina, o piuttosto l’istruzione europea. Nasr-ed-din, lo Schah regnante, continua questa tradizione. I nostri compatriotti, colonnelli istruttori, si dimostravano molto contenti de’ successi delle loro fatiche, della facilità colla quale i battaglioni della fanteria persiana aveano imparate le mosse e le manovre di campo, tanto da non rimanere in ciò molto al disotto delle truppe d’Europa. La piazza d’armi di Teheran biancheggiava di tende pei battaglioni che vi erano adunati in campo d’istruzione; e fino a Tedgrisch perveniva il suono delle fanfare, il rullo dei tamburi, il rumore della moschetteria degli esercizj giornalieri. Il conte Grimaldi, il capitano Clemencich, che formavano la sezione militare della nostra ambasciata, invitati un giorno dai colonnelli italiani ad una gran manovra, ne rimasero soddisfatti oltre ogni aspettazione. Però quella che veramente si chiama organizzazione dell’esercito è ancora tutta da creare: e la truppa persiana, che può fare abbastanza buona figura ad una rivista, è intieramente sfasciata in una campagna guerresca. Il servizio che suol dirsi delle intendenze e delle ambulanze è affatto negletto, ed il soldato deve provedere da sè alle necessità ed alle contingenze quotidiane, anche sul teatro dell’azione; ond’è scomposto ogni ordinamento delle fila, quando appunto maggior ne sarebbe il bisogno. S’aggiunga a tutto questo che gli officiali europei sono semplici istruttori; hanno il comando dei battaglioni sul campo delle manovre, ma fuori di là, quando venga il caso di far valere il profitto di questa istruzione, i soldati che hanno imparato ad ubbidire, passano sotto gli ordini di officiali indigeni, che non sanno comandare. Per questo complesso di circostanze non solo l’esercito persiano è stato e sarà costantemente battuto da corpi sproporzionatamente inferiori di truppe europee, ma ebbe perfino a subire una totale ignominiosa sconfitta dalle orde indisciplinate de’ Turcomanni.
Queste orde, rapaci per indole e per odio, non lasciano tregua ai paesi limitrofi della Persia, ed or qua or là piombano d’improviso sulle carovane, sui villaggi, e fin sulle città popolose del Mazanderan e del Korassan saccheggiano, rubano armenti, e traggono seco prigioni i miseri abitanti, che poi vendono come schiavi sui mercati di Khiva e di Bukhara. Il governo persiano decise finalmente una grande spedizione militare onde infliggere loro una tremenda lezione.
Nel 1860 un esercito di 24,000 uomini, sotto il comando del governatore del Korassan, irruppe sul territorio turcomanno, senza incontrare alcuna resistenza, chè le popolazioni, a modo barbaro, andavano mano mano ritirandosi verso l’interno, e concentrandosi. Così senza colpo ferire i Persiani giunsero alla città di Merve, che era stata del pari evacuata, e se ne resero facilmente padroni. Il principe Hamza Mirza, comandante in capo, spedì corrieri allo Schah apportatori di tanto liete novelle, che furono accolte nella capitale con grande entusiasmo e fuochi di gioja. Dopo un successo così inatteso credettero i Persiani non aver altro a fare che raccogliere i frutti della vittoria, ma quando i Turcomanni ebbero maturati gli artifizi, ed assalirono infine i Persiani, le sorti della guerra mutarono a precipizio, ed alla spensieratezza degli illusi seguì un generale irrefrenabile spavento. Hamza Mirza con pochi battaglioni riescì a trovare uno scampo, rientrando nel Korassan, tutto il resto dell’armata fu preso. Gli officiali di questa armata erano tutti persiani puro sangue, fatta eccezione di un solo europeo, del sig.^r de Bloqueville, francese, che di officiale avea il rango e l’uniforme, non però l’autorità, e traeva seco invece un completo apparato fotografico, onde prender vedute di paesi intieramente sconosciuti agli Europei. Anche il sig.^r de Bloqueville cadde nelle mani de’ Turcomanni, e fu tenuto prigioniero, finchè non venne riscattato al prezzo di 8,000 tomani (96,000 franchi), che lo Schah sborsò della sua cassa privata. Io ebbi il piacere di fare la sua conoscenza nell’abitazione del signor Nicolas presso Tedgrisch, e di sentire da lui narrare le strane vicende di questa guerra.
La dissoluzione dell’armata invaditrice fu così rapida e completa come non occorse mai per nessuna armata in Europa. Per avanzarsi sul territorio nemico, attraverso il deserto, i Persiani dovevano pensare da prima ad assicurarsi l’aqua, ed a tal fine aveano deviato in un antico canale abbandonato il piccolo fiume di Herat, ma furono crudelmente delusi, perchè il fiume venne assorbito dalle sabbie. Qui incominciarono i disastri. Un gran numero di cavalli venne a morir di sete, ed anche de’ Persiani molti, rompendo ogni ordine, vaganti in cerca di aqua, erano fatti prigionieri alla spicciolata, all’esca di qualche scodella d’aqua, che i Turcomanni offrivano agli smarriti, alla condizione di deporre le armi. L’armata persiana, già a mezzo sfasciata, si trovò al Mourgab, dietro il quale stavano accampate le masse de’ Turcomanni: ma, tentato invano il guado del fiume, dovette pensare a ripiegarsi su Merve. Su questa circostanza aveano abilmente calcolato i Turcomanni; ed infatti, improvvisamente deviando il corso del fiume, lo riversarono sulla ritirata de’ Persiani; ed allora la disfatta fu compiuta. La sola cavalleria già ridotta dalle precedenti perdite, potè salvarsi: la fanteria fu tutta presa, e quasi si direbbe pescata. Il fatto accadeva nella notte fra il 2 ed il 3 ottobre.
Il signor de Bloqueville fatto prigioniero appunto in questa circostanza, ebbe ne’ primi giorni a soffrire ogni sorta di privazioni quando i Turcomanni stessi mancavano di tutto; ma poi la sua condizione andò migliorando; il ricovero ed il vitto gli vennero apprestati con discreta larghezza, e l’apparente generosità de’ suoi padroni andò fino a permettergli, e procacciargli anzi, sotto buona scorta, il passatempo della caccia. Il clima, i disagi, i patimenti morali alterarono la sua robusta salute, e le cure verso di lui raddoppiarono. La ragione di questo trattamento non è quella che forse per la prima s’affaccia al pensiero del lettore; non è un sentimento di umanità, è un calcolo raffinato. Il signor de Bloqueville vivo era una mercanzia di valore, ed il fatto lo ha comprovato; morto non era che un essere immondo da lasciar a pascolo degli avoltoj. Peggiore assai fu la sorte del povero Hamza Mirza, malgrado la sua parentela collo Schah. Chiamato a rendere conto del mal governo e della precipitata fuga, entrò carico di catene in quella Teheran che nella sua fantasia orientale si era rappresentata plaudente alle sue vittorie; e fu spogliato de’ suoi gradi e delle sue immense ricchezze.
L’esito di questa disastrosa campagna fu doppiamente fatale, la Persia non si potrà così presto rifare delle perdite subite, mentre dall’altro