Memorie di Emma Lyonna, vol. 6/8
Part 1
MEMORIE DI EMMA LYONNA
DI ALESSANDRO DUMAS
UNICA EDIZIONE AUTORIZZATA IN ITALIA. Vol. VI.
Milano G. DAELLI e C. EDITORI MDCCCLXIV.
Proprietà letteraria — G. DAELLI e C. Editori.
STEREOTIPIA G. DASSI E C.
TIP. GUGLIELMINI.
MEMORIE
DI
EMMA LYONNA
I.
Sventuratamente gli avvenimenti politici esterni resero ben presto a quell’anima energica, che non poteva rimanere senza passioni, e che era divorata dal bisogno di amare o di odiare, quella specie di rabbia calmata, per un istante, dai dolori privati.
La caduta e la morte di Robespierre, che aveva preso una parte così attiva alle esecuzioni di Luigi XVI e della regina Maria Antonietta, era stata per Maria Carolina un momentaneo sollievo alla doppia ferita che quella duplice morte aveva fatto sul suo cuore. Ma questa morte era stata come un segnale di aumento d’energia per l’esercito repubblicano. Le mie note portano ancor oggi la data delle vittorie del generali francesi, secondochè le notizie di queste vittorie ci pervenivano e ci colpivano di stupore, perchè, circondata com’era da nemici, consideravamo la Francia come conquistata.
Gli Austriaci che erano penetrati nell’interno della Francia si lasciarono riprendere, il 16 agosto. Questnoy dal generale Scherer, il 27, Valenciennes dal generale Pichegru, al 30 Condé era rientrato in potere delle armi francesi e Landau era stato ripreso fin dal 30 aprile, cosicchè di quattro piazze forti conquistate dalle armi dell’imperatore, non ne rimaneva più una.
In Ispagna le cose non andavano meglio. Fontarabia e S. Sebastiano erano in potere del generale Moncey, ed il forte di Bellegarde fu ripreso dal generale Dugommier.
Il generale Jourdan, che comandava l’armata di Sambre et Meuse, faceva da parte sua de’ progressi, che ci davano grandi inquietudini; occupava Aquisgrana, al 2 ottobre aveva guadagnato la battaglia Aldenhoven, al 3 aveva preso Juliers, poi Audernach, Coblenza, Mastrick, Colonia, mentre Pichegru prendeva Nimega, occupava Amsterdam, da cui era fuggito lo Stadolder, e con una carica di usseri francesi s’impadroniva della flotta olandese presa fra i ghiacci del Texel.
Infine un trattato di pace era intervenuto il 9 febbraio 1793 fra la Francia e la Toscana, ed aveva introdotto la repubblica francese nel sistema politico europeo.
La regina si fece fare dal generale Acton un quadro delle forze militari della Francia al principio del 1795, e ne risultò da questo specchietto che al 1 marzo aveva otto eserciti: quello del Nord comandato da Moreau; quello di Sambre e Mause comandato da Jourban; quello del Reno e Mosella comandato dal generale Pichegru; quello delle Alpi e dell’Italia comandato dal generale Kellermann; quello dei Pirenei orientali da Scherer; quello dei Pirenei occidentali comandato da Moncey; quello delle coste occidentali comandato da Casselaux, quello delle coste di Brest e Cherbourg comandato da Hoche.
Quest’aspetto formidabile di forze produsse un effetto ancora più grande sulla corte di Spagna che su quella di Napoli, poichè il re Carlo IV, fratello del re Ferdinando, si decise a trattare colla Francia, e la pace fu segnata a Baste il 22 luglio 1795.
Sir William, prevenuto già anticipatamente da un mese dalla regina intorno a questa defezione del re suo cognato, fu in grado di prevenirne il suo governo, il quale potè prendere allora delle misure ostili in previsione di quella futura ostilità.
Ad un tratto la notizia della giornata del 13 Vendemmiaio, — adotto questa denominazione repubblicana perchè la storia l’ha registrata sotto questo nome, — giunse anch’essa fino a Napoli portandovi per la seconda volta il nome di Bonaparte.
Nel breve tempo che corse fra il 19 dicembre 1794 ed il 4 novembre 1795, il capo battaglione era diventato generale.
Bonaparte salvò la Convenzione, fulminando le sezioni sui gradini della chiesa di S. Rocco.
Questa vittoria sulla guerra civile e la protezione del generale Barras lo condussero in pochi mesi al comando dell’armata d’Italia.
La corte di Vienna credette pazza la Francia che confidava i suoi destini ad un giovane di ventisei anni, conosciuto soltanto da due vittorie riportate contro i Francesi.
La regina ricevette una lettera da suo nipote; tutti i vecchi generali austriaci ridevano di compassione alla vista di quel fanciullo che si opponeva a loro, agli strategici per eccellenza.
Di fatti qual era mai allora la reputazione del generale Bonaparte a fronte di quella di Beaulieu, dei Wurmser, degli Alvinzi e del principe Carlo?
Attendemmo con impazienza le notizie dell’apertura della campagna.
L’Austria aveva riunito cinque armate! cento e ottantamila uomini all’incirca.
Bonaparte si avvicinava con trentamila uomini da Savina incontro a Beaulieu che gli opponeva cinquantamila Austriaci.
Quasi nello stesso tempo ricevemmo le notizie della battaglia di Montenotte e di quelle di Millesimo e di Diego.
Il nostro stupore fu grande: Beaulieu era stato battuto nei tre scontri, avendo seimila morti, ottomila prigionieri, e perdendo da dieci a dodici pezzi di cannone.
Ma fu ben peggio allora quando seppe che l’armata sarda, separata dall’austriaca, era stata anch’essa battuta a Mondovì, che gli Austriaci in numero di diecimila con diciotto pezzi d’artiglieria erano stati forzati e messi in fuga al ponte di Lodi da duemila Francesi comandati dallo stesso generale Bonaparte; che il generale Massena era entrato in Milano, e che un trattato di pace era stato conchiuso a Parigi fra la Repubblica francese ed il re di Sardegna, con cui cedeva alla Repubblica la Savoja, Nizza e Tenda, accordava alle sue armate un passaggio nei suoi Stati, cedeva le sue piazze forti, e cominciavasi a dar mano alla demolizione della Brunetta e di Susa.
La mia intenzione, si comprenderà facilmente, non è di seguire questa campagna nei suoi particolari; ma soltanto di constatare i fatti, e di dare un’idea dell’impressione che produssero. Wurmser succeduto a Beaulieu fu battuto a Castiglione, a Roveredo, a Bassano e obbligato a chiudersi in Mantova; Alvinzi, inviato in suo soccorso, fu battuto ad Arcole ed a Rivoli, e finalmente il principe Carlo che succedette a loro fu battuto dovunque l’aveva incontrato.
Tutto ciò in un anno.
La Toscana e la Sardegna avevano fatto la pace colla Francia. Il duca di Modena ed il papa trattavano. Venezia che vedeva i Francesi alle sue porte, ordinò a Monsieur fratello del re, che dopo la morte del Delfino prese il titolo di Luigi XVIII, di lasciar Verona e gli Stati della Repubblica; da questo momento gli avvenimenti progredivano con una rapidità spaventevole. Il generale Bernadotte prese Trieste, Massena preso Klegenfurth capitale della Carinzia e Bernadotte Lubiana capitale della Carniola. Infine il generale Augereau entrò in Venezia, e rovesciò l’antico governo che rimpiazzò con un municipio democratico.
La situazione era molto più grave per noi, — dico noi, tanto mi era identificata colla regina, — e mentre sir William Hamilton faceva tutto col re, la situazione era tanto più grave per noi, perchè la corte di Napoli non aveva cessato di provocare il vincitore, inviando de’ soccorsi all’Austria; il che sarebbe stato nulla, ma col lanciare manifesti terribili contro la Francia.
In questi manifesti il re non ci era entrato per nulla, fuorchè per la firma, e spesso in luogo della firma vi metteva la cifra destinata a supplirla. Si compilavano insieme dal generale Acton, dal principe Castelcicala e dalla regina; e poichè la regina aveva una scrittura assai cattiva, era quasi sempre io che scriveva.
Ho conservato uno o due di questi manifesti, e dalla loro virulenza si potrà giudicare della situazione pericolosa in cui la corte delle Due Sicilie si era posta rispetto al governo francese.
«Quei Francesi che uccisero i loro re; che disertarono i tempii trucidando e disperdendo i sacerdoti; che spensero i migliori e i maggiori cittadini; che spogliarono dei suoi beni la Chiesa; che tutte le leggi, tutte le giustizie sovvertirono, quei Francesi, non sazii di misfatti, abbandonando a torme le loro sedi, apportano gli stessi flagelli alle nazioni vinte, e alle credule che li ricevono amici. Ma già popoli e principi armati stanno intesi a distruggerli. Noi imitando l’esempio de’ giusti e degli animosi, confideremo negli aiuti divini e nelle armi proprie. Si facciano preci in tutte le chiese; e voi, devoti popoli napolitani, andate alle orazioni per invocare da Dio la quiete del regno; udite le voci de’ sacerdoti; seguitene i consigli, predicati dal pergamo e suggeriti da’ confessionali.
»Ed essendosi aperta in ogni comunità l’ascrizione dei soldati, voi adatti alle armi, correte a scrivere il nome su quelle tavole; pensate che difenderemo la patria, il trono, la libertà, la sacrosanta religione cristiana, e le donne, i figli, i beni, le dolcezze della vita, i patrii costumi, le leggi. Io vi sarò compagno alle preghiere ed ai cimenti; che vorrei morire quando per vivere bisognasse non esser libero e cessare di essere giusto.»
Poi il re, o piuttosto quelli che scrivevano in suo nome, continuarono rivolgendosi al vescovi, ai parrochi, ai confessori ed ai missionari.
«È nostra volontà che nelle chiese dei due regni si celebrino tridui di orazioni e di penitenza; e ne sia scopo invocare da Dio la quiete de’ nostri stati. Perciò dagli altari e da’ confessionali voi ricorderete ai popolani i debiti di cristiani e di sudditi, cioè cuor puro a Dio, e braccio armato a difesa della religione e del trono.
«Mostrate gli errori della presente Francia, gl’inganni della tirannia che appellano libertà, le licenze o peggio delle truppe francesi, l’universale pericolo. Eccitate con processioni ed altre sacre cerimonie lo zelo del popolo. Avvertite che l’impeto rivoluzionario, comunque inteso a scuotere tutti gli ordini della società, segna a morte i due primi, la Chiesa e il trono.»
Questo proclama fu pubblicato a suon di trombe su tutti gli angoli della città, ed in tutti i crocivii di Napoli, affisso su tutti i muri, commentato in tutte le chiese.
Le preghiere delle quarant’ore furono annunziate in tutto il regno, e cominciarono immediatamente nella metropolitana di S. Gennaro.
I preti, bisogna dirlo, fosse convinzione o fanatismo, secondarono quanto meglio poterono le intenzioni della regina, i sovrani ne diedero l’esempio, andarono in gran pompa alla cattedrale, ed alle altre chiese di Napoli ingombre di preti, di cortigiani, dalla magistratura e da tutti quelli insomma che in un modo e nell’altro dipendevano dal governo. Il popolo seguiva l’esempio che gli era stato dato, e le chiese rigurgitavano talmente di gente, che era impossibile di passare per le strade, non essendovene una a Napoli ove non sia una chiesa, ed ove queste erano affollate si stava a pregare fuori della porta. Fu in questi tempi che i Francesi figuravansi ai Napolitani come ladri, assassini, briganti, eretici scomunicati, coi quali non si era obbligati di conservare nè fede, nè parola, e che si potevano impunemente colpire come outlaw,[1] pugnalati alle reni, avvelenati nelle case, negli ospedali, assassinati nel sonno, uccisi infine come cani arrabbiati.
Tale fu l’acciecamento delle passioni, che io stessa partecipava all’odio contro una nazione, alla quale sono andata più tardi a chiedere un asilo, e che mi fu accordato quando l’Inghilterra, per la quale aveva fatto tanto, mi cacciava dal suo suolo.
Del resto si vedrà quali sentimenti professava in alcune mie lettere che citerò, ed alle quali non muterò nemmeno una sillaba.
Ma vi era una classe della società che non ha mai parteggiato a Napoli contro i Francesi, e perciò non univa le sue alle preghiere, che si rivolgevano a Dio.
Era questa tutta la classe libera, intelligente, istruita del mezzo ceto. Erano i giuristi, i medici, i filosofi, gli avvocati, i poeti, cosicchè la regina dimenticando quella specie di pentimento che aveva provato dopo la morte delle prime vittime, e specialmente di quella di Caramanico, fu dessa la prima a riorganizzare la giunta di stato, ed a spingere in una nuova curia i tre uomini che si chiamavano gli sbirri della regina, vale a dire, Vanni, Guidobaldi e Castelcicala.
Le prigioni si riempirono, e questa volta i primi nomi di Napoli si contavano nel numero dei prigionieri.
Ma in mezzo a tutti questi preparativi, non soltanto di guerra difensiva, ma di guerra offensiva, ci venne a sorprendere l’armistizio di Brescia, che precedette al trattato di Tolentino con Pio VI; e, come abbiamo già detto, col trattato di Tolentino il Santo Padre cedeva alla Francia Bologna, Ferrara e le Romagne, e le province cedute avevano il diritto di costituirsi in repubblica, ciò che non mancarono di fare appena fu compita la cessione.
In tal modo il pericolo che la regina aveva creduto di allontanare si avvicinava sempre più. I Francesi si ritiravano; ma il principio rivoluzionario faceva un passo innanzi; ma l’_idea_ più forte degli uomini s’abbarbicava nel suolo che essi avevano lasciato.
Il general Acton e la regina compresero che non vi era tempo da perdere. Sapevano che il Direttorio eccitato dall’ambasciatore, a cagione dell’odio della regina pe’ Francesi, — odio che essa in verun modo aveva saputo celare, — aveva spinto Bonaparte a vendicarsi del governo delle Due Sicilie, e che costui avesse risposto:
«Oggi non siamo ancora potenti abbastanza per dare a questa vendetta tutta la pubblicità di cui si ha d’uopo; ma verrà giorno in cui gli faremo pagare tutti i suoi tradimenti passati, presenti e futuri, ed in quel giorno il re Ferdinando e la regina Carolina non avranno perduto nulla coll’aspettare.»
Questa risposta era stata riportata letteralmente alla corte di Napoli, e benchè protratta la vendetta per qualche tempo ancora, il re ebbe tanta paura di questa spada di Damocle sospesa sul suo capo, che inviò il principe di Belmonte a Buonaparte con missione di ottenere a qualunque prezzo un trattato di pace.
All’undici ottobre 1797, il seguente trattato fu firmato dai mandatari delle due potenze.
Lo cito per intiero perchè si possa giudicare dello stato di dipendenza, in cui la paura avea messo la corte di Napoli rispetto al governo francese.
Del resto, nello stesso modo che più si abbassa il vaso più si riempie d’acqua, quanto più si abbassava il cuore della regina tanto più si riempiva d’odio.
I termini poi di questo trattato non erano punto ambigui, — eccoli:
«Napoli sciogliendosi dalle sue alleanze, resterà neutrale; impedirà l’entrata ne’ suoi porti a’ vascelli oltre il numero di quattro de’ potentati che sono in guerra; darà libertà a’ Francesi carcerati ne’ suoi dominii per sospetto di Stato; intenderà a scoprire e punire coloro che involarono le carte al ministero di Francia Makau; lascerà libero ai Francesi il culto delle religioni; concorderà patti di commercio che diano alla Francia ne’ porti delle Due Sicilie que’ medesimi benefizii che le bandiere più favorite vi godono; riconoscerà la repubblica Bàtava, e la riguarderà compresa nel presente trattato di pace».
Inoltre vi era un articolo che doveva restare segreto, e che non doveva essere conosciuto che dai contraenti, ed era concepito in questi termini:
«Il re pagherà alla repubblica francese otto milioni di franchi (due milioni di ducati): i Francesi prima che si accordino col pontefice, non procederanno oltre la fortezza di Ancona, nè seconderanno i moti rivoluzionarii delle regioni meridionali d’Italia.»
II.
Le cose erano ben mutate in un anno.
Quel piccolo generale Bonaparte deriso da tutti, ma uscito vittorioso da una campagna che si poteva annoverare fra gli splendidi fatti d’armi di Alessandro, d’Annibale e di Cesare, era stato appellato dal Direttorio l’Uomo della provvidenza, e la Repubblica francese gli aveva dato una bandiera su cui stava scritto in lettere d’oro:
«Il generale Bonaparte ha distrutto cinque eserciti, vinto diciotto battaglie campali, ed in sessantasette combattimenti ha fatto centosessantamila prigionieri; ha inviato in Francia censessanta bandiere per decorare i nostri edificj militari, mille e centottanta pezzi d’artiglieria per arricchire i nostri arsenali, duecento milioni al tesoro, cinquantun bastimenti da guerra nei nostri porti, i capi d’opera d’arte per abbellire le nostre gallerie ed i nostri musei, e preziosi manoscritti per le nostre biblioteche pubbliche; ed infine ha dato la libertà a diciotto popoli.»
Si comprende in quale esasperazione mettevano quegli onori resi ad un nostro nemico, la corte di Napoli, sir William Hamilton ed io; io come amica della regina di cui parteggiava tutte le simpatie e gli odi; sir William Hamilton come ambasciatore d’Inghilterra.
La regina fu presa da un accesso di rabbia, come ne vidi in quel giorno in cui il governo delle Due Sicilie fu obbligato a riconoscere la repubblica Cisalpina.
Il trattato di campo Formio firmato dalla Francia e dall’Austria aveva una grande importanza. La Francia estendeva da un lato i suoi confini fino alle Alpi e dall’altro fino al Reno. L’Austria perdeva in estensione, ma aumentava di sudditi; in cambio della repubblica Cisalpina che sorgeva, cadde la Repubblica di Venezia che diventò proprietà dell’imperatore.
La pace sembrava assicurata, ma sir William rideva col suo riso diplomatico, quando gli si parlava della durata di quella pace: finchè l’Inghilterra sarà in guerra, diceva, il mondo e specialmente la Francia non saranno in pace.
La regina, che non fingeva meno di sir William di credere seriamente a quella pace, ne approfittò per celebrare le nozze del principe ereditario coll’arciduchessa Clementina. Poco ho da dire intorno a questo principe che non ebbe, in tutto il tempo in cui rimasi alla corte di Napoli, che una parte secondaria e nulla intorno la principessa, che non ne ebbe nessuna.
Il principe era allora un bel giovanetto di ventun anno, assai grasso, roseo in viso, molto istruito, accortissimo ed acuto, e senza parole; cogli occhi fissi sull’Europa non perdeva nemmen uno dei particolari del gran dramma storico che si compiva, e fingeva di non veder nulla. Spaventato dalle violenze di sua madre, si studiava, benchè fosse già in età e capacissimo di dire il suo parere, di starsene lontano da qualunque questione che si presentava, fosse anche della più alta importanza pel trono delle Due Sicilie, e principalmente per lui che ne era l’erede. Nello stesso modo che il re Ferdinando si mostrava in mezzo a questo scompiglio molto più vago di una caccia ad Astroni o a Persano, che della caduta o della nascita di una repubblica, egli si mostrava più preoccupato delle scoperte di Mesmer, di Mongolfier e di Lavoisier che dell’armistizio di Brescia o del trattato di Tolentino. Sua madre poco lo amava, anzi lo sprezzava, e in famiglia lo dichiarava stupido come suo padre.
Il prediletto del suo cuore era il principe Leopoldo, che allora aveva diciott’anni; è vero che era un adorabile giovanetto, bello come sua madre, gentile, garbato e spiritoso; l’altro principe era un garzoncello di sei a sette anni, di pochissima salute, e chiamavasi Alberto, che ebbi, come racconterò in seguito, il dolore non soltanto di vedere, ma di sentir morire nelle mie braccia.
Una squadra napolitana andò a prendere la giovane archiduchessa a Trieste, e la condusse a Manfredonia, ove l’attendeva il principe Francesco, benchè i cerimoniali del matrimonio si dovessero celebrare a Foggia, cioè cinque o sei leghe nell’interno.
Il re e la regina avevano accompagnato il loro figlio, e con essi s’intende, c’era anch’io; sir William Hamilton era rimasto a Napoli.
Era curioso di vedere la fidanzata, che si diceva del resto assai insignificante, e ciò sarebbe stata la verità, se un pallore che mai vidi una volta prendere il menomo incarnato, ed una profonda malinconia, non avessero dato alla sua fisonomia un grande interesse. Donde provenivano quella tristezza e quel pallore nessuno lo seppe mai, forse da qualche amore lasciato, ma non dimenticato alla corte dei Cesari; fors’anche non era che quel segno fatale impresso sul viso di quelli che sono destinati a morir giovani.
Il matrimonio fu celebrato nella seconda metà del mese di giugno; si accordarono molti favori ai sudditi; Acton, primo ministro, fu nominato capitano generale; quarantaquattro sedi episcopali vacanti furono occupate da quarantaquattro nuovi vescovi, e fu un grande sacrifizio per il re, perchè durante la vacanza di quelle sedi ne percepiva le rendite; si accordarono gradi e decorazioni agli uffiziali che nella guerra d’Italia si erano dichiarati contro la Francia, e finalmente molti abitanti di Foggia furono creati marchesi, in vista del loro titolo di abitanti delle Marche, ed in ricompensa delle enormi spese che avevano fatto in occasione del matrimonio del principe ereditario.
Mi sono lasciata indurre a scrivere molto su questo matrimonio, malgrado la poca importanza che ebbe, non soltanto nella vita pubblica del principe Francesco, ma ancora nella sua vita privata; ciò mi svia dai gravi avvenimenti che si succedettero alla corte di Roma, e che un anno dopo dovevano avere una influenza tanto grave su quella di Napoli.
Voglio dire dell’assassinio del generale francese Duphot.
Nel rango in cui mi trovava, nulla mi doveva essere ignoto od oscuro, intorno ad un tal fatto.
Lo racconterò con qualche particolarità, poichè da esso dipendette l’occupazione di Roma dai francesi, ed in seguito la proclamazione della Repubblica romana.
Ora che vivo lungi dagli avvenimenti e specialmente dagli odii dell’epoca, spero di riescire imparziale nel mio racconto, non dirò come giudice, ma almeno come storico.
Si comprenderà facilmente, riportandosi specialmente allo spirito di propaganda di quell’epoca, che dopo essersi autorizzate le Romagne a costituirsi in repubblica, si era formato un partito repubblicano in Roma.
Questo partito si componeva particolarmente di artisti francesi dimoranti in Roma, ed avrebbero creduto di mancare in fatti a tutti i loro doveri di patriotti, se non avessero tentato coi loro mezzi di fare proseliti al governo da cui dipendevano.
Il fratello di Bonaparte, Giuseppe Bonaparte, era ambasciatore di Roma. La famiglia erasi elevata presto, sostenuta dalla mano potente dell’_Uomo della provvidenza_, come lo chiamava il direttorio.
Giuseppe Bonaparte, in cui eravamo lungi dallo scorgere il futuro usurpatore del trono di Napoli[2], faceva tutto quanto era possibile per contenerli, dicendo a loro che non era ancor giunto il momento.
Malgrado tutti gli sforzi, il 26 dicembre 1797, i repubblicani avvertirono l’ambasciatore che si preparava un movimento; egli li congedò, supplicandoli come sempre di opporsi, se lo potevano, per qualche tempo ancora a questo movimento.
Essi si ritirarono promettendo di adoperarsi secondo l’intenzione dell’ambasciatore.
Il giorno seguente il cavaliere Azara, di cui mi ricordo di aver fatto l’elogio all’epoca del mio passaggio da Roma, diede lo stesso avviso a Giuseppe Bonaparte.
Difatti il 28 dicembre la dimostrazione annunziata si manifestava; caricata dai dragoni, presa a fucilate da una compagnia di fanteria, i repubblicani si rifugiarono sotto i portici del palazzo Corsini, ove dimorava l’ambasciatore.
Siccome l’avvenimento che segue fu raccontato in modi diversi, mi accontenterò di trascrivere il rapporto ufficiale del signor Giuseppe Bonaparte. Essendocene stata inviata una copia, è da questa che ritraggo quanto ora si leggerà, e come questo documento è ignoto o quasi, avrà, lo spero, un certo interesse.
Riprendo il racconto dell’ambasciatore in cui lo lascio parlare liberamente.