Part 4
— Facciamo una rassegna delle nostre forze; — continuò il Provera. — Voi avete cinquecento uomini.
— Siamo ancora cinquecento cinquanta, tra ufficiali e soldati, senza contare i feriti che abbiamo potato trasportare nella rocca; — rispose il colonnello.
— Bene; ed io ho cinquecento uomini sani, con sette ufficiali. Aggiungete me e i due dello stato maggiore, che mi accompagnano.
— Mille sessanta; — rispose il colonnello, tirando la somma.
— Le vostre munizioni? — ripigliò il Provera.
— Da venticinque a trenta cartucce per uomo.
— Come noi.
— Son dunque trentamila colpi disponibili; — conchiuse il marchese Filippo.
— Diciamo pure trentamila; — replicò il conte Provera. — Ma voi m’insegnate, colonnello, che, anco a farli tutti, quei trentamila colpi, ne avremo solo un migliaio di utili. Un battaglione, come ogni altro corpo di soldatesche impegnato, fa già molto a metter fuori di combattimento l’equivalente del proprio effettivo.
— In aperta campagna, lo credo anch’io, — rispose il marchese Filippo, — perchè un partito finisca sempre col soverchiare l’altro, o per forza di baionetta, o per buon esito di movimenti giranti. Ma in una posizione fortificata, e difendendosi fino all’ultima cartuccia, quel corpo può fare assai più.
— Bene, concedo il doppio, — disse il vecchio generale, — quantunque un fatto simile non si sia visto mai, dacchè si usano armi da fuoco. E poi? si potrà egli tenere fino all’ultimo, senza munizioni di bocca? Quanto al pane, mi avete risposto: «gli avanzi della razione di ieri»; per l’acqua e il vino, mi avete risposto: «quel che rimane entro le fiaschette dei soldati, riempite questa notte a Millesimo». Sono minuzie volgari, lo so, e stonano coi generosi ardori del guerriero; ma bisogna anche metterli in conto, quando si ha da misurare il grado di resistenza possibile. Aggiungete, marchese, che avete dei feriti, e che, insieme con l’acqua, vi mancano ancora uffiziali di sanità.
— I nostri feriti soffriranno nobilmente, per il re e per la patria; — rispose il colonnello.
Io non vedevo il conte Provera, ma indovinai dal suo silenzio che egli doveva inchinarsi, da vecchio gentiluomo, a quella bella risposta.
— Veniamo alle speranze; — soggiunse egli, dopo una breve pausa. — Il generale Beaulieu sarà oggi impegnato a Dego, a Spigno, o in qualche punto della strada di Acqui, che egli deve coprire ad ogni costo.
— Il generale Colli ha promesso di sostenerci; — rispose Filippo del Carretto. — Noi siamo il suo posto avanzato. Per intanto, aspetto munizioni. Questa notte gli ho spedito un corriere, per avvisarlo che a Millesimo non avevamo potuto far viveri; ed egli, se ha sentite le fucilate di Montecàla, deve anche immaginare che non avremo tempo di cercarne a Cosseria.
— Il Colli.... — disse quell’altro, mendicando le parole, — il Colli dovrà ritirarsi su Ceva.
— Lo credete voi, generale? — gridò Filippo del Carretto.
— Ma!... È questa una mia opinione.... fondata sul dovere di ogni prudente capitano, che voglia salvare il proprio esercito.
— Senza aver combattuto, generale?
— Infine, — disse il vecchio Provera, che in quel momento mi parve molto seccato di tante domande, — non è qui che si salvano le sorti della campagna. Una grande battaglia, vinta nella valle del Po, rimanda i francesi di là dal Settepani, assai meglio che tanti piccoli combattimenti in queste gole.
— Sia pur questo il concetto del generale Beaulieu; — ribattè il marchese del Carretto. — Ma il generale Colli comanda l’esercito piemontese, e l’esercito piemontese, per intanto, ha da difendere casa sua.
— Dopo Montenotte?
— Appunto per ciò. A Montenotte, i francesi avranno ottenuto il grande risultato di poter mantenere le loro posizioni sul passo di Cadibona; ma restano sempre, contro di loro, la stretta di Dego per gli austriaci, e la stretta di Millesimo per noi.
— E sia; — rispose il Provera. — Mettiamo pure che il Colli venga in sostegno. Quando? Qui, a detta di un vostro ufficiale, che l’ha saputo da un soldato francese, abbiamo da fare con tutto il corpo dell’Augereau; dodici mila uomini. E il Buonaparte non è lontano; ne avrà ventimila.
— Gliene concedo trenta, e tutti i miracoli dell’audacia, e tutti quelli della fortuna, che, come dicono, ama i giovani; — replicò il marchese Filippo, animandosi. — Ma neanche il generale Buonaparte può far qui il suo sforzo maggiore, se prima non ha assaggiato il Beaulieu. Noi, dunque, non avremo sulle braccia che i dodicimila uomini dell’Augereau. Ora, la posizione nostra, su questo nido di aquile, e per un giorno che dovremo aspettare i movimenti del generale Colli, vale undicimila uomini. Siamo mille, quassù; i conti si pareggiano.
— Marchese del Carretto, voi avete una fede maravigliosa! — esclamò il generale Provera. — Ed è una bella cosa, nel soldato; bella come la gioventù. —
Volevo escire dal mio nascondiglio, perchè la conversazione mi pareva finita. Ma in quel punto capitò sul terrapieno il cavaliere Alberione.
— Colonnello, — diss’egli, — abbiamo un parlamentario.
— Ah! — esclamò il marchese Filippo.
— È un generale; — riprese il capitano Alberione. — È venuto col trombettiere, che portava il fazzoletto bianco sulla punta della baionetta.
— Lo avete bendato?
— Sì, e lo abbiamo condotto dentro. Egli ha chiesto chi comanda a Cosseria, per intimargli la resa. —
Io allungai il collo tra i rami. Premeva anche a me di saperlo, chi comandasse a Cosseria, dopo la conversazione che avevo sentita.
Il marchese Del Carretto aveva fatto un gesto di ossequio, e il generale Provera si muoveva già per andare; ma dopo quel gesto, e veduta la mossa del generale, il nostro colonnello fu pronto a soggiungere:
— Signor conte, Ella è maggiore di grado e di esperienza. Ma io ardisco pregarla di por mente ad una cosa.
— Quale?
— Che noi siamo risoluti di difenderci, e che ne abbiamo anche l’obbligo.
— Potendo, sicuramente; — rispose l’austriaco.
— È giusto; — replicò il marchese Filippo. — Ma a me, iersera, è stato detto; andate, e difendete Cosseria. È un ordine positivo.
— E che cosa contate di fare? Di non ascoltar nemmeno se i patti del nemico sono onorevoli?
— Fossero i più onorevoli che un pugno di uomini potesse ottenere da un intiero esercito, se essi ci fanno sgombrare la posizione, ci fanno tradire il mandato. Ella non ha ordini pari ai nostri, signor conte; si ritiri Lei, noi resteremo. —
Il vecchio Provera rimase un istante sovra pensiero, poi nobilmente rispose:
— Non farò questo, io. Ella ha detto poc’anzi che la fortuna ama i giovani. Orbene, io invito la dea su queste rovine e cedo il comando al colonnello Del Carretto. Se la mia vecchia esperienza può valer qualche cosa, la metto a sua disposizione fin d’ora. Signor comandante, a Lei!
— Grazie, signor conte! — gridò il marchese Filippo. — Ed ora, Alberione, fa venire il parlamentario. Conduci anche il cavalier Tibaldè. È il capitano più anziano, e desidero che assista al colloquio. —
Il parlamentario fu introdotto nella seconda cinta, e sbendato dal cavaliere Alberione.
— D’ordine del generale in capo dell’esercito francese, — diss’egli, levando la fronte, e col sorriso sulle labbra, — chi comanda a Cosseria?
— Io, marchese Filippo Del Carretto di Camerano, colonnello dello stato maggiore generale di Sua Maestà il re di Sardegna; — rispose solenne il nostro comandante. — Con chi ho l’onore di parlare?
— Il mio nome è molto più breve; — ripigliò quell’altro. — Cervoni, generale della Repubblica francese.
— Ah! — esclamò il marchese del Carretto, che aveva fiutata in quelle parole l’intenzione sarcastica, ed era uomo da rendere pan per focaccia. — Il comandante dell’avanguardia a Voltri? —
Ricorderete che pochi giorni prima i francesi si erano spinti fino a Voltri, ma ne erano stati cacciati a furia da un corpo di seimila uomini, calato improvviso dai monti.
La botta era resa, e il labbro del marchese Filippo si ricompose tosto al suo consueto sorriso.
— Vincitori a Montenotte, padroni della valle della Bormida, — ribattè il generale Cervoni, felice di mettere quel glorioso copertoio sui cenci di Voltri, — proseguiamo la nostra marcia vittoriosa. Intimo la resa alla guarnigione di Cosseria, in nome del generale Buonaparte.
— Non comanda il generale Augereau? — chiese il colonnello Del Carretto.
— La sua divisione avrà l’onore di muover prima all’assalto, se vi ostinerete a resistere; — rispose il Cervoni. — Ma qui è presente il generale in capo. La posizione è accerchiata da tutto l’esercito. Occupiamo Millesimo, Pian dei Giaschi e il monte Cavallo; la vostra condizione è disperata; arrendetevi a discrezione.
— A discrezione! — ripetè il nostro comandante.
— Buonaparte è generoso; — replicò il parlamentario.
— Grazie, generale Cervoni! — disse allora il marchese Del Carretto. — Vogliate riferire al generale Buonaparte, altro nome italiano che ripeto con grata meraviglia in questa occasione, che noi non disputiamo sulle condizioni strategiche e tattiche in cui possiamo trovarci, ed egli intenderà le ragioni di questo nostro riserbo. Sappia egli, per bocca vostra, che a Cosseria ha da fare con granatieri piemontesi, e che i granatieri piemontesi non si arrendono mai[1].
— Così farò; — rispose il Cervoni; — e sarò felice, se potrò venire io primo, a salutare questi valorosi, con la spada alla mano.
— Sempre lieto d’incontrarvi, generale; e senza rancore, per quell’ora! — aggiunse il marchese Filippo, stendendo la mano al nemico.
Il parlamentario francese fu bendato da capo, e ricondotto con tutti gli onori, a suon di tamburo, fino al fondo della salita.
Ero escito dalla macchia, ed avanzandomi verso il colonnello, gli annunziai la mia piccola scoperta.
Egli se ne mostrò molto contento, e, volgendosi al vecchio Provera, gli disse:
— Vedete, generale? Un angelo è apparso, e ci ha additata una fonte. Poca cosa, pur troppo, ma ai feriti basterà. Sergente, — riprese, voltandosi a me, — andate pure alla vostra piccola infermeria.
— Colonnello, — risposi, mettendo la mano alla fronte, — se permette vado al mio posto, con la seconda di Monferrato.
— E lasciate i feriti? — mi chiese.
— La seconda non ha che tre sergenti; — risposi.
— Bravo! va; — diss’egli allora, dandomi amorevolmente del tu.
E mi pose anche la mano sulla spalla, e il mio cuore n’ebbe un sussulto di gioia.
Avete pensato mai che ci sono delle mani dotate di una virtù miracolosa? Altro che il magnetismo! Son mani divine, che derivano la loro potenza dalla purezza dell’anima, dalla nobiltà del carattere. Si sa, o si sente, che quelle mani non si sono macchiate mai di una azione malvagia, o solamente dubbia. Si stringono con venerazione; si vorrebbe baciarle; dovunque toccano, lasciano il sigillo, la fragranza dell’onore, della virtù, della grandezza morale.
Quel giorno e per la prima volta, io, oscuro sergente, qui sopra all’omero sinistro, sentii l’impronta dello spallino, che non avevo ancor meritato.
CAPITOLO VI.
Giornata calda.
Filippo Del Carretto discese rapidamente dalla macìa che si stendeva in largo declivio sotto la breccia della cinta esterna, e percorse tutta la fronte di difesa, volendo vedere ogni cosa da sè. Passando davanti alla sua gente, salutava amorevolmente ufficiali e soldati, alternava comandi e parole di lode, comunicava a tutti lo spirito marziale che lampeggiava dalle sue pupille azzurre.
Egli aveva collocato nel centro, e poco sotto alla breccia che vi ho detto, le due compagnie della Marina, sostenute da cento uomini del generale Provera. Questa volta toccava ai granatieri della Marina il posto d’onore, poichè Monferrato aveva già avuto il suo, poche ore innanzi, al passo di Montecàla. Inoltre, le due compagnie della Marina avevano completo il numero dei loro ufficiali, e abbondavano di sott’ufficiali, mentre le due di Susa non avevano che due ufficiali per ciascheduna, e la seconda di esse era comandata da un semplice luogotenente.
Queste due erano invece collocate sull’estrema sinistra, e sostenute anch’esse da un centinaio di Croati. Ma laggiù era un posto importantissimo, poichè da quella estremità si partiva il contrafforte occidentale della montagna, e su quel contrafforte saliva una delle due strade che conducevano alla rocca, anzi quella che le girava attorno, dalla parte di Millesimo, per imboccare la porta castellana. Laggiù, adunque, dov’era da temersi un altro attacco, il colonnello Del Carretto pose a sostegno la prima di Monferrato, col cavaliere Alberione.
Un altro centinaio di Croati erano distribuiti sull’estrema destra, dov’eravamo noi della seconda di Monferrato, sotto gli ordini immediati del cavalier Corte. Da quella parte, avevamo a destra una costiera assai ripida, che sarebbe stata a dirittura impraticabile, senza una piantata di castagni giovani, che potevano dar ansa a qualche manipolo più svelto e più temerario d’inerpicarsi lassù e di attaccarci di fianco. Sulla nostra fronte era un declivio abbastanza largo, che in parte andava a congiungersi con quello del centro, in parte spariva, entro una forra, a cinquanta passi da noi. Di quella fronte dovevamo occuparci, ed anche partecipare coi nostri fuochi a respingere gli assalti che fossero dati sul centro della posizione. Il nostro fianco destro e le spalle erano guardati, così per noi, come per tutto il presidio, da altri duecento Croati, alla cui vigilanza dava il soccorso della sua grande esperienza e della sua bella calma il generale Provera.
Aggiungo che tutta la fronte di difesa, a tramontana, cioè verso la Rocchetta del Cengio, poteva esser lunga un duecento passi. Su tutta la linea, più folto ai lati e con una larga radura nel centro, era un bosco di castagni; ma eravamo a mezzo aprile, e le piante mettevano appena i primi germogli. Più là dal bosco, e dal suo pendìo verdeggiante di borraccina e di felci, la montagna staccava i due sproni, o contrafforti che sapete, l’occidentale verso il bosco della Guardia e il pian dei Giaschi, l’orientale verso San Rocco e l’abitato di Cosseria. Sovra ambedue, ve l’ho detto, serpeggiavano strade, l’occidentale più moderna, ma anche più guasta, l’orientale antichissima e meglio conservata, per la medesima saldezza della sua costruzione.
A quest’ultima, finalmente, veniva ad allacciarsi una viottola campestre, che poco si vedeva, anzi nulla dal nostro poggiuolo, poichè ascendeva al coperto tra i ciglioni e gli scoscendimenti della forra. Si vedeva in quella vece benissimo, e per lungo tratto, la strada maggiore, che a cento cinquanta passi da noi risaliva una piccola eminenza, e poi seguitava bianca bianca tra i roveri e i ginepri fino al bosco del Cavallo.
Là, dove la strada faceva quel po’ di risalto, si notava qualche movimento dei nemici. Si avanzavano più nascosti che potevano, dietro ai ginepri e agli sterpi, ond’era rivestito quel dorso di galestro, e pareva che proprio in quel punto volessero attendere a qualche misterioso lavoro. Noi credemmo a tutta prima che di là ci preparassero l’attacco; ma il colonnello ci disingannò facilmente.
— Non vorranno mica esporsi per così lungo tratto di sentiero allo scoperto; — diss’egli — Vedrete che pianteranno una batteria di campagna.
— Vuol esser musica, dunque? — esclamò il cavalier Corte, che non perdeva mai il suo buon umore.
— Tocca a loro di regalarcela, che hanno gl’istrumenti; — rispose il marchese Filippo, accogliendo volentieri la celia. — Ma quando arriveranno i nostri di laggiù, felice notte, suonatori! —
E guardava con desiderio a sinistra, verso i monti oltre la Bormida di Millesimo, dove si vedeva biancheggiare la salita di Montezemolo.
S’ingannava, fidando nel soccorso del Colli; ma non s’ingannava altrimenti, argomentando i disegni del nemico. Su quel risalto della strada era venuto, come si seppe più tardi, il generale Buonaparte in persona, e aveva dato ordine di costrurre una batteria. Senonchè, dovendo quel lavoro esser fatto di giorno e a così breve distanza da noi, il parapetto si innalzava un po’ indietro, per non tenere gli zappatori esposti al tiro dei nostri moschetti. Ne derivò, come potete immaginare, un piccolo difetto di posizione, che non permise ai cannoni francesi il tiro ficcante nei nostri lavori avanzati.
Regnava frattanto sull’erta un silenzio di tomba. L’aria odorava d’insidie. Ricordo che sorridemmo malinconicamente vedendo passare svolazzando davanti a noi una farfalletta bianca, forse la prima della stagione. In un bel luogo, e per il suo primo giorno di vita, era venuta a ficcarsi!
Un rullo di tamburo si udì nella forra sottoposta, che metteva all’abitato di Cosseria; un altro rullo rispose dalla valletta che era davanti a noi, sotto il bosco della Guardia. Due assalti simultanei ci erano in quella forma annunziati.
— Finalmente! — gridò il marchese Del Carretto. — Granatieri, qui daremo una buona lezione ai nemici della patria e del re. Lasciateli avanzare, senza fare un colpo. Rinforzi e munizioni non ci mancheranno, in giornata; intanto, da buoni soldati, dobbiamo risparmiare le nostre cartucce. Non fate fuoco se non quando il nemico sarà a venti passi, e ognuno di voi si scelga il suo uomo. Del resto, il fuoco lo comanderò io, e vedrò dalla vostra calma se siete vecchi soldati. —
Osservate lo strano effetto che doveva fare su noi l’accorto discorso del colonnello. Si aspettava di veder comparire il nemico dal ciglio della collina, e una simile aspettativa è sempre tale da meritare un certo riguardo, magari anche un pochino d’ansietà, perchè i timidi ci sono sempre, e incominciano di lì anche coloro che alla prima circostanza si tramuteranno in eroi, e perchè d’altra parte i più valorosi, i più esercitati, i più calmi, temono sempre di non poter fare abbastanza bene il loro dovere. Ma il colonnello Del Carretto, con le sue magiche parole, ci trasformò d’improvviso quella ansietà nella mente. Oramai non temevano più l’apparizione delle colonne d’attacco; temevano di sparar troppo presto, di non parere più a lui quelli che volevamo essere, cioè vecchi soldati.
I tamburi del nemico suonavano furiosamente la carica. Il rumore si avvicinava sempre più, da una parte e dall’altra; si udiva il calpestìo concitato dei fantaccini che serravano il passo lungo i sentieri nascosti, ond’era cinta la montagna a pochi metri dal colmo; ad un certo punto il rumore dei passi mutò, divenne sordo, ma più frequente, come di un gran numero di persone che si affrettino camminando sull’erba, e a noi parve fin anco di sentire il respiro affannoso degli assalitori, che guadagnavano l’erta. Ci apparvero, infine, ci apparvero alla vista i neri cappelli dalla tesa arrovesciata sull’orecchio, e fermata da una coccarda tricolore. Stettero un momento in forse, da prima cercando i nostri ridotti, poi la cagione del nostro silenzio; ma non potevano rimanere più a lungo così, dovevano risolversi, far posto ai compagni che volevano afferrare anch’essi il ciglio del prato, e che incominciavano a sbucare dai lati.
— _En avant, soldats de la République!_ — tuonò allora una voce, che io riconobbi per quella del generale Cervoni.
Era egli, difatti; veniva primo all’assalto, come aveva promesso; e mi dava noia e mi faceva piacere che quel primo assalitore avesse un nome italiano. Avevo già spianato il fucile, in attesa del comando, e aggiustavo la mira su quell’uomo dal cappello piumato e dalla gran sciarpa tricolore; poi dissi: «no, ci penserà un altro, a costui,» e sviai di due o tre linee la canna.
Alla sua voce e all’esempio, i soldati si mossero, levando grida feroci; vennero da prima strisciando, come gatti che hanno adocchiata la preda, e finalmente si avventarono a passo di corsa.
Da noi era sempre un grande silenzio; non si sentiva volare una mosca. La farfalletta bianca aleggiava tuttavia fra i due campi.
Il colonnello Del Carretto stava fieramente piantato, con la sua spada nuda e fiammeggiante, sopra un largo macigno, dominando di quattro o cinque spanne la sua fronte di battaglia. Mi pare di vederlo ancora, su quella pietra predestinata, ritto, imperterrito, minaccioso, come dovrebbero raffigurarcelo un giorno, quando paresse utile di eternare nel marmo o nel bronzo qualche bell’esempio del valore italiano.
— Fuoco! — gridò egli, con voce che fischiò come la folgore, appena gli assalitori furono a tiro di pistola.
Una scarica generale succedette al comando. I vecchi soldati avevano mantenuto il loro buon nome. Ognuno aveva mirato il suo uomo; e quando la nuvola si sciolse, fu visto il campo seminato di morti. Le prime linee erano atterrate, le seconde indietreggiarono istintivamente. Ma, incalzate dai nuovi venuti, incitate dalle grida dei comandanti, ritornarono tosto all’assalto, e fu allora da parte nostra un fuoco di fila, rapido, serrato, rabbioso. Crepitavano, fischiavano, guaivano le palle, ed atterravano sempre; parecchi, più audaci, vennero a stramazzare sui trinceramenti, davanti alla Marina, che faceva prodigi. Noi, dalla destra, aiutavamo, cogliendo la colonna di sbieco. Più e più volte vennero alla riscossa, ma furono sempre ricacciati. Il campo, per lungo tratto davanti a noi, era diventato un carnaio.
Non fu più visto il Cervoni, morto o ferito che fosse. Un altro generale guidava, che sapemmo poi essere il Bonel, anch’egli animosissimo, col cappello levato sulla punta della spada, secondo la gloriosa costumanza d’allora. Si avanzò alcuni passi, correndo, e molti, ufficiali e soldati, gli si erano serrati intorno a manipolo. Ma cadde anch’egli trafitto da più colpi, e disparve quel vessillo di piume che incuorava la sua gente all’attacco. Un grido di gioia, partito da tutti i nostri ridotti, ne salutò la caduta, e un urlo di rabbia disperata rispose dalla rotta falange, che, levato il morto sulle braccia, lo trafugò sotto il ciglio della collina. Noi incalzammo il fuoco sulla schiera fuggente. Oramai davano indietro su tutta la linea, investiti, rincorsi dalle palle, rovesciati, travolti.
Si poteva finalmente ricogliere il fiato. Bevemmo un sorso delle nostre fiaschette, nient’altro che un sorso, perchè la provvista era scarsa, e fra non molto saremmo rimasti all’asciutto. Avevamo vinto; questo era l’essenziale, per allora. I morti e i feriti giacevano a centinaia, sanguinosi trofei della nostra vittoria, lungo la fronte di battaglia. Noi avevamo avuto pochi uomini fuori combattimento, colpiti da una squadra di tiratori, appostati tra i cespugli, sui margini della strada alta, dove il colonnello argomentava che si stesse collocando una batteria.
— Vedete? — diceva egli, percorrendo i trinceramenti e distribuendo sorrisi e strette di mano. — Calma vuol essere: non bisogna sparar prima del tempo. Seguitiamo così e la vittoria sarà nostra. —
Eravamo caldi, infiammati, pieni di desiderio: avremmo voluto combatter di nuovo. E l’occasione non si fece aspettar molto. I francesi tornarono mezz’ora dopo all’assalto. I loro tamburi suonarono la carica più furiosamente che mai. E venivano in tre colonne, una contro il cavalier Corte, sulla destra della posizione, salendo dalla forra laterale; una al centro, dov’era il colonnello coi capitani Tibaldè e Lomellini; la terza sulla nostra sinistra, dove comandavano i capitani Alberione e Calieri e il luogotenente Nerand.
Da quella parte era più facile venire fino al tiro, perchè la strada, riuscendo ad una specie di sella che partiva gli approcci del castello dal bosco della Guardia, diventava di dolce salita per un centinaio di passi; ma poi era altrettanto difficile guadagnare la posizione, perchè ivi la collina offriva una grossa sporgenza, e quasi un bastione naturale. Forse in quel punto il terreno erboso dissimulava gli avanzi di uno sprone della vecchia strada, che girava intorno al fosso della ròcca.