Memorie di Emma Lyonna, vol. 6/8

Part 2

Chapter 23,784 wordsPublic domain

«Un artista francese, venendo all’ambasciata, ci prevenne che l’attruppamento diventava numeroso, e che aveva scorto nella folla alcune spie del governo, che gridavano più forte degli altri: — Viva il popolo Romano, Viva la Repubblica, — che si gettavano degli scudi a piene mani e che la strada era ingombra. Io lo incaricai di discendere subito e di far conoscere la mia volontà agli ammutinati; i militari francesi che mi circondarono mi chiesero l’ordine di dissipare colla forza, cosa che attestava il loro attaccamento; vestii le insegne della mia carica, e li pregai di seguirmi. Preferii di parlar io stesso nel loro linguaggio, ed uscendo dal mio gabinetto udimmo una scarica prolungata di armi; era un picchetto di cavalleria che entrava nella mia giurisdizione senza prevenirmene; l’aveva attraversato al galoppo ed aveva fatto fuoco dai tre vasti portici del Palazzo.[3]

«La folla si era allora precipitata nei cortili e sulle scale; incontrai sul mio passaggio dei paurosi che fuggivano, dei frenetici audaci, persone pagate per eccitare e denunziare il movimento; una compagnia di fucilieri aveva seguito da vicino la cavalleria, e la trovai che in parte si avanzava sul vestibolo; a mio apparire si arrestò.

«Dimandai chi ne fosse il comandante; egli si era nascosto in mezzo alle file, ed io non poteva distinguerlo. Dimandai a quella truppa con qual ordine fosse entrata nella giurisdizione della Francia. Le ingiunsi di ritirarsi, e allora si ritirò di pochi passi. Credetti di essere riuscito da questo lato, e mi rivolsi verso gli ammutinati che si erano ritirati nei cortili interni; alcuni si avanzavano già contro la truppa che partiva; allora dissi loro in modo decisivo che il primo che avrebbe osato di oltrepassare la metà del cortile l’avrebbe a fare con me. Nel medesimo tempo il generale Duphot, Scherloek, due altri ufficiali ed io snudammo le spade per trattenere quella truppa disarmata, di cui alcuni pochi avevano delle pistole e dei pugnali; ma intanto che noi eravamo occupati da questo lato, i fucilieri che non si erano ritirati che per mettersi fuori della portata delle pistole, fecero una scarica generale. Alcune palle morte andarono a colpire uccidendo alcuni di quelli che si trovavano indietro. Noi che eravamo in mezzo fummo rispettati; poscia la compagnia si ritirò ancora per caricare le armi; approfitto di questo istante, e raccomando al colonnello Beauharnais, aiutante di campo del generale Buonaparte, che per caso si trovava vicino a me, dopo il ritorno della sua missione in Levante, ed all’aggiunto degli aiutanti generali signor Arrighi, di contenere colla sciabola in mano quella truppa che era animata da sentimenti diversi, ed io mi avvicinai col generale Duphot, e coll’aiutante generale Scherlock per persuaderla di ritirarsi e di cessare il fuoco. Ordinai che si ritirasse dalla giurisdizione della Francia e che l’ambasciatore s’incaricava di far punire gli ammutinati. Che essi non avrebbero che a distaccare uno dei loro uffiziali o sottuffiziali al Vaticano presso il loro generale il governatore di Roma, il senatore o qualsiasi altra persona pubblica, e così si sarebbe terminato tutto.

«Il troppo bravo Duphot, abituato a vincere, si slanciò, e in un salto si trova fra le bajonette del soldati, ed impedisce ad uno di loro di caricare, e ferma il colpo ad un altro che aveva già caricato. Noi lo seguivamo, il generale Scherloek ed io, per istinto nazionale. Egli era l’amico dei due partiti, era il pacificatore e fu considerato come nemico, ed ingannato dal suo coraggio fu loro prigioniero, e venne trascinato fino alla porta della città detta _Settimiana_. Io veggo un soldato che gli scarica il suo moschetto in mezzo al petto, egli cade e si rialza appoggiandosi alla sua sciabola. Io lo chiamo, ei vuole venire verso di me, un secondo colpo lo stende al suolo, e più di cinquanta colpi sono diretti sull’esanime suo corpo.

«Scherloek resta illeso, vede cadere il suo bravo compagno d’armi, tutti i colpi sono diretti su noi, e m’indica una stradicciuola nascosta che ci conduce fino ai giardini del palazzo, e ci sottrae ai colpi degli assassini di Duphot, ed a quelli di un’altra compagnia che faceva fuoco dall’altra parte della strada; i due uffiziali spinti da quest’altra compagnia si riuniscono a noi, e ci fanno scorgere un altro pericolo. La nuova compagnia potrebbe entrare liberamente nel palazzo, ove la mia consorte e mia sorella, che il giorno seguente doveva essere sposa al bravo Duphot, erano state condotte via dai miei segretari e da due giovani artisti. Giungemmo nel palazzo dalla parte del giardino, i cortili erano ingombri da quei vili e scellerati bricconi che prelusero a questa orribile scena.

«Una ventina di essi ed alcuni pacifici cittadini sono rimasti morti. Entro in palazzo, le scale sono grondanti sangue, i moribondi si trascinavano, i feriti gridavano; si giunge a chiudere i tre portoni della facciata. I lamenti della morte di Duphot, di quel giovane eroe che costantemente alla vanguardia delle armate dei Pirenei e d’Italia era sempre stato vittorioso, ed ora scannato senza difesa da vili briganti; l’assenza di sua madre e di suo fratello che la curiosità avea allontanato dal palazzo per vedere i monumenti di Roma, le fucilate che continuavano per la via e contro le porte del palazzo, le prime sale del palazzo Corsini, ove io abitava, ingombre di gente di cui s’ignoravano le intenzioni; queste circostanze e tante altre, resero questa scena più crudele di quanto mai abbia potuto immaginare.

«Feci chiamare i miei domestici, tre erano assenti, uno era stato ferito. Feci collocare lo stemma, che avevamo in viaggio, nell’angolo del palazzo che abitava; un sentimento d’orgoglio nazionale che non potrei frenare, suggerì ai giovani uffiziali il progetto di andare a prendere il cadavere del loro infelice generale, e vi riuscirono coll’aiuto di alcuni domestici fedeli, passando per una via nascosta, malgrado il fuoco che la vile e sfrenata soldatesca di Roma continuava sul campo del massacro. Trovarono il corpo di questo bravo generale, che dianzi era animato da un eroismo cotanto sublime, spogliato, crivellato dalle palle, inzuppato di sangue, e coperto da un mucchio di pietre. Erano le sei di sera, due ore dopo il massacro di Duphot, e nessuno inviato del governo apparve. Decisi di lasciar Roma, lo sdegno mi aveva suggerito questo progetto. Nessuna considerazione, nessuna potenza terrena me l’avrebbe fatto mutare. Però presi la risoluzione di scrivere al cardinale Doria, segretario di Stato, una prima lettera; un domestico fedele attraversò la soldatesca attruppata, si seguì il suo cammino dai colpi di fucile che lo segnavano nell’oscurità ai suoi compagni, che non senza inquietudine l’osservavano dalle finestre del palazzo.

«Finalmente si sente battere al portone, ove si era fermata una carrozza, sarà forse il generale, il governatore, il senatore o qualche ufficiale romano: erano le sette di sera; no, è un amico; l’inviato di un principe alleato della Repubblica, il cavaliere Angiolini ministro di Toscana; egli aveva attraversato le pattuglie, le truppe di linea, la guardia urbana; si arresta la sua carrozza; gli si dimanda, se ha udito i colpi di fucile, e non conosceva il pericolo in cui poteva trovarsi, egli risponde con coraggio che in Roma non poteva esservene nella giurisdizione dell’ambasciata francese. Questo rimprovero generoso, era, in questo momento, una critica amara e vera dei Direttori di Roma contro l’uffiziale di una nazione, a cui dovevano ancora il resto dalla loro esistenza politica.

«Il cavaliere Azara ministro di Spagna non tardò a venire; quest’uomo giustamente onorato dalla sua corte aveva anch’egli sprezzato tutti i pericoli, e si trattenne molto tempo con me. Erano le dieci. — Ambedue non potevamo a meno di sorprenderci altamente vedendo che non veniva nessun uffiziale pubblico. Scrissi al cardinale una seconda lettera; n’ebbi dopo pochi istanti la risposta. Finalmente un uffiziale e quarant’uomini, che mi si assicuravano per bene intenzionati, furono inviati dal segretario di Stato per proteggere le mie comunicazioni con lui; ma nè lui nè alcun altro uomo capace di prendere con me delle misure decisive, per liberarmi dai revoltosi che occupavano ancora una parte della mia giurisdizione, e dalla truppa che ne occupava un’altra, non si presentò in nome del governo, malgrado la reitirata dimanda che aveva fatto.

«Mi decisi dunque di partire. Il sentimento di sdegno aveva fatto luogo alla ragione, e fattomi più calmo, essa mi dettava la medesima condotta. Scrissi al segretario una nota chiedendogli un passaporto, che m’inviò alle due dopo mezzanotte, accompagnato da una risposta.

«Alle sei di mattina, quattordici ore dopo l’assassinio del generale Duphot, l’investimento del mio palazzo, il massacro della gente che lo circondava, nessun Romano si presentò a me incaricato del governo per informarsi dello stato delle cose. Io partii dopo avere assicurato lo stato di alcuni pochi Francesi rimasti a Roma. Il cavaliere Angiolini si era incaricato di dar loro dei passaporti per la Toscana, dove mi troveranno, e dopo la mia partenza il cittadino Cacault, presso di cui mi trovo in questo momento, coi Francesi che non mi hanno lasciato dopo il momento che si manifestò qualche pericolo.

«Dopo questo racconto crederei di fare ingiuria a dei repubblicani, eccitandoli alla vendetta, che il governo francese deve esigere da quest’empio governo, assassino di Basseville, uno dei primi ambasciatori Francesi che si è degnato d’inviargli, e di un generale distinto come un prodigio di valore in un’armata ove ogni soldato è stato un eroe. Cittadino ministro! Non tarderò di recarmi a Parigi, appena avrò regolato alcuni affari che ancor mi rimangono da trattare; vi darò nuovi particolari sul governo di Roma, e vi dirò quale sia la punizione che bisogna infliggergli.

«Questo governo non si mentisce, astuto e temerario per commetter delitti, vile e strisciante quando li ha commessi; oggi è a ginocchi del ministro Azara, perchè si rechi a Firenze da me, per ricondurmi a Roma; ciò è quanto mi scrive questo generoso amico dei Francesi degno di abitare una terra, dove si sappia meglio apprezzare le sue virtù e la sua nobile lealtà.

«Firenze, 30 dicembre 1797.

«G. BONAPARTE»

III.

Confesso di essere sempre maravigliata, quando depongo la penna dopo avere scritto pagine come queste ultime. Io, la donna frivola per eccellenza, non direi nata, ma predestinata a vivere dei miei gusti, col mio carattere e col mio temperamento lungi da tutti gli intrighi politici, come una farfalla o come un uccello in un mondo di gioia, di piaceri, di canti e di armonie, trascrissi questo pesante rapporto lordo di sangue che grida guerra e vendetta ai popoli. Non vi sembro forse una Venere Afrodite colla maschera di Nemesi, col suo viso atteggiato ai dolci sorrisi, cogli occhi alle dolci promesse, e colla bocca che s’apre a teneri giuramenti?

Ma ho incominciato il racconto degli avvenimenti ai quali presi parte, e non mi posso ritirare dal compito che mi sono imposto; la voce della coscienza e fors’anche quella del pentimento mi grida: — avanti, — e obbligata ad obbedire a questa voce che mi giunge dall’alto, continuo.

Questo rapporto di Giuseppe Bonaparte produsse a Parigi una sensazione profonda. Bonaparte era il Dio del momento; offendere uno dei suoi fratelli era più che un delitto di lesa maestà, era un delitto di lesa divinità.

Osservate pure la lettera con cui il cittadino Talleyrand, il termometro dello spirito pubblico rispondeva al suo rapporto:

«11 Gennaio 1793

«Ho ricevuto, cittadino, la lettera straziante che mi avete scritto sugli orrendi avvenimenti che succedettero a Roma l’8 nevoso. Malgrado la cura che avete posto nel nascondermi tutto ciò che vi ha di personale per voi in questa terribile giornata, non avete potuto lasciarmi ignorare che avete manifestato al più alto grado l’intrepidezza, il sangue freddo, e quell’intelligenza a cui nulla sfugge, e che avete sostenuto con magnanimità l’onore del nome francese. Il Direttorio m’incarica di esprimervi nel modo più ampio e sensibile la sua viva soddisfazione intorno alla vostra condotta. Comprenderete facilmente, lo spero, quanto sia felice di essere l’organo di questo sentimento.»

Il Direttorio cominciò col chiedere la punizione degli assassini; ma fosse negligenza o complicità, nessuno fu arrestato e nemmeno punito; si seppe che il capo degli assassini, nominato Amadeo, si era impossessato della spada e della cintura del morto, che il curato della parrocchia vicina si era ritenuto l’orologio, e che gli altri infine si erano divisi fra loro il denaro e gli abiti.

Il Direttorio ordinò al generale Berthier, che nell’assenza di Bonaparte comandava in Italia, di marciare su Roma.

Berthier ricevette l’ordine a Milano, e si mise in marcia il giorno seguente. Al 29 gennaio la sua avanguardia era a Macerata, al 10 febbraio tutte le truppe erano riunite sotto le mura di Roma, e con un distaccamento prendeva possesso di Castello S. Angelo, che i soldati pontificj non tentarono nemmeno di difendere.

Ma il generale Berthier impedì che si andasse più lungi; prevenne soltanto i capi degli agitatori, che potevano contare sul di lui appoggio.

Il 16 febbraio, il venti-treesimo anniversario della esaltazione di Pio VI al trono pontificio, un attruppamento di sediziosi si riunì nel Foro Romano, e di là s’incamminarono al Vaticano sotto le finestre del Sovrano Pontefice, e fecero intendere le grida di Viva la Repubblica.

Per rispetto — dicevano essi — non pel papa ma pel vecchio, non invasero il Vaticano; ma occuparono tutta la città, e scrissero un manifesto che constatava la ristorazione della sovranità del popolo, il quale ripudiava ogni complicità nelle uccisioni di Basseville e di Duphot, aboliva l’autorità pontificia, e riguardo alle cose politiche, economiche e civili, costituiva un governo repubblicano libero ed indipendente.

I fondatori della nuova Repubblica si diedero premura d’inviare al generale Berthier, per consegnargli quell’atto, una deputazione di otto cittadini.

Egli fece tosto la sua entrata dalla porta del Popolo, e nello stesso giorno salì al Campidoglio, ove, parodiando gli antichi trionfatori romani, salutò in nome del Direttorio la nuova Repubblica, riconosciuta libera ed indipendente dalla Francia, e che si componeva di tutto il territorio lasciato al papa col trattato di Tolentino.

Il giorno dopo quattordici cardinali, che avevano avuto la viltà di firmare l’atto di affrancazione e la rinuncia di tutti i diritti politici, cantarono il _Te Deum_ nella basilica di S. Pietro.

Il generale Cervoni, incaricato di significare a Pio VI la sua decadenza, penetrò negli appartamenti di quel santo vecchio, e lo trovò inginocchiato che pregava.

Pio VI ricevette con una perfetta serenità l’annunzio della caduta dei suoi diritti temporali, ed eccitato a riconoscere il nuovo governo, rispose:

— La mia sovranità viene da Dio, io non posso rinunziarvi; ho ottant’anni, e perciò la vita è poca cosa per me: in quanto agli oltraggi ed ai patimenti non li temo.

Ma siccome la presenza del Santo Padre era incompatibile in Roma col nuovo governo, ricevette l’invito di lasciare la capitale del mondo cristiano, ed infatti il 20 febbraio partì per la Toscana.

Tutte queste notizie ci arrivarono quasi nello stesso tempo, e cagionarono, si comprende bene, un grande scompiglio nella nostra corte. La Repubblica spinta passo passo dai francesi, faceva ogni giorno un nuovo progresso in Italia, e non distava che trenta leghe da noi. Il governo delle Due Sicilie pensò alle precauzioni che doveva prendere contro un avversario cotanto minaccioso.

Senza occuparsi del trattato che aveva firmato colla Francia nel 1797, vale a dire quattordici mesi prima, Ferdinando firmò coll’imperatore suo nipote, al 19 maggio 1798, un trattato che infirmava completamente il primo.

Con questo trattato l’imperatore doveva tenere sessanta mila uomini nel Tirolo; e Ferdinando inviarne trenta mila alle frontiere napolitane.

Per un caso singolare il 15 maggio 1798 fu il giorno in cui la flotta francese salpò da Tolone per la spedizione di Egitto.

Si conoscevano già i preparativi che faceva la Francia, ma s’ignorava qual paese minacciasse quella flotta formidabile.

Il comandante della flotta inglese sir Jean Jervis, dopo lord conte di S. Vicent, si ostinò di vedere nei preparativi di Tolone un progetto di spedizione nell’Oceano, e si accontentò di chiudere lo stretto di Gibilterra e di bloccare la flotta spagnuola nel porto di Cadice.

Sempre in questa convinzione, spedì Nelson, che serviva sotto i suoi ordini, con tre vascelli di linea, quattro fregate ed una corvetta per sorvegliare il porto di Tolone, promettendogli di mandar soccorsi alla sua prima richiesta.

Al 9 maggio Nelson lasciò la baia di Cadice, ma era già troppo tardi; arrivato nel golfo di Lione, una tempesta disperse i suoi vascelli, e disalberò quello su cui si trovava.

Entrò per riparare le sue avarie nel porto di S. Pietro, rimorchiato da un vascello che aveva sofferto meno del suo.

Durante il suo soggiorno al porto di S. Pietro, apprese la partenza della flotta francese da Tolone e spedì un bastimento a Lord S. Vincent per chiedergli il soccorso promesso: ma all’8 giugno, vale a dire tre settimane dopo che la flotta francese aveva fatto vela, potè riunire le forze inviategli, nel momento in cui essa era già fra la Sicilia e Malta.

Questi aiuti si componevano di dieci vascelli da 74 ed uno da 50 cannoni.

Alla testa di questa potenza Nelson si mise alla ricerca della flotta francese; sulle coste meridionali della Corsica apprese che era stata veduta fra Capo Corso e l’Italia.

Balenò a Nelson l’idea, e quell’idea aveva una certa probabilità, che la flotta francese fosse diretta a Napoli.

Egli fece vela per Napoli.

Al 15 giugno, egli era all’isola di Ponza, e c’inviò un suo uffiziale di confidenza, meglio ancora un suo amico, il capitano Troubridge, colla corvetta la _Mutine_ per abboccarsi col capitano generale e sir William Hamilton.

Troubridge era latore di una lettera di Nelson per me.

L’effetto che io aveva prodotto su questo grande uomo non mi era punto sfuggito, e trovai strano come potendo egli stesso venire a Napoli avendo così un occasione di vedermi, la lasciasse sfuggire.

La sua lettera mi spiegò tutto.

Eccola:

«Milady,

«Se venissi a Napoli, se discendessi a terra, e se vi rivedessi, arrischierei di mancare a tutti i miei doveri, che sono d’inseguire la flotta francese senza perdere un momento.

«Troubridge vi porgerà questa lettera, che invece di essere una prova d’indifferenza, diventa, per la spiegazione che vi dà, una prova della violenza del sentimento che provo per voi.

«Appena Troubridge sarà ritornato colle indicazioni che riceverò dal capitano generale e da sir William, continuerò il mio cammino.

«Fossero all’altro capo del mondo, raggiungerò i francesi; e mi rivedrete vincitore e degno di voi, milady, o non mi rivedrete più.

«Mille volte il vostro

«ORAZIO NELSON.»

Eccoci a quanto ci trovavamo al 16 giugno 1798 circa al nostro amore con Nelson; si vede che non eravamo inoltrati di molto.

Questa lettera senza dir molto al mio cuore solleticava il mio orgoglio. Nelson nei cinque anni che erano passati si era battuto come un eroe, o piuttosto, come lo diceva egli stesso, come un uomo che si vuol fare ammazzare. Ho già raccontato come avesse perduto un occhio a Calvi; non era tutto, a Teneriffa gli venne portato via un braccio.

Questa volta prometteva di ritornare degno di me, o di farsi ammazzare.

Era sicura che egli manterrebbe la sua parola; Nelson non era di quegli uomini che promettevano invano.

Dal terrazzo del palazzo vidi il maestoso spettacolo della flotta che difilava innanzi a Napoli; col mezzo d’un cannocchiale, sir William mi fece distinguere il vascello che portava la bandiera ammiraglia; a quella distanza non poteva distinguere quanto avveniva a bordo; ma son certa che Nelson aveva gli occhi fissi sul palazzo, come io aveva fissi i miei sul suo vascello.

La flotta si aperse lentamente innanzi allo scoglio di Capri; una parte passò alla sua destra, l’altra alla sinistra; stette tre giorni in vista, poichè vi era bonaccia.

Questa bonaccia fu causa che al 25 giugno soltanto si trovò al forte di Messina.

Di là seppe che Bonaparte aveva preso Malta, e passando vi aveva lasciato una guarnigione di quattromila uomini, ed aveva continuato il suo cammino verso l’Oriente.

Dal Faro in data del 25 egli scrisse a sir Hamilton per annunziargli quella notizia, ed a me per rinnovarmi l’assicurazione dei sentimenti che aveva per me.

Sir William ed io ricevemmo le lettere al trenta dello stesso mese, e risposi subito:

«Caro signore.

«Approfitto dell’offerta del capitano Hope per scrivervi qualche riga, e per ringraziarvi della graziosa lettera che mi avete fatto pervenire col mezzo del capitano Bowen.

«La regina ebbe grandissimo piacere quando le tradussi ciò che dicevate di gentile per lei, e m’incarica di ringraziarvi, e di assicurarvi che prega pel vostro onore e per la vostra salvezza: in quanto alla vittoria essa è già sicura che l’avrete.

«Abbiamo ancora qui il regicida ministro Garat, il più insolente, il più impudente animale diplomatico, che mai si possa vedere, e veggo chiaramente che la corte di Napoli dovrà dichiarare la guerra, se vuole salvare il paese, perchè l’ambasciatore francese fa tutti i giorni le osservazioni più minacciose.

«S. M. vede e sente tutto ciò che voi dite nella vostra lettera a sir William datata dal Faro di Messina, e sotto la vera luce che rischiara i fatti, così fa anche il generale Acton.

«Ma per sventura il loro primo ministro Gallo, uomo leggero, superficiale ed ignorante, impetrito e stecchito come una cresta di gallo, non pensa ad altro che al modo con cui gli vanno i suoi abiti ricamati, ed all’effetto che produce il suo anello di brillanti; una metà di Napoli lo crede francese, io credo che l’altra metà s’inganna credendolo napoletano.

«La regina ed Acton non possono soffrirlo; per me poco importa essendo sostenuto soltanto dal re egli non saprebbe avere un gran potere; ma un primo ministro, e un puro ministro di forma, è pur sempre qualche cosa per fare un brutto giuoco.

«A proposito saprete che i tre o quattrocento giacobini, che si tenevano in carcere, sono stati tutti, dopo tre o quattro anni di detenzione, dichiarati innocenti. Se credo a tutto ciò che si dice da loro di me, la metà almeno meriterebbe di essere appiccata. È Garat che colla sua influenza e Gallo colla sua debolezza, e forse colla sua simpatia, hanno fatto il bel colpo di rendere questi cari signori alla società.

«Insomma io ne sono molto spaventata, e considero come tutto perduto per Napoli. Sono afflitta fino alle lagrime per la nostra cara e graziosa regina, che merita veramente una miglior sorte.

«Comprenderete, mio caro signore, che vi scrissi tutto ciò in confidenza e di fretta.

«Spero che non lascerete il Mediterraneo senza prenderci; abbiamo il nostro congedo, e pronta ogni cosa per partire appena ne avremo l’avviso; ma intanto spero in Dio che distruggerete questi mostri di francesi; e prima di partire di qua, il regno di questi empii non sarà di lunga durata.

«Se avrete qualche occasione, scriveteci; non potete credere qual balsamo sono le vostre lettere per noi.

«Che Dio vi benedica, mio caro, carissimo signore: credetemi sempre la vostra sincerissima, obbligatissima ed affezionatissima amica,

EMMA HAMILTON.»