Memorie di Emma Lyonna, vol. 4/8
Part 6
Il giorno 27 di agosto, l’imperatore Leopoldo ebbe a Pilnitz col re Federico Guglielmo la conferenza promessa. I due testimonii che vi assistevano bastavano solo per indicarne lo scopo; uno era il signor de Bouillé, che aveva dianzi dato al re una prova così grande di devozione a Varenne, cercando fino all’ultimo momento di toglierlo dalle mani del popolo; l’altro era il signor Calonne, quel bel ministro della guerra inventato da madame di Staël che ebbe per un istante la speranza di far passare il suo genio in quella testa sventata: mistero che i discorsi della corte avevano reso molto trasparente, avviluppando la nascita di questo bel gentiluomo, che era nientemeno, dicevasi, che il frutto d’incesto fra Luigi XV e madama Adelaide, che allora era a Roma, e che due anni dopo ei doveva vedere colle due sorelle a Palermo.
Intanto le notizie di Francia si fecero migliori: l’assemblea nazionale aveva terminato l’atto costituzionale, che fu poi conosciuto più tardi, sotto il nome di costituzione del 91: il giorno 14 settembre il re si era recato alla costituente, ed aveva prestato il giuramento alla costituzione, promettendo di mantenerla con tutti i poteri che gli erano delegati.
Subito dopo, come se l’assemblea non avesse atteso che quest’atto solenne per riconciliare la nazione col re, si restituì a Luigi XVI la facoltà di dare tutti gli ordini che credesse convenienti per la sicurezza e la dignità della sua persona, si levarono i suggelli dagli appartamenti, e tanto il giardino quanto il palazzo della Tuilerie furono aperti al pubblico.
Ma i preparativi di guerra non proseguivano meno in attività da parte del re di Prussia, dell’imperatore Leopoldo e del re Ferdinando, quando ad un tratto tre notizie delle più inaspettate si succedettero alla Corte di Napoli, cioè che l’imperatore Leopoldo era morto al 1 di marzo, che Gustavo III di Svezia era stato assassinato il 16 dello stesso mese, e finalmente che la Francia aveva dichiarato la guerra a Francesco I re di Ungheria e di Boemia il 20 aprile.
Non saprei dire se nello stato d’animo della regina, la morte di suo fratello Leopoldo le fosse stata molto spiacente; malgrado il trattato di Pilnitz, malgrado i preparativi esterni di guerra, si diceva in segreto che vi era accordo fra il ministro francese Delessare ed il gabinetto di Vienna per mantenere la pace: nella sua qualità di filosofo, Leopoldo non amava la guerra, e d’altra parte non era pronto a farla.
L’imperatore Francesco I, nipote della regina che succedeva a suo padre, caratterizzava invece perfettamente la controrivoluzione, ed era l’uomo fatto per Maria Carolina.
Era un tedesco nato a Firenze, e per conseguenza falso italiano e falso tedesco, ma partecipe delle due nature: la regina di Napoli credeva di poter prendere una facile influenza su quella mente limitata e su quel carattere debole e violento. Quando lo vidi dieci anni dopo, era un uomo ancor giovane, e supponendo tuttavia che fosse un uomo non una statua, camminava stecchito come sulle molle, simile allo spettro di Banco. Aveva un viso o piuttosto la maschera fresca e rosa, e di una fissità spaventosa. Sir William diceva di lui:
Ecco un uomo che non avrà mai dei rimorsi; costui commette dei delitti con coscienza.
La controrivoluzione aveva dunque guadagnato tutto colla morte di Leopoldo, poichè ad un imperatore filosofo, succedeva un imperatore bacchettone ed ipocrita, e la prova non tardò guari a mostrarsi con grande soddisfazione di Maria Carolina. Subito dopo la morte dell’imperatore Leopoldo, l’ambasciatore di Francia a Vienna, signor di Noaille, fu quasi prigioniero nel suo palazzo. In quanto alla Prussia se ne stava sicura; era sotto la sua protezione che gli emigrati si davano faccende, ed in una udienza pubblica il re Federico Guglielmo avea voltato le spalle al signor di Segur ambasciatore di Luigi XVI o piuttosto dell’assemblea nazionale, ed avea chiesto ad alta voce all’inviato di Coblenza, vale a dire dei principi, come stava il conte d’Artois.
In quanto all’assassinio di Gustavo, era certamente un gran delitto, ma non era una grande sventura per la causa del re; però, benchè a torto si fosse creduto da principio che egli fosse stato assassinato dai rivoluzionari, cosa falsissima, lo si metteva a carico dei nostri nemici. È vero che lo si designava come il futuro generale in capo della rivoluzione; ma questo generale in capo era forse assai terribile? d’altronde lo si notava come uno che odiava la Francia, come un amante che odia l’amante infedele, e la sua grande preoccupazione, morendo, era di sapere cosa direbbe la Francia della sua morte.
— Che ne diranno, Brissot? mormorò spirando.
In quanto alla dichiarazione di guerra della Francia all’Austria, siccome era evidente che non era il re che dichiarava questa guerra, ma il ministro girondino, e che d’altronde non era dichiarata che dietro un ultimatum dell’imperatore Francesco, impossibile ad accettarsi dalla Francia, e siccome questa guerra soddisfaceva ai desiderj della regina, questa notizia fu ricevuta più come buona, anzichè come cattiva.
Il doppio lutto che si portò a Napoli per la morte dell’imperatore e per l’assassinio del re di Svezia, fu dunque a mio avviso, più un lutto di corte che di cuore.
VIII.
Quando passai per la Germania ritornando con sir William e lord Nelson, vale a dire nel 1801, vidi in esilio chi nel 1792 aveva fatto prendere a Luigi XVI la risoluzione di fare la guerra all’Austria; costui era Carlo Francesco Dumoriez, che per nostra sventura salvò la Francia a Valmy ed a Jemapes. Ne aveva tanto udito a parlare alla corte di Napoli, che lo osservai colla più grande attenzione, e non perdetti nemmeno una parola della conversazione che ebbe con mylord[2]: quando toccherò di quell’epoca della mia vita, dirò l’effetto che egli mi produsse.
Abbiamo detto che dopo il giuramento della costituzione si era formata una specie di pace fra l’assemblea, rappresentante la nazione ed il re, rappresentante il diritto divino, ma trascinato suo malgrado, e malgrado la regina, a farsi il campione dei principii rivoluzionari dell’89; avremmo dovuto dire una tregua: alla prima occasione questa tregua si ruppe. Quest’occasione fu il rinvio de’ ministri che gli avevano fatto dichiarare la guerra.
Sapemmo poi verso la fine di giugno da una lettera stessa della regina Maria Antonietta l’invasione della Tuilerie dai sobborghi S. Antonio e S. Marcello diretti dal famoso Santerre, che aveva cominciato come Cromwell coll’essere birraio; ma privo dell’ingegno del protettore, si fermò ad un terzo del cammino che percorse il deputato dell’università di Cambridge; questa lettera era il penultimo grido della sua disperazione. Noi non ne udimmo l’ultimo che mandò il 10 agosto. Fino dal 1 luglio 1792 la regina non ebbe più che indirettamente notizie di sua sorella, e non si vedea altrimenti cosa succedeva in Francia, che come quando si vede ad intervalli al bagliore dei lampi di una tempesta.
La lettera della regina Antonietta era lunga, e spiegava a sua sorella come suo marito avesse acconsentito alla guerra coll’Austria, ed era venuto a proporla pel primo all’assemblea nazionale.
Maria Carolina s’immaginava bene che suo cognato avesse fatto quel passo suo malgrado, ma ignorava la situazione precisa in cui egli si trovava; la lettera di sua sorella gliela poneva con tutta chiarezza.
Il re accusato dai Giacobini e specialmente da Robespierre di volere la guerra, non la desiderava meno di Robespierre, che temeva di vedersi perdere la sua cattiva ed odiosa personalità in mezzo ai frastuoni delle battaglie.
Difatti il re aveva tutto da perdere con una guerra, e la regina lo spiegava benissimo; una vittoria di Lafayette o di qualunque altro generale non ristorava il trono che per metterlo sotto tutela: d’altra parte una disfatta avrebbe inasprito Parigi; vi sarebbe sommossa per le vie, e dalle vie sarebbe giunta fino alla Tuilerie, ove non era ancora penetrata, perchè il re sarebbe accusato di aver preparato questa disfatta, o almeno di esserne contento. Finalmente se, contro ogni probabilità, il re non sparisse in mezzo alla tempesta, se il diritto divino dei re trionfasse, a vantaggio di chi trionferebbe? — a vantaggio di Monsieur fratello del re e dell’emigrazione, perchè Monsieur non nascondeva i suoi progetti; Monsieur voleva l’abdicazione di Luigi XVI e la reggenza fino alla maggiorità del Delfino.
Particolarmente la regina avea tutto a temere; e benchè il suo carattere energico, che aveva molti lati somiglianti a quello di Maria Carolina, la portasse ad affrontare il pericolo, non si dissimulava di non avere amici nè a Parigi nè all’estero; a Parigi era stata chiamata madama _Poi_ o madama _Veto_, e aveva nemico il popolo intiero; a Coblenza era stata oltraggiata, ed aveva per nemico mortale Monsieur e l’antico ministro Calonne, che, dopo essere stato suo servitore, la prese in odio e dirigeva il conte d’Artois, altre volte benevolo verso di lei, e che poi passò nel campo dei suoi avversari.
Anche la Francia vittoriosa era probabilmente per Maria Antonietta una decadenza: i principi vincitori, peggio, era il ripudio od un convento. La guerra era stata dichiarata all’Austria dal re di Francia il 20 aprile: al 28 avvennero a Quievram i primi scontri; i rivoluzionari erano stati battuti ed avevano massacrato in un granaio il generale Teobaldo Dillon fratello del bello Arturo Dillon, che aveva fama di essere stato il primo amante di Maria Antonietta; e l’odio contro la povera regina di Francia era così grande, che i soldati, confondendo Teobaldo con Arturo, l’uccisero per odio di suo fratello accusandolo di tradimento.
L’altro fu più infelice ancora, morì nel 94 sul patibolo.
Sventuratamente i Prussiani non seppero approfittare di questa prima vittoria; avevano una grande confidenza in ciò che diceva il duca di Brunswik, il quale ad una lettera della regina che gli raccomandava suo cognato e sua sorella, rispondeva:
— Vostra Maestà si assicuri, che non è una guerra quella che andiamo a fare, è una passeggiata militare. Le nostre fermate sono già stabilite prima, e pel 15 settembre saremo a Parigi. E di fatti il 23 agosto il generale Clairfight prendeva Longoy dopo un bombardamento di 24 ore; al 2 settembre il re di Prussia in persona prendeva Verdun, e si metteva in marcia su Parigi.
Ma prima di queste notizie un poco rassicuranti ci erano giunte delle notizie disastrose.
Al 10 agosto la Tuilerie era stata presa di assalto, e al 13 il re e la regina erano stati condotti al Tempio. Poi arrivò la notizia del massacro dei prigionieri: al primo momento si annunziò alla regina che tutti i prigionieri erano stati massacrati, che non vi era stata eccezione per nessuno, e che il re e la regina erano periti insieme agli altri; la regina Maria Carolina credette di diventar pazza di rabbia e di dolore.
Ma si ricevette subito una lettera del signor di Bretéuil agente di Luigi XVI, ed un’altra del signor Mercy d’Argenteau, che rassicuravano su questo punto la regina di Napoli, che il re e la regina di Francia vivevano; ma si trattava di fare il processo al re.
Il signor Mercy d’Argenteau annunziava inoltre in una proscritta che la Vandea si era sollevata, cosicchè i repubblicani avevano in faccia la spada degli stranieri, e alle reni il pugnale dei realisti.
Nello stesso tempo apprendemmo la vittoria di Valmy, la proclamazione della repubblica, l’accusa del re, e la pace probabile colla Prussia. La passeggiata militare di S. M. il re Federico Guglielmo non era ancora giunta alla foresta dell’Argonne, e si era fermata al campo della Luna.
Fu allora che la regina risolse di far entrare in linea il governo napolitano.
Il primo segno d’ostilità che diede il re Ferdinando alla nuova repubblica, fu di rifiutare di riconoscerla nella persona del suo ambasciatore il cittadino Mackau, e di far fare lo stesso rifiuto a Costantinopoli al cittadino Semonville.
Poi la regina fece redigere dal generale Acton una lettera che comunicò ai governi di Venezia e di Sardegna.
Quella nota portava l’invito di formare una lega italiana, ed era redatta in questi termini:
«Qualunque sia la fortuna delle armi tedesche sul Reno, all’Italia importa di avere sulle Alpi delle forze che servano di baluardo, e di impedimento ai Francesi, o vinti in altra parte, fare una diversione disperata, o vincitori, di vendicarsi continuando le loro conquiste, ed inquietando i governi italiani. Se il regno di Napoli, la Sardegna e Venezia si collegassero in questo scopo, il Sovrano Pontefice si unirebbe alla santa causa, i piccoli stati intermediarii seguirebbero buono o malgrado il movimento generale, e ne risulterebbe una massa di forza capace di difendere l’Italia e darle peso ed influenza nelle guerre e nei consigli d’Europa. L’oggetto di questa nota era di proporre una confederazione, in cui il re delle Due Sicilie prenderebbe la più grande responsabilità, quantunque fosse l’ultimo cui potessero colpire le armi francesi, ma crede di dover ricordare ai principi italiani che la speranza di sfuggire isolatamente al pericolo d’un’invasione, è sempre stata la ruina d’Italia.»
Si era ricevuta la risposta della Sardegna che accettava, e si stava per ricevere quella di Venezia, quando il 16 dicembre, mentre i ministri erano in consiglio con sir William, ed io aveva fatto colezione con la regina, che stava in piedi alla finestra, battendo con distrazione le dita sui vetri, essa mi chiamò ad un tratto, ed indicandomi il mare coperto di navi nell’intervallo fra la punta di Posilippo e Capri:
— Che cos’è? mi dimandò essa.
Ed io che non ne sapeva nulla al par di lei, me ne stava guardando.
Ma quando la squadra fu in vista di Napoli, inalberò le sue bandiere, ed ai loro tre colori, così odiati a Napoli, si riconobbe una flotta francese.
In quel momento udimmo del passi precipitosi nella camera precedente, la porta si aperse con violenza, ed il re apparve pallido ed assai agitato, e lasciandosi cadere su di una poltrona, indicando col dito le navi che si avanzavano a gonfie vele:
— Ecco, signora, disse volgendosi alla regina, è affare vostro.
La regina anch’essa diventò pallida, ma di collera; il suo labbro inferiore, il labbro austriaco, s’allungava sdegnosamente, e colle sopracciglia aggrottate guardava in faccia suo marito.
— Vogliate farmi la grazia di spiegarvi, disse, perchè non vi comprendo.
— Per Dio, disse il re, però è ben facile a comprendersi. Voi mi avete fatto rifiutare di ricevere il signor Magoh, — il re nel suo dialetto napoletano storpiava volontariamente od involontariamente il nome dell’ambasciatore della repubblica francese; — voi mi avete fatto scrivere al mio buon amico il Gran Turco, che non ho mai veduto, ed i cui Bey di Tunisi, di Marocco e di Tripoli, rapiscono i miei sudditi per farli remare sulle loro galere; mi avete fatto scrivere al mio amico, il Gran Turco, perchè facesse egualmente col signor di Semonville, ed egli ha avuto la delicatezza di dire di no; mi avete messo alla testa di una confederazione di principi italiani, di cui la metà mi lasceranno in mezzo ai pericoli, per fare una coalizione contro la Francia, ed ecco là la Francia che se ne adonta, e che manda una flotta per fare, Dio lo sa.... per bombardare Napoli, forse.
— Ebbene, e poi? chiese la regina.
— Come poi? dopo che Napoli sarà bombardata!
— Napoli sarà bombardata se non si difende.
— Al contrario, signora, sarà bombardata se si difende.
— E allora voi lascerete entrare i Francesi in porto senza tirare un colpo di cannone?
— Credo bene: prima di tutto la polvere che si fabbrica a Napoli val niente, perchè contiene dieci volte più carbone che nitro; se andassi a caccia colla polvere di Napoli, non prenderei che la terza parte dei miei colpi, per cui faccio venire la mia polvere dall’Inghilterra.
— Cosicchè voi avete ordinato?
— Che si vada incontro alla nave ammiraglia, per ricordare al comandante della flotta, che un antico trattato non permette l’entrata nel porto che a soli sei legni di guerra francesi.
— Eh! là! esclamò la regina.
— Aspettate dunque; ma per dirgli, continuò il re, che una volta non fa usanza, ma che lo prego solamente, prima che nessun uffiziale della flotta scenda a terra, di farmi dire quale sia la felice circostanza che mi procura l’onore della sua visita.
— L’intendi, Emma, disse la regina con impazienza, e battendo i piedi.
— Il re fece sembiante di non vedere e di non intendere.
— Guardate, disse il re, ecco il capitano Francesco Caracciolo, che va nella lancia reale a compire la mia commissione.
— Vi ammiro, disse la regina scherzando, voi mandate un principe a dei repubblicani.
— Signora, siccome presumo che la repubblica francese m’invia ciò che ha di meglio, così anch’io le invio ciò che ho di meglio.
— Ecco, li vedete, quei birbanti di Francesi non hanno paura di niente, questi diavoli di Giacobini; ecco il vascello ammiraglio che getta l’áncora a mezza portata di cannone dal Castel dell’Uovo; — bisogna che sappiano che noi abbiamo la polvere cattiva, senza di che non si esporrebbero a farsi calare a picco.
— Ahimè, mormorò la regina, non sanno questo, ma probabilmente sapranno oltre cose.
— Che io sono incapace di approfittare della loro imprudenza, disse il re, con un certo tuono finto che aveva talvolta, e da cui non si poteva indovinare se scherzava o se parlava sul serio, se lanciava un frizzo spiritoso, o se diceva una bestialità. — Hanno ragione questi cari _sans culotte_, già, già. Ecco tutta la flotta che si spiega in linea di battaglia, — manovrano a maraviglia. E quando si pensa che da otto o dieci anni il mio ministro della marina, il signor generale Acton, mi mangia otto o dieci milioni all’anno, promettendomi una flotta che non veggo mai a comparire; con cento milioni dovrei avere una flotta tripla di questa; andate dunque al consiglio, signora, e fate questa osservazione al signor Giovanni Acton; venendo da voi gli farà probabilmente più effetto che da me. Perchè infine capirete bene, se avessi una flotta tripla di quella là, per quanto sia di cattiva qualità la nostra polvere, potremmo difenderci, mentre che avendo ora della polvere cattiva, e cinque o sei poveri bastimenti che vanno l’uno dietro l’altro, la cosa è impossibile.
La regina che comprendeva l’intenzione del re, si mordeva le labbra fin quasi a sangue per la rabbia; il re le diceva nello stesso tempo: hai un marito che è un vile, ed un amante che è un ladro.
— Avete ragione, signore, disse la regina; anderò in consiglio e parlerò nel termini che voi dite.
— Oh! ne avete tutto il tempo, guardate là Caracciolo che sale ora a bordo; vedete dunque come ciò lo interessa: — questo buon popolo.... tutta Napoli è sulla banchina: — che bella beccheria se si battessero, è vero che fuggirebbero tutti.
— Cinico spietato, mormorò la regina. — L’intendi tu! — Credo che se non vi fosse nessuno da burlare, burlerebbe sè stesso.
— Diavolo! esclamò il re, la visita non è stata lunga. Ecco Caracciolo che discende nella sua lancia; prima di dieci minuti sarà qui. — Fateci l’onore di assistere al consiglio, signora; voi sapete di averne il diritto dopo aver dato un erede alla corona, ed avete anche fatto uscire il Tannucci usando di questo diritto. Egli era per la politica francese, e voi per la politica austriaca. Oh! se ci fosse egli, ci darebbe un buon consiglio.
Ed il re uscì scuotendo la testa, dicendo:
— Povero Tannucci.
IX.
Confesso che era rimasta come di sasso. Sapeva bene che il re di Napoli era poco curante della sua propria dignità, ma non credevo poi che spingesse sino a quel punto l’obblio di sè stesso; e stava guardando la regina.
— Andrete voi, signora? dimandai io.
— Eh! sicuramente che ci vado, rispose, e ci verrai anche tu con me?
— Ma signora, con qual titolo?
— Tu ci verrai, disse la regina con impazienza: voglio che tu possa raccontare a sir William come sono andate le cose, e dirgli qual è l’uomo del re, o della regina.
Non aveva nulla da rispondere, non era un invito che riceveva, ma un ordine: seguii la regina, e cinque minuti dopo noi entrammo in consiglio. Questo consiglio si componeva del generale Acton, di Carlo De Marco, di Ferdinando Corradini, di Saverio Simonetti, e del nuovo reggente della Vicaria Luigi Medici. Il re presiedeva come di solito questo consiglio, ma si sa bene in che modo, venendo e andando. Un solo fatto ci darà una idea dell’amore del re per questa occupazione: egli aveva proibito che sul tavolo, in giro al quale si erano disposti, vi fossero penne e calamai, temendo che la _smania di scrivere_ non trascinasse qualche membro del consiglio a prolungare la seduta.
Il re aveva ben calcolato il tempo che il capitano Caracciolo doveva impiegare per ritornare dalla nave ammiraglia francese; non appena la regina aveva preso il suo posto in faccia al re, ed io mi era seduta in un angolo, la porta si aperse e si annunciò il messaggiero.
Era la prima volta che vedeva l’uomo, alla cui morte doveva prender parte sett’anni dopo; era un uomo di quarant’anni, cogli occhi neri e di tratti molto marcati, aveva qualche cosa di aspro e di dominatore, che dimostrava in lui il patrizio d’origine; difatti egli era principe o piuttosto _dei_ principi Caracciolo, che prese gran parte nelle guerre civili di Napoli, di cui uno, Sergiani, amante della regina Giovanna II, fu assassinato in Castel Capuano, per vendetta dello schiaffo che aveva osato di dare, in un momento d’ira, alla sua reale amante.
Egli entrò, si guardò intorno, e parve sorpreso nel vedere due donne, di cui una straniera, assistere al consiglio; salutò profondamente, e stette ritto.
— Ebbene? dimandò Ferdinando con impazienza
— Il re mi ordina di parlare? chiese Caracciolo.
— Hai forse bisogno di un ordine, per dare una risposta al re?
— Il re era solo quando mi ha mandato....
— Sì, disse la regina, e il re non è più solo, ma voi dovete conoscere, mi pare, le persone innanzi alle quali siete stato ammesso.
— Ho l’onore di conoscere le Loro Maestà e le Loro Eccellenze, rispose Caracciolo con una voce ferma; ma non ho l’onore di conoscere la signora.
— La signora è mia amica intima, disse la regina.
— Ciò è un titolo al nostro rispetto, signora, rispose il principe facendo un inchino; ma trattandosi ora di affari di Stato....
— Generale, volete ordinare al capitano Caracciolo di parlare? disse la regina al ministro Acton; il vostro ordine avrà forse su di lui maggior potere dell’invito del re e del mio.
— Vediamo, parla, disse il re.
— Sire, disse Caracciolo, l’uffiziale che comanda la flotta francese è l’ammiraglio Latouche Treville.
— E che vuol dire con questo ammiraglio Latouche Treville? dimandò il re.
— Un dei migliori marinai della marina francese, Sire; è quegli che nel 1781 sostenne insieme al capitano Lapeyrouse comandante l’Astrea, ed egli comandante dell’Ermione, un combattimento di cinque ore contro quattro fregate e due corvette inglesi, e malgrado la superiorità del numero ebbe gli onori della giornata.
— E che viene a fare qui?
— Ha rifiutato di dirmelo, Sire, ma ha detto che fra un’ora manderà il suo secondo, per darvi tutte le spiegazioni a questo riguardo.
— Ebbene, signori, disse il re, aspettiamo le spiegazioni del signor.... scusatemi, m’inganno, del cittadino Latouche-Treville.
— Temo, Maestà, disse il generale Acton, che noi siamo minacciati da una scena simile a quella che venne a fare innanzi al porto di Napoli l’ammiraglio Martin al principio del regno dell’augusto padre di Sua Maestà, quando venne in nome dell’Inghilterra e dell’Austria a significare al governo che dovesse serbare la neutralità nella guerra d’Italia.
— Sì, sì, disse Ferdinando: l’uffiziale incaricato di parlare in nome del Commodoro fu anche molto insolente, trasse dalla sua tasca l’oriuolo e lo regolò colla pendola, ed è lo stesso anche oggi; e diede due ore al re per segnare un trattato di neutralità, e di spedire l’ordine a Montemar di ritornare nel regno colle sue truppe.