Part 5
Le colonne d’attacco si presentarono come la prima volta, senza far colpo, sperando di sbigottirci con la grandezza sterminata del numero; ma furono anche questa volta scompaginate, ributtate indietro da un fuoco micidiale, e con una perdita doppia. Anche noi perdemmo molti uomini, perchè i tiratori appostati sulla strada alta erano cresciuti di numero, ed anche di audacia, dopo che aveva incominciato a parlare il cannone. Era entrata in azione la batteria di campagna, e bersagliava a tiro accelerato il muro di cinta a cui erano addossate le nostre difese.
Il colonnello aveva l’occhio a tutto. Anche persuaso che l’artiglieria del nemico poteva far poco guasto nel suo centro, lasciò solamente guernita la trincea, e raccolse i sostegni sui lati, dove i tronchi dei castagni impedivano la visuale ai puntatori. E sui lati l’artiglieria prese anche a tirare alla cieca. Fioccavano le palle, sgretolavano le pietre, scalcinavano la muraglia, rimbalzavano, ruzzolavano nel trinceramento, accolte dalle risa e dalle solite arguzie dei soldati. Allora incominciò per me quel disprezzo del cannone, in cui dovevo fortificarmi dopo essere entrato nello stesso esercito napoleonico. Gran fracasso, il cannone, e poco danno; ma è grande, invece, il suo effetto morale. Napoleone, che conosceva gli uomini, ne usò molto anche lui, ma nei momenti decisivi, concentrando i suoi fuochi sulla posizione che voleva occupare.
Protetti dal cannone, come credevano, ritornarono più volte i francesi e fecero attacchi su attacchi; ma sempre inutilmente. La sinistra era di ferro; il centro era d’acciaio senz’altro. Quanto a noi, della destra, non fo per dire, ma si era lì. Ad ogni modo, anche noi respingemmo tutti gli assalti e mandammo di molta gente ruzzoloni.
Ci eravamo assuefatti a quel giuoco, e qualche volta escivamo anche dalla trincea, che del resto si scavalcava assai facilmente, per allungare il collo sullo scrimolo della forra, e vedere dove andassero a finire i nostri nemici.
In una di quelle esplorazioni, e quando già pareva che gli assalitori avessero perduto la voglia di ritentare l’impresa, mi occorse di vedere un gruppo di soldati che stavano rannicchiati sotto la sporgenza di un masso, come a riparo, ed aspettando una nuova occasione di salire.
Mi parvero temerarii, a voler rimanere così vicini, a venti passi da noi, e pensai di mandar loro un ricordo salutare. Avevo ancora cinque o sei cartucce, e una, di certo, era spesa bene in quel crocchio. Perciò, volendo trovare un buon posto donde prender la mira, feci alcuni passi avanti, tra i giovani castagni che orlavano la balza.
Udirono il rumore; fors’anche qualche pietra smossa andò a battere accanto a loro nella forra; fatto sta che si sporsero in fuori, con gli occhi in alto, per vedere che diavolo fosse. Il più maravigliato di tutti fui io, perchè mi vidi sotto una testa di donna.
Di donna, laggiù? Era strano, lo so, tanto strano, che rimasi di stucco, e non pensai più, come potete immaginarvi, a far uso del fucile.
Quella donna aveva coraggio per quattro, perchè, mentre i suoi compagni sgambettavano lesti per correre a riparo sotto un altro ripiano della discesa, ella si trasse fuori con tutta la persona e mi piantò addosso due occhioni curiosi, che mi rimescolarono il sangue nelle vene. Son fatto così, io.... Cioè, mi correggo, ero fatto così, cinquant’anni addietro, e quando una bella donna mi guardava a quel modo, il cuore mi dava sempre le battute doppie.
Ella, dunque, mi contemplò per parecchi secondi, e poi mi disse.... Ma scusate, bevo, perchè in fede mia non ne posso più, e mi pare di essere a Cosseria in quel giorno, con tanto di lingua fuori. E poi, cari amici, la narrazione è al punto difficile, e bisogna chiamare i pensieri a capitolo. Dunque, alla vostra salute!
CAPITOLO VII.
La vergine del reggimento.
Ella, dunque, mi contemplò per alcuni minuti secondi, con una cert’aria tutta sua, tra impertinente e curiosa; poscia, socchiudendo gli occhi e facendomi una smusata in faccia, mi domandò:
— _Qu’est ce que tu regardes, à present?_ —
Intendevo la sua lingua come ogni buon piemontese d’allora, ma non la parlavo con molta franchezza. Cionondimeno mi provai, sapendo benissimo che non c’era altro modo di farmi capire da quella diavola laggiù. I nostri vicini hanno sempre avuto il difetto di studiar poco la lingua degli altri popoli; per contro, hanno la virtù di non ridere, quando si assassina la loro, e vi tengono conto della buona intenzione.
Risposi dunque in francese, ma asciutto, come è naturale che faccia chi si ritrova impastoiato dalle regole di una grammatica nuova e dalla povertà del suo vocabolario tascabile.
— _Je fais mon devoir, madame._
— _Tiens!_ — gridò ella. — _Tu parles français? Ç’est charmant de ta part._
— _Charmant!_ — brontolai. — _Allez-vous-en; ce n’est pas ici la place des femmes._
— _Qui te l’a dit, blanc-bec? Monsieur le curé de ta paroisse?_ —
E rise, scagliandomi quel frizzo, e mi mostrò intiere due file di bianchissimi denti.
Aveva una bella testina, la mia strana interlocutrice, una di quelle teste rotonde, ricche di capegli, notevoli per i lineamenti larghi e finamente contornati, dalle quali i nostri vicini hanno preso l’immagine della loro repubblica una e indivisibile, certamente preferibile a quei medaglioni adiposi di Borboni e di Orléans, che decorarono prima e dopo i loro scudi da cinque lire. Dei denti vi ho già detto che li aveva tutti e bianchissimi; ma il momento e il modo di farmeli vedere, mi diedero noia; perciò gridai, indispettito:
— Andate indietro! —
Ella non doveva essere molto avvezza ad obbedire, quantunque appartenesse alla milizia, e, cacciando un po’ indietro la sua berrettina a tetto di capanna, in guisa da mostrarmi scoperta la sua fronte bianca e i primi ciuffi dei suoi capegli biondi, mi ribattè con aria di sfida:
— E se mi piacesse di venire avanti?
— Indietro, o faccio fuoco; — replicai, levando il fucile.
— Ah, per esempio!... — diss’ella. — _Allons voir ça!_ —
E venne avanti, quella gran diavola, venne avanti come aveva minacciato di fare. Salì con piglio risoluto per la viottola, facendomi ballonzolare davanti agli occhi il suo guarnello turchino di vivandiera, filettato di rosso, e venne a piantarsi a cinque o sei passi da me.
Io avevo il fucile già ritto all’altezza della guancia e facevo una figura abbastanza ridicola. Come? Un granatiere piemontese vedrà una donna venir leggiera e confidente verso di lui, e non troverà altra cortesia da farle, che quella di spianarle addosso la canna d’un fucile? Questo pensiero, passato veloce attraverso le nebbie del mio intelletto, mi fece fremere e rabbrividire ad un tempo. Trassi indietro il fucile e mi parve di essere ritornato un altr’uomo; lo accostai al braccio e gli detti sulla seconda fascetta il colpo voluto dai regolamenti; poi, con molta destrezza, lo feci saltare davanti al petto, gli detti un altro colpo di palma sulla cassa, e presentai l’arma, ridendo.
— Alla buon’ora! — esclamò la mia bionda vicina. — Lo dicevo bene, io, che ti sarebbe mancato il coraggio!
— Sì, quel che volete; — risposi; — ma andate via subito, madama! —
Capirete che tutto questo discorso, che io vi rendo in italiano, era fatto in francese. Il mio «_madame_» dette probabilmente sui nervi ai soldati che avevano accompagnata la vivandiera nella forra, e che stavano allora appiattati dietro una ceppaia di castagno, che sporgeva le negre radici dal ciglio della strada.
— _Dis-lui mademoiselle, sacrebleu!_ — gridò uno di essi. — _Sais-tu bien à qui tu parles? C’est la vierge du régiment._
— _Taisez-vous là-bas!_ — diss’ella, con voce alta e con accento di rimprovero, probabilmente seccata di quella presentazione fatta a distanza.
Poi, rivolgendosi a me, soggiunse:
— Scendi: ragioneremo.
— Ah! scendere, poi, è un altro paio di maniche.
— Hai paura, _blanc-bec_? —
Il sospetto mi offendeva; ma alle donne si può lasciar dire ciò che non si potrebbe tollerare da un uomo.
— Il mio dovere mi tiene quassù; — le risposi.
— Anche durante una sospensione d’armi? — diss’ella.
— Eh, se ci fosse davvero una sospensione d’armi, vi confesso, madamigella, che scenderei volentieri.
— Guarda laggiù; — riprese la mia interlocutrice, accennando col dito verso la strada alta.
Mi volsi a guardare dov’ella indicava, e vidi avanzarsi un parlamentario, con la bandieruola bianca, preceduto dal solito trombettiere.
— Avete ragione; — dissi allora. — Possiamo chiacchierare per qualche minuto. —
E spiccato un salto, fui tosto nella viottola, accanto alla mia strana visitatrice.
Che era bella, ve l’ho già detto; aggiungerò brevemente che era alta di statura e molto elegante di forme. Se fosse stata vestita di bianco, se, scambio di quella berrettina a tetto di capanna, piantata capricciosamente sul capo, avesse portato un velo e una corona di verbena, avrei creduto di essere al cospetto di una giovane druidessa, di quelle che accompagnavano in guerra gli antichi Galli, cantando dall’alto dei carri l’inno della battaglia. Aveva gli occhi grigi, quasi bianchi, ma vivissimi, che mettevano lampi ad ogni batter di ciglia, e sosteneva con un piglio trionfale, non senza un certo che di canzonatorio, le mie guardate curiose. Per altro, non doveva essere scontenta di me, osservando che la mia ispezione volgeva chiaramente all’omaggio. Se è debito, per un galantuomo, render giustizia a tutti, anche ai nemici, immaginate con che piacere si adempia quest’obbligo sacro con le donne dei nostri nemici.
— Veniamo a quel che preme di più; — mi disse ella, finalmente. — Hai tu da bere?
— Ahimè! — risposi. — La mia fiaschetta è vuota, e non ho nulla da offrirvi.
— Son ricca io; fàtti avanti e prendi la tua razione; — rispose ella, mettendo mano alla barletta che portava a tracolla.
— Grazie! — mormorai, mentre ella versava nella mia fiaschetta la sua acquavite allungata.
— Di che? Tra soldati, è dovere.
— Ma io sono un nemico.
— Lo credi? Per tua norma, un uomo e una donna non sono mai nemici, se non quando l’uomo è ineducato, o la donna noiosa. —
In quel mentre, mi vennero udite parecchie voci dall’alto. Guardai verso il ciglio della strada e vidi alcuni dei miei granatieri affacciati.
— Sergente, si beve, eh? — mi domandarono.
— Che cosa gridate voi altri? — disse la mia bella vicina. — Avete sete?
— E fame; — rispose uno più ardito.
— Luigi! — diss’ella, volgendosi al basso della viottola, e rinforzando la voce. — Fatevi in qua! Date da mangiare a questi bravi granatieri. Tra voi e i vostri compagni, avrete in tasca qualche cosa.
— Delle castagne, — rispose un soldato francese, uscendo fuori dal suo riparo. — Ma sono castagne storiche, oramai; castagne di Montenotte.
— Benissimo! Datele ai vostri nemici di Cosseria. Ed anche un po’ da bere, se non avete asciugate le vostre fiaschette. Io ve le riempirò, appena saremo tornati al posto. —
Il soldato obbedì all’esortazione della vivandiera, come avrebbe obbedito ad un comando del suo capitano. Ed altri compagni suoi, sbucati dalla forra, si arrampicarono tra i cespugli, per offrire ai nostri granatieri le loro castagne, il loro pane, qualche sorsata di vino, o d’acquavite. Qualcheduno discese nel fossato, alle falde del monte, dov’era una piccola fontana, e tornò con due bottiglie d’acqua, che offerse fraternamente «_pour les citoyens officiers_.»
— _Prenez, prenez!_ — dicevano. — _Vous êtes des braves! Ah, et des autrichiens aussi?_ — soggiungevano, vedendo la divisa dei croati. — _Prenez tout-de-même! Ce n’est pas de la confiture, vraiment; mais, vous savez, la plus belle fille du monde ne peut donner que ce qu’elle a._ —
Così celiavano, offrendo le loro castagne, i vincitori di Montenotte. I nostri rispondevano timidi, perchè dovevano accettare i doni, senza poterli contraccambiare.
Frattanto, la mia bella interlocutrice si era tirata in disparte.
— Siedi, e discorriamo; — diss’ella.
— Discorriamo; — risposi, prendendo posto al suo fianco. — Ma la sospensione d’armi non vorrà durar molto.
— Cogliamo i fiori che l’occasione semina sotto i nostri piedi; — replicò ella, in tuono di madrigale. — Per intanto, vedo che si raccolgono i morti e i feriti. Ne avremo per una mezz’ora almeno; _je connais ça_. Vuoi mangiare? Eccoti un pezzo di pane. Non ho di meglio da offrirti.
— No, grazie, non ho fame.
— Se lo dici per fierezza, hai torto.
— No, non è per fierezza; ho pure accettata la tua acquavite.
— È vero, biondino, è vero. Vediamo un po’, che grado hai nell’esercito? — diss’ella, guardandomi le spalle, e dalle spalle scendendo a guardarmi le braccia, su cui luccicavano i miei modesti galloni di sergente. — Come? così giovane, e non sei almeno colonnello?
— La carriera del soldato è lunga, in Piemonte; — risposi io, non potendo trattenere un sorriso, a quella strana forma di ragionamento.
— Bonaparte ha ventisei anni, ed è generale in capo; — osservò ella, rispondendo in una alle mie parole e al sorriso da cui erano accompagnate. — Vieni con noi.
— Fai presto a dire: vieni con noi! Il soldato non ha che una patria.
— Ecco una massima! — diss’ella. — Ma eccone un’altra, che vale la tua. La patria è la libertà.
— In Francia e per i francesi, capisco; ma qui siamo in Piemonte. La terra dove il piemontese è nato, vale la libertà, l’eguaglianza e la fraternità messe insieme. Del resto, meglio star male in casa propria, che bene in casa d’altri.
— Sei un filosofo, ma della vecchia scuola; — mi replicò la bella vivandiera. — Non hai studiati gli Enciclopedisti; eppure mi piaci.
— Anche tu a me, bella nemica! — mormorai.
— Vero? — chiese ella, fissandomi con que’ suoi occhi bianchi, che lampeggiavano come faccette di diamante, ed avvicinando così il suo viso al mio, che io sentii l’alito della sua bocca sfiorarmi la guancia.
— Perdio! — risposi. — Sono innamorato. —
E mi tremava la voce, proferendo la frase di rito.
— _Déjà?_ — esclamò ella ridendo. — È dunque più facile conquistar te, che la ròcca di Cosseria?
— Cosseria, — risposi gravemente, — non è cinta d’assedio da mille donne come te. Agli uomini serbiamo polvere e piombo; alle donne omaggi e servitù.
— Andiamo, via, è cosa combinata; — ripigliò la mia interlocutrice. — Tu meriti di esser francese. Guadagnami.
— In che modo?
— In un modo facilissimo; — rispose ella, abbassando la voce. — Lasciami passare con una compagnia, appena sarà finita la tregua.
— Lasciarti passare?... — esclamai, sconcertato da quella inattesa proposta.
Ella non voleva lasciarmi il tempo di riflettere. Avvicinatasi a me, a capo chino, co’ suoi capegli biondi contro la mia guancia infiammata, sottovoce, quasi parlando alle mie mani che stringevano istintivamente le sue, la bella maliarda soggiunse:
— Ascoltami, bel granatiere! Hai udito poc’anzi come mi chiamano. Sono la vergine del reggimento, e merito il nome che mi dànno i soldati dell’Augereau. Son nata viscontessa; i filosofi mi hanno tenuta in braccio bambina; per la santa libertà, redentrice del mondo, ho rinunziato alla mia corona di perle, non alla nobiltà del mio sangue, e vado, come una nuova Amazzone, portando fieramente per i campi di battaglia i miei ventidue anni e la mia virtù. Ti parrà strano, eppure è così. «_Sans crainte hasard et peine_» era il motto dei miei antenati. Una donna è ciò che vuole, dovunque ella sia. Orbene, — mormorò ella, accostandosi ancora e quasi alitandomi le parole all’orecchio, — lasciami passare di lì, tra i cespugli, senza avvederti di nulla, e sarò tua. —
Il caldo soffio delle sue labbra mi bruciava le guance, mi penetrava nel sangue; strani bagliori mi guizzavano davanti agli occhi; mi sentivo confuso, vicino a perdere il lume della ragione.
— Tua, — ripeteva ella frattanto, — mi capisci? E chiederò per te gli spallini al generale Augereau.
— Hai tanto potere su lui? Lo ami forse? — domandai.
Dovevo essermi fatto bianco in viso, parlando così.
— Il bel granatiere è geloso! — diss’ella, ridendo. — E se mi piacesse di amarlo?... È un valoroso, ed è anche il più fedele alla causa della divina libertà, fra tutti i generali dell’esercito d’Italia. —
Sudavo freddo, ascoltandola. Avrei voluto essere io quell’uomo, che meritava tante lodi da quella bocca bellissima. Non essendolo, era naturale che lo odiassi.
— Ma non lo amo; — ripigliò la vergine del reggimento. — Amerò te, se mi lasci passare.... se rallenti la tua vigilanza da questa parte.
— Grazie! — risposi, tutto tremante, e facendo uno sforzo supremo per sottrarmi al fascino di quella donna. — Non posso.
— Non puoi? E poc’anzi hai detto di amarmi!
— Ti amo, sì, e non posso accettare il tuo patto.
— Bada! Noi ci presenteremo ad ogni modo, di qua.
— Non lo tentare!
— E sarò io in prima linea. Vedrò se avrai il coraggio di respingermi.... di far fuoco su me.
— Non mi dir questo! — risposi supplicando. — Se ti lasciassi passare, mi sprezzeresti tu per la prima.
— Che ne sai tu? La donna ama l’uomo che per lei è pronto a fare ogni cosa.
— Anche una viltà?
— Se è un sacrifizio per lui, sicuramente, anche una viltà.
— Mi fai paura; taci! — mormorai rabbrividendo, e tuttavia non sapendo svincolarmi da lei.
La salvezza venne dall’alto, dove parecchie voci andavano ripetendo il mio nome.
— Che vorranno da me? — esclamai, dopo essere stato un tratto in ascolto. — Ah, la voce del tenente.
— Ti chiamano dunque per servizio; — diss’ella. — Va a vedere. Io ti aspetto qui. —
Aggrappatomi ai cespugli, mi tirai sulla balza, e uscii dalla palina dei castagni, andando verso la compagnia.
Seppi allora tutto quello che era avvenuto in quell’ora di tregua. Il nuovo parlamentario ci aveva ripetuta l’intimazione di resa. — «Che cosa aspettate? — aveva detto. — Di essere sostenuti? Disingannatevi. Avete sentite le fucilate di poc’anzi, alla vostra sinistra, nel fondo della valle? Veniva un carro di munizioni per voi, mandato dal general Colli. Abbiamo messa in fuga la scorta, e ci siamo impadroniti delle munizioni.»
Il colonnello aveva capito che ogni speranza era perduta, e che il Colli non sarebbe venuto in soccorso. Ma volle farlo vergognare per tutto il rimanente della sua vita, lasciandogli al cospetto della storia la malleveria e il rimorso di quell’abbandono. Fors’anche gli passò davanti agli occhi la grande figura di Leonida e il suo fortissimo esempio. E aveva ripetuta la sua fiera dichiarazione: — «I granatieri piemontesi non si arrendono mai.»
Grida e minacce avevano risposto alle nobili parole di Filippo Del Carretto. Si aspettava un nuovo attacco, fra pochi minuti, e si prendevano tutte le disposizioni per ricevere il nemico. Io ero stato chiamato in quel mentre, perchè alla mia squadra toccava per l’appunto di custodire l’estrema destra della posizione.
Ma venne ancora il parlamentario davanti ai nostri trinceramenti.
— Volete la vostra perdita, — diss’egli, — e tal sia. Il generale Bonaparte non darà quartiere a nessuno; sarete tutti passati per le armi.
— Abbiamo ancora in pugno le nostre, — rispose Filippo Del Carretto, — e daremo morte per morte. —
Il parlamentario si allontanò, lasciandoci quindici minuti di tempo per riflettere.
Io ritornai prontamente al mio posto, desideroso di vedere quella donna, se, come mi aveva promesso, era rimasta ad attendermi. Entrato nella palina, mi affacciai tra i cespugli a guardare sul sentiero, e la vidi.
— Non ti aspettavo già più; — diss’ella, malinconica.
— Ahimè, bella mia! — le risposi. — È finita per me. Si riprendono le ostilità fra quindici minuti.
— E ciò ti spiace, bel granatiere?
— Sì, perchè ti ho conosciuta, e non so adattarmi al pensiero di perderti. Come ti chiami?
— Che te ne importa?
— Se lo domando, è segno che desidero di saperlo. Bella nemica, il tuo nome!
— Non te lo voglio dire.
— Te ne prego.... te ne supplico....
— Sei tu che comandi, in quest’angolo; — osservò ella, ritornando all’assalto. — Lasciami passare di qua, sulla tua destra, senza aver aria di avvedertene, e ti amerò per tutta la vita.... o per un giorno, come vorrai tu. —
Se l’aveste veduta in quel momento, come era bella, col vezzo delle labbra umide, che invitavano ai baci, col balenìo degli occhi limpidissimi, che accendevano il sangue nelle vene, e mutavano le vaghe promesse in vive immagini di felicità! Tutta una vita di amore, o un giorno di ebbrezza, a mia scelta! Ah, vergine del reggimento, amabile lusinghiera, incantatrice diabolica! E non avevo da far altro che chiudere un occhio, il destro, per lasciarvi penetrare inosservata nella palina dei castagni! Nell’ardore della mischia, chi ci avrebbe badato? A cose fatte, chi lo avrebbe risaputo? Voi entravate nella ròcca, insieme coi vostri compagni; piombavate alle spalle dei difensori, gridando vittoria, mentre essi erano impegnati a respingere un furioso assalto di fronte. L’effetto era certo, infallibile; noi si finiva di colpo una resistenza inutile, e, chi sa? forse si sarebbe salvata una vita a noi cara, preziosa all’esercito, necessaria alla patria.
Io vidi tutte queste cose nello splendore di un sorriso affascinante, nel lampo di un’occhiata assassina, e gridai, spaventato:
— No, tentatrice, non posso. E l’onore? il soldato non ha che questo da custodire, quando non lo assiste più la speranza di vincere.
Quella donna mi si cangiò in un attimo davanti agli occhi, come se le mie parole avessero avuta la virtù di un antico scongiuro. Si fece bianca, nel volto, quasi livida; le pupille torve mandarono lampi di sdegno; le parole fischiarono, come serpi incollerite.
— Custodisci il tuo onore, _blanc-bec_! — gridò ella, stizzita. — Ed io, sciocca, ti facevo padrone del mio!
— Senza rancore! — le dissi, tentando di placarla. — Io ti adoro.
— Va al diavolo! — rispose ella, voltandomi sdegnosamente le spalle.
E se ne andò, lenta, forse sperando che io l’avrei richiamata, ma senza degnarsi di volgere il viso dalla parte mia.
Così finiva l’intermezzo d’amore, che mi aveva trattenuto e turbato, fra un attacco ed un altro. L’avventura era strana, e tale da far girare la testa a più d’uno. A me sapeva male di lasciar partire quella bellissima bionda, così fieramente sdegnata; ma come fare, buon Dio, come fare altrimenti? Dovevo io tradire la patria e l’onor militare, per meritarmi un sorriso da lei? Qual donna può mai pretendere una cosa simile dall’uomo che ella dice di amare? Capisco benissimo; quando si rifiuta alle donne di sacrificar loro la nostra dignità, il nostro carattere, quel complesso delicatissimo di idee, di doveri, di speranze, di ambizioni, e aggiungiamo pure di vanità, che costituisce il nostro culto particolare, la nostra religione esclusivamente mascolina, esse dicono che noi non le amiamo davvero, intieramente, con tutte le forze dell’anima, come bisogna amare, quando si ama. E sarà come dicono esse. In fatti, noi abbiamo posto per parecchi amori, nel cuore, tutti diversi d’indole e di oggetto; esse per uno solo, anche se giovi a parecchi. Ma via, non diciamo di queste cose, che possono essere in molti casi non vere, e che in fondo non provano nulla. Ognuno giudica con la sua propria esperienza; e tutte le esperienze riunite non bastano a darci una teorica certa, una dottrina sicura, veramente scientifica.
Ragiono ora, amici miei, col sangue freddo, quasi gelato, dei miei settantacinque anni suonati. Ma ragionavo poco allora, col sangue vivo dei ventidue, che mi bruciava le arterie. Profondamente turbato da quel dialogo, mi ero ritirato dalla balza, per ritornare alla mia squadra.
— Bravo, sergente! — gridò il cavalier Corte, vedendomi comparire in mezzo ai castagni. — Siamo stati ancora un pochino a chiacchiera coi nemici?
— Sì, capitano; — risposi. — Essi mi hanno dato da bere, ed io ho voluto dimostrar loro tutta la mia riconoscenza.
— In verità, sono strani, questi francesi! — esclamò il cavalier Corte. — Di là ci minacciano ad ogni momento di passarci per le armi; di qua fanno a spartire il loro pane e il loro vino con noi.