Memorie di Emma Lyonna, vol. 4/8
Part 7
— E che fece il re vostro padre? dimandò la regina.
— Per Dio, rispose Ferdinando, fece ciò che esigeva l’Inghilterra.
— Ma perchè a quell’epoca, esclamò Caracciolo senza accorgersi che non era stato interrogato, perchè a quell’epoca, Sire, la città era senza difesa, senza guarnigione, senza provvigioni, senza difensori, perchè la corte non era militare, perchè i ministri erano uomini timidi, mentre al giorno d’oggi...
— Taci, disse il re, non si chiede ora il tuo avviso.
— Parlate invece, disse la regina, noi vogliamo essere informati....
Poi volgendosi verso il re.
— Voi permettete, non è vero, Sire.
— Voi vedete bene che io permetto tutto, rispose Ferdinando, ciò che non impedisce che si faccia la mia volontà.
E si alzò ed uscì.
— Dicevate, signore, riprese la regina, volgendosi a Caracciolo.
— Mentre al giorno d’oggi....
— Mentre al giorno d’oggi, riprese il capitano Caracciolo, la città è abbondevolmente fornita di cannoni, di uomini, di armi e di munizioni; con un fuoco ben diretto dal castel dell’Uovo, e dal castel Nuovo si terrà la flotta francese fuori della portata della bomba.
— Il re pretende che la polvere non valga nulla, disse la regina.
— Ebbene signora, disse Caracciolo, si anderà all’abbordaggio; mi si lasci prendere trecento barche nel porto, ed io anderò alla lor testa ad attaccare la nave ammiraglia.
Il re rientrò, ed udendo le ultime parole di Caracciolo, alzò le spalle.
— Chieggo perdono a Vostra Maestà, disse Caracciolo, ma i corsari barbereschi ed i corsari maltesi non fanno altrimenti?
— Signore, disse la regina, in nome del cielo date ascolto a ciò che dice il capitano, si tratta qui dell’onore della vostra corona.
— Più ancora, signora, disse Caracciolo, rivolgendosi alla regina, che egli vedeva venire dalla sua parte, noi siamo in una stagione in cui il porto di Napoli non si può tenere: dalle cognizioni che ho del nostro clima, continuò il principe interrogando il cielo cogli occhi, mi farei mallevadore, che non scorreranno ventiquattr’ore, senza che qualche colpo di vento non obblighi la flotta francese a prendere il largo. S. E. il signor ministro della guerra, che è della marina, può affermare che dico la verità.
— Rispondete, generale, disse la regina.
— Difatti, disse il ministro, vi ha molto del vero in ciò che dice il signor Caracciolo; ma ora siamo presi alle strette.
— No, generale, rispose il capitano, perchè alla vista della prima vela, ho già tutto disposto sulla mia corvetta, come se fossi sicuro che quella vela fosse nemica, e sono sicuro che i miei colleghi di stazione nel porto hanno fatto altrettanto.
— Ebbene, Sire, chiese la regina a Ferdinando, che tenendosi un ginocchio sull’altro agitava la gamba, che ne dite voi?
— Lo vedete, signora, replicò il re, non dico nulla.
— E che fate allora?
— Aspetto.
Nel momento in cui il re pronunziava questa parola, s’intese un primo colpo di cannone, poi un altro.
— Ah! esclamò la regina alzandosi e correndo alla finestra, mi sembra che il castel dell’Uovo abbia fatto fuoco.
— Sì, o signora, disse Caracciolo, ma a polvere; il forte dell’Uovo saluta l’inviato del signor Latouche Treville; ecco là che gli risponde il castel Nuovo.
Difatti i colpi si succedevano con una regolarità, e si poterono contare i ventun colpi, che sono il saluto usuale fra le potenze amiche.
— Non ho più nulla da far qui, signora, disse Caracciolo, volgendosi alla regina. Vostra Maestà vuol permettere che mi ritiri? Fate pure, disse la regina: ed anch’io mi ritiro nello stesso tempo di voi: vieni, Emma.
La regina mi fece un segno, ed io obbedii: Caracciolo si ritirò per lasciarci passare, salutò profondamente e rispettosamente la regina, ma stette ritto al mio passaggio, con uno sguardo così sdegnoso, che il rossore della vergogna mi salì fino alla fronte.
Era il secondo insulto che mi faceva in quel giorno.
La regina camminava lestamente e senza rivolgersi nemmeno per vedere se io la seguiva; arrivata alla porta della sua camera, vi entrò di furia, si lasciò cadere su di un canapè, e mettendosi le mani nei capelli:
— Ebbene, disse, l’hai tu veduto? mio cognato Luigi XVI è un leone in paragone di quest’uomo: oh! quante vergogne ci restano ancora da sopportare, mia povera Emma, se il tuo governo non viene punto in nostro soccorso.
— Signora, risposi, io non sono che una povera donna, assai straniera alla politica, ma mi sembra che in ciò vi sia tanta colpa nei ministri come nel re.
— Che vuoi tu? tutti questi uomini non sono dei ministri, sono servitori; ah! mio povero Giuseppe, se tu eri là, non avresti lasciato insultare la tua regina. Senti, senti, le salve che ricominciano. La repubblica prende possesso della terra di Napoli: davvero che quel Caracciolo è un’anima vigorosa.
— Che Vostra Maestà mi permetta di avere per lui tutta l’ammirazione, ma non me ne chiegga per la simpatia; egli non si è mostrato per nulla gentile verso di me.
— Che vuoi tu, questi napolitani sono così bassi come i lazzaroni, ed orgogliosi come i baroni dell’impero: questi Caracciolo pretendono di risalire fino agli imperatori greci, sono altieri, ma almeno sono valorosi; l’hai tu veduto là: se gli si fosse detto di andare ad attaccare colla sua Minerva la nave ammiraglia, egli vi sarebbe andato come ad una festa: mi piacciono più gli uomini di quella tempra, che quelle canne che si piegano ad ogni soffio.
La regina si avvicinò alla finestra.
— Non avresti tu avuto il piacere, disse, a vedere un bel combattimento? Guarda con quale insolenza fanno sventolare la loro bandiera rivoluzionaria. Prendete questi colori, Sire, ha detto Lafayette nel dare la sua coccarda al re, essi faranno il giro del mondo. Spero bene che l’Inghilterra non permetterà che si compia questa predizione orgogliosa. Ma quando penso che vi è nell’altra parte di questo palazzo un francese, che viene a dettarci la legge in nome di un governo che tiene mia sorella in prigione, e che forse taglierà la testa a mio cognato, davvero io ne divento pazza per la rabbia.
In questo momento si sentì toccare alla porta.
Un usciere annunziò sir William Hamilton.
— Entri, entri, disse la regina.
Poi porgendogli la mano:
— Oh! arrivate in punto, gli disse, sapete ciò che succede?
— So ciò che si dice, ecco tutto; ma Vostra Maestà mi permetta d’informarmi prima dello stato della sua salute.
— Non si tratta già della mia salute, ma è della salute del regno che si è in pena; siamo molto ammalati, mio caro Hamilton, e se M. Pitt non viene ad aiutarci, temo che come hanno fatto il 20 giugno a mio cognato Luigi XVI, ci si metterà il berretto rosso fino alle orecchie.
— M. Pitt, signora, disse sir William, verrà in aiuto a Vostra Maestà, non ne dubitate; ma ha un sistema che non saprei approvare, perchè è contrario ai desiderj di Vostra Maestà. M. Pitt è un Whig divenuto tory, non dimenticatelo. Egli vuole che la Francia si metta da sè stessa al bando delle nazioni.
— Sì, vale a dire, che invece di salvare Luigi XVI, ciò che avrebbe fatto riunendosi alla coalizione, egli lo vendicherà quando i francesi gli avranno tagliato la testa; del resto io sono bene esigente di volere che un ministro di una nazione che ha decapitato Carlo I, se la prenda a male perchè una nazione vicina vuole imitare il suo esempio. Oh! se odiasse i francesi come me!
— Dirò a Vostra Maestà una cosa che le sembrerà impossibile, e che però è vera. M. Pitt odia i francesi più di V. M.
— Più di me?
— Sì, signora.
— Ci scommetterei.
— Oh! la scommessa è accettata da molto tempo, credetemi. Io conosco il padre di lord Chatane. Ho conosciuto il figlio, l’ho veduto fanciullo; egli è nato furioso, ammalato di una violenza innata; è una creatura trista, amara, aspra, accanita, contro tutto; al giorno d’oggi l’ha colla ruina della rivoluzione; ma sta aspettando il momento opportuno, Fox e Sheridan ai quali ho scritto, hanno fatto quant’era possibile per far sì che il governo intervenisse presso la convenzione; egli non l’ha voluto. È triste di doverlo dire, a Vostra Maestà specialmente, ma egli specula sull’orrore che l’avvenimento produrrà in Europa. M. Pitt ha riso due volte nella sua vita, signora, e due volte è disceso sino al punto di scherzare. La prima volta che ha riso, è stato quando ha udito la rivolta di S. Domingo, che i negri bruciavano tutto e scannavano tutti. Egli ha riso, ed ha detto: «I francesi potranno ora prendere il loro caffè alla caramella». La seconda volta che ha riso, è stato quando, or son quindici giorni, Fox e Sheridan spinti da me, gli hanno fatto osservare che se non interveniva, i francesi potrebbero spingere la follia sino ad uccidere il loro re; egli rise e disse. «In questo caso vi sarà un vuoto nella carta d’Europa».
— Ma è un mostro questo vostro Pitt, esclamò la regina.
— Io non ho nessuna opinione intorno a Pitt, di cui, o signora, ho l’onore di essere l’ambasciatore, disse ridendo sir William; ma so che ha avuto il talento di farsi adorare dalle tre Inghilterre.
— Come chiamate voi queste tre Inghilterre, sir William, l’Inghilterra, l’Irlanda e la Svezia?
— Oh! no, dalla vecchia Inghilterra, dall’Inghilterra feudale che dopo l’89 moriva di paura, credendo ad ogni bastimento che veniva dalla Francia di vedere sbarcare i diritti dell’uomo; dall’Inghilterra mercante, seduta sul mare come suo feudo, ed alla quale egli ha promesso la distruzione della marina francese; infine dall’Inghilterra oziosa, speculatrice e aggiotatrice. La Francia suddivide le proprietà fondiarie, gl’Inglesi suddividono le loro rendite. Ogni inglese ha il suo coupon, ed ogni mattina calcola quanto ha guadagnato nella notte, mentre la Francia s’invia al fallimento coll’emissione di due miliardi di assegnati. Quando il nostro 5 per cento, che era a 92 salì a 120, Pitt fu un grand’uomo; quando il 4 che era a 75 andò a 105, Pitt fu un eroe; ora finalmente che il 3 il quale era a 57 è a 97, Pitt è un Dio....
— Tristo Dio.
— Ahimè! voi lo sapete, signora, gli uomini diventano Dei secondo i loro amori ed i loro odii; gl’Indiani adorano una vacca, i Mongoli un lama, i Siamesi un elefante bianco; lasciateci dunque adorare il vitello d’oro, e la nostra religione è ancora la più sparsa.
In questo momento si udì a tuonare il cannone di nuovo, annunziando che il messaggiero del signor Latouche Treville ritornava nella lancia ammiraglia, e si venne a prevenire sir William che il re lo pregava di andare da lui.
X.
Dopo le disposizioni del re e quelle del consiglio, si potè prevedere che l’inviato del signor Latouche Treville non avrebbe trovato molta difficoltà nel successo delle trattative: difatti il re era disposto ad accordare alla Francia quanto gli avrebbe chiesto, pronto però a mancare di parola, od a tradirla, quando l’Inghilterra si sarebbe decisa a parteggiare con esso.
Il re aveva dunque dichiarato in seduta, a voce come in iscritto, che egli era pronto a ricevere il cittadino Mackau, ed a trattarlo come un ambasciatore di una potenza amica; aveva promesso di serbare la più stretta neutralità nelle guerre di Francia coll’Europa; finalmente aveva promesso di richiamare da Costantinopoli il suo ambasciatore che era stato causa per cui Semonville non era stato subito ricevuto; vale a dire che aveva ceduto su tutti i punti, ed aveva date tutte le soddisfazioni alla Francia.
Cosicchè nella stessa sera vedemmo far vela la flotta francese, allontanarsi e perdersi nel crepuscolo, ed al giorno dopo non si vide più nemmeno una vela.
Ma prima di partire l’ammiraglio Latouche Treville aveva sbarcato l’ambasciatore di Francia, che era accompagnato dall’ambasciatore di Roma, il cittadino Basseville.
Come aveva osservato il re, la folla attonita allo spettacolo di una flotta francese, che manovrava a piene vele nel golfo, era immensa su tutti i punti del vasto anfiteatro; ma si era stipata più densa e più tumultuosa là dove era sbarcato l’inviato dell’ammiraglio francese.
La bandiera tricolore che ornava la poppa del vascello ammiraglio, sventolando così vicina alla terra napolitana, aveva svegliato delle emozioni assai differenti. I lazzaroni la guardavano con una specie d’idiotismo odioso; ma tutti quelli che appartenevano alla gioventù istruita di Napoli, e le persone che professavano arti liberali, qualunque fosse la loro età, sentivansi battere il cuore a questo segno visibile di una rivoluzione, colla quale il partito avanzato sperava un giorno di associarsi. Si riportarono tutti questi particolari alla regina, assicurandola in pari tempo che un gruppo di giovani, fra i quali si trovava un certo Emanuele De Deo, non avevano saputo contenere il loro entusiasmo, ed al momento in cui l’inviato dell’ammiraglio era passato in mezzo a loro col suo abito alla repubblicana, avevano gridato:
— Viva la Francia.
Alla sera ritornando all’ambasciata inglese, posta sull’angolo della riviera e sulla strada di Chiaja, vidi dei gruppi nella via di Chiatamone; questi gruppi eransi riuniti alla vista della bandiera tricolore francese che sventolava da un balcone della casa, ove abitava il cittadino Mackau.
Il giorno seguente, verso mezzogiorno scorso, avvenne ciò che aveva predetto il capitano Caracciolo: i venti spiravano da sud-ovest, e scoppiò una terribile tempesta. Se Napoli avesse resistito solamente ventiquattr’ore, la flotta francese sarebbe stata obbligata, o di prendere il largo e per conseguenza di fuggire, oppure era perduta, dal primo fino all’ultimo legno.
A quella vista, che le dava completamente ragione, la regina non potè più contenersi, e rimproverò al re la sua viltà, rimprovero a cui Ferdinando era poco sensibile; invece di felicitarsi di questa tempesta, che poteva, senza bisogno che vi partecipasse il cannone napolitano, cagionare una terribile avaria alla flotta dell’ammiraglio francese, egli deplorava una partita di caccia che fu protratta al giorno seguente, nella foresta di Persano, ed alla quale era obbligato di rinunziare. Per altro egli aveva un poco rassicurata la regina, facendole una teoria sul modo di considerare la fede dei trattati, e si era positivamente combinato con sir William di voltar faccia alla Francia tosto che gl’inglesi si sarebbero uniti alla coalizione. M. Pitt non avrebbe che a fargli un segno, e uomini e navi sarebbero a disposizione dell’Inghilterra.
Al 20 dicembre, vale a dire quattro giorni dopo la partenza della flotta, fui svegliata da un gran rumore: una folla di gente scendeva con rumore dal ponte di Chiaja, e si spargeva nei giardini della villa.
Tirai il campanello, e chiesi quale avvenimento dava motivo a questo rumore; mi si rispose, che era la flotta francese che ritornava nel porto.
Mi alzai e mi vestii di fretta, pensando che la regina mi avrebbe mandato a chiamare: difatti non aveva quasi terminato di acconciarmi, che ricevetti un suo viglietto che mi invitava di andare a palazzo; quasi nello stesso momento entrò sir William, che aveva ricevuto lo stesso invito dal re, e si offriva ad accompagnarmi.
Salimmo in vettura, ed ordinammo al cocchiere di andare dalla parte di santa Lucia.
Appena arrivati sulla banchina, vedemmo tutta la flotta che rientrava nel porto, ma non già nell’ordine ammirevole con cui si era presentata la prima volta, ma come uno stormo di uccelli marini spaventati, che battevano l’ali alla meglio, per trovare un rifugio.
Arrivammo a palazzo, ove si era radunato di fretta il consiglio, e nel salire lo scalone incontrammo lo stesso capitano Caracciolo, che si era stimato opportuno di chiamarlo, quantunque la prima volta fosse stato di opinione diversa da quella del re.
Sir William mi lasciò alla porta della regina, e si recò alla sala del consiglio.
Entrando nella camera della regina le raccontai l’incontro che aveva fatto sullo scalone, ed essa tirò subito il campanello.
— Si preghi il capitano Caracciolo di venire da me, prima ch’ei vada al consiglio, debbo parlargli.
Poi tirandomi a lei:
— Comprendi tu qualche cosa di ciò che succede? Noi ci credevamo liberati da questa flotta francese! — Che vuole dunque da noi questo ammiraglio Latouche Treville colle sue bandiere e colle sue coccarde tricolori? Viene forse qui a fare la propaganda repubblicana per mettere anche noi in rivoluzione? Oh! Se ne guardi bene, noi siamo prevenuti: non ci avranno così a buon mercato come Luigi XVI e Maria Antonietta! In quanto a me, lo dichiaro, sarò senza pietà.
Non aveva ancora avuto il tempo di rispondere che la porta si aperse, e si annunziò il capitano Francesco Caracciolo.
— Venite, venite, signore, disse la regina; voi siete stato il solo che l’altro giorno fosse del mio avviso.
Caracciolo fece un inchino.
— È un grande onore per me, disse egli, perchè l’altro giorno Vostra Maestà parlava in nome dell’onore napolitano.
— Ebbene, vediamo, diteci francamente che cosa è che succede adesso.
— Ciò che aveva predetto, signora; la flotta francese è stata battuta e dispersa dalla tempesta; se avessimo tenuto fermo soltanto ventiquattr’ore, noi saremmo padroni della situazione.
— Non possiamo ora diventarlo?
— Come! signora?
— A vostro avviso la flotta francese entra in Napoli perchè è in pericolo.
— Per quanto possa giudicare, disse Caracciolo, osservando verso il mare, non vi è un legno che non abbia sofferto avaria.
— Ebbene, se si approfittasse della situazione, se si tentasse oggi ciò che non si è osato far l’altro giorno, sareste voi pronto ad attaccare la nave ammiraglia colla vostra corvetta?
— Impossibile, signora.
— Come! impossibile!
— L’altro giorno proponeva di attaccare il nemico.
— Poi....
— Oggi questo nemico è diventato nostro alleato.
— Nostro alleato!
— Senza dubbio, si sono scambiate delle promesse, signora, e si è firmato un trattato. L’ammiraglio Latouche Treville veniva ad imporre delle condizioni ad una nazione nemica, oggi viene a chiedere soccorso ad un degno alleato; l’altro giorno era un dovere combatterlo, attaccarlo oggi sarebbe un tradimento.
— Ma però se voi ne riceveste l’ordine dal re....
— D’attaccare?
— Sì.
— Spero, signora, che il re non mi darà un ordine simile.
— Ma infine se ve lo desse?
— Avrei il dispiacere di presentare la mia dimissione.
— L’intendi tu, Emma? disse la regina volgendosi dalla mia parte: giudicate da lui gli altri, ecco come ci sono divoti.
Poi a Caracciolo:
— Va bene, signore, ho saputo da voi ciò che voleva sapere; io non vi trattengo più.
Caracciolo fece un inchino ed uscì.
— Ora tutto viene in chiaro, continuò la regina, la flotta ritorna dopo aver fatto avaria, e viene a rifugiarsi a Napoli, perchè no? Napoli, come l’ha detto il _cittadino_ Caracciolo, facendo spiccare la parola _cittadino_, Napoli non è alleato di questa repubblica francese che viene a dichiarare la guerra ai re, e che va a tagliare la testa a mio cognato?
Io mi stetti silenziosa.
— Ebbene, dimandò la regina, tu non mi rispondi? non hai nulla a dirmi?
— Crederei di offendere la regina, dicendole francamente la mia opinione.
— Offendermi? sei ben buona; in che mi potresti offendere tu?
— Ma mettendomi dell’opinione di quell’uomo....
— Di quale?
— Del principe Caracciolo, e Dio sa che non ho punto simpatia per lui.
— Allora tu trovi che i francesi hanno ragione di metterci i piedi sulla testa.
— Trovo che si ha avuto torto di trattar con loro.
— Ed ora che abbiamo trattato con loro, dobbiamo subire le conseguenze della parola data. Tu hai forse ragione; noi consulteremo in questo Sir William.
Intanto la flotta francese era entrata in porto, come si entra in un porto amico, ed aveva gettato l’áncora.
Un’ora dopo sapemmo che era avvenuto tutto ciò che il capitano Caracciolo aveva predetto: appena era stata al largo, la flotta francese era stata battuta da una tempesta orribile, sette navi sopra undici, avevano sofferto grandi avarie. L’ammiraglio Latouche Treville col suo trattato in mano, che gli accordava i vantaggi concessi alle nazioni più favorite, venne a chiedere di riparare i suoi legni avariati, a rinnovare le sue provvigioni di acqua dolce, ed a comunicare col porto per comperare viveri, cordami e tele.
Tutte queste dimande furono accordate.
Vi fu di più: nella premura che aveva il governo napolitano di allontanare quegli ospiti pericolosi, si affrettò di fornire all’ammiraglio e operai, e materiali, e viveri; e da un condotto provvisorio si fecero arrivare fino alla punta del molo le acque del Carmignano, le più limpide e più salubri di Napoli.
In quanto alla regina per non avere continuamente sotto gli occhi quelle uniformi odiate e quelle bandiere detestate, si ritirò a Caserta, benchè si fosse nel maggior rigore dell’inverno, vale a dire nel mese di gennaio, e mi condusse seco.
XI.
Mentre noi eravamo a Caserta, tutte le predizioni della regina si realizzavano a Napoli. Sia che Latouche Treville avesse avuto bisogno veramente di riparare le sue navi, sia che questa riparazione fosse una finta e che seguisse le istruzioni secrete della repubblica, che erano di spingere tutti i popoli, coi quali essa si mettesse in contatto, nella via della rivoluzione, l’ammiraglio approfittò della sua presenza nella capitale del regno delle Due Sicilie per impegnare i patrioti napoletani a organizzarsi in società secrete ed a preparare per l’Italia meridionale il trionfo dei principii che regnavano allora sulla Francia. Ogni giorno i suoi officiali, e si sa che gli officiali dalla marina francese sono in generale uomini distinti ed istruiti, ogni giorno i suoi officiali scendevano a terra, si spandevano nella popolazione, vi facevano proseliti, e gittavano in tutte quelle giovani teste la semenza della rivoluzione, che, qualche anno dopo, doveva far scorrere tanto sangue. La vigilia del giorno, in cui la flotta doveva levar l’ancora, vi fu un gran pranzo dato dai giovani agli officiali. Vi si cantarono canzoni rivoluzionarie, ed, in mezzo a queste, la Marsigliese, appena composta da Rouget de l’Isle, e che, scoppiando il 10 agosto, aveva fatto una immortalità così terribile al suo autore. Venne innalzato il berretto rosso, e si giurò di avere anche a Napoli una coccarda tricolore, che si sostituirebbe alla coccarda bianca dei Borboni. Per di più, tutti coloro che avevano assistito al pranzo adottarono la moda francese inaugurata da Talma nella tragedia di Tito. Fecero tagliare i loro capegli, rinnegarono la polvere, e battezzarono col nome di _Codini_, cioè di porta coda, coloro che persistevano nella fedeltà all’antica moda.
Durante tutto questo tempo, la regina, senza farmi alcuna confidenza, mi parve preoccupata da qualche opera scura. Sovente, mentre eravamo insieme, alcuno veniva a parlarle a bassa voce ed a dirle che era domandata. Essa si levava tosto senza interrogare, e come conoscesse già la causa di questo incommodo. Poi un quarto d’ora, mezz’ora, un’ora dopo, essa ritornava e mi stringeva la mano dicendomi: _Tutto va bene_.
Un giorno che la regina era in una di queste conferenze secrete, io discesi in giardino e ci vidi un uomo vestito di nero che m’era sconosciuto.
Senza sapere che quest’uomo acquisterebbe più tardi una così terribile rinomanza, non potei astenermi dall’osservarlo.
Era piuttosto grande che piccolo, portava la testa chinata sul petto, quantunque il suo sguardo scuro e concentrato si fissasse davanti da lui all’altezza d’un uomo; ma questo sguardo, era facile accorgersene, doveva spesso guardare senza vedere. Il viso era color cenere, l’andatura irregolare, come quella degli animali feroci od inquieti; talora lenta e talora rapida. Passò vicino a me e tuttavia non parve mi vedesse. Parlava tra sè, ed io intesi queste parole che scappavano dalla sua bocca come rotte fra i denti.
— La tortura, mi bisogna la tortura. Senza la tortura che cosa vogliono ch’io faccia? Essi non confesseranno mai.
Quest’uomo mi fece paura.
Lo seguii cogli occhi, e vennero a cercarlo da parte della regina.
Mi assisi sopra una banca, le mie gambe tremavano.
Ben presto vidi apparire la regina alla porta del giardino; essa guardossi intorno; mi cercava, ed io mi levai e le andai incontro.